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Salvini di nuovo indagato: ma non è in tribunale che va affrontato (e sconfitto)

La notizia di Matteo Salvini nuovamente indagato, stavolta a Palermo per il caso Open Arms, dovrebbe far riflettere doppiamente. Da un lato i sostenitori del Movimento Cinque Stelle, lo stesso che in passato ha “graziato” di fatto il leader della Lega al momento del voto sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e che ora si troverà alle prese con un nuovo, spinoso dibattito interno. E dall’altro gli oppositori del leader della Lega che devono convincersi, una volta per tutte, di un passaggio chiave nella lotta al salvinismo: non è in tribunale che si combatte una simile battaglia.

La recente escalation politica di Salvini è stato un concentrato di amenità di ogni tipo: arroganza, violenza verbale, ignoranza, il ricorso costante a fake news o notizie almeno parzialmente travisate. Ma non è augurandosi una sua condanna che si può pensare di terminare la sua ascesa. Piuttosto, il risultato ottenuto sarebbe eventualmente l’opposto: un Capitano che può finalmente indossare la sua divisa preferita, non quella di polizia o carabinieri ma quella di martire, contro il quale la giustizia si accanisce soltanto perché al servizio della vecchia classe politica.
Il risultato sarebbe un Salvini ancora più forte. O, in alternativa, l’avvento di un suo successore ancora più estremista (Giorgia Meloni sarebbe in questo senso un’ottima candidata). No, non è così che si può pensare di battere la deriva sovranista italiana. Serve piuttosto chiedersi come abbia fatto una propaganda così bieca e grezza a far presa sulla pancia degli italiani, evidentemente inclini in questo periodo storico a seguire chi schiuma rabbia in piazza. Opponendo a quel linguaggio volgare e privo di contenuti delle soluzioni concrete, senza adeguarsi ai registri del Carroccio e dei suoi alleati.Il coraggio di mostrarsi alternativi, non simili. Di rivendicare la propria incompatibilità con un certo mondo. E di lottare contro Salvini con strumenti diversi dalle sentenze: in primis, inchiodando il leader leghista alle sue responsabilità, alla sua totale mancanza di programmi sul fronte del lavoro, per esempio, o a quella lotta all’immigrazione incontrollata fatta attraverso slogan e mai risposte concrete, di lungo periodo. Mostrare, insomma, la totale inadeguatezza al ruolo di un personaggio che sotto il fumo non ha neanche la parvenza di un arrosto. Senza che sia la magistratura a occuparsene.

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