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La seconda vita di Ansumana: dalla Libia all’Italia, oggi fa la maturità

Uno scatto dal titolo Mare Nostrum grazie al quale il fotografo Massimo Sestini si è aggiudicato il World Press Photo. Una foto che risale al 2014 e che mostra una piccola imbarcazione affollata da migranti che cercano fortuna oltre l’orizzonte, disperati. Tra le persone a bordo il 21 enne Ansumana, senza saperlo al centro di quell’istantanea che avrebbe fatto il giro del mondo. C’era ma non si vede, perché in quel momento, subito prima del click, lui era pigiato nella pancia della barca, stremato.

Ero pelle e ossa, non respiravo. Mi hanno portato su per prendere aria e ho visto l’elicottero. Ero piccolo, non sapevo niente, ho pensato: ci riportano in Libia, è il mio ultimo giorno e io muoio così”. Oggi Ansumana dà l’esame di maturità a Taranto, ammesso con 27 crediti. A raccontare la sua storia è Candida Morvillo sulle pagine del Corriere della Sera: ha imparato l’italiano qui, ha fatto due anni in uno per recuperare il tempo perduto nella fuga dal Gambia, la mattina va a scuola e il pomeriggio fa il mediatore culturale in una comunità per minori come quella che, all’inizio, ha accolto lui a Terni.
È stato il canale National Geographic a ritrovare i migranti di quel barcone per un documentario, “Where
are you? Dimmi dove sei”, in onda il 20 giugno, alle 20.55. Ansumana, fra i rintracciati, è l’unico rimasto in Italia. È nato a Serekunda. A 8 anni, quando i suoi divorziano, va a vivere con lo zio, un commerciante che fa politica con l’Udp, inviso al dittatore Yahya Jammeh. Nel 2013, suo zio viene arrestato e poi rilasciato in attesa di processo: “Non aveva fatto niente, gli creavano problemi per motivi politici. Perciò, è scappato all’estero – racconta Ansumana – pochi mesi dopo chiama e dice che sarebbero venuti a prendere me, per ritorsione. Mi consiglia di andare in Senegal da mia sorella”. Lui va. Due mesi dopo, lo zio richiama, per dire che Senegal e Gambia hanno stretto un patto di estradizione e lui, lì, lui non è più al sicuro. “Gli ho chiesto: dove devo andare? Ha risposto: non lo so”. Inizia una fuga alla cieca. In Mali, a Bomaki, Ansumana si unisce a tre gambiani diretti in Libia. Ricorda: “Nel frattempo, avevo perso il numero di mio zio e finito i soldi”. A Tripoli non trova lavoro: “Ero troppo gracile, zoppicavo per dolori alle ossa da denutrizione, non mi voleva nessuno. Un giorno, arrivano gli Asma Boys, che ti sequestrano, ti picchiano e chiedono il riscatto acasa, io ho detto che non avevo il numero dei miei, ma ogni giorno tornavano e avevo paura”.

Poi, Ansumana cerca un medico e ne incontra uno che è anche trafficante di persone: “Ha visto che stavo per morire là, si è intenerito e mi ha fatto imbarcare per l’Italia senza pagare”. Arriva in Italia dopo una traversata di 17 ore. Prima Terni, poi Taranto dove è aiutato da una famiglia che lo prende sotto la sua protezione. Mattina sui banchi, pomeriggio nella comunità, dove vive e aiuta ragazzi come lui coi documenti, i compiti e traducendo in inglese e mandingo. Il suo permesso di soggiorno per motivi umanitari diventa un permesso per motivi di lavoro. Ora, ha recuperato i contatti coi familiari. Sogna di raggiungere lo zio in Inghilterra e studiare per diventare procuratore di calcio.

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