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Questo è il governo del rinvio: tutte le norme annunciate a poi rimandate

Governo del cambiamento? No, governo del rinvio. Perché, oltre agli slogan e alla campagna elettorale continua, il governo gialloverde non ha fatto una (che sia una) cosa promessa? Lega e Movimento 5 Stelle vogliono avere la ragionevole certezza di poter fare a meno dell’alleato nel momento giusto, e così quando il compromesso diventa impossibile è essenziale procedere per rinvii. Finora si rinviano tutte le riforme che a loro dire erano indispensabili: si rinvia la prescrizione, che scatterà solo il primo gennaio 2020; si rinviano le “manette agli evasori”, che il Movimento 5 stelle ha cercato di inserire nel decreto fiscale, ma che ha dovuto accettare di rimandare a un disegno di legge nel 2019…

Si rinviano le grandi opere come la Tav, sulle quali nessuno dei due contraenti dice parole definitive, con la Lega che spera che questo le mandi avanti come per inerzia, e con il M5S attento a non bruciare altre bandiere. Dopo Ilva, Tap, Muos. Bandiere appese ad analisi costi-benefici che vanno avanti da mesi, nonostante tutti sappiano Luigi Di Maio e Matteo Salvini compresi che alla fine la decisione dovrà essere politica.

Perfino le nomine dei vertici dei servizi segreti sono state rimandate a marzo 2019. E potrebbero slittare ancora. Il rinvio in casa leghista nasconde un retropensiero: quando i tempi saranno maturi, non è detto che sarà questo governo a occuparsi della Torino-Lione o della riforma del processo penale (da fare anche quella l’anno prossimo). La minaccia che il Carroccio fa trapelare è quella di un voto anticipato dopo le elezioni europee.

Reale o no che sia l’intenzione, l’obiettivo appare quello di intimidire Di Maio, azzoppato, a regole vigenti, dall’impossibilità di un terzo mandato. Non è un caso che Salvini evochi di continuo il ritorno di Alessandro Di Battista a dicembre: ricorda al capo politico M5S che la sua leadership ha una data di scadenza. E nello stesso tempo, alza la posta all’interno del governo. Di questo disegno farebbe parte anche l’offensiva sui termovalorizzatori…

Il no dei 5 Stelle alla modifica del peculato, che avrebbe aiutato qualcuno della Lega, non è stato preso bene. E solo sulla manovra, tra Salvini e Di Maio ballano 600 emendamenti. La norma che, secondo le opposizioni, avrebbe fatto comodo al capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari e al sottosegretario Edoardo Rixi peri processi in cui sono coinvolti, era vista dai 5 stelle né più né meno come una legge ad personam. Indigeribile. Perché sull’anticorruzione la linea di Di Maio è quella di non cedere su nulla.

Tanto che martedì, a Montecitorio, saranno depositati una serie di emendamenti al decreto immigrazione. Al ministro dell’interno non piaceranno. Il Movimento non li ritirerà prima che anticorruzione e blocco della prescrizione siano passati in aula. Il capo politico M5S è convinto che l’offensiva di Salvini sui rifiuti sia servita a nascondere la débacle leghista sul condono fiscale. Quanto al ritorno di Dibba, i suoi fedelissimi si dicono certi che non sarà un problema: nulla vieterebbe a Di Maio di lasciargli il ruolo di capo politico, tenendo per sé quello di candidato premier…

 

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