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Nuovi poveri da coronavirus, la disperazione di Paula: “Sono senza lavoro, non so come sfamare mio figlio”

Fino a qualche mese fa lavorava come cameriera ai piani in un albergo di Milano, ma da quando è scoppiata la pandemia da Coronavirus, la vita di Paula e del suo bimbo di 7 anni è stata completamente sconvolta. Senza un lavoro e con la cassa integrazione che tarda ad arrivare, l’unico sfizio che oggi Paula può concedere a suo figlio sono delle merendine del discount da 8 centesimi l’una, (il pacco da dieci costa infatti 85 centesimi): “Non posso togliere a Simon anche questo piccolo piacere – ha detto a Repubblica Paula, in preda alla disperazione per la difficile situazione economica in cui versa la sua famiglia. La donna giovane donna di origine sudamericana ha 38 anni, e vive in Italia da ormai 18 anni. Prima del lockdown faceva la cameriera ai piani in un albergo grande sulla tangenziale di Milano: “Avevamo una vita decente, avevo persino la macchina, ma l’assicurazione è scaduta e io non ho i soldi per pagare”. Bisogna quindi capire la vergogna di raccontare la propria povertà, la richiesta di non dire il nome dell’hotel per paura “che non mi riprendano”, e neanche del paese in cui vive, “per paura del giudizio, i vicini, la gente”.

La vita di Paula e del piccolo Simon è precipitata al basso in due mesi, “quando l’albergo ha chiuso per il virus ho pensato: è finita, non riaprirà più. Meno male che ho dei risparmi”. Ma quei soldi, “830 euro e rotti”, sono finiti presto perché “ho dovuto pagare l’affitto, 430 euro, più il gas e la luce”. L’ultimo stipendio ricevuto, 940 euro, era febbraio. “Io e Simon stavamo davanti alla televisione, i telegiornali parlavano solo di morti. Avevamo paura. Intanto io pensavo: devo lavorare, l’albergo deve riaprire, dobbiamo pur mangiare”. Paula è sola, il compagno è diventato invisibile dopo la nascita del figlio. “Non ho altri aiuti, i miei vivevano al mio Paese, ma sono morti da anni. Non ho una nonna a cui affidare Simon, ma c’era la scuola, ma poi è finita anche quella”.
Tutto deve costare poco

“Quando ero ricca, andavo al Carrefour, sì che stavamo bene allora”. All’epoca Paula comprava addirittura le braciole di maiale, “ora sono passata ai fusi di pollo, costano poco. Per fortuna Simon non si lamenta, ma abbiamo mangiato tanto di quel pollo. Ogni tanto compro i wurstel, uno a testa, spendo 30 centesimi, fa 15 centesimi a testa”, e così si mangia. Dunque tutto deve costare poco, in una spesa minuziosa fino all’ultimo centesimo. Intanto Pausa sta anche aspettando la famosa cassa integrazione: “Mai arrivati, quei soldi. Siamo stati messi tutti subito in cassa, ma io non ho visto niente. Ho chiesto aiuto al mio sindacato, la Cisl, loro mi avevano già aiutata, il contratto della mia cooperativa era infine stato assimilato a quello dei dipendenti dell’albergo”. Ma la crisi degli alberghi ha colpito tutti, non ha fatto distinzioni, gli alberghi hanno chiuso, semplicemente.
“Un giorno che ero disperata, ho telefonato in Comune. L’assistente sociale è stata gentile, mi ha fatto la pratica per avere il contributo per l’emergenza di 480 euro”. Intanto il tempo passa, e il futuro di Paula si fa sempre più incerto: “Mi basta arrivare a settembre, allora l’albergo spero riaprirà. Riaprirà?”. Chi può dirlo, e poi quel tipo di hotel lavorava sulle fiere, sul flusso del business che per ora non si vede, Paula è in fondo alla catena, “arriverà un giorno che dovranno ripulire tutto, allora spero che mi chiameranno”.

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