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Meloni, altro che responsabilità: “Io mai ministro con la sinistra”

Di senso di responsabilità e richiami all’unità, nonostante il momento delicato, Giorgia Meloni non intende proprio saperne. Anzi. Intervistata dal Corriere della Sera, la leader di Fratelli d’Italia ha sottolineato ancora una volta come la sua priorità sia la caduta del governo, il prima possibile. Aggiungendo che nonostante la pandemia “non è affatto vero che non si possa votare. Per poi precisare: “Io non farei mai il ministro in un governo del quale fossero parte organica forze di sinistra, M5S, Pd, Leu, Renzi. Ma non ho bisogno di fare il ministro per dare una mano all’Italia, lo abbiamo già dimostrato in passato, votando ad esempio i decreti sicurezza o il taglio dei parlamentari”.

Meloni ha bocciato l’ipotesi Draghi (“Non credo che sia in campo. In ogni caso, trovo inutile mettersi a fare ipotesi di qualunque tipo se non si sa con quale scenario si ha a che fare”) e ha poi tagliato corto sul Recovery Fund: “Non vorrei si favoleggiasse troppo su quelle risorse, che sono meno di quanto si pensa — almeno a fondo perduto —: 44 miliardi per due anni, e complessivamente ne abbiamo spesi già 146 da inizio pandemia senza aver risolto i problemi enormi che abbiamo davanti, il primo dei quali è il rischio di desertificazione economica del Paese con la chiusura del 39% delle aziende quando gli aiuti e il divieto di licenziamento verranno meno”.
Per Meloni, dunque, la crisi e il ritorno al voto rimane “la strada naturale, e se anche il resto dell’opposizione è d’accordo, il momento per agire è ora. Tra sei mesi si apre il semestre bianco e diventa impossibile sciogliere le Camere”. Da qui la proposta di una mozione di sfiducia, ipotesi sulla quale Lega e Forza d’Italia sono ancora titubanti: “Credo che i miei alleati stiano riflettendo, propongo di farlo insieme. Una mozione non rafforza affatto Conte. Anzi, accelera la crisi, se è davvero in atto, perché a noi potrebbero aggiungersi altre forze che si dicono scontente. Ma se invece alla fine la maggioranza, Renzi compreso, tornasse a riunirsi nel nome della distribuzione delle poltrone, metteremo comunque fine alla pagliacciata in atto”.Massima contrarietà, infine, all’ipotesi di un governo di larghe intese: “Non è che per risolvere il problema di un inciucio se ne debba per forza fare un altro. Sono d’accordo con Mattarella che ‘va cambiato ciò che c’è da cambiare’, ma secondo me quello che va cambiato è questo Parlamento, non in grado di gestire la crisi non potendo esprimere una maggioranza coesa. In ogni caso, una cosa per volta. Cominciamo mandando a casa Conte, se c’è una possibilità. Se non c’è, tanto vale almeno mettere fine a questo balletto vergognoso. In caso di crisi, le cose non dipendono solo da noi. Anzi, dati i numeri parlamentari, dipendono da noi in misura marginale”.

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