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Pd e M5S si spartiscono le vicepresidenze delle Camere: scontro con il Terzo Polo

Prosegue l’assegnazione degli incarichi e la spartizione delle poltrone in vista della nascita del nuovo governo guidato molto probabilmente da Giorgia Meloni. Dopo le presidenze delle due Camere, andate a Ignazio La Russa e a Lorenzo Fontana, ieri è stato il turno della nomina degli otto vicepresidenti del Parlamento. Cariche che spettano per metà alle opposizioni. Peccato però che il M5S di Giuseppe Conte e il Pd di Enrico Letta abbiano ritrovato almeno per una volta l’accordo, spartendosi quelle poltrone e lasciando così a bocca asciutta il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda. Esplode la polemica.

Scontro tra Pd, M5S e Terzo Polo sulle vicepresidenze delle Camere

Nella giornata di mercoledì 19 ottobre il presidente del Senato Ignazio La Russa ha proclamato in aula i risultati delle votazioni per le vicepresidenze. Sono stati eletti il leghista Gian Marco Centinaio con 108 voti, Maurizio Gasparri di Forza Italia con 90 voti, Anna Rossomando del Pd con 73 e Mariolina Castellone del M5S con 68. Alla Camera, invece, il presidente Lorenzo Fontana ha proclamato eletti Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, Giorgio Mulè di Forza Italia, Anna Ascani del Pd e il pentastellato Sergio Costa.

Incuicio tra Pd e M5S denunciato da Calenda. “Si è rinsaldato il legame tra Pd e M5S, si tratta di un segnale politico. – ha attaccato il leader di Azione – Pd e M5S vogliono prendere tutte le cariche che spettano all’opposizione. Il Pd ha fatto una scelta, ha scelto Conte, ci sarà un’Italia a tre poli. Noi ad oggi non parteciperemo al voto”.

Amarezza calendiana condivisa, oltre che dall’alleato Matteo Renzi, anche da Massimo Teodori. Il giornalista ed ex esponente Radicale parla apertamente di un “patto populista Pd-M5S” che “avvilisce la democrazia parlamentare”. E vede in quanto accaduto “ulteriori segni di come sono considerati gli organi di garanzia”. Teodori denuncia anche il “vulnus alla antica tradizione istituzionale, che è un ulteriore segno di quella arroganza populistica che dai Cinquestelle è transitata al Partito democratico”.

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