Lavoro

“Non acquistate Pernigotti!”. Appello dei lavoratori in rivolta per il licenziamento

“Non comprate i prodotti della Pernigotti”. Un appello esplicito quello che arriva dallo stand presente a Dolci Terre di Novi, allestito dai lavoratori della fabbrica novese, che rischia la chiusura. La rassegna enogastronomica inaugurata ieri mattina, è tappezzato di manifesti che invitano a non acquistare i prodotti con il marchio storico “poiché i soldi vanno ai turchi e non agli operai licenziati”. Il gruppo Toksoz nel frattempo ha avviato una campagna pubblicitaria che viene contestata da chi conosce la situazione dello stabilimento novese.

Ieri, all’inaugurazione di Dolci Terre, alla presenza della delegazione sud coreana, il sindaco Rocchino Muliere ha ricordato che “per la prima volta non c’è il grande barattolo della Crema Pernigotti, per anni leader in Europa, ma ci sono i lavoratori della fabbrica. Come istituzioni faremo tutto il possibile per salvare l’occupazione e lo storico marchio”.

Pernigotti, però, ci tengono a precisare dall’azienda, non è in vendita. Il chiarimento è arrivato all’indomani del vertice serale a Palazzo Chigi tra il governo e Toksoz, la società turca che possiede l’azienda italiana per cui ha deciso la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure, in Piemonte. “Né il marchio né la società sono, allo stato attuale, in vendita”, ha spiegato Pernigotti in una nota.

Poi sottolineano di avere “confermato la decisione di cessare la conduzione in proprio delle attività produttive presso il sito di Novi Ligure e l’intenzione di terziarizzare in Italia la produzione, preferibilmente individuando partner industriali interessati all’acquisizione o alla gestione degli asset produttivi a Novi”. Da qui il licenziamento degli operai che ora protestano.

Esclusa quindi l’ipotesi circolata in questi giorni di una vendita con il nome di Sperlari che era circolato con maggiore insistenza. Nell’incontro a Roma la Pernigotti “ha inoltre richiesto il supporto del Governo affinché favorisca la cessazione del blocco dello stabilimento di Novi al solo fine di – spiega l’azienda – di consentire ai soggetti potenzialmente interessati di prendere visione degli asset e formulare proposte concrete di acquisizione del polo industriale o di utilizzo in toto o in parte delle sue linee produttive”.

Questo “nell’esclusivo interesse dei lavoratori stessi; di permettere al personale incaricato dall’azienda di accedere allo stabilimento allo scopo di prelevare scorte di prodotto per la loro commercializzazione”. Alla conclusione del vertice una nota del governo aveva spiegato che la proprietà aveva “accolto le richieste del Governo italiano di sospendere la procedura, seppure temporaneamente, fino al 31 dicembre 2018, per poter lavorare sulla reindustrializzazione del sito produttivo di Novi Ligure, attraverso la nomina di un soggetto terzo che verifichi, analizzi e valuti le opportunità produttive”.

 

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