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Ecco perché Salvini non può chiedere “pieni poteri agli italiani”

Salvini ha chiesto “pieni poteri” agli italiani. Una frase e un pensiero di una gravità inaudita. Perché rievoca fatti e passaggi storici tra i più tremendi della storia recente. La stessa frase la pronunciarono Hitler e Mussolini, per intenderci. La richiesta di pieni poteri non può non evocare il “decreto dei pieni poteri” adottato dal parlamento tedesco nel 1933, che determinò un’accelerazione verso la dichiarazione dello stato di emergenza e, nei fatti, diede avvio alla dittatura nazista. Ma già un decennio prima, il maestro di Hitler, in una “aula sorda e grigia”, sfidava il Parlamento italiano chiedendo “i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità”.

Ma ora vediamo per quale motivo, al di là dell’aspetto ideologico, quella di Salvini è una richiesta folle. Innanzitutto, dato che fortunatamente siamo ancora in una democrazia, nessuno può chiedere “pieni poteri” al popolo italiano , perché tale conferimento colliderebbe frontalmente con qualsiasi modello di democrazia moderna.

Le parole poi rimandano ai concetti. E dietro alla richiesta di attribuzione di pieni poteri vi è un concetto del tutto antitetico alla missione fondamentale del costituzionalismo: essere argine e limite al potere e alla sua concentrazione in capo ad un unico organo. E non si tratta certamente di una missione recente: il principio di separazione dei poteri fa parte del Dna originario del diritto costituzionale liberale.

La frase di Salvini non pare peraltro dal sen fuggita. Semmai rivela una concezione organica nel rapporto tra potere e popolo: il popolo è uno e uno è il capo, che ne è l’incarnazione. Tutto il resto diventa solo un orpello fastidioso: le opposizioni, per definizione serve dei poteri forti e antipopolari; gli organi di garanzia e i giudici, che prima di contraddire chi comanda “debbono farsi eleggere”; la libera informazione, che ostacola il rapporto diretto tra chi comanda e la massa. Il che non fa una grinza: il potere pieno non ammette per tesi un contropotere.

Se il buongiorno si vede dal mattino, con riferimento alla campagna elettorale di fatto già iniziata, il timore è quello che le prossime elezioni siano un referendum tra due idee opposte del potere e dei suoi limiti, tra due concezioni della democrazia. Se così fosse, sarebbe comunque un arretramento drammatico, dopo decenni nei quali era condivisa l’idea che chi governa decide ma non comanda.

Paolo Ridola, maestro del diritto costituzionale comparato, ha ricordato di recente che Giovanni Spadolini, venticinque anni fa, scrisse che in democrazia chi ha la maggioranza è al governo, non al potere. Fare invece riferimento al concetto di “potere pieno” scompone in modo assolutamente intollerabile la dimensione della legittimazione del potere da quella del limite al potere stesso. Due dimensioni che debbono andare di pari passo.

 

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