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Strage di via d’Amelio: quelle ombra mai diradate sulla morte di Borsellino

Un’inchiesta su un passaggio ancora oscuro nel processo successivo alla morte di Paolo Borsellino. Un capitolo tanto, troppo confuso sul quale ha cercato di fare chiarezza Gabriele Imperiale attraverso le pagine di Reporter Nuovo, testata della scuola di giornalismo dell’università Luiss Guido Carli di Roma. Una storia che inizia il 27 luglio 1995, quando il superteste del processo per la morte del magistrato avvenuta in Sicilia, Vincenzo Scarantino, chiama il cronista Angelo Mangano per ritrattare le proprie dichiarazioni.

Parole che erano apparse sin da subito dubbie e che indicavano la famiglia mafiosa della Guadagna quale esecutrice materiale della strage di via d’Amelio. L’intervista del giornalista a Scarantino passa però in secondo piano, sepolta dalla magistratura e dagli stessi colleghi di Mangano che, piuttosto che interessarsi, attaccano il giornalista accusandolo addirittura di essere un fiancheggiatore della mafia, parlando di un complotto per screditare la giustizia.
E invece anni dopo Scarantino sarà riconosciuto come un falso pentito e la storia assumerà i suoi veri e propri connotati, quelli del più grande depistaggio della storia d’Italia, andato in scena nel bel mezzo di una vera e propria guerra tra giornalisti “garantisti” e “filoprocure”.Due ideologie diverse, due visioni opposte eppure a loro modo egualmente impegnate nella lotta a Cosa Nostra. Una lotta sotto la quale ha finito per rimanere sepolta la verità intorno alla morte, drammatica, di uno dei giudici simbolo dell’antimafia.

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