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Google: vieta le app di criptovalute da Play Store come Apple

Bitcoin e criptovalute nel mirino dei big della web economy. Dopo Apple, anche Google mette al bando le applicazioni che fanno mining, cioè che producono (minano) le criptovalute. Google vieta le app di mining, ovvero che producono criptovalute, su Play Store, il suo negozio virtuale. Una decisione che va a rafforzare il fronte della Silicon Valley contro le valute digitali: Apple nei mesi scorsi ha annunciato un’iniziativa simile a quella di Mountain View, Facebook e Twitter hanno invece vietato le pubblicità cripto sulle loro piattaforme. È quanto previsto nell’ultimo aggiornamento delle linee guida per gli sviluppatori, in modo da non consentire più la presenza di queste app sul Play Store. ”Non consentiamo app per il mining sui dispositivi’‘ annuncia Google, precisando che comunque restano ”permesse” le app che gestiscono da remoto la produzione, quali le piattaforme cloud.

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Perché Google vieta le app di mining

La mossa di Google, così come quella di Apple, è legata – secondo gli esperti – ai rischi che le app di mining sollevano per i sistemi che le usano: smartphone e computer possono infatti incorrere in danni interni se il mining non è gestito propriamente, con un rallentamento evidente del sistema e possibili problemi seri alle batterie. A questo si aggiungono i rischi di malware a cui il mining espone i dispositivi, senza contare come attraverso le app aumenta la possibilità di cripto-sequestro di un dispositivo da parte di hacker. Il mining di criptovaluta ha un impatto negativo sulle prestazioni del sistema perché richiede una notevole potenza della CPU per eseguire i calcoli necessari per estrarre i token digitali. E’ risaputo poi che aziende e hacker installano script di coin-mining backdoor in siti Web pubblici per appropriarsi della potenza di calcolo da browser, ignari.

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Non è la prima volta che Google avvia una stretta sul mondo delle valute digitali. Già a maggio l’azienda aveva bandito dalla sua piattaforma pubblicitaria le inserzioni ingannevoli sulle Ico (initial coing offering), le offerte iniziali di monete digitali che ricalcano il processo delle quotazioni di Borsa (Ipo). Il blocco di Google rappresenta l’ultimo colpo in ordine temporale al Bitcoin. Negli ultimi giorni un nuovo schiaffo alle criptovalute è arrivato dalla Sec. L’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori ha respinto, per la seconda volta in 18 mesi, la richiesta dei gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, i rivali di Mark Zuckerberg, per un exchange-traded fund sul Bitcoin.

Anche Twitter il mese scorso ha annunciato l’intenzione di proibire gli annunci relativi a i bitcoin, vendite di token e portafogli di valute alternativi e criptovalute sulla sua piattaforma. Sulla stessa linea anche Facebook e la stessa Google. Una decisione dettata dai dubbi sulla ”resistenza alla manipolazione” ma anche per problemi di frodi e di tutela degli investitori. Il mining illecito di criptovalute è ormai divenuto più popolare del “ransomware”, ovvero dei software maligni che limitano l’accesso al dispositivo a meno che non si paghi un riscatto. Il blocco di Google rappresenta l’ultimo colpo in ordine temporale al Bitcoin. 

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