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Venezia affonda e il MOSE è ancora fermo: ecco perché. Storia di un’opera necessaria e incompiuta

A Venezia la situazione è drammatica. Ieri la punta di marea ha raggiunto i 187 centimetri. E oggi si teme un’altra ondata fino a 160 centimetri. Hanno perso la vita già due persone, le case sono danneggiate, le canoe e e le gondole sono andate distrutte. Un anziano di 78 anni è rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella sua casa allagata. Un secondo abitante dell’isola è stato trovato deceduto, anche lui in casa. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, in un filmato diffuso sui social e girato a Piazza San Marco allagata, lancia un appello: “Abbiamo bisogno che tutti ci diano una mano, e bisogna essere tutti uniti per affrontare questi che sono evidentemente gli effetti dei cambiamenti climatici. Adesso il Mose si capisce che serve”. Già, il Mose. Ma a che punto è la “grandiosa opera”? E perché ancora non parte?

Il Mose. Per varie ragioni, non solo ingegneristiche e idrauliche, il sistema di difesa di Venezia dalle acque alte eccezionali è diventato negli ultimi tempi anche protagonista nei social con post in cui, con ironia, si gioca sui motivi del suo ritardo e non uso. Quel che al MOSE, Modulo Sperimentale Elettromeccanico, manca, in realtà, è il 6% dei lavori da realizzare, circa 560 milioni di euro da trasformare per lo più in opere ambientali, di restauro e di impiantistica. L’altro 94% del progetto, le paratoie mobili, le opere complementari per la salvaguardia dell’ecosistema lagunare, il rinforzo dei litorali, le scogliere all’esterno delle bocche di porto e il rialzo delle rive è completato.

Neppure i soldi mancano. In cassa già ci sono oltre mille milioni di euro per portare a termine i lavori e per finanziare la manutenzione per l’intero primo anno di attività. Studiato per far fronte agli uragani a Galveston così come per ridurre i danni degli tsunami a Tokyo, il Mose viene considerato un’opera di riferimento per “le minime interferenze ambientali e per la possibilità che, grazie alla conche di navigazione, offre a navi e imbarcazioni di navigare anche con le paratoie sollevate”. È dell’ottobre 1994 il voto all’unanimità del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici (governo Berlusconi I) che avvia il tortuoso e (sin qui) inconcludente iter del Mose di Venezia.

A sedici anni dalla posa della prima pietra (14 maggio 2003, governo Berlusconi II) è ancora lontano dall’entrata in servizio (dovrebbe avvenire a dicembre 2021), ma è già costato oltre 5 miliardi di euro. Nella storia del Mose c’è tutto delle contraddizioni italiane, perché vi si trovano buona volontà e progetti avvenieristici, gestione schizofrenica delle tempistiche e della fasi amministrative, complessità ed incertezza nella programmazione degli investimenti, malaffare evidente con conseguenti provvedimenti dell’autorità giudiziaria, scontro frontale fra autorità locali e governo nazionale. E intanto Venezia affonda, la gente muore e il patrimonio artistico e culturale è a serio rischio.

La realizzazione dell’intero sistema del MOSE è stata affidata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti al Consorzio Venezia Nuova. Di fatto i lavori sono commissariati da anni a causa degli scandali giudiziari. Nonostante i rallentamenti e le denunce sulle condizioni in cui verserebbero le paratoie, che si dicono arrugginite, gli esperti garantiscono che, come per una barca non riverniciata a fine stagione, anche per le paratoie del Mose servirà una ripulitura dopo esser state sott’acqua a lungo senza una costante manutenzione, ma che nulla è compromesso. Mentre la città attende di vedere il MOSE in funzione, si tirano le somme dei costi, che si confermano sulla cifra di 5.493 milioni di euro.

 

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