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Dalla Boschi alla Bellanova: tutti i renziani che lasciano il PD

Bye bye PD. Ci sono Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova. A sorpresa anche Tommaso Cerno, il quale avrà un bel daffare per portare il nuovo partito di Renzi in area No-TAV. E Ivan Scalfarotto. La pattuglia di eletti che seguiranno Renzi fuori dal Partito Democratico per entrare nella neonata “Italia Viva” conta, secondo il senatore di Scandicci, una trentina di parlamentari. Non tutti del PD, però, visti anche i tentativi di avvicinamento da parte di Forza Italia al governo Conte Bis.

Non ci saranno Lorenzo Guerini, neoministro della Difesa, e Luca Lotti. Non ci sarà nemmeno Andrea Marcucci, che resta capogruppo in Senato pur essendo un fedelissimo conclamato. Ci sarà invece Francesco Bonifazi, ex tesoriere del PD e alfiere della protesta per la Toscana senza posti di governo.

Ci saranno anche Davide Faraone, Eugenio Comincini, Nadia Ginetti, Ernesto Magorno a cui si aggiunge la ex forzista Donatella Conzatti. Ettore Rosato, che ha in mano il pallottoliere renziano, conta di arrivare entro domani al numero di dieci senatori che dovrebbe servire intanto a creare una “componente” del Misto, cui potrebbe aggiungersi Pier Ferdinando Casini (adesso nel gruppo delle Autonomie). Nencini però fa sapere: “Deciderò con il mio partito, il Psi”. E poi, oltre a Maria Elena Boschi, ci saranno Gennaro Migliore (ex Sel), Michele Anzaldi, Roberto Giachetti, Silvia Fregolent, Marco Di Maio, Anna Ascani, Luciano Nobili, Luigi Marattin, Lucia Annibali, Mattia Mor, Nicola Carè, Massimo Ungaro.

Renzi manterrà al governo due ministre, Bellanova (che sarà capo della delegazione renziana) e Elena Bonetti e due sottosegretari, Scalfarotto e Ascani. Ma l’elenco di chi resta è altrettanto lungo e rischia di diventare un problema per Zingaretti. Perché c’è già chi ipotizza che possano fungere da cavallo di Troia all’interno del PD o di seguire una strategia di progressiva contestazione nei confronti del segretario, per poi muoversi a fine legislatura.

Rimane nel PD il fedelissimo renziano Dario Parrini, rimane Antonello Giacomelli, rimane Dario Nardella. Non se ne va invece Andrea Romano, anche lui scandalizzato per la scarsa Toscana al governo qualche giorno fa e oggi in un articolo sul Foglio scrive: “Colpisce la leggerezza con cui si teorizza la scissione consensuale rispetto alla sfida che attende la sinistra italiana. E la scissione è un grave errore, che rischia di indebolire (insieme alla svolta verso il proporzionale) quell’agenda riformista e innovatrice che il Pd deve realizzare oggi dentro l’alleanza forzata con M5S”.

 

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