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La Lega tra corruzione, tangenti e riciclaggio: ecco le 4 inchieste che tolgono il sonno a Salvini

La vicenda Siri ha aperto un vaso di Pandora che preoccupa, e non poco, Matteo Salvini e la Lega. A cosa servivano i soldi che il professore, imprenditore e tra gli ideologi della Lega Franco Paolo Arata avrebbe destinato ad Armando Siri? Ci sono contatti significativi tra il professore e Matteo Salvini che nel 2017 l’ha voluto tra gli autori del programma elettorale di Alberto da Giussano? Sono almeno due gli interrogativi a cui sta cercando di rispondere la procura di Roma dopo che, la scorsa settimana, con le perquisizioni nei confronti dello stesso Arata è emerso anche che tra gli indagati di una doppia indagine tra Palermo e Roma c’è anche il senatore e sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri.

Siri come è ormai noto è accusato di corruzione. Fedelissimo del leader Matteo Salvini, è fautore tanto della flat tax quanto dei contatti con l’ideologo mondiale del sovranismo, Steve Bannon. Siri è accusato di aver intascato una tangente da 30mila euro in cambio del sostegno agli emendamenti che avrebbero portato maggiori vantaggi alle aziende impegnate nella realizzazione di impianti eolici.

Tra queste ci sono quattro imprese di cui sarebbe titolare Franco Paolo Arata, uomo dalle molte vite, come hanno spiegato le cronache di questi giorni. L’ultima è quella che lo lega al “re dell’eolico” Vito Nicastri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa perché finanzierebbe la latitanza di Matteo Messina Denaro. Se l’elemento che ha spinto il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi ad iscrivere il nome di Siri sul registro degli indagati è una conversazione in cui lo stesso Arata si sfoga col figlio Francesco (anche lui indagato perché formalmente titolare di alcune società) di quanto gli sarebbe costato economicamente il sostegno a Siri, ora le indagini della procura si concentrano su altro: i flussi finanziari e gli altri contatti che Arata ha all’interno della Lega. A cominciare dal canale che lo porta a Matteo Salvini.

Arata e Salvini sono stati in contatto in passato e ora lo scambio di informazioni tra Palermo e Roma dovrebbe portare a capire se nelle telefonate tra i due ci siano dialoghi utili. Per questo motivo i tabulati di Arata e del figlio sono stati acquisiti per essere ulteriormente analizzati. Nei mesi dell’indagine, Arata ha avuto modo di parlare anche con lo stesso leader leghista. A lui e, soprattutto ad altri esponenti del partito verde, avrebbe chiesto di intercedere per sostenere le leggi a favore dell’eolico.

Altro punto su cui si concentra l’attenzione degli inquirenti sono i canali di finanziamento della scuola di politica fondata da Armando Siri. La scuola è stata anche un fondamentale oggetto di connessione tra la attuale Lega e Steve Bannon che Salvini ha incontrato proprio grazie a Siri. Anche in questo caso c’è una triangolazione e, anche in questo caso, passa per un Arata. Non Franco Paolo ma Federico, l’altro figlio che è pure quello che ha un contratto di consulenza presso la presidenza del consiglio. Federico Arata è considerato uno dei pochi italiani alla corte di Bannon.

Oltre al fascicolo dedicato ad Armando Siri, però, ci sono almeno tre indagini che preoccupano il leader della Lega. La prima è quella dedicata ai 49 milioni di finanziamenti elettorali ottenuti indebitamente. Qui, la scelta di tenere un profilo basso, ha già fatto vacillare l’immagine del partito. L’indagine ha due fronti. Quello ligure, per truffa aggravata, è già arrivato a sentenza (da qui l’accordo sulla confisca rateizzata del denaro). La parte milanese, con l’ipotesi di appropriazione indebita, è a dibattimento.

E qui, con una scelta che non tutti i militanti hanno sostenuto, Salvini ha deciso di costituirsi parte civile solo contro l’ex tesoriere Francesco Belsito ma non nei confronti del fondatore Umberto Bossi. La partita ligure, del resto, è tutt’altro che chiusa. L’accordo fatto con la procura di Genova prevede un pagamento dilazionato in 76 anni, al ritmo di 600mila euro l’anno. Ma, se da un lato i pm liguri hanno accettato la transazione, dall’altro hanno deciso di non interrompere la ricerca del tesoro padano.

C’è dunque un secondo fascicolo, per riciclaggio, centrato su alcune rogatorie in Lussemburgo e in cui si ipotizza che quel denaro sia ancora nascosto da qualche parte e non sia stato usato per la vita del partito, come invece sostiene la Lega. Altra grana è poi il caso di Edoardo Rixi, pure lui al ministero delle Infrastrutture ma col ruolo di viceministro.

Rixi è coinvolto nel processo sulle “spese pazze” quando era capogruppo leghista alla Regione Liguria, tra il 2010 e il 2012: 20 dei 100 mila euro contestati è imputabile a lui direttamente, dice la procura di Genova, ma il punto è che i magistrati lo considerano responsabile anche perché all’epoca dei fatti guidava la delegazione verde. Per questo, il procuratore aggiunto Francesco Pinto ha chiesto per lui una condanna a 3 anni e 4 mesi. La sentenza è attesa in primavera.

Le spese contestate, secondo la ricostruzione della procura, servivano a giustificare trasferte in coincidenza con le festività o spese in negozi che nulla sembrano aver a che fare con l’attività politica (tra gli scontrini contestati anche quelli di negozi di dolciumi e fiorai). Salvini ha quindi almeno 4 buone ragioni (giudiziarie) per non dormire sonni tranquilli.

 

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