Interni

Più che l’immigrazione, il decreto Salvini combatte la libertà di manifestare

Il decreto sicurezza bis è in vigore da circa tre settimane, firmato da Salvini, Moavero Milanesi, Bonafede, Trenta, Tria e Toninelli, e sta già facendo discutere. Diversi i punti che in questi giorni sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dei media e degli utenti, a partire dalla sua genesi. Premessa per l’emanazione del pacchetto di norme è infatti l’urgenza, che ha portato alla scelta del decreto legge come strumento per scavalcare il Parlamento, normalmente titolare del potere di legiferare.

Eppure i dati del Viminale evidenziano un calo degli sbarchi ed è lo stesso Salvini, alla conferenza stampa di presentazione del decreto, a vantarsi della riduzione degli arrivi, smentendo così proprio le premesse dello strumento.A mettere in discussione la legittimità nella scelta dello strumento del decreto, inoltre, c’è la previsione di disposizioni non omogenee tra loro: in soli diciotto articoli, il decreto sicurezza bis si occupa di passaggio di navi, immigrazione, modifiche del codice penale e di procedura penale, esecuzione di sentenze penali, coordinamento investigativo estero, Universiadi, rimpatrio, violenza sportiva.Uno dei temi che occupa più spazio nel decreto sicurezza bis è poi l’inasprimento delle pene per reati commessi nel corso di manifestazioni. Nel presentare il decreto, il ministro degli Interni, cui si è accodato il presidente del Consiglio, ha descritto questa sostanziale modifica del codice penale come rivolta a coloro che “aggrediscono poliziotti, carabinieri, uomini e donne della forza pubblica in servizio durante le manifestazioni muniti di caschi, razzi, fuochi artificiali, mazze o bastoni”, quindi – ha aggiunto Salvini- “evidentemente non è la protesta pacifica dello studente o dell’operaio”. Una sintesi ben diversa dalla realtà.Il provvedimento governativo, infatti, non si limita a inasprire sanzioni già previste, ma procede a una più generale riforma del codice penale. In particolare, il decreto prevede una circostanza aggravante per diversi reati, ossia interruzione di un ufficio o servizio pubblico o servizio di pubblica necessità (art. 340 c.p., con il massimo della pena raddoppiato), devastazione e saccheggio (art. 419 c.p.), danneggiamento (635 c.p.), oltre a un’aggravante generale aggiunta all’art. 339 c.p., che si riferisce ai reati di violenza e minaccia o di resistenza a pubblico ufficiale.

Agire durante una manifestazione è paragonato, in termini di gravità, all’utilizzo di armi o al rendersi irriconoscibili. Tra i paradossi generati, minacciare un poliziotto in pubblico durante una manifestazione, a volto scoperto, è punito più severamente che minacciare un poliziotto a casa propria o a casa dell’agente stesso.
Inoltre un gruppo di operai che per manifestare fermasse la circolazione stradale, rischierebbe da uno a sei anni per blocco stradale, mentre se per negligenza uccidesse qualcuno rischierebbe di essere condannato alla reclusione da sei mesi a cinque anni. Al di là della lotta all’immigrazione, a far discutere è il fatto che la circostanza di una manifestazione pubblica diventi automaticamente aggravante di un reato.

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