Andrea Monaci – Business.it https://www.business.it I segreti del potere - Notizie e retroscena Thu, 29 Jan 2026 15:26:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 https://www.business.it/wp-content/uploads/2023/01/cropped-Favicon_Business.it_-32x32.jpg Andrea Monaci – Business.it https://www.business.it 32 32 Caffeina Media scala la classifica dell’audience web e conquista il settimo posto assoluto https://www.business.it/caffeina-media-scala-la-classifica-audience-web-comscore-settimo-posto/ Wed, 14 May 2025 09:55:00 +0000 https://www.business.it/?p=143589 16 milioni 272mila visitatori unici a marzo 2025, con un incremento del 4% sul mese di febbraio: con questo dato certificato da Comscore, l’azienda leader mondiale nell’analisi dei dati web, il gruppo Caffeina Media si conferma tra le realtà più affermate e vivaci del settore editoriale italiano, con un’audience in continua e costante crescita. La… Read More »Caffeina Media scala la classifica dell’audience web e conquista il settimo posto assoluto

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16 milioni 272mila visitatori unici a marzo 2025, con un incremento del 4% sul mese di febbraio: con questo dato certificato da Comscore, l’azienda leader mondiale nell’analisi dei dati web, il gruppo Caffeina Media si conferma tra le realtà più affermate e vivaci del settore editoriale italiano, con un’audience in continua e costante crescita. La classifica stilata mensilmente da Comscore, nella sua ultima uscita su Prima Comunicazione, assegna a Caffeina Media il 7° posto assoluto nel ranking che contempla i primi 100 media italiani per audience digitale complessiva. Davanti al gruppo guidato da Gianluca Luciano solo i “big” del settore come Citynews (prima), Fanpage (seconda), News Mediaset (sesta, tutte però realtà di ben altra dimensione. Il risultato di Caffeina Media arriva da lontano: da oltre un decennio il gruppo di Luciano ha costruito la sua forza attraverso un attento lavoro di valorizzazione dei propri contenuti editoriali sui Social. Ne è un esempio la capofila, Caffeinamagazine.it, che grazie all’attento ascolto ed alla creativa interpretazione dell’algoritmo di Facebook si conferma di anno in anno testata regina dell’intrattenimento sui Social. Nella classifica Comscore Caffeina Media è rappresentata dall’aggregato dei dati di audience relativi ad un’ampia gamma di siti che va dall’attualità al gossip con una predominanza di tematiche di interesse femminile.

“Questo risultato – spiega Gianluca Luciano – ci inorgoglisce e dimostra il paziente lavoro di costruzione di un’audience fedele ai nostri contenuti, rappresentata per lo più dall’universo femminile. Abbiamo costruito un ecosistema coerente che parte dalle tematiche di gossip, televisive e non, relative a personaggi e trasmissioni più di interesse del pubblico femminile generalista per poi verticalizzarsi su argomenti specifici: Luxgallery per moda e lusso, Capelli Style per bellezza e stile, Alpha Woman per tutto ciò che riguarda l’empowerment femminile e la generazione Z. Tutto questo con un potente mix fra navigazione sui siti e interazione sui social che consente di reiterare i contatti con la stessa audience molte volte durante il mese.”

Le sfide del futuro passano dalla produzione video e su questo la Caffeina Media si è presentata all’appuntamento con la Caffeina Tv che conta al momento su un notiziario quotidiano su gossip e moda e sul format di moda “Look Around”, entrambi distribuiti sulle pagine Instagram e Facebook: “Siamo ancora a qualche decina di  milioni di visualizzazioni al mese – conclude Luciano – ma è solo l’inizio. Puntiamo anche sui video a bissare il successo dei prodotti tradizionali web e social.”

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Sondaggi, per Euromedia Research Paragone è sopra la soglia di sbarramento https://www.business.it/sondaggi-per-euromedia-research-paragone-e-sopra-la-soglia-di-sbarramento/ Tue, 12 Apr 2022 16:20:50 +0000 https://www.business.it/?p=90303 Ultimi sondaggi Paragone. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto realizzato da Euromedia Research merita attenzione per più di un motivo. Lo scenario politico italiano mostra un certa vivacità, non tanto per il valore assoluto delle due coalizioni quanto invece per la costante crescita dei consensi per le (poche) forze politiche di opposizione, piccole e grandi.… Read More »Sondaggi, per Euromedia Research Paragone è sopra la soglia di sbarramento

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Ultimi sondaggi Paragone. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto realizzato da Euromedia Research merita attenzione per più di un motivo. Lo scenario politico italiano mostra un certa vivacità, non tanto per il valore assoluto delle due coalizioni quanto invece per la costante crescita dei consensi per le (poche) forze politiche di opposizione, piccole e grandi.

Il risultato che più balza all’occhio riguarda proprio una delle forze politiche più piccole fuori dagli schieramenti e decisamente all’opposizione del governo Draghi. Stiamo parlando di “Italexit – per l’Italia con Paragone”, il partito fondato nell’estate del 2021 dal senatore del gruppo misto Gianluigi Paragone. Proprio la formazione del giornalista ed ex “punta” del M5S alle politiche del 2018, in costante crescita, sarebbe protagonista oggi di un risultato importante: con il 3,3% delle intenzioni di voto supererebbe infatti la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento.

Tra gli altri numeri degni di nota nel sondaggio Euromedia Research di oggi martedì 12 aprile 2022 c’è senza dubbio il trend negativo della Lega di Matteo Salvini, data anche da questo sondaggio ben al di sotto del risultato delle politiche del 2018: oggi otterrebbe solo il 15,7%. Ancora peggio il Movimento 5 Stelle, accreditato di un misero 14%.

Tornando ai partiti minori, oltre all’exploit di Paragone già rilevato in decisa crescita a marzo, restano costanti le intenzioni di voto per +Europa-Azione guidata da Carlo Calenda, anche per Euromedia Research attorno al 5%. Mentre Italia Viva, la Federazione dei Verdi, Mdp e Articolo1 restano tutte sotto la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento.

Ultimi sondaggi Paragone: perché crescono i consensi per la sua nuova formazione politica

Non è difficile capire perché. Da mesi, gli unici a far opposizione davvero in Italia sono quelle voci contro, dentro e fuori il parlamento, di cui Paragone si è fatto portavoce da tempo. Dagli innumerevoli problemi ed ingiustizie economiche, anche prima della pandemia, alla questione green pass, il senatore del gruppo misto è riuscito ad intercettare ed incanalare il consenso di una crescente fetta di elettorato, prima orientato al non voto o in uscita da partiti che hanno perso gran parte della propria carica anti-sistema (M5S e Lega).

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Fiducia nei leader: il Green pass “incorona” Paragone che raggiunge Salvini e incalza Meloni https://www.business.it/fiducia-nei-leader-paragone-salvini-meloni/ Mon, 25 Oct 2021 08:11:21 +0000 https://www.business.it/?p=82298 Fiducia nei leader, ieri UrbanPost ha anticipato i risultati di un sondaggio realizzato dall’Istituto Piepoli a metà ottobre sul gradimento degli italiani per i leader politici. Ne emerge un quadro in forte evoluzione, ma i vertici della classifica restano immutati: a godere della maggiore fiducia degli italiani sono il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e… Read More »Fiducia nei leader: il Green pass “incorona” Paragone che raggiunge Salvini e incalza Meloni

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Fiducia nei leader, ieri UrbanPost ha anticipato i risultati di un sondaggio realizzato dall’Istituto Piepoli a metà ottobre sul gradimento degli italiani per i leader politici. Ne emerge un quadro in forte evoluzione, ma i vertici della classifica restano immutati: a godere della maggiore fiducia degli italiani sono il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Mario Draghi.

Il dato più significativo del sondaggio Piepoli sul gradimento per i leader politici è però un altro. Il crollo verticale di Matteo Salvini, che sprofonda a metà classifica. Un’umiliazione per il segretario della Lega, raggiunto pure dall’outsider Gianluigi Paragone. Evidentemente la strategia dei “due forni”, la Lega di governo e di opposizione, oltre a irritare gli elettori leghisti non convince buona parte degli italiani. Solo il 26% del campione esprime fiducia nei confronti di Salvini, al pari appunto di Paragone e del mai molto amato Luigi Di Maio.

Quello di Gianluigi Paragone non è un exploit, ma la conferma che dietro ai malumori delle piazze per il Green pass e le politiche del governo, c’è una larga fetta di italiani alla ricerca di un leader di opposizione. Che possa esserlo il giornalista e senatore ex 5 Stelle, oggi nel gruppo misto, non è ancora chiaro. E’ chiaro però – lo mette nero su bianco l’Istituto Piepoli – che Paragone guadagna 5 punti di consenso in un mese e oltre a raggiungere Salvini incalza anche Giorgia Meloni, unica leader politico di un partito “formalmente” all’opposizione, distante ora solo 6 punti. Insomma, una parte di quelle piazze pare aver incoronato il suo leader.

Giorgia Meloni è staccata di tre punti dal segretario Dem Letta e di ben venti dal neo-leader M5S Giuseppe Conte. Proprio l’ex premier è il leader politico senza incarichi istituzionali più apprezzato dagli italiani: l’avvocato del popolo gode senza dubbio ancora della popolarità guadagnata a Palazzo Chigi, ma resta su livelli di gradimento elevati.

Infine, il sondaggio rileva quel che qui sappiamo da tempo. Anche a destra anche in fatto di leader sta per aprirsi una stagione molto diversa, in cui i sovranisti avranno sempre più vita difficile. La conferma viene dal gradimento misurato dal sondaggio Piepoli per Carlo Calenda. Il fondatore di Azione, fresco del successo ottenuto al primo turno delle Comunali a Roma dove ha sorpassato la sindaca uscente Virginia Raggi e non è arrivato molto distante dal candidato del centrodestra Michetti, viene apprezzato dal 26% degli italiani. Lo stesso risultato di Salvini, pur avendo una visibilità mediatica infinitamente inferiore a quella garantita al leader leghista. Molto più di un segnale fugace, se considerato insieme all’exploit di Paragone di cui abbiamo già detto.

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Sovranisti di tutta Europa, unitevi! Anzi, no https://www.business.it/sovranisti-europa-unitevi-anzi-no/ Sat, 24 Nov 2018 18:55:00 +0000 https://www.business.it/?p=35814 Il sogno di Steve Bannon di vedere i sovranisti di tutta Europa uniti sotto l’egida di The Movement è già andato in fumo. O meglio, l’incantesimo dei sovranisti davvero uniti al punto da diventare una vera forza politica si è spezzato per colpa di un Def, quello di Salvimaio. In fondo quello di voler riunire… Read More »Sovranisti di tutta Europa, unitevi! Anzi, no

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Il sogno di Steve Bannon di vedere i sovranisti di tutta Europa uniti sotto l’egida di The Movement è già andato in fumo. O meglio, l’incantesimo dei sovranisti davvero uniti al punto da diventare una vera forza politica si è spezzato per colpa di un Def, quello di Salvimaio. In fondo quello di voler riunire le forze neo-nazionaliste e populiste per uno scopo diverso che non sia la distruzione dell’Unione Europea come l’abbiamo conosciuta finora è semplicemente un nonsense. Non esiste solidarietà tra gli egoisti. Salvini l’ha ben capito fin dalle prime avvisaglie di bocciatura della manovra italiana. Quei messaggi da Vienna, già tutt’altro che morbida su molte altre questioni, erano inequivocabili. Certo, il leader della Lega non si aspettava un tradimento così rapido anche da parte di Viktor Orban, lo stesso Orban che nemmeno tre mesi fa lo definiva “il mio eroe”. E’ andata così e ora le prospettive di un’alleanza paneuropea delle forze sovraniste e populiste sono più quelle di un cartello elettorale pro-tempore, utile solo per l’obiettivo minimo: la distruzione degli equilibri esistenti.

Del resto, le posizioni dei presunti alleati europei di Salvini sono chiare da tempo. L’esecutivo austriaco, frutto di una coalizione tra popolari e destra, è stato considerato per diverso tempo interlocutore naturale della Lega di Matteo Salvini. E invece non perde occasione per dare dispiaceri all’Italia e mettere i bastoni tra le ruote al governo gialloverde. Dalla questione immigrazione al blocco dei tir inquinanti al Brennero, fino alla provocazione sul doppio passaporto per gli Alto Atesini. Insomma, i sovranisti sono prima di tutto interessati ai fatti di casa propria. Siamo certi che Salvini e Di Maio farebbero altrettanto se si trovassero a parti rovesciate.

sovranisti

Critiche alla posizione di scontro con la Ue del governo italiano sono arrivate anche dalle forze dell’ultradestra nordeuropea. Ma le parole che “bruciano” di più, un fischio di locomotiva nell’orecchio di Salvini e dei sovranisti italiani, sono quelle di Zoltan Kovacs che qualche giorno fa ha detto: «Le regole dell’Unione europea ci sono e vanno rispettate». Chi è questo Kovacs? Ufficialmente è il portavoce del governo di Viktor Orban, sì quello di “Salvini è il mio eroe”. Ma Kovacs in realtà è molto di più, è il ministro della Propaganda internazionale, l’inviato del premier Orban nelle capitali occidentali, la sua parola equivale dunque a quella del leader nazionalista ungherese, in particolare quando si tratta di temi tanto delicati.

«La recente storia del nostro Paese – ha dichiarato Kovacs a proposito della manovra italiana bocciata da Bruxelles – insegna che è possibile rilanciare la crescita economica e ridurre la disoccupazione rispettando il patto di stabilità che tutti abbiamo sottoscritto in Europa. Il nostro governo ha ereditato un Paese in piena recessione nel 2010 e l’ha guidato verso una fase di espansione costante e sostenuta facendo allo stesso tempo grande attenzione a restare dentro i parametri comunitari sul deficit e sul debito». Sbam e tanti saluti a Salvini e Di Maio.

Kovacs non ha solo attaccato la manovra del governo Conte. Ha infatti lasciato intendere che verrà a Roma per parlare con Salvini e ha parlato della costruenda unione sovranista europea. Chissà se coincide con quella immaginata da Steve Bannon e se Kovacs incontrerà nella capitale italiana anche il fondatore di The Movement. A proposito di elezioni europee Kovacs ha detto: «Non facciamo previsioni,  ma se guardiamo alle novità politiche in Italia, Austria e anche in Germania, possiamo aspettarci qualche novità, avremo probabilmente un Parlamento europeo molto diverso da quello attuale». Diverso sì, ma per fare cosa? E soprattutto, i sovranisti europei sono convinti di poter vincere le elezioni e poi governare l’Unione con la somma dei loro egoismi? «Se fosse possibile, vorrei creare il quartier generale di The Movement a Budapest. Mi piacerebbe molto, passeremo molto tempo in Ungheria da adesso al voto», ha detto Bannon cercando di conquistare al suo progetto anche quello che al momento è il più forte dei sovranisti europei. Ma i segnali al momento sono di freddezza, come quelli arrivati dall’austriaco Kurtz che addirittura pare abbia aperto alle fondazioni di George Soros, nemico giurato di Bannon. Insomma “Sovranisti di tutta Europa unitevi”. Anzi, è meglio di no.

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La lotta al dissesto idrogeologico? Dimenticata nel contratto di Governo https://www.business.it/dissesto-idrogeologico-contratto-di-governo/ Sun, 04 Nov 2018 17:36:02 +0000 https://www.business.it/?p=34606 «Serve una riflessione sul maltempo», ha detto questo pomeriggio il Vicepremier e Ministro dell’interno Matteo Salvini. Eh no, caro Salvini, più che una riflessione serve programmare ed eseguire alla svelta tutto quello che (non) si è fatto finora per prevenire il dissesto idrogeologico. Dagli interventi di messa in sicurezza alle manutenzioni degli alvei dei fiumi,… Read More »La lotta al dissesto idrogeologico? Dimenticata nel contratto di Governo

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«Serve una riflessione sul maltempo», ha detto questo pomeriggio il Vicepremier e Ministro dell’interno Matteo Salvini. Eh no, caro Salvini, più che una riflessione serve programmare ed eseguire alla svelta tutto quello che (non) si è fatto finora per prevenire il dissesto idrogeologico. Dagli interventi di messa in sicurezza alle manutenzioni degli alvei dei fiumi, dalla demolizione delle opere abusive alla pianificazione delle emergenze. Sì, serve un piano d’intervento straordinario, un “piano di guerra” al dissesto idrogeologico. Certo, non è solo colpa del governo in carica se il territorio del nostro paese versa in stato d’abbandono e si scopre fragilissimo quando colpito da eventi meteo appena sopra la normalità. O meglio, non lo sarebbe se una parte della sua maggioranza non avesse fortemente voluto (e approvato) un nuovo condono edilizio.

Quindi tutto bene, il governo Conte ci ha già pensato a come combattere il dissesto idrogeologico? Non proprio. “Il Governo si è attivato immediatamente per essere al fianco di tutti i cittadini che stanno vivendo le grandi difficoltà causate dall’emergenza, così come hanno fatto la Protezione civile, i vigili del fuoco e i sindaci che voglio ringraziare per il prezioso lavoro che stanno svolgendo”, ha detto l’altro vicepremier, Luigi Di Maio. E ci mancherebbe, il governo sta gestendo l’emergenza.

Ma l’Italia è un paese in emergenza perenne, da troppi anni. Dal Vajont in giù, quasi sessant’anni di storia del nostro paese sono costellati di tragedie da maltempo. La colpa è sì anche di un territorio difficile da domare, ma è soprattuto della nostra cronica incapacità di rispettare le regole, di pianificare gli interventi, di avere cura di quello che abbiamo costruito in secoli di antropizzazione incontrollata.  “Per le vicende di questi giorni ho già annunciato che la prossima settimana decreteremo lo stato di emergenza per tutte le regioni che l’hanno richiesta. Adotteremo i provvedimenti di emergenza e daremo le prime somme necessarie”, ha detto oggi in Sicilia il premier Giuseppe Conte. Sì, ma non basta.

E non basta o meglio non convince quello che hanno scritto (e controfirmato) Lega e Movimento 5 Stelle a proposito della lotta al dissesto idrogeologico nel contratto di governo. Si leggono le solite enunciazioni generiche, figlie anche di un certo ambientalismo di maniera che è proprio quello criticato da Salvini. Il Ministro dell’interno in visita nel Bellunese devastato dal maltempo ha infatti detto: “Troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto, per cui non si tocca l’alberello e non si draga il torrentello e poi l’alberello e il torrentello ti presentano il conto”.

E come non catalogare tra le idee da ambientalisti da salotto quella di “accelerare la transizione alla produzione energetica rinnovabile e spingere sul risparmio e l’efficienza energetica in tutti i settori. È quindi fondamentale – si legge nel contratto di governo firmato da Lega e M5S – potenziare le azioni attualmente considerate a livello nazionale per il contrasto al cambiamento climatico e per la transizione verso modelli sostenibili di economia e gestione delle risorse rinnovabili”. Bastasse l’energia prodotta da fonti rinnovabili a mettere in salvo un territorio violentato dall’incuria, saremmo già molto più avanti di tanti altri paesi europei.

L’unica enunciazione contenuta nel contratto di governo che ci sentiamo di condividere è quella che parla di prevenzione. “Per contrastare il rischio idrogeologico –  si legge –  sono necessarie azioni di prevenzione che comportino interventi diffusi di manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo su aree ad alto rischio, oltre ad una necessaria attuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico”. Bene, ora bisogna passare dalle parole ai fatti, mettendo a disposizione le risorse per intervenire sulle aree ad alto rischio, che sono ben note. Al momento sappiamo che il Ministero dell’ambiente a settembre 2018 ha messo sul piatto 20 milioni di euro per progetti contro il dissesto idrogeologico a favore di quattro regioni.

Il Fondo progettazione per le opere anti-dissesto idrogeologico nel 2015 era stato finanziato dal Cipe con 100 milioni di euro, per poi essere approvato dal governo Renzi tramite il Decreto Ministeriale del luglio 2016. In seguito, da ottobre 2017 a marzo 2018, il Ministero dell’Ambiente (governo Gentiloni) ha stanziato 39 milioni di euro, fino ad arrivare agli ulteriori 20 milioni del governo Conte. Nel piano d’interventi 2014-2020, però, mancano molte zone teatro di devastazione proprio in questi giorni. C’è davvero ancora molto da fare e quanto annunciato nel contratto di governo da Lega e Movimento 5 Stelle è assolutamente vago.

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Altro che salvataggio di Madre Russia! Ecco perché Putin non può comprare i BTp italiani https://www.business.it/putin-non-puo-comprare-btp-italiani/ Fri, 26 Oct 2018 15:45:54 +0000 https://www.business.it/?p=34153 Salvini ha fatto male i conti. Il suo amico Putin non può comprare i Buoni del Tesoro, i BTp italiani il cui differenziale con i Bund tedeschi, il famoso spread, sta mettendo a dura prova le banche italiane. «I fondamentali dell’economia italiana sono solidi – ha dichiarato il presidente russo – non c’è nessuna remora politica… Read More »Altro che salvataggio di Madre Russia! Ecco perché Putin non può comprare i BTp italiani

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Salvini ha fatto male i conti. Il suo amico Putin non può comprare i Buoni del Tesoro, i BTp italiani il cui differenziale con i Bund tedeschi, il famoso spread, sta mettendo a dura prova le banche italiane. «I fondamentali dell’economia italiana sono solidi – ha dichiarato il presidente russo – non c’è nessuna remora politica a comprare titoli di Stato italiani da parte del nostro fondo sovrano». Peccato che tecnicamente sia impossibile. Si tratta di una questione legata allo statuto del Fondo sovrano russo. Il National welfare fund è stato chiamato in causa come possibile salvatore del debito italiano ma non potrà fare la sua parte.

putin non può comprare i btp italiani

Come mai un Fondo sovrano non può investire in titoli di un altro stato? Non è esattamente così. Secondo lo statuto il National welfare fund della Russia può investire, con l’obiettivo di preservare il capitale in un’ottica di lungo periodo, in depositi bancari, azioni, quote di fondi, valute e anche titoli di Stato stranieri. Su ogni classe d’investimento, però, lo statuto del Fondo individua vincoli piuttosto stretti. Nel caso dei titoli di stato stranieri ad esempio c’è un elenco preciso di paesi i cui bond possono essere acquistati. In questo elenco in Europa figurano l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, la Francia, la Germania, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Spagna, la Svezia, il Regno Unito. Fuori dai confini del vecchio continente figurano addirittura Stati Uniti e Canada. Ma l’Italia non c’è.

No, spiacerà parecchio a Salvini e Conte ma l’amico Putin può fare ben poco in proposito. Lo statuto del National welfare fund russo prevede infatti che i titoli di stato acquistabili abbiano un rating di almeno AA- nella classificazione di Standard & Poor’s e Fitch o Aa3 nella classificazione di Moody’s. Rating che non è quello dei BTp italiani, recentemente declassati a Baa3 da Moody’s e con un merito di credito a BBB secondo Standard & Poor’s e Fitch. E serve poco polemizzare con le agenzie di rating come hanno fatto nelle ultime settimane sia Salvini che Di Maio, queste regole nella comunità degli investitori, in Russia come negli Stati Uniti, sono considerate intoccabili. Buon senso finanziario, insomma.

E’ anche vero che lo statuto di un Fondo sovrano non è una legge immodificabile e Putin potrebbe fare un favore interessato ai suoi amici sovranisti italiani. Se il blocco all’acquisto dei bond italiani fosse rimosso è interessante valutarne l’impatto, il valore dell’operazione. Il National welfare fund russo può impiegare fino a 77 miliardi di dollari, il 4,9% del Pil russo, in investimenti. Anche immaginando l’improbabile scenario in cui tutti gli asset vengano impiegati per acquistare Btp italiani, considerato il controvalore del debito pubblico italiano (2326 miliardi di euro) l’impatto sarebbe piuttosto modesto, comunque non in grado di influenzare in modo significativo l’andamento dello spread. Del resto nel corso della prima parte del 2018 lo spread è cresciuto per via del ritiro degli investitori esteri, che hanno in mano il 30% del nostro debito. Questi hanno ridotto la loro esposizione in BTp italiani per ben 66 miliardi da maggio ad agosto, praticamente una cifra simile alla capienza del Fondo sovrano russo.

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Chi tifa per un’Italia con l’acqua alla gola? Lo scenario da mercato delle pulci che Salvini e Di Maio fanno finta di non conoscere https://www.business.it/chi-tifa-per-un-italia-con-acqua-alla-gola-italexit/ Wed, 24 Oct 2018 11:09:57 +0000 https://www.business.it/?p=33965 L’incubo di un default disastroso o di Italexit. Le voci di retroscena corrono tra le piazze finanziarie europee più importanti, da Londra a Francoforte, da Parigi a Madrid, per arrivare nei corridoi di Piazza Affari a Milano. E anche oggi, mentre lo spread supera quota 313 punti, il telefono squilla: una nuova indiscrezione arriva a… Read More »Chi tifa per un’Italia con l’acqua alla gola? Lo scenario da mercato delle pulci che Salvini e Di Maio fanno finta di non conoscere

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L’incubo di un default disastroso o di Italexit. Le voci di retroscena corrono tra le piazze finanziarie europee più importanti, da Londra a Francoforte, da Parigi a Madrid, per arrivare nei corridoi di Piazza Affari a Milano. E anche oggi, mentre lo spread supera quota 313 punti, il telefono squilla: una nuova indiscrezione arriva a confermare lo scenario che si intuisce da giorni. Chi tifa per un’Italia sempre più con l’acqua alla gola? Il governo Conte non intende fare passi indietro sulla manovra, non modificherà quella percentuale di rapporto tra deficit e Pil che viola le regole di Bruxelles. L’Europa dice di voler trattare ma se la maggioranza gialloverde non sarà disposta ad aprire a modifiche della manovra il vicolo è cieco.

italexit

E’ lo scenario peggiore, quello evocato da molti analisti. Tra i pareri più significativi in questi giorni è arrivato quello di Jim O’Neill, ex top manager di Goldman Sachs AM ed ex Cancelliere dello Scacchiere britannico. Secondo O’Neill l’Europa rischierebbe grosso se lasciasse l’Italia al suo destino, se non venisse aiutata ad ottenere una crescita più robusta dell’attuale. C’è poi il maledetto spread e il deleterio effetto negativo degli interessi sul debito pubblico. Per O’Neill le discussioni sul rapporto debito/PIL dell’Italia non sono una novità. Ne parlava con i suoi colleghi di Goldman già molti anni fa, ben prima dell’ingresso nella moneta unica. Già allora ci si interrogava sul possibile default italiano. Ma siamo sicuri che a sfruttare l’effetto spread e a tifare per un’Italia con l’acqua alla gola siano solo gli speculatori di professione?

No, niente dietrologie, complottismi o scie chimiche. E’ scritto nella storia degli ultimi anni e si sta ripetendo in queste settimane.  A sfruttare l’effetto spread non sono solo gli speculatori e gli investitori più spregiudicati. Ci sono stati sovrani interessati all’effetto che il rendimento dei titoli di stato ha sulla stabilità delle banche italiane. Perché? Perché le vogliono comprare, magari per pochi spiccioli. E dopo le banche ci saranno le aziende, con il progressivo disimpegno dei capitalisti italiani più avveduti e ancora con qualche soldo in tasca dopo dieci anni di pessima congiuntura economica. Scenario apocalittico? No, anzi. Potrebbe rappresentare la ciambella di salvataggio che ancora manca al nostro paese se la situazione del debito dovesse precipitare nell’arco di un anno o poco più. Un default pilotato, col paracadute.

Del resto non è una novità che gli stati europei facciano campagna acquisti in Italia. Facciamo l’esempio della Francia nel settore bancario. E’ successo con Bnp Paribas, che prima si è presa la Banca Nazionale del Lavoro nel 2006 e poi si è accaparrata anche Findomestic, la principale società di credito al consumo in Italia. Ma altri storici istituti di credito legati ai nostri territori di provincia, caduti in disgrazia a causa dei crediti deteriorati, sono stati acquisiti a prezzi modici da banche francesi. Un altro istituto molto attivo nella campagna acquisti è stato Credit Agricole, socio storico di Intesa Sanpaolo. La “banca verde” si è accaparrata nel 2007 Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza e Banca Popolare FriulAdria, qualcosa come 654 sportelli nelle regioni più produttive d’Italia. Alla Germania, invece, sono sempre interessate di più le aziende. Facciamo l’esempio del colosso Italcementi, acquisito per 1,66 miliardi di euro nel 2015 da HeidelbergCement, o ancora l’anno prima dello storico marchio motociclistico MvAgusta comprato da Mercedes e la bergamasca Clay Paky, campione mondiale delle luci usate nei grandi eventi, dai concerti di Lady Gaga alla notte degli Oscar, passata alla teutonica Osram.

Insomma, Francia e Germania tiferebbero per un’Italia debole, sull’orlo del default, per normalizzarla comprandosi gli asset più importanti. Uno scenario da “mercatino delle pulci” su cui tacciono in troppi a Roma.  Tutto questo, ovviamente, non tiene conto dei diversi “piani B” che circolano da settimane. Dalla crisi di governo indotta dall’altissimo rischio default, con conseguente esecutivo di salvezza nazionale magari con Draghi a Palazzo Chigi, alla spaventosa Italexit evocata da Paolo Savona prima che il governo Conte si insediasse. Ma fa impressione che dagli ambienti vicini alla maggioranza di governo, sia dalla Lega che dal M5S, non emergano analisi sullo scenario che vede un’Italia sempre più a rischio di annessione franco-tedesca. Noi pensiamo invece che Salvini abbia in mente altro. Attendere le elezioni europee per lanciare l’assalto sovranista-populista a Bruxelles, magari con l’appoggio dell’amico Putin, lo zar del Cremlino che altri retroscena vogliono ben disposto ad acquistare parte del debito pubblico italiano per salvare i suoi preziosi alleati in chiave anti-Europa.

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I sovranisti italiani sono rivoluzionari? Come no, a colpi di statalismo, croce e aratro https://www.business.it/i-sovranisti-italiani-sono-rivoluzionari/ Sat, 20 Oct 2018 07:18:04 +0000 https://www.business.it/?p=33701 Un articolo a firma del filosofo Diego Fusaro, tanto in voga in questo periodo tra i sovranisti italiani, ha innescato una riflessione su cosa significhi oggi essere rivoluzionari. L’intellettuale noto per la sua passione per Hegel, oltre che per il carattere noioso come confessato della sua compagna la giornalista Aurora Pepa, si è lanciato in… Read More »I sovranisti italiani sono rivoluzionari? Come no, a colpi di statalismo, croce e aratro

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Un articolo a firma del filosofo Diego Fusaro, tanto in voga in questo periodo tra i sovranisti italiani, ha innescato una riflessione su cosa significhi oggi essere rivoluzionari. L’intellettuale noto per la sua passione per Hegel, oltre che per il carattere noioso come confessato della sua compagna la giornalista Aurora Pepa, si è lanciato in una rilettura critica di Gramsci. Perché? Per cercare di giustificare l’etichetta di “rivoluzionario” assegnata al movimento sovranista che sta facendo sempre più adepti in Europa. “Sulle orme di Gramsci, una teoria può dirsi rivoluzionaria quando separa completamente il campo del Servo da quello del Signore, ponendosi come ‘vertice inaccessibile’ agli avversari e come categorizzazione del reale non riassorbibile nelle maglie dell’ideologia dominante”. Fin qui possiamo anche essere d’accordo, anche se non è la sola “separazione” di campo a fare rivoluzionaria una teoria politica. Dimentica forse Fusaro la violenza dei Lenisti? Per non parlare di quella dei fasci di combattimento. Giusto per parlare di due movimenti politici che la rivoluzione, poi, l’hanno fatta davvero.

diego fusaro sovranisti italiani

Fusaro vuole eleggere i sovranisti italiani tra i rivoluzionari. Quindi estende il concetto di lotta di classe dal campo sociale a quello culturale per dire che i movimenti davvero rivoluzionari sono quelli che portano avanti una “lotta superstrutturale tra visioni del mondo diverse e antagonistiche, tra prospettive non componibili e in aperto contrasto”. Fermiamoci un attimo perché non vogliamo fare un trattato di filosofia e cerchiamo di capire se questa definizione può calzare ai partiti e movimenti che sostengono oggi il governo Conte. Che il Movimento 5 Stelle abbia una visione antagonistica è noto fin dalla sua fondazione, anzi, da prima ancora, dai Vaffa-day quelli sì rivoluzionari, nella forma e nei contenuti. Così come è sempre stato antagonista l’atteggiamento (e l’azione fino ad un certo punto) nella sfera istituzionale, dai livelli locali fino alla politica nazionale, a partire dalle elezioni politiche del 2013. Può definirsi anche “lotta di classe” l’azione politica volta all’eliminazione dei privilegi della casta, storica battaglia del M5S, così come la perseveranza nella realizzazione di istituti a tutela dei più deboli, quali ad esempio il reddito di cittadinanza. Di sovranismo oggi nel M5S resta l’atteggiamento euroscettico, il resto è “statalismo di sinistra”: nazionalizzazioni, sussidi, controllo verticistico.

salvini sovranisti italiani

Non si può dire la stessa cosa, invece, della Lega di Matteo Salvini. Il leader leghista ha elaborato una strategia politica antagonista soltanto per alcuni temi particolarmente cari al suo “popolo”. In primis l’immigrazione, poi il fisco. Difficile però sostenere che nell’azione politica della Lega, almeno quella dell’era di Matteo Salvini, ci siano elementi rivoluzionari, di “lotta superstrutturale”. Ci sono elementi rivoluzionari nella comunicazione, in particolare su alcuni temi: dell’immigrazione abbiamo detto, ma altrettanto si può dire dell’Europa, della burocrazia e del malaffare. Ma per quanto riguarda la “lotta di classe”, Salvini e soci stanno con un popolo eterogeneo e davvero ben poco propenso a rivoluzioni dell’ordine costituito. Un popolo che spazia dai pensionati incattiviti del Nordest, ossessionati dai “negri e dagli zingari”, al popolo delle partite Iva individuali strozzate dal fisco, dagli antiabortisti ultra-cattolici agli imprenditori agricoli incazzati da sempre con l’Europa. Croce e aratro insomma, proprio come vuole il teorico della nuova destra identitaria mondiale, Steve Bannon, che non a caso è “innamorato” di Salvini.

sovranisti italiani

Insomma se Fusaro intendeva definire Lega e Movimento 5 Stelle forze politiche rivoluzionarie perché anti-sistema a parole, negli atteggiamenti, nei proclami quotidiani sui social ci trova d’accordo. Ma che il programma del governo Conte, un mix perfetto tra quelli di Lega e M5S, e di conseguenza la sua azione politica abbiano contenuti rivoluzionari, proprio no. Dal decreto sicurezza al Dl fiscale, per non parlare dei provvedimenti ancora in fase di definizione come quello che darà vita al reddito di cittadinanza, c’è davvero ben poco di rivoluzionario. C’è un mix di provvedimenti assistenzialisti e di pura costruzione del consenso elettorale. Identitari forse, rivoluzionari proprio no, nel senso che i programmi e le azioni politiche fin qui viste influiscono se non in minima parte sulle dinamiche sociali congelate da anni in Italia come nel resto dell’Europa. C’è un po’ di destra (xenofoba) e un po’ di sinistra (statalista), ma davvero ben poco di realmente rivoluzionario. Rivoluzionario sarebbe stato dire “ce ne freghiamo dello spread, usciamo dal sistema Bce che ci strangola e vendiamo il debito al migliore offerente”. Ah già, ma loro sono sovranisti non lo possono dire. Non lo diranno nemmeno alla fine, quando saranno costretti a provare a farlo. Quando non ci sarà più nulla di rivoluzionario nel dire all’Europa “facciamo da noi”. Ha voglia a parlare Fusaro di lotta degli “schiavi contro il signore mondialista”: il signore se la ride se gli schiavi pensano di sconfiggerlo lottando a mani nude, mentre lui indossa un’armatura d’acciaio. Essere rivoluzionari oggi vuol dire parlare alla “pancia del popolo” e gioire della “sconfitta del nemico” o avere una visione del futuro senza nemici, dove la libertà e la giustizia sociale diventano l’essenza stessa delle istituzioni? Se è così i sovranisti italiani sono una mera invenzione, un escamotage di comunicazione politica anche poco originale.

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I poteri forti pronti ad affondare Giggino. Salvini? Punta a Palazzo Chigi e a Bruxelles https://www.business.it/i-poteri-forti-pronti-ad-affondare-giggino-salvini-punta-a-palazzo-chigi-e-a-bruxelles/ Thu, 18 Oct 2018 09:30:11 +0000 https://www.business.it/?p=33569 I segnali concordano tutti. I poteri forti non hanno mai amato il governo gialloverde, ma ora è chiaro che intendono affondarlo prima possibile. Nel mirino c’è però solo una delle due gambe dell’alleanza che tiene in piedi (si fa per dire) il governo Conte. Si tratta ovviamente del Movimento 5 Stelle, nonostante le diverse calate… Read More »I poteri forti pronti ad affondare Giggino. Salvini? Punta a Palazzo Chigi e a Bruxelles

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I segnali concordano tutti. I poteri forti non hanno mai amato il governo gialloverde, ma ora è chiaro che intendono affondarlo prima possibile. Nel mirino c’è però solo una delle due gambe dell’alleanza che tiene in piedi (si fa per dire) il governo Conte. Si tratta ovviamente del Movimento 5 Stelle, nonostante le diverse calate di braghe cui Luigi Di Maio è stato costretto per salvare il salvabile. Un Di Maio in grave difficoltà anche sul fronte interno, con l’accoppiata Di Battista-Fico pronta a fargli le scarpe, inanella un errore tattico dietro l’altro. Come l’ultimo, clamoroso, sulla presunta manipolazione del testo del Decreto fiscale e l’annuncio in Tv di volerla denunciare alla Magistratura. Un clamoroso autogol, anzi un vero e proprio harakiri, che fa incrinare i rapporti, finora, buoni, con Matteo Salvini. A tutto vantaggio del leader leghista che da Mosca annuncia di volersi candidare addirittura alla guida dell’Ue.

di maio

Insomma, Giggino Di Maio è stato molto incauto. Nessuno gli chiedeva di flirtare con Confindustria, con la comunità finanziaria, con il partito antifisco. Ma certo l’atteggiamento da Masaniello 4.0 ha fatto accelerare un processo che era già nell’aria da tempo. Sul fronte degli industriali è il solo presidente di Confindustria Boccia a criticare pesantemente la manovra del governo Conte. «Non ci sono investimenti, è un ritorno al passato nel quale si sono dimenticati dei giovani e del Sud. Una manovra a debito sulle spalle delle prossime generazioni», ha detto il presidente dei giovani industriali Alessio Rossi ieri a margine della presentazione della 33esima edizione del meeting dei giovani industriali di Capri. «Questo non è il governo del cambiamento, ma un governo del ritorno al passato che indebita le future generazioni –  ha rincarato la dose Rossi –  Fa pagare la spesa corrente, di investimenti non c’è nulla. Il debito si può fare  se si hanno prospettive di crescita, non per pagare la spesa corrente e i regali elettorali». Ciao ciao Giggino, al prossimo giro non prendiamo nemmeno in considerazione il sostegno a un governo con te dentro.

Su questo fronte, l’ultima rottura del Dl fiscale rischia di aggravare ancor di più la posizione del M5S. Matteo Salvini cercherà in ogni modo di smarcarsi, avendo dovuto accettare il compromesso con l’alleato assistenzialista su reddito e pensione di cittadinanza. Lo si è visto sulla questione Tap, dove i “poteri forti” giocando di sponda con Salvini hanno ottenuto il risultato di salvare il progetto del mega gasdotto, strategico sì anche per l’Italia ma soprattutto per il gruppo di potere (aziende multinazionali, manager ed ex politici di caratura internazionale come Tony Blair) che lo sta incubando da tempo. Ora Salvini ancora una volta sfrutterà l’errore tattico di Di Maio sul Dl Fiscale per passare da “salvatore della Patria” e portare la manovra intatta all’approvazione del Parlamento. Ma gli scenari nel breve termine parlano di crisi e di elezioni.

L’avevamo detto in tempi non sospetti, le elezioni politiche anticipate sono una prospettiva a breve termine, anche se gli schieramenti politici potrebbero essere molto diversi da quelli ipotizzati in estate. Il tempo potrebbe scadere a gennaio 2019, con un mese di transizione, per poi andare a scioglimento delle camere a febbraio. Ci sarebbero poi i tempi tecnici per indire elezioni politiche anticipate in concomitanza con le europee. Allora Salvini potrebbe giocarsi il tutto per tutto, sostenuto dall’alleanza sovranista pan-europea, cui il leader della Lega ha già aderito su invito di Steve Bannon. Salvini è ambizioso a tal punto da immaginare di prendersi in un sol colpo Italia e – con i soci dell’estrema destra nazionalista europea, a partire da Marine Le Pen – l’Europa. Chi è rimasto a mettergli i bastoni tra le ruote? L’opposizione al governo Conte appare al momento agonizzante. Il Centrodestra è inesistente, con Forza Italia abbandonata ad un triste declino da un Berlusconi incapace di nominare il suo successore, i centristi scomparsi dalla faccia della terra e Fratelli d’Italia sempre più incapace di ritagliarsi uno spazio politico a destra della Lega. Per non parlare del Pd, ancora indeciso sui tempi del congresso che dovrà eleggere il successore di Matteo Renzi.

L’unico che potrebbe frenare la corsa al potere di Salvini è il presidente Mattarella. Ma i numeri sono numeri e in assenza di un sostegno ampio all’ipotesi (al momento disperata) di un governo del Presidente, al Colle non resterebbe che prendere atto della nuova crisi e sciogliere le Camere. In questo scenario, i poteri forti aspettano di giocare – a tempo debito – tutte le carte disponibili. Dalla strategia di logoramento a colpi di spread si passerà a breve alla strategia di demolizione, con la fuga degli investitori e delle aziende internazionali. Si salvi chi può insomma, a meno che non arrivi Salvini.

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Ecco come va a finire a furia di calare le braghe con Salvini: resa dei conti in arrivo per Giggino Di Maio https://www.business.it/resa-dei-conti-giggino-di-maio/ Wed, 17 Oct 2018 05:30:07 +0000 https://www.business.it/?p=33437 Ha voglia Giggino Di Maio a tessere le lodi della manovra del popolo. Il Movimento è in subbuglio. Troppi i rospi che il piccolo condottiero di Pomigliano d’Arco ha deciso di far ingoiare ai militanti pentastellati. A partire da quella Pace fiscale che alla fine è un condono, seppur ridimensionato. Vaglielo a spiegare a chi… Read More »Ecco come va a finire a furia di calare le braghe con Salvini: resa dei conti in arrivo per Giggino Di Maio

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Ha voglia Giggino Di Maio a tessere le lodi della manovra del popolo. Il Movimento è in subbuglio. Troppi i rospi che il piccolo condottiero di Pomigliano d’Arco ha deciso di far ingoiare ai militanti pentastellati. A partire da quella Pace fiscale che alla fine è un condono, seppur ridimensionato. Vaglielo a spiegare a chi urlava “galera, galera” per gli evasori fiscali. A parte che era già prevista, ma ora è davvero una barzelletta visto che gli evasori più piccoli godranno di parecchi benefici. E poi c’è il Tap, il gasdotto della vergogna per la Puglia dove migliaia di ulivi sono stati sradicati per far passare la condotta che porterà il carburante prezioso per l’economia di mezza Europa. Sì, il Tap, quello odiato da migliaia di cittadini pugliesi riuniti dapprima in comitati spontanei. Come quello nato a Melendugno, nel Brindisino, dove il gasdotto monstre dovrebbe riemergere dal mare provocando sulla spiaggia di San Foca una ferita mostruosa allo splendido paesaggio salentino. Comitati che sono stati sostenuti fin dall’inizio dal Movimento 5 Stelle.

Giggino Di Maio

Già, ma in nome dell’alleanza con Salvini, Giggino se ne è dimenticato. Oppure se ne è fregato, come iniziano a sostenere sempre più voci dentro al Movimento. Se le indiscrezioni che giungono dalla periferia del regno pentastellato in queste ore rispondono a verità, Di Maio deve guardarsi le spalle, da stasera, almeno ogni dieci minuti. Sono in arrivo vere e proprie coltellate che possono lasciare agonizzante in una pozza di sangue il Salvimaio. E con esso trascinare nella pozza anche il Movimento 5 Stelle, troppo combattuto tra l’anima pragmatica ma spesso troppo cinica di Di Maio e soci e quella più verace (ma anche paracula) di Alessandro Di Battista e Roberto Fico. Se i sondaggi dicono al momento che i pentastellati stanno finalmente respirando dopo mesi di opprimente dominio salviniano, il respiro rischia di essere più che altro un fiato corto.  Non si vive di solo reddito di cittadinanza, anzi, il rischio autogol è abbastanza elevato.

Giggino Di Maio e Di Battista

C’è attesa soprattutto per le mosse degli avversari interni di Di Maio. Quello che ha le mani più libere al momento è Alessandro Di Battista. Il caudillo del M5S sudista è ancora ufficialmente in viaggio per il mondo, ma sono settimane che si parla di un suo rientro in Italia, per assumere un ruolo di primo piano nel Movimento e nel governo. Nell’ipotesi di un Conte-bis, con Giggino Di Maio costretto alla resa dalla rivolta del M5S, gli esperti di scenari vedono un “Dibba” assumere la duplice veste di vicepremier e Ministro degli esteri. Quanto ci sia di possibile e probabile in questi scenari non è dato saperlo. Sicuramente sappiamo che i sostenitori di Di Battista dentro al M5S in queste ore stanno scalpitando non poco. I malumori crescono e stanno diventando un pericoloso rumore di fondo.

Allo stesso modo, ma all’interno di una prospettiva completamente diversa, salgono le quotazioni di Roberto Fico. Nel caso in cui il governo Conte dovesse cadere sotto i colpi della speculazione e la palla tornasse nelle mani del Presidente Mattarella, Roberto Fico è uno dei candidati naturali per un governo di responsabilità nazionale. Un’ipotesi certamente al momento remota, ma sempre possibile, è proprio quella di un governo del Presidente, quasi sicuramente senza la Lega di Matteo Salvini, nel quale la poltrona di premier sarebbe proprio perfetta per l’attuale reggente di Montecitorio. Dentro al M5S sono in molti a pensarlo, anche se sono poco propensi a farlo sapere. Insomma, da qualunque parte si osservi la situazione la resa dei conti per Giggino Di Maio è in arrivo.

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Aratro e croce, ecco servita la nuova classe cristiano-sovranista “made by Bannon” https://www.business.it/aratro-e-croce-ecco-servita-la-nuova-classe-cristiano-sovranista-made-by-bannon/ Mon, 15 Oct 2018 14:44:05 +0000 https://www.business.it/?p=33334 In una mano l’aratro, nell’altra la croce: l’antica sapienza benedettina per salvare l’Occidente cristiano. E’ l’ambizioso e lasciateci dire un po’ discutibile progetto della Scuola di formazione politica voluta in Italia da Steve Bannon, l’ideologo della nuova destra identitaria mondiale che sta facendo sognare i sovranisti cattolici di tutta Europa. A dirigere il Dignitatis Humanae Institute,… Read More »Aratro e croce, ecco servita la nuova classe cristiano-sovranista “made by Bannon”

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In una mano l’aratro, nell’altra la croce: l’antica sapienza benedettina per salvare l’Occidente cristiano. E’ l’ambizioso e lasciateci dire un po’ discutibile progetto della Scuola di formazione politica voluta in Italia da Steve Bannon, l’ideologo della nuova destra identitaria mondiale che sta facendo sognare i sovranisti cattolici di tutta Europa. A dirigere il Dignitatis Humanae Institute, così si chiama la creatura di Bannon con sede in Ciociaria a Trisulti, nella splendida Certosa che l’ex ideologo di Trump si è aggiudicato per i prossimi diciannove anni vincendo una gara dal Ministero dei Beni Culturali, c’è Benjamin Harnwell. Il 40enne inglese è anche il primo laico a guidare questo monastero cistercense nato nel 1204 su volere di Papa Innocenzo III.

Dunque tra le mura di Trisulti si allenerà la nuova classe politica cristiano-sovranista immaginata da Bannon per la dimensione europea. Ma la Scuola non sorge a caso in Italia: il cuore di Bannon batte forte per Salvini, che da tempo ha sposato il suo “The Movement”. come dichiarato dallo stesso Bannon il nostro paese, alle prese con l’esperienza del governo gialloverde che lo “proietta al centro dell’attenzione mondiale”, è il terreno di coltura ideale per le nuove leve della destra identitaria europea. Il Dignitatis Humanae Institute sta creando alla Certosa di Trisulti la propria fortezza, dove tenere corsi di formazione per coloro che “vogliono prendere in mano la lotta per la difesa dell’Occidente, compresa la classe politica del futuro”, afferma Benjamin Harnwell in una recente intervista.

Da dove arriva questo Harnwell e quale sia il suo pensiero ve lo raccontiamo subito. Era capo ufficio del deputato europeo Nirj Deva, del Partito conservatore britannico, quando fu colpito da una vicenda che riguardò l’allora ministro italiano Rocco Buttiglione. Harnwell ricorda la bocciatura di Buttiglione alla vicepresidenza della Commissione Ue perché aveva dichiarato che gli “atti omosessuali sono peccaminosi”, ossequioso al dettame della Chiesa Cattolica. “C’è questa abitudine per cui i cristiani, quando rivestono incarichi politici debbono spogliarsi dei propri principi personali e più profondi. È una richiesta che non viene fatta ad esponenti di altre religioni né ad appartenenti a organizzazioni varie”, sostiene Harnwell mettedono subito in chiaro come l’orgoglio cattolico ed il conservatorismo sui valori fondanti della società cristiana siano le basi di partenza del modello Trisulti.

Una replica del processo di costruzione della nuova classe politica americana nell’era Trump guidato da Bannon, ma senza alcuna velleità di legami con l’ultra-liberismo di certi ambienti oltreoceano. “La difesa di Buttiglione da parte degli esponenti del Partito popolare europeo fu molto debole, perché non c’è una formazione adeguata tra i politici cristiani su come affrontare le sfide moderne”. E’ il pensiero di Harnwell, che a partire da questa vicenda insieme ad una dozzina di amici e colleghi, decise di gettare le basi “per un progetto a metà tra la sfera politica e quella ecclesiale, un laboratorio culturale che sostiene i politici cristiani a testimoniare la fede nel proprio lavoro, senza paura, perché la Chiesa ha contribuito allo sviluppo della civiltà occidentale e deve contribuire ancora oggi”. Ecco quindi nascere il Dignitatis Humanae Institute.

Il rapporto con Steve Bannon è più recente.  L’idillio è nato infatti ad un convegno organizzato in Vaticano nel 2014 dal Dignitatis Humanae Institute, quando Bannon, intervenendo come relatore, sostenne che “promuovere l’antropologia cristiana, cioè il riconoscimento dell’Imago Dei e dunque della dignità di ogni essere umano, è un pilastro non solo del Cristianesimo, ma della civiltà occidentale”. Non è certo così, perché con buona pace di Bannon la civiltà occidentale è stata plasmata da esperienze e filosofie diverse, spesso discordanti, anche nell’alveo dello stesso Cristianesimo.  Ma questa affermazione di Bannon ha colpito Harnwell a tal punto da costituire l’inizio del sodalizio tra i due e il “decollo” del Dignitatis Humanae Institute da centro studi di un piccolo movimento di studiosi alla scuola di formazione politica del futuro Partito Sovranista pan-Europeo.

Formare una nuova classe politica, consapevole e fiera delle proprie radici cristiane, dell’importanza di valori come la difesa della patria, della famiglia e della propria diversità culturale. In attesa di chiarire le sue posizioni sulle questioni economiche, che già dividono i sovranisti di casa nostra, Harnwell per le linee guida del suo progetto di formazione politica sposa in pieno il pensiero di Bannon. “Ogni popolo deve essere sovrano nella propria terra, non devono esserlo né le elite finanziarie né gli americani”. Poi di Bannon dice che “vuole aiutare i popoli europei ad essere più autenticamente sé stessi dinanzi ai poteri globalisti che vogliono plasmare un solo popolo e un solo governo, abbiamo solo da perdere a non ascoltarlo”.

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Italexit: lo scenario apocalittico che fa tremare più Bruxelles di Roma https://www.business.it/italexit-lo-scenario-apocalittico-che-fa-tremare-piu-bruxelles-di-roma/ Sun, 14 Oct 2018 15:31:41 +0000 https://www.business.it/?p=33242 Non ci sono dubbi, Italexit fa più paura a Bruxelles che a Roma. La possibilità che l’Italia esca dall’Euro, la moneta unica considerata una prigione dall’alleanza sovranista al governo da pochi mesi a Roma, continua ad essere solo una lontana ipotesi. Ma lo scenario in cui matura anche solo l’ipotesi di Italexit è oggetto di… Read More »Italexit: lo scenario apocalittico che fa tremare più Bruxelles di Roma

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Non ci sono dubbi, Italexit fa più paura a Bruxelles che a Roma. La possibilità che l’Italia esca dall’Euro, la moneta unica considerata una prigione dall’alleanza sovranista al governo da pochi mesi a Roma, continua ad essere solo una lontana ipotesi. Ma lo scenario in cui matura anche solo l’ipotesi di Italexit è oggetto di analisi da molto tempo, da Bruxelles a Francoforte, dove ha sede la Banca Centrale Europea. Sembra quasi scontato ricordare che l’uscita dalla moneta unica di un paese come l’Italia, terza economia dell’Unione, decreterebbe di fatto la fine dell’Europa come l’abbiamo concepita finora. La reazione a catena che s’innescherebbe avrebbe conseguenze ancora difficili da quantificare ma irrimediabilmente negative sulle economie di tutti gli stati membri, a partire da quelli più esposti finanziariamente con Roma.

Italexit, la follia del ritorno alla Lira, sarebbe prima di tutto una sciagura per l’Italia, già alle prese con una lunga crisi mai superata e un debito pubblico mai davvero sotto controllo fin dall’avvio dell’unione monetaria. «Uscire dall’euro avrebbe un costo. Certo. Per questo per l’Italia l’opzione migliore è restare nell’eurozona e riformarla dall’interno. Ma se non fosse possibile cambiare le regole e la struttura della moneta unica, il vostro Paese alla fine potrebbe non avere scelta. L’abbandono dell’euro è solo l’ultima spiaggia». Così aveva parlato solo tre mesi fa Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University. Le parole del premio Nobel per l’economia 2001, così critico nei confronti della moneta unica tanto da dedicarle un libro e additarla come “minaccia per il futuro dell’Europa”, oggi suonano ancora più sinistre.

italexit juncker conte

Se come annunciato il governo Conte confermerà nella Legge Finanziaria i numeri del Def, con il rapporto debito/Pil al 2,4% l’anno prossimo, consegnando il paese agli attacchi continui della speculazione, la rottura tra Roma e Bruxelles potrebbe consumarsi fino alla separazione definitiva. Ma le colpe non stanno tutte a Roma, o meglio, non dipendono esclusivamente dal colore del governo insediato a Palazzo Chigi. Che l’Italia non abbia realizzato fino in fondo le riforme strutturali che le avrebbero permesso di tornare a crescere è chiaro a tutti. Ma non sono solo i sovranisti a sostenere che l’Eurozona così come è oggi non può più funzionare, anche se, è bene ribadirlo, le soluzioni proposte sono radicalmente diverse. Ancora Stiglitz: «Ciò che andrebbe riformato strutturalmente, invece, è l’Eurozona. Se non si arriva a un minimo di condivisione dei rischi, l’Unione monetaria non può sopravvivere. La Germania deve capirlo». 

Già, la Germania. Dopo aver imposto i tassi di cambio nel 2002 ed aver ammazzato il potere d’acquisto della classe media, almeno in Italia, i tedeschi dopo il sanguinoso salvataggio della Grecia, hanno dovuto ingoiare la pillola del sostegno al debito pubblico dei paesi meno virtuosi, tra questi l’Italia. Ma ora che il Quantitative Easing è agli sgoccioli e il mandato di Mario Draghi è quasi in scadenza, come sarà affrontato il problema del debito crescente? C’è un conflitto latente tra Roma (ma anche Madrid, Lisbona) e Bruxelles, un conflitto irrisolvibile se non con una profonda riforma o una rottura. E sono entrambe soluzioni che al momento fanno tremare più Bruxelles che Roma.

Già, perché secondo Stiglitz ma anche secondo molti altri analisti che pure non hanno mai lontanamente aspirato ad un premio Nobel, l’unica soluzione per salvare l’Unione Europea e la sua moneta unica è l’Unione bancaria con la garanzia unica sui depositi. Altro che Bail-in, insomma. «Serve per evitare fughe di capitali dai Paesi deboli a quelli forti: se fosse fatta, i rischi nei Paesi deboli calerebbero di molto. Invece in Europa si segue la morale di Sant’Agostino: si dice che tutti saranno salvati dai peccati, ma non ora», afferma Stiglitz.

Insomma, un’Unione non può basarsi semplicemente sull’utilizzo della stessa moneta corrente e su regolamenti che non incidono realmente sulla crescita, anzi, molto spesso la vincolano, deprimendola. Così come la soluzione non è l’irresponsabilità, “non mi dai flessibilità, quindi me la prendo violando le regole”, come stanno facendo oggi Salvini e Di Maio. La soluzione è fatta di responsabilità, solidarietà e strumenti comuni: questa sarebbe una vera Unione. Perché invece di demandare ai singoli stati la scelta di erogare o meno sussidi per il sostegno del reddito (anche indebitandosi pesantemente come pensa di fare l’Italia con il reddito di cittadinanza), l’Europa non ha scelto un’assicurazione unica contro la disoccupazione? Perché non è mai stato immaginato un meccanismo europeo che scatti quando il tasso di disoccupazione in un Paese supera certi livelli?

italexit

Si parla da anni di un bilancio comune, ma serve più coraggio. Servono risorse vere per sostenere i Paesi che finiscono in crisi e che non hanno più la possibilità di svalutare la moneta per risollevarsi, se non aumentando il debito e facendo così pericolosamente il gioco della speculazione come l’Italia in questi giorni di spread galoppante. E non esistono solo i capitoli di spesa. Pensiamo agli investimenti, centrali per la crescita di qualsiasi paese: la Cina sta investendo miliardi per cambiare la sua geografia economica. In Europa, invece, il budget comunitario per gli investimenti in infrastrutture è insufficiente. Gli stati membri non sono abbastanza interconnessi e alla fine le scelte di ciascuno diventano giocoforza più onerose, spesso insostenibili.

Il vero timore, dopo la Brexit, non è dunque tanto quello di una pur disastrosa Italexit quanto quello di una rovinosa e catastrofica implosione di Bruxelles, incapace di pensare al suo futuro. Un’Europa preda dell’assalto populista che da Roma, Budapest, Vienna passando per Germania e Svezia i sovranisti aizzati del guru d’oltreoceano Steve Bannon stanno preparando da tempo, sotto gli occhi di tutti. Eccetto che di quelli, spesso troppo miopi, dei maggiorenti di Bruxelles chiusi nel palazzo di vetro in attesa degli eventi.

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Giovanardi continua a dimostrare quello che è: “Di cosa dovrei chiedere scusa? Cucchi è morto per droga” https://www.business.it/giovanardi-di-cosa-dovrei-chiedere-scusa-cucchi-morto-per-droga/ Sat, 13 Oct 2018 05:58:42 +0000 https://www.business.it/?p=33188 L’ex senatore Giovanardi ci casca di nuovo. Sulla morte di Stefano Cucchi, nonostante le recenti dichiarazioni di Francesco Tedesco – imputato insieme ai colleghi carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per omicidio preterintenzionale – che ieri, dopo nove anni di silenzi, omissioni e depistaggi, si è liberato la coscienza e ha ammesso il pestaggio… Read More »Giovanardi continua a dimostrare quello che è: “Di cosa dovrei chiedere scusa? Cucchi è morto per droga”

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L’ex senatore Giovanardi ci casca di nuovo. Sulla morte di Stefano Cucchi, nonostante le recenti dichiarazioni di Francesco Tedesco – imputato insieme ai colleghi carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per omicidio preterintenzionale – che ieri, dopo nove anni di silenzi, omissioni e depistaggi, si è liberato la coscienza e ha ammesso il pestaggio da parte dei suoi due compagni d’Arma ai danni del geometra romano morto soffocato in seguito alle lesioni riportate, l’intransigente ultracattolico ex ministro non cambia idea e insiste con invettive nei confronti della famiglia del ragazzo e difese a spada tratta, contro ogni ragionevolezza, delle forze dell’ordine, anche quelle che non onorano la divisa. E lo fa ostinandosi, contro ogni senso della decenza, a non voler chiedere scusa.

giovanardi

“Di cosa dovrei chiedere scusa? Cucchi è morto per droga, facciamo finire i processi prima di condannare i carabinieri” afferma”: sono passati 9 anni ma, contrariamente ad ogni evidenza, il mantra giovanardiano è sempre quello. Stefano Cucchi è morto per droga. Neanche la confessione di chi era presente al massacro di un ragazzo di appena 37 chili (“un anoressico” sentenziò all’epoca dei fatti il nostro Giovanardi) serve a insinuare il tarlo del dubbio nella mente dell’ex leader dei Popolari liberali: per lui la droga provoca ecchimosi, contusioni, ossa rotte e volti tumefatti. E Cucchi era “un drogato”. Stavolta, per lo meno, ha omesso però di dire che era anche “un sieropositivo”, come fece invece 9 anni fa a commento della morte del giovane.

stefano cucchi dichiarazioni giovanardi

Insomma, Giovanardi non si scusa. E rincara la dose contro Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che da nove anni si batte per avere giustizia. “È stata brava a convincere il Comune di Roma ad intitolare una via al fratello, che non è un benemerito della Nazione” la schernisce imperterrito e incurante del fatto che, a seguito della confessione di Tedesco, sono finiti sotto inchiesta anche altri due carabinieri della stazione di Tor Sapienza, Francesco Di Sano e Massimiliano Colombo (comandante della stazione stessa), accusati di falso ideologico e soppressione di documento pubblico. Dal canto suo, Francesco Tedesco si è invece detto “rinato”. “Ora non mi interessa nulla se sarò condannato o destituito dall’Arma – dichiara tramite il proprio avvocato -, ho fatto il mio dovere, quello che volevo fare fin dall’inizio e che mi è stato impedito”. Meglio tardi che mai.

ilaria cucchi attaccata da giovanardi

“Quando smetterete di dire che siete caduti dalle scale?” chiede, nel film “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini sul caso Cucchi, un agente penitenziario ad Alessandro Borghi, che interpreta il sofferente geometra ucciso. “Quando le scale smetteranno de menacce” risponde il protagonista. A credere alle scale assassine oramai resta solo Giovanardi.

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Banche italiane e titoli di Stato: quali rischiano di più con lo spread da record https://www.business.it/banche-italiane-rischio-spread-record/ Thu, 11 Oct 2018 10:11:59 +0000 https://www.business.it/?p=33017 Anche se lo stock di titoli di Stato detenuto dalle banche italiane è in calo, la preoccupazione per quello che sta accadendo in queste ore, con lo spread a 307 punti base, resta molto alta. Le banche italiane sono in allarme per la crescita dei rendimenti dei Btp, conseguenza naturale dello spread che galoppa. E… Read More »Banche italiane e titoli di Stato: quali rischiano di più con lo spread da record

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Anche se lo stock di titoli di Stato detenuto dalle banche italiane è in calo, la preoccupazione per quello che sta accadendo in queste ore, con lo spread a 307 punti base, resta molto alta. Le banche italiane sono in allarme per la crescita dei rendimenti dei Btp, conseguenza naturale dello spread che galoppa. E anche come riposta il bollettino mensile di Bankitalia ad agosto 2018 l’ammontare dei titoli di Stato in pancia agli istituti di credito è sceso a 364 miliardi di euro dai 373 miliardi di luglio, principalmente per il calo della quota di Btp detenuti (passati da 265 a 256 miliardi tra luglio e agosto), l’impegno finanziario per le banche con i rendimenti in rialzo si è fatto pesante. Dal luglio del 2017 gli istituti avevano iniziato a dismettere i titoli fino a toccare il minimo di 323 miliardi alla fine dello scorso anno. Quindi la risalita nei mesi successivi del 2018, l’arrivo del nuovo governo, le tensioni sui mercati per la manovra 2019 in deficit, lo spread in rapida ascesa.

Ora è evidente che con uno spread in risalita oltre i 300 come in questi giorni o addirittura verso i 400 punti come paventano molti analisti, la situazione per le banche italiane più esposte con i titoli di Stato italiani diventi davvero complicata.  La crescita del differenziale Btp/Bund pesa in maniera diretta a causa dell’indebolimento del loro capitale (Cet1) per via delle perdite sul valore dei Btp in portafoglio. Ma in maniera indiretta, anche se per ora è solo un rischio, le banche potrebbero riscontrare condizioni di finanziamento più difficili quando cercano capitali sul mercato. E questi due elementi si riflettono sui valori di Borsa delle banche del nostro paese, in caduta libera.

Secondo un recente report di Citigroup, per ogni rialzo medio dello 0,5% (50 punti base) dello spread, il differenziale fra il rendimento dei Btp a 10 anni e dei Bund tedeschi, il Cet1 ratio Fully loaded delle banche (cioè il parametro utilizzato dalla Bce per giudicarne la solidità) perde nel complesso 19 punti base. Le banche considerate in questa analisi sono Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Bper, Mediobanca  e Banco Bpm. Secondo Citigroup il peso maggiore è su Banco Bpm, che per ogni 50 punti di spread in più vede calare il Cet 1 di 33 punti base.  I punti sono invece 28 in meno per Ubi, che non a caso ha venduto di recente il 30% dei Btp. Unicredit ha invece un impatto di 18 punti base in meno, lo stesso dicasi per Intesa Sanpaolo, la banca che più ha tagliato titoli di Stato italiani in portafoglio, da 65 a 28,4 miliardi di euro i titoli di Stato dal 2013 al secondo trimestre di quest’anno. Il calo del Cet1 Fully loaded sarebbe infine di  12 punti per Bper e solo 4 punti in meno nel caso di Mediobanca.

Ma quali sono le banche italiane più a rischio con l’aumento dello spread, proprio perché hanno in pancia più Btp? Secondo un report di Credit Suisse che risale a fine maggio sarebbero Unicredit, esposta per 51,3 miliardi di titoli di Stato italiani (su un totale di 101 mld di bond governativi), Intesa Sanpaolo per 78 miliardi su 106 miliardi totali, Mps per 18,3 miliardi, Ubi per 10,3 miliardi, Banco Bpm per 19 miliardi (su 26,3 mld) e Bper per 5,1 miliardi (su 5,8 mld totali).

Queste banche vedrebbero quindi peggiorare i parametri con cui viene valutata la loro solidità e, nei casi più gravi, sarebbero costrette ad onerose ricapitalizzazioni. Il Cet1 ratio indica la solidità patrimoniale di una banca ci dice se la stessa è in grado di coprire eventuali perdite con le risorse a disposizione. In realtà questo valore è frutto di una media di tre indici che insieme definiscono la robustezza di un istituto bancario: il Cet1, cioè il capitale pronto all’uso, il Tier1 che oltre al capitale pronto include le azioni di risparmio e infine il Tcr, Total Capital Ratio, che indica il patrimonio totale rapportato alle attività ponderate per il rischio. Secondo le direttive della BCE, per essere considerata solida una banca deve presentare un Cet1 minimo dell’8% e un Tcr del 10,5%. Si tratta di parametri rimodulabili in base agli obiettivi di ogni singola banca. La tabella che pubblichiamo qui sopra, frutto della collaborazione tra Corriere della Sera e Università Bocconi, mostra gli istituti bancari italiani considerati più solidi e sicuri proprio in base a questi parametri. Ma la tabella con lo spread di questi giorni, per i motivi che vi abbiamo spiegato in precedenza, rischia di essere irrimediabilmente vecchia.

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Il disperato piano B di Mattarella e Draghi: ecco come sarà il governo del Presidente https://www.business.it/il-disperato-piano-b-di-mattarella-e-draghi-ecco-come-sara-il-governo-del-presidente/ Wed, 10 Oct 2018 18:01:03 +0000 https://www.business.it/?p=32893 L’incontro tra il governatore della Bce Mario Draghi e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non è proprio andato giù alla maggioranza. Nei quartieri generali di Lega e Movimento 5 Stelle dal 3 ottobre scorso giocano a freccette con il ritratto dei due che dialogano sugli scenari politici futuri. Battute a parte, la sensazione è… Read More »Il disperato piano B di Mattarella e Draghi: ecco come sarà il governo del Presidente

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L’incontro tra il governatore della Bce Mario Draghi e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non è proprio andato giù alla maggioranza. Nei quartieri generali di Lega e Movimento 5 Stelle dal 3 ottobre scorso giocano a freccette con il ritratto dei due che dialogano sugli scenari politici futuri. Battute a parte, la sensazione è che l’inatteso asse Bce-Quirinale serva per preparare un piano B. Una exit strategy insomma, nel caso in cui il governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte cada sotto i colpi della speculazione. E che non bisogna perdere tempo è piuttosto chiaro sia a Mattarella che a Draghi, con lo spread che anche oggi ha superato quota 300 e con l’imminente fine del Quantitative Easing, il sostegno ai titoli di Stato italiani da parte della Bce.

Qualcuno ha parlato di Italia in “amministrazione controllata” da parte dei poteri economici. Semmai possiamo parlare di Italia in balia dei poteri finanziari: senza il Quantitative Easing della Bce il rischio è che lo spread prenda il volo per superare quota 500 e faccia così schizzare alle stelle gli interessi sui nostri titoli di Stato. Draghi e Mattarella pensano dunque a un governo di salvezza nazionale per scongiurare il pericolo di un default, quello dell’Italia, devastante per tutta l’Europa. Ma si tratta di un progetto che nasce tra mille incognite, la prima proprio sull’operazione di salvataggio dei titoli di Stato italiani. Parliamo di quello che viene definito “operation twist”. Si tratta del rinnovo prima della scadenza di quei titoli italiani già in pancia alla Bce con una ri-emissione a lunga scadenza di altri titoli. Insomma, un nuovo Quantitative Easing mascherato. Ma soprattutto ci vuole una marcia indietro rispetto alla manovra 2019 che ha già previsto oltre 21 miliardi in deficit su un totale di 36,7. E per fare questo ci vuole un nuovo governo.

Chi sia disponibile ad imbarcarsi in un’avventura del genere è davvero difficile capirlo oggi. Se dovesse arrivare una nuova bocciatura dalle agenzie di rating (il 26 ottobre arriverà il giudizio di Standard & Poors) e lo spread dovesse davvero superare quota 500 mettendo in seria difficoltà gli istituti di credito più esposti, la situazione potrebbe precipitare anche prima dell’approvazione definitiva della Legge di stabilità 2019. In questo caso la strada del governo di responsabilità nazionale o “del Presidente” come si voglia chiamarlo sarebbe l’unica alternativa ad un nuovo ricorso alle urne. Un nuovo voto in primavera, con l’Italia sotto attacco della speculazione e in esercizio provvisorio di bilancio, sarebbe però uno degli scenari più pericolosi in assoluto. Mattarella lo sa e dalle parti del Quirinale non si vuol sentir nominare nemmeno lontanamente la parola elezioni anticipate.

La pensa allo stesso modo, ma per il motivo opposto, anche Matteo Salvini. Il leader della Lega un giorno sì e l’altro pure insiste nel ribadire che il Governo di cui è vicepremier procederà per la sua strada, senza condizionamenti e senza cedere ai ricatti degli speculatori. Ostenta sicurezza Salvini e nelle stanze segrete in cui si parla di scenari si ipotizzano elezioni anticipate in concomitanza con le Europee. Elezioni che a leggere gli ultimi sondaggi elettorali sarebbero un trionfo per Salvini e soci. Il ricorso alle urne potrebbe consentire a Salvini di ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento e rinunciare alla faticosa e a tratti innaturale alleanza con il Movimento 5 Stelle.

Dal Movimento 5 Stelle ufficialmente non trapela nulla, nessun commento all’incontro Draghi-Mattarella, nessun piano B in caso di fallimento del governo Conte. “E’ semplicemente impossibile, quindi non ne parliamo” fa sapere una fonte vicina al Movimento. Eppure già nei giorni di tensione con il Ministro delle finanze Tria sui numeri della manovra qualcosa all’interno del M5S si stava muovendo. La fronda anti Di Maio mai sopita ha iniziato ad immaginare almeno una fase due per il governo Conte, con la discesa in campo di un altro dei leader storici pentastellati, Alessandro Di Battista. Ma l’idea di un governo di responsabilità nazionale, magari guidato dal presidente della Camera Roberto Fico, e sostenuto da tutte le forze politiche presenti in Parlamento è considerata fantapolitica. “Piacerà forse a Mattarella, non a noi”, si lascia scappare un militante della prima ora.

Eppure, Mattarella potrebbe giocare proprio questa carta per cercare di salvare il salvabile ed evitare il ricorso alle urne in primavera. Un governo di unità nazionale guidato da Fico difficilmente vedrebbe la partecipazione della Lega e non è detto nemmeno di tutti e 222 i deputati del Movimento 5 Stelle, mentre troverebbe sicuramente l’adesione del Partito Democratico e dell’ala moderata di Forza Italia. L’alternativa? Una riedizione del governo Conte sotto stretto controllo di Quirinale e Bce, almeno fino a quando non scadrà il mandato di Mario Draghi da presidente della Banca centrale europea, il 31 ottobre 2019. A quel punto gli scenari potrebbero cambiare radicalmente.

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Def bocciato anche dal Parlamento: il Governo prova a rimescolare le carte ma i conti non tornano https://www.business.it/def-bocciato-anche-dal-parlamento-il-governo-prova-a-rimescolare-le-carte-ma-i-conti-non-tornano/ Tue, 09 Oct 2018 19:47:27 +0000 https://www.business.it/?p=32877 “Previsioni troppo ottimistiche”. L’Ufficio parlamentare di Bilancio boccia la manovra integrativa al Def presentata dal Governo. E non si tratta di una bocciatura di poco conto. L’Authority istituita per l’attuazione del Fiscal Compact ha valutato dunque “troppo ottimistiche” le previsioni di crescita del Pil reale (1,5%) e nominale (3,1%) che hanno ispirato la manovra gialloverde.… Read More »Def bocciato anche dal Parlamento: il Governo prova a rimescolare le carte ma i conti non tornano

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“Previsioni troppo ottimistiche”. L’Ufficio parlamentare di Bilancio boccia la manovra integrativa al Def presentata dal Governo. E non si tratta di una bocciatura di poco conto. L’Authority istituita per l’attuazione del Fiscal Compact ha valutato dunque “troppo ottimistiche” le previsioni di crescita del Pil reale (1,5%) e nominale (3,1%) che hanno ispirato la manovra gialloverde. La quale esporrebbe il Paese a forti “rischi al ribasso” a causa della “congiuntura debole e delle turbolenze finanziarie”. L’odierno spread sopra 300 non ha certo aiutato a rassicurare l’UpB, che ha quindi emesso una valutazione negativa durante l’audizione in Commissione Bilancio di Camera e Senato di qualche ora fa.

Alle Finanze adesso è corsa contro il tempo, e il ministro Tria, notoriamente contrario alla forzatura del 2,6, è fortemente preoccupato. Anche perché domani, dopo aver relazionato in Parlamento, dovrà partire per partecipare al meeting del Fondo monetario europeo. Ora il documento dovrà subire delle modifiche, come da indicazione dell’Authority di vigilanza sui conti e sulla tenuta del Def, mandando di fatto in fumo la proposta politica con cui M5S e Lega lo hanno varato, o il responsabile del dicastero dovrà convincere (impresa ardua) i tecnici a rivedere il giudizio negativo svelando come fare per far quadrare i conti senza rischi. Ma i numeri non tornano e nessuno meglio di Tria lo sa.

In entrambi i casi, la strada è in salita e il tempo stringe, perché entrò lunedì è atteso a Bruxelles il piano contenente nel dettaglio tutte le misure della manovra che dovranno essere prese in esame dalla commissione. Il termine di consegna, modifiche o meno, è perentorio per scongiurare una procedura di infrazione.

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Bannon, il “diavolo” innamorato di Salvini. Fa il sovranista con il c**o degli italiani https://www.business.it/bannon-il-diavolo-innamorato-di-salvini/ Wed, 03 Oct 2018 12:10:58 +0000 https://www.business.it/?p=32443 Ecco chi sta facendo davvero i giochi di potere sulla testa degli italiani

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Il diavolo vestirà anche Bannon, come ha titolato Il Foglio la lunga intervista dedicata all’ideologo della nuova destra identitaria globale. Ma Steve Bannon è un diavolo innamorato, in particolare dell’Italia. E non parliamo solo di Roma e del suo soggiorno tra i lussi dell’Hotel de Russie. E nemmeno parliamo degli affari, soprattutto quello della splendida Certosa di Trisulti, diventata sede della sua scuola di formazione politica europea per pochi spiccioli. Bannon è innamorato di Matteo Salvini, dei risultati politici conseguiti dalla Lega e dalla sferzata di populismo che ha investito l’Italia. Per molti osservatori sta cercando di salvarsi dal declino che lo ha colpito dopo la sua uscita dallo staff di Trump. “Bannon è un uomo in disgrazia e screditato in America, un uomo che è molto amato dal Ku Klux Klan e dai suprematisti bianchi razzisti perché è un uomo di destra estrema molto pericoloso. Il suo obiettivo è far saltare il progetto europeo, far saltare l’Europa e far trionfare il sovranismo”, ha detto di lui oggi il giornalista economico Alan Friedman in un’intervista radiofonica.

L’ex ideologo dalla campagna elettorale di Donald Trump è sicuro. L’Italia sarà un esempio perché “da voi – dice testualmente – i populisti di destra e quelli di sinistra hanno deciso di mettere da parte le loro differenze e di unirsi per restituire il potere al popolo italiani contro i poteri stranieri che l’avevano usurpato”. Insomma, il tema è quello centrale nella visione di Bannon: sovranisti contro globalisti. E così appare sfumato anche il vecchio dualismo destra-sinistra, come se improvvisamente fosse quasi superfluo nello scenario che vede la sovranità nazionale prima di tutto. Eh no, caro Bannon, forse potrai fregare qualcuno dei tuoi connazionali ma non noi che abbiamo visto crescere politicamente Grillo, Di Maio e soprattutto Salvini.

Matteo Salvini ha trasformato un partito localista, cresciuto con il mito della rivolta fiscale, di Roma ladrona e dei “terroni” mangiapane a tradimento, in un partito nazionalista di destra che non ha però mai messo in soffitta razzismo e xenofobia, anzi, ne ha fatto le basi per accrescere il suo consenso. Forse Bannon dimentica che Salvini era quello che inneggiava al Vesuvio contro i tifosi del Napoli Calcio e proponeva carrozze della metropolitana per soli Milanesi. Altro che sovranità nazionale.  Ma del resto, cosa ti dovresti aspettare da uno come Bannon che ha dichiarato: “la razza bianca è superiore”. Nell’intervista al giornale diretto da Claudio Cerasa Bannon è prodigo di elogi per Matteo Salvini. Prima di tutto sul piano europeo, che è quello che interessa a The Movement, con il quale Bannon vuole scatenare la battaglia populista alle elezioni di maggio 2019. Secondo Bannon il leader della Lega dimostra la sua statura politica che va oltre i confini nazionali quando sposa un nuovo concetto di Europa, non più suddita dei burocrati. La stessa visione di Le Pen e Orban, solo per fare due esempi.

Peccato che Bannon dimentichi di sottolineare che il Front National è per sua stessa natura un partito di estrema destra che ha fatto del razzismo e della xenofobia due bandiere. Lo stesso si può affermare a proposito di Fidesz, la creatura politica con cui Viktor Orban ha conquistato il potere in Ungheria.  Insomma, c’è ben poco di destra moderata e liberale nello schieramento populista che Bannon sta raccogliendo sotto le insegne di The Movement. C’è invece un profumo di estrema destra, conservatrice e fascistoide: lontano persino dall’esperienza narcisista e dirompente di Donald Trump, di cui l’ideologo d’oltreoceano è stato in parte artefice. Bannon invece sostiene che Salvini sia stato coraggioso e che l’antidoto alle cadute improvvise per i populisti italiani sia l’azione, “chiudere i porti agli immigrati”, dice Bannon al Foglio. Ora definire coraggioso prendersi il Ministero dell’interno per giocare ancora con il vittimismo preventivo e addossare ai migranti buona parte della responsabilità per i mali del nostro paese, più che discutibile è ridicolo.

Eppure Bannon vuol farcelo credere e a domanda risponde: “Si sono presi la responsabilità delle aree più critiche del governo”, riferendosi a Salvini e Di Maio alle prese con gli interni, il lavoro e lo sviluppo economico. E mentre attacca i media globali che definiscono il governo gialloverde un’accozzaglia di dilettanti, definisce Matteo Salvini non più solo “una figura europea, ma uno dei leader del movimento sovranista globale”. Se non è amore questo… Poi esalta la sintonia di Lega e Movimento 5 Stelle con la gente comune. “Sa qual è la frustrazione delle persone comuni che cercano di mantenere una famiglia lavorando e facendo sforzi enormi tutti i giorni? Vedere tutte queste forze economiche e questi giochi di potere sopra di loro, la forza dei populisti è dire no”.

Avremmo però chiesto a Bannon se non sia un gioco di potere sopra le teste degli italiani scommettere al buio sul bilancio dello Stato e soffiare sul fuoco dello spread alimentando polemiche con le istituzioni europee. Avremmo chiesto all’ex guru di Trump se considera “sovranista” una politica economica che rischia di mandare a gambe all’aria un paese di sessanta milioni di abitanti, elevando al 2,4% il rapporto Deficit/Pil, condannandolo alle vessazioni della speculazione finanziaria e a pagare interessi sempre più elevati sul debito. Ah già, è più semplice fare il sovranista con il c**o degli italiani.

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Bannon, il direttore d’orchestra dell’estrema destra. La sua strategia eversiva https://www.business.it/bannon-direttore-orchestra-estrema-destra-europea/ Mon, 01 Oct 2018 15:52:12 +0000 https://www.business.it/?p=32323 Ecco cosa ha in mente l'ideologo americano per sferrare un colpo mortale all'Europa

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Di Steve Bannon vi abbiamo parlato già più volte. Degli “affari romani”, con la sede della sua nuova scuola di formazione politica stabilita alle porte della capitale, in una splendida certosa avuta in affitto per pochi spiccioli. Poi vi abbiamo detto del suo endorsement per il governo Conte, nato dall’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle. Perché l’ex stratega della campagna presidenziale di Donald Trump pensa davvero che la compagine gialloverde sia un esempio da seguire,  tanto da affermare in un’intervista a Politico che l’Italia in questo momento “è al centro dell’universo politico”. Tutto bene? Insomma. L’ideologo della nuova destra identitaria americana ha un obiettivo preciso: ottenere la sudditanza dei movimenti e partiti populisti e sovranisti europei, unendoli (frange estreme incluse) sotto l’egida del suo The Movement.

steve bannon incontra di maio ma incorona salvini e meloni

Ma la “sacra alleanza sovranista“, ben condita di razzismo, può davvero prendere forma sotto la guida di Steve Bannon? Il Foglio lo definisce “il Trotsky della rivoluzione populista”, un mix di ideologo e uomo d’azione che con il suo The Movement vorrebbe sobillare le masse europee, spronandole alla lotta contro quella che lui definisce “la dittatura di Davos”. Non è scevro da elogi per Bannon il lungo articolo che introduce l’intervista all’ideologo americano. Ci sentiamo di concordare sulla descrizione di Bannon quale prodotto della working class americana, quella però dei professionisti che hanno attraversato tutti i luoghi che contano nell’ultimo trentennio americano: da Harvard a Hollywood passando da Goldman Sachs per finire, guarda caso, nel centro del potere: Washington.

Un “self made politician” dunque, ambizioso, talentuoso e anche fortunato. Fortunato ad avere incontrato Donald Trump nel momento storico più favorevole per la politica anti-establishment e nel momento di maggiore debolezza dei Democratici. Ambizioso e talentuoso nel ripensare la comunicazione politica oltreoceano, intaccando seriamente il predominio culturale dell’intellighenzia liberal, del tutto disinteressata, non al populismo, bensì al “popolo”. Chi ricorda del periodo hollywoodiano di Bannon i documentari sullo spirito americano? Erano veri e propri manifesti della nuova destra identitaria, pieni di citazioni filosofiche e musiche wagneriane. Parlavano dello scontro di civiltà e di come le generazioni alternandosi modellano la storia e determinano il corso degli eventi. Steve Bannon, federando le forze sovraniste, populiste e razziste della destra europea, vuole replicare il processo di genesi della destra identitaria americana, questa volta in un contesto transnazionale. Ambizioso vero? E anche molto difficile.

Quello che conta, però, è l’obiettivo finale. Distruggere l’Europa per come è stata negli ultimi sessant’anni e renderla di nuovo ancella degli Stati Uniti come nell’immediato dopoguerra, ma con una politica opposta allo spirito del piano Marshall. Altro che sovranismo, questo è neocolonialismo yankee. Sicuramente Bannon sa come aggregare attorno a sé chi ha energie e forza dirompente, per incendiare l’algido contesto del Vecchio Continente. Come è accaduto negli USA attorno al Breitbart News, il giornale ereditato da Bannon alla morte del suo maestro, Bannon conta di raccogliere attorno a The Movement pensatori, ideologi e personaggi sempre considerati al margine, pescati in tutte quelle nicchie di (ex) minoranza della destra europea. In Italia, dopo l’adesione ufficiale di Matteo Salvini e gli incontri segreti con Di Maio, sarà interessante vedere che cosa succederà con la scuola di formazione politica di Bannon, quali personaggi inizieranno a ruotare attorno alla Certosa di Trisulti. Una cosa è certa, aspettatevi di vedere ben altre facce rispetto a quelle di Salvini e Di Maio. Dai Lepenisti italiani vicini al Talebano, l’associazione culturale di Vincenzo Sofo, 31enne di origini calabresi ma trapiantato a Milano e iscritto alla Lega, fidanzato di Marion Le Pen nipote della leader del Front National, a gli “amici” di Casa Pound , tanto graditi anche a Salvini siamo convinti che lo spirito di Trisulti rapirà il cuore dell’estrema destra italiana.

Lo si è capito alla festa di Fratelli d’Italia, Atreju, quando Meloni nel difendere l’invito a Bannon ha parlato della necessità di “alleanze al di fuori dei confini italiani”. Proprio quello che vuole l’ex stratega di Trump. Qualche giorno fa il regista Michael Moore diceva: “Ho parlato a lungo con Bannon e mi ha fatto capire che l’obiettivo del suo movimento in Europa è resuscitare il fascismo, sotto mentite spoglie”. Beh, neanche tanto mentite se domenica a Praga l’ideologo americano ha incontrato Viktor Orban e altri leader della nuova destra europea, e se da mesi corteggia il Front National e l’Afd in Germania. Quindi, quando ci chiediamo se sia tutto pronto per questa nuova “sacra” alleanza, la domanda è del tutto retorica. La “sacra alleanza populista” è già nata.

Piuttosto, quello che attende Bannon e la sua squadra è la costruzione di un linguaggio comune, con il collante dell’anti-europeismo e della difesa degli interessi delle singole Nazioni, in altre parole il sovranismo. Con The Movement Bannon vuol provare a diventare, per l’Europa, quel che è stato negli ultimi anni per gli Stati Uniti: il direttore d’orchestra del populismo europeo. Per farlo è disposto a mettere in campo le stesse forze già utilizzate oltre oceano: un utilizzo spregiudicato della comunicazione, con una truppa organizzata di blogger e troll sui social media; finanziamenti ai think tank più vicini alla destra nazionalista; sostegno ai giovani leader locali alla ricerca di consensi e per questo manipolabili. Per farlo servono molti soldi, ma gli “amici” che hanno sostenuto Trump ne hanno molti da spendere. “Quel che voglio –  ha dichiarato tempo fa Bannon al corrispondente italiano del New York Times – è costruire un’infrastruttura globale per il movimento populista globale”. Attenti, dunque: la nave è già partita e non è certo una bagnarola, anzi, la prua assomiglia a quella di un rompighiaccio.

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Dove vanno a finire i migranti in Italia? Tutti al Sud e nelle grandi città. E a Salvini serve restino lì https://www.business.it/dove-vanno-a-finire-i-migranti-in-italia/ Sun, 30 Sep 2018 08:13:03 +0000 https://www.business.it/?p=32248 I migranti che sbarcano in Italia e che ottengono un permesso di soggiorno restano quasi tutti al Sud e nelle grandi città. A dircelo è l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere (Msf), che fotografa la situazione degli insediamenti informali al 1° settembre 2018. Con questo termine si individuano tutte le situazione di abusivismo o sistemazione… Read More »Dove vanno a finire i migranti in Italia? Tutti al Sud e nelle grandi città. E a Salvini serve restino lì

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I migranti che sbarcano in Italia e che ottengono un permesso di soggiorno restano quasi tutti al Sud e nelle grandi città. A dircelo è l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere (Msf), che fotografa la situazione degli insediamenti informali al 1° settembre 2018. Con questo termine si individuano tutte le situazione di abusivismo o sistemazione precaria cui vanno incontro i migranti che sbarcano in Italia, ottengono un permesso di soggiorno di qualsiasi tipo e poi però non riescono a trovare una sistemazione abitativa regolare. Si parla di un numero rilevante di persone, dalle seimila alle diecimila raggruppate in 24 insediamenti costituiti da edifici, 2 da baracche e 2 da casolari, 3 da tendopoli, 2 fra container e roulotte e 9 campi dove la gran parte dormono all’addiaccio. Nella metà dei casi si tratta di insediamenti senza acqua corrente e senza elettricità e in un terzo dei casi vi è una forte presenza di donne e bambini.

Una situazione umanitaria esplosiva che interessa perlopiù il Sud, ma anche le grandi città: Roma in testa, poi Torino, Milano. E qui Salvini non c’entra, o meglio, c’entra relativamente poco per il momento. Se la politica dei rimpatri attaccherà anche questi insediamenti, si porrà il problema dell’identificazione e successiva espulsione di chi non ha titolo di restare in Italia. Un’azione che rischia di diventare un innesco per una bomba potentissima, al Sud, che potrebbe travolgere il Governo. Salvini lo sa e nicchia. Gli sta bene che migliaia di migranti vivano nelle condizioni di emarginazione di cui parla Msf e soprattutto che molti di questi passino dallo status di aventi diritto al soggiorno in Italia a quello di irregolari. Serve ad alimentare la politica del vittimismo preventivo di cui la Lega si è alimentata negli ultimi tre anni, base per la vittoria elettorale del marzo 2018.

Dunque, al momento, queste diecimila persone sono all’80% con permesso di soggiorno. La maggior parte di loro non riesce a inserirsi lavorativamente nella società e non può dunque permettersi un alloggio alternativo. «Ci sono migranti che transitano dai campi durante il loro cammino da sud a nord della penisola per cercare di superare la frontiera e congiungersi con le loro famiglie e ci sono persone che dopo l’accoglienza hanno ottenuto il documento e sono in Italia regolarmente, ma che sono ugualmente esclusi dalla società perché non riescono a trovare un lavoro stabile» spiega Giuseppe De Mola, fra gli autori del rapporto.

Le situazioni più difficili, come dicevamo sono a Sud. Il rapporto Msf mette nero su bianco i numeri, diventati un grafico grazie al lavoro di Infodata (Il Sole 24ore) : 400 persone che vivono in roulotte a Foggia, dove poi finiscono nella rete del caporalato agricolo; altre 200 sempre nel foggiano trovano rifugio nei casolari di campagna ed altri 100 in edifici più o meno regolari. Non va meglio a Rosarno, dove ci sono 200 persone almeno nei container. Ma a pochi chilometri c’è la tendopoli di San Ferdinando, quella visitata da Salvini a luglio quando disse: «Qui non si può vivere. Chi dice che c’è posto per tutti venga a vedere». Certo, in queste c0ndizioni è difficile parlare di vita. Poi ci sono altre cento persone, con regolare permesso di soggiorno, che vivono all’aperto a Catania.

Perché tutti questi migranti in insediamenti precari? Perché lo Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, non è adeguato. Costituito dalla rete degli enti locali per la realizzazione di progetti di accoglienza, il sistema Sprar è nato in origine proprio per garantire un’accoglienza integrativa a 360 gradi e con il coinvolgimento diretto dei Comuni. Il problema è che i posti in questo sistema sono pochi rispetto alle richieste di asilo: attualmente solo 30mila dei 160mila migranti. E a nulla è servita l’introduzione dei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, perché non prevednono l’obbligo alla formazione o al supporto nella ricerca del lavoro. Si capisce perché il decreto Salvini individui requisiti più stringenti per le richieste di asilo e perché si voglia a tutti i costi far diventare queste persone “irregolari” sotto l’aspetto normativo.

“Al momento non ci sono allarmi dal punto di vista sanitario, ma la mancanza di progettualità in questo senso è disarmante. La popolazione degli insediamenti informali è di fatto dimenticata: spesso sono gli stessi residenti a desiderare di essere invisibili per paura di essere puniti per la loro povertà, anche se regolari”. La conclusione del rapporto Msf non ha bisogno di commenti.

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E chi l’avrebbe mai detto? Mara la pasionaria azzurra adesso fa la “dura” con i gialloverdi https://www.business.it/e-chi-lavrebbe-mai-detto-mara-la-pasionaria-azzurra-adesso-fa-la-dura-con-i-gialloverdi/ Sat, 29 Sep 2018 13:36:58 +0000 https://www.business.it/?p=32231 La pasionaria azzurra contro il governo gialloverde, che ha varato un documento economico definito “da Medioevo”

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Mara Carfagna sul piede di guerra. Contro il governo gialloverde, che ha varato un documento economico definito “da Medioevo” dall’ex ministra forzista. Ma non solo: Carfagna si candida ad essere la frontwoman dura e pura dell’opposizione al governo Conte dalla rive droite, o da quello che ne rimane, ponendosi anche in contrasto con l’area del suo stesso partito che assume una posizione spesso troppo attendista nei confronti dell’attuale esecutivo.

La Pasionaria azzurra, dopo l’approvazione del DEF gialloverde, parla a nuora perché suocera intenda: si rivolge a Matteo Salvini – sulla carta ancora facente parte del centrodestra che, unito, ha preso più voti degli altri alla Politiche e che tenta il bis alle Amministrative – chiedendogli di affrancarsi dal M5S, ma di fatto il suo obiettivo è quella parte di elettorato che storce la bocca sull’operato dei gialloverdi. Per cercare di intercettarne il consenso, un un momento in cui Forza Italia è al minimo storico. E parte, ovviamente, dalle tematiche economiche di stretta attualità.

La vice presidente della Camera punta il dito sulla mancanza di programmi organici di investimento e sullo sforamento dei parametri del debito pubblico, liquidando la manovra finanziaria appena approvata come utile solo alla distribuzione di estemporanee di “mancette” che, a suo dire, incentiveranno il lavoro nero, graveranno sugli italiani attraverso l’aumento delle tasse e a breve termine dovranno per forza venire chieste indietro. “Salvini dica agli elettori da che parte sta” tuona la Carfagna, rimarcando la posizione “bipolare” della Lega, che si presenta alle Amministrative con i vecchi alleati ma che governa coi grillini.

 

Sullo sfondo incombono già le Europee. Il richiamo a Salvini, infatti, invitato ad attuare il programma del centrodestra e non quello del M5S, è però anche soprattutto un richiamo – e un monito – agli elettori, in vista delle prossime elezioni. È un tentativo, estremo come l’ennesima discesa in campo di Silvio Berlusconi, di portare acqua al mulino di Forza Italia stigmatizzando l’inaffidabilità della Lega davanti all’elettorato di destra. La campagna elettorale per le Europee, dove Lega e Forza Italia si troveranno su posizioni antitetiche, è appena cominciata.

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Retroscena segretissimo, Giggino Di Maio è il primo leghista. Non ci credete? Ecco qua… https://www.business.it/luigi-di-maio-leader-matteo-salvini/ Fri, 28 Sep 2018 14:13:54 +0000 https://www.business.it/?p=32181 Il più grande sostenitore della Lega di Matteo Salvini? Luigi Di Maio.

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Il più grande sostenitore della Lega di Matteo Salvini? Luigi Di Maio. No, non è uno scherzo. Con la tempesta finanziaria in arrivo dopo l’annuncio del Def con il rapporto deficit/Pil al 2,4% e le nubi nere all’orizzonte del governo Conte, il giovane leader pentastellato ha ancor più bisogno dell’abbraccio dell’alleato leghista. Lo sa, Luigi Di Maio, e per questo scommette tutto sull’alleanza con Matteo Salvini, aprendo alla pax fiscale e alla Flat tax  (almeno un inizio) fin da subito. Non può permettersi di far cadere il governo Conte e dare così il via libera a scenari che lo vedrebbero fatto fuori come leader del Movimento 5 Stelle, responsabile della sconfitta.

luigi di maio

Insomma, il governo Conte è già l’ultima spiaggia per Di Maio. Così sì gioca il tutto per tutto nella partita della Legge di bilancio 2019. L’annuncio roboante di ieri sera, dal balcone di Palazzo Chigi, è di quelli che lasciano il segno. Il segno dell’insicurezza in cui vive in queste ore il leader pentastellato. Se i sondaggi elettorali danno comunque il Movimento 5 Stelle vicino al 30% dei consensi, il gradimento di Luigi Di Maio è in caduta libera, soprattutto tra i militanti. Non avesse ottenuto nemmeno il reddito di cittadinanza subito sarebbe stato disarcionato dall’opposizione interna, che da settimana rumoreggia al Sud (e non solo) forte del rapporto con il presidente della Camera Roberto Fico.

Assisteremo allo spettacolo di un Di Maio sotto ricatto leghista nei prossimi mesi? E’ molto probabile. Anche il tentativo di smarcarsi dai progetti federativi internazionale, come The Movement di Steve Bannon, è un segnale di difficoltà. Luigi Di Maio è sempre più isolato e non può permettersi di fallire. Così come non può permettersi di snaturare troppo il Movimento a causa dell’abbraccio con la Lega. Così punta tutto su sé stesso, in un’ossessiva ricerca del consenso. Costruisce giorno dopo giorno, martellando sui social, un’immagine di leader concreto e sgobbone, intransigente ma capace di mediare. E’ davvero così? Certo che no. Dalle posizioni e dalle dichiarazioni di Di Maio emerge sempre l’inguaribile massimalismo tipico di molti esponenti M5S. Così come emerge la fragilità e l’ingenuità di una leadership costruita frettolosamente.

salvini e luigi di maio

La distanza tra Di Maio e Salvini è abissale. Costretti per motivi diversi a convivere, i due vicepremier mostrano caratteri e movenze plasticamente differenti, anche sul piano della comunicazione politica. Salvini ostenta sempre sicurezza sui temi portanti della Lega. Sicurezza che diventa spesso aggressività verbale, quando si parla di migranti ad esempio, ma mai supponenza. Di Maio, invece, pecca di ingenuità e spesso appare arrogante quando sostiene le battaglie del Movimento 5 Stelle, in particolare sul taglio dei privilegi e sulla difesa delle fasce più deboli. Insomma, il “se non ci fosse Di Maio non si farebbe” non sta portando più consensi di quelli ottenuti alle elezioni politiche e secondo i sondaggi sta penalizzando il gradimento personale per il leader pentastellato, prima di tutto fra i suoi.

giovanni tria

E la questione interna pesa, eccome. C’è la diarchia mai regolata con Fico, il tentativo di Conte di ritagliarsi un ruolo più importante di quello di “mister campanello”, la difficoltà del rapporto con alcuni ministri, primo fra tutti Giovanni Tria. Ancora una volta qui, Di Maio trova una sponda decisiva in Matteo Salvini. Dopo la prudenza di agosto, con Giorgetti pronto a parlare di rischi per una manovra in deficit e le bordate contro il reddito di cittadinanza, è arrivato l’ordine del capo. “L’accordo va fatto: Pax fiscale e Flat tax in cambio di reddito e pensione di cittadinanza”. Quindi Tria stia zitto e si adegui. Altro che “rispondere solo alla Costituzione e al popolo” come da giuramento! E anche Conte, che puntava alla mediazione, incassa la sconfitta in silenzio. Il suo ruolo ora è più marginale: potrebbe tornare importante sul piano internazionale, se per tenere a bada la speculazione Roma dovesse invocare l’aiuto degli alleati più potenti, primo fra tutti Donald Trump. Quindi Fico taccia, il programma di governo del Movimento 5 Stelle non viene fatto a pezzi dall’accordo di governo con la Lega. E il segretario leghista è sempre più un alleato affidabile: Salvini non ha neppure ascoltato le sirene di Forza Italia, nemmeno l’intervento diretto di Silvio Berlusconi è valso a fargli cambiare idea sui provvedimenti fortemente voluti dal M5S. Sa bene che non ha bisogno di lui e del suo sempre più esiguo contributo di voti.

Insomma, Matteo Salvini sa bene di avere in pugno Luigi Di Maio, che con il fallimento del governo Conte sarebbe politicamente finito. Quindi lo terrà sulle spine, blandendolo fino a che gli converrà. Un strategia quella del leader leghista che dovrà essere confermata dai numeri: i primi disponibili saranno quelli delle Elezioni europee a maggio 2019. Se la Lega, come possibile, sfiorerà il 40% allora sarà il momento di gettare il bambino con l’acqua sporca. Ciao ciao Giggino, è stato bello farti giocare al leader, ma l’Italia me la prendo io. Per vent’anni minimo.

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Steve Bannon flirta anche con Di Maio, ma il cuore batte per Salvini https://www.business.it/steve-bannon-di-maio-salvini/ Thu, 27 Sep 2018 15:47:39 +0000 https://www.business.it/?p=32103 "L'Italia è il "centro dell'universo politico". E serve per un progetto molto, molto più ambizioso.

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“L’Italia è il centro dell’universo politico”. A sostenerlo è Steve Bannon, leader della nuova destra identitaria globale ed ex capo dello staff di Donald Trump, in un’intervista rilasciata a Politico. L’ex assistente del presidente USA ha definito il governo gialloverde formato da Lega e Movimento 5 Stelle un “esperimento che, se funziona, cambierà la politica globale”. Bannon sabato scorso era in Italia, ospite di Giorgia Meloni alla festa nazionale di Fratelli d’Italia, Atreju. Ma se il quartier generale europeo del sessantaquattrenne ex giornalista e politico repubblicano ufficialmente è a Bruxelles, sentiremo sempre più spesso parlare di lui qui da noi. Nel nostro retroscena di ieri vi abbiamo raccontato dei suoi progetti italiani, in particolare della scuola di formazione che sarà presto operativa vicino a Roma. E soprattutto dei suoi affari italiani, uno già realizzato con la scelta della sede della scuola politica e altri sui cui sta lavorando, con la sua rete di amicizie miliardarie. Insomma Bannon ha capito che l’Italia è l’anello debole, il cavallo di Troia per espugnare l’Europa.

steve bannon incorona salvini e meloni

Secondo Bannon il governo Conte sarebbe un esperimento importante, da modello per le democrazie industriali da occidente ad oriente. “Un partito populista con tendenze nazionaliste come i 5 Stelle e un partito nazionalista con tendenze populiste come la Lega… è imperativo che funzioni perché è un modello per le democrazie industriali dagli Stati Uniti all’Asia”, ha detto a Politico. Lo stratega americano ha detto che spera che il modello italiano di riunire i populisti di sinistra e di destra possa essere replicato sia negli Stati Uniti sia nel Regno Unito. “Dovranno scendere a compromessi –  ha detto – Da un lato hai il reddito di cittadinanza dall’altro la flat tax. Entrambe le parti otterranno ciò che vogliono e per farlo tratteranno”. Poi ha aggiunto che a suo avviso non ci sarà “nessun compromesso su valori fondamentali come l’immigrazione e la sovranità nazionale per la Lega e la lotta al capitalismo clientelare e la trasparenza per i 5 Stelle”.

rapporti tra matteo salvini e steve bannon

Poi parla del suo The Movement, che non definisce partito politico ma associazione. Bannon rivela che la creatura politica a cui sta lavorando è stata fondata nel gennaio dello scorso anno da Mischaël Modrikamen, un avvocato di Bruxelles già leader di un piccolo partito di destra. Bannon ha iniziato a promuoverla a luglio 2018 ed ha subito ricevuto un’adesione importante in Italia: quella del leader della Lega, nonché Vicepremier e Ministro dell’interno Matteo Salvini. Allora perché la scuola di formazione in Italia? Semplice, per allevare una nuova classe politica di caratura internazionale, che possa sposare le idee della destra post-Trump. Per molti Bannon è semplicemente un fascista, razzista, antisemita e guerrafondaio. In realtà, lui che si definisce un reaganiano, incarna perfettamente il ruolo del leader populista moderno, cattolico e conservatore sui valori, ultra-liberale in economia e iper-realista in politica internazionale. Basti pensare che l’idea di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme è sua. L’idea di Europa di Bannon è molto chiara: un’ancella degli Stati Uniti.

rapporti tra giorgia meloni e steve bannon

Chi sta con Steve Bannon in Italia? Oltre a Meloni e Salvini l’ideologo americano nei giorni scorsi ha incontrato anche Luigi Di Maio. Uomini dello staff di Bannon rivelano che i due hanno avuto un “dialogo costruttivo”. I Pentastellati, però, devono ancora decidere se appoggiare o meno The Movement. Fonti confidenziali ci hanno riferito che nonostante la cordialità dell’incontro, Di Maio consideri la distanza ideologica tra M5S e la creatura di Bannon eccessiva. Noi pensiamo inoltre che per Di Maio questo sia il momento peggiore per pensare ad alleanze strategiche. E’ alle prese con troppi dissensi interni per le difficoltà del governo Conte e per la supremazia mediatica di Salvini. E poi le alleanze che Bannon sta cercando di costruire in Europa sono tutte nell’area della destra populista: dalle trattative con l’Afd in Germania al Front National di Marine Le Pen in Francia, fino all’accordo quasi fatto con la Fidesz – Unione Civica Ungherese di Viktor Orbán in Ungheria. Insomma, Steve Bannon flirta anche con Di Maio ma il suo cuore batte per la destra populista, prima di tutto per Salvini. Ospite di Atreju davanti ai militanti festanti ha detto che “Salvini e i Fratelli d’Italia, guidati da Giorgia Meloni, sono i veri disgregatori, come Trump e l’ex leader del Partito dell’indipendenza del Regno Unito, Nigel Farage”. E domenica a Praga incontrerà Viktor Orban e altri leader della nuova destra europea.

Bannon costruisce la sua rete politica in Italia ma gli interessano – e molto –  anche gli affari. Uno l’ha fatto subito: la sede della sua scuola di formazione politica sarà a Trisulti, provincia di Frosinone, dove lo Stato italiano ha affittato all’Istituto Dignitatis Humanae una Certosa per centomila euro l’anno, praticamente regalata. E lo shopping potrebbe estendersi a pezzi di economia reale, aziende, persino banche, se funzionali al progetto di sostegno di The Movement, cui si dice abbiano aderito già diversi ultramiliardari  sia d’oltreoceano che in Europa. Intanto Steve Bannon consolida la sua rete di potere e “avverte” persino il Vaticano, mettendo a capo dell’Istituti Dignitatis Humanae Raymond Leo Burke. Il settantenne ex arcivescovo di St. Louis, elevato alla porpora da Benedetto XVI, è stato presidente del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica rimosso da Papa Francesco che lo ha pensionato a patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta.

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Dal Talebano a Machiavelli: tutti i “think tank” della Lega di Matteo Salvini https://www.business.it/dal-talebano-a-machiavelli-tutti-i-think-tank-della-lega-di-matteo-salvini/ Wed, 26 Sep 2018 16:42:33 +0000 https://www.business.it/?p=32045 I sodalizi e le associazioni che ruotano attorno all'ex partito federalista

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Cos’è la Lega oggi e chi c’è dietro al movimento di Matteo Salvini? Sono in molti a chiedersi quale sia oggi la vera anima di quello che fu il partito del Nord, della Padania e dei regionalismi esasperati e quali siano i “think tank” a cui Matteo Salvini si è appoggiato e continua ad appoggiarsi per modulare la linea politica del partito. La metamorfosi della Lega passa attraverso un universo di rapporti ben definito: da quelli interni a quelli internazionali, come quello con il partito di Vladimir Putin, Russia Unita. Tornando in Italia, il nuovo corso leghista ha preso forma non solo per iniziativa di Matteo Salvini. Un ruolo fondamentale è giocato dalle associazioni che ruotano attorno all’ex partito federalista che oggi ha sposato il sovranismo ed il nazionalismo xenofobo che tanto piace in Europa negli ultimi anni. Quasi tutte sono condotte da fedelissimi del segretario leghista e hanno al loro interno parlamentari, ministri e sottosegretari del governo Conte.

matteo salvini think tank

La prima e più importante associazione per la Lega è senza dubbio A/Simmetrie. E’ stata fondata nel 2013 da Alberto Bagnai, economista, oggi presidente della Commissione finanze del Senato. Con lui, nel direttivo dell’associazione, c’è Marcello Foa, presidente della Rai in attesa di consacrazione definitiva da parte della Vigilanza Rai. Obiettivo di A/Simmetrie, come suggerisce il nome, è quello di studiare le asimmetrie economiche nello scenario europeo. L’associazione ha dedicato molto tempo allo studio della crisi dell’Eurozona su cui ha una posizione molto critica, in perfetto allineamento col programma elettorale della Lega. Nel comitato scientifico c’è anche un altro ministro, Paolo Savona, insieme a Luciano Barra Caracciolo e Claudio Borghi, deputato della Lega e presidente della commissione bilancio. Se la Lega fosse riuscita nel suo intento originale di far nominare Savona ministro dell’economia, A/simmetrie si sarebbe trovata in tre posizioni economiche chiave del nostro paese: il Mef, la commissione finanze del senato e quella bilancio della camera. Senza contare Foa, presidente Rai. Insomma, un’associazione che è praticamente un governo ombra.

lega matteo salvini think tank

Poi c’è il Centro Studi Machiavelli. I fondatori sono Daniele Scalea, Dario Citati e Guglielmo Picchi. Quest’ultimo, oltre ad essere deputato della Lega, è Sottosegretario di Stato agli esteri nel governo Conte. Il nome dell’associazione lascerebbe intendere un sodalizio dedito agli studi politici. In realtà si tratta di un veicolo di promozione della “cultura” leghista-salviniana. Il Centro Studi Machiavelli promuove incontri e ricerche che spaziano dall’identità italiana e l’integrazione, alla sovranità, passando per la politica estera. “Più che per il suo pensiero, che ha dato origine a lunghe controversie, la scelta è ricaduta sul letterato fiorentino in quanto simbolo dell’uomo d’alta cultura che non si chiude nella proverbiale torre d’avorio, ma mette la sua competenza a disposizione della collettività, in ciò rappresentando un esempio reale di quel felice connubio di acume e spirito decisionale proprio di una italianità invidiata all’estero e più che mai da riscoprire in Patria” si legge nella presentazione dell’associazione. I suoi promotori si auto-definiscono un “think tank” con l’ambizione di “produrre idee e progetti che possano tramutarsi in realtà e azione”.

C’è quindi la Fondazione federalista per l’Europa dei popoli, nata dodici anni fa quando ancora Bossi credeva in una Lega europea. L’associazione è presieduta e guidata da Mario Borghezio, leghista della prima ora molto apprezzato anche dall’estrema destra di CasaPound. La pubblicazione “Idee – Per l’Europa dei popoli” è veicoli di articoli e approfondimenti che mirano a consolidare i rapporti con i movimenti nazionalisti di tutta Europa. Insomma, nel solco della linea politica tracciata da Salvini all’ultimo raduno di Pontida.

Poi c’è il Talebano. E’ il “think tank” che più ha influito sulla metamorfosi della Lega e sulla scalata al consenso di Matteo Salvini. Il suo fondatore è Vincenzo Sofo, 31enne di origini calabresi ma trapiantato a Milano e iscritto alla Lega. Sofo è anche il fidanzato di Marion Le Pen, la pronipote del fondatore del Front National, Jean-Marie Le Pen: una relazione che è sentimentale e politica allo stesso tempo. Sofo e i suoi hanno contribuito a costruire un buon bagaglio ideologico per la destra identitaria italiana. Non a caso tutte le idee di Matteo Salvini, tranne la Flat Tax, annunciate nel congresso della Lega del 2013 quando vinse su Umberto Bossi la corsa alla segreteria, sono state anticipate proprio dal pensatoio de il Talebano. Il 28 febbraio 2015, quando a Roma  Salvini lanciò la sua idea di nuova Lega nazionale, tra i partecipanti al convegno c’erano oltre a Sofo, l’attuale Ministro della famiglia Lorenzo Fontana, l’intellettuale di destra Pietrangelo Buttafuoco e alcuni esponenti del Front National.

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Boia chi molla Salvini. CasaPound? Vive e lotta (al governo) insieme a noi… https://www.business.it/salvini-e-casapound/ Tue, 25 Sep 2018 12:27:09 +0000 https://www.business.it/?p=31869 Una vicinanza inquietante per tutti, eccetto che per il leader della Lega

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Diciamolo chiaramente, la base ideologica della Lega nell’era di Matteo Salvini è del tutto sovrapponibile a quella di CasaPound. Basterebbe questo per chiudere il discorso: i rapporti tra le due forze politiche sono inevitabili oltre che naturali. Ci interessa però capire perché questi rapporti continuano ad esistere anche adesso che la Lega galoppa ad oltre il 30% nei sondaggi e divide la responsabilità del governo con il Movimento 5 Stelle. Salvini ha bisogno di CasaPound? Secondo noi sì.

Perché Salvini sia vicino a CasaPound è molto chiaro. E’ anche evidente che il leader della Lega non ne faccia mistero, anzi. Eclatante l’episodio del maggio scorso, quando Salvini fu ritratto allo stadio Olimpico di Roma durante la partita Roma-Milan, con indosso un giubbotto della marca d’abbigliamento Pivert. Si tratta del marchio di proprietà di Francesco Polacchi, già ex responsabile nazionale di Blocco Studentesco, l’area studentesca di CasaPound Italia. Polacchi è stato condannato nel 2008 a un anno e 4 mesi per aver aggredito con spranghe e cinture assieme ad altre 20 persone il corteo del Movimento dell’Onda in Piazza Navona a Roma. Del resto il partito di Gianluca Iannone è abituato ai problemi con la giustizia: fino allo scorso anno contava tra le sue file un arresto ogni tre mesi e una denuncia a settimana per aggressioni contro immigrati e oppositori politici.  Insomma, prima di qualsiasi discorso ideologico, la violenza politica è una caratteristica peculiare di CasaPound. Per Salvini non rappresenta un problema avere rapporti con una forza politica che fa della violenza una suo abituale modus operandi, anzi, diventa un vanto da esporre: dal giubbotto alle cene con i dirigenti del movimento estremista.

Matteo Salvini rapporti con CasaPound

Chi si ricorda del giovane Salvini, fondatore della corrente dei Comunisti Padani, capirà molto bene perché al leader leghista piaccia CasaPound. Nazionalismo condito da attenzione ai temi sociali, a difesa delle fasce più deboli, purché italiane. CasaPound porta all’estremo, soprattutto sul piano dell’azione, ciò che è scritto nel programma della Lega. Almeno, l’ultimo presentato alle politiche del marzo 2018. Ma la liaison tra i due movimenti arriva da lontano. Nel 2014, in occasione delle elezioni europee, CasaPound sostenne la candidatura del leghista Mario Borghezio nella circoscrizione centro Italia. L’anno successivo, con le bandiere della tartaruga CasaPound partecipò alla prima manifestazione del Carroccio a Roma, in Piazza del Popolo, il 28 febbraio. Nello stesso mese di febbraio 2015 venne lanciata “Sovranità”, una federazione promossa da CasaPound e Lega per rivendicare la sovranità in campo monetario, economico e politico dell’Italia. Poi il rapporto è rimasto sotto traccia, nascosto ai riflettori della quotidianità politica. Semplice (?) vicinanza sulle iniziative anti immigrati promosse dal movimento di Iannone. Quindi il ritorno di fiamma nel 2018, con l’ipotesi di un governo anti-Euro e anti-immigrati. In piena campagna elettorale il corteggiamento tra Lega e CasaPound aveva creato più d’un imbarazzo nel Centrodestra. «Siamo pronti ad appoggiare un programma sovranista che ci porti fuori dall’euro e contro l’immigrazione clandestina», aveva dichiarato a febbraio 2018 il candidato premier di CasaPound Simone Di Stefano. Salvini per evitare una rottura con Berlusconi e gli altri alleati di centrodestra si era affrettato a dichiarare «Siamo abbastanza robusti per poter fare a meno di questo sostegno». Sì, ma non della vicinanza impressionante dei programmi e soprattutto del lavoro “silente” di quell’area antagonista di destra ben rappresentata da CasaPound che alimenta l’insofferenza e la cattiveria sociale da cui Salvini ha pescato a piene mani.

Di Stefano CasaPound

I rapporti si consolidano prima che a livello personale, sul piano ideologico e quindi su quello dell’azione politica. CasaPound viene descritta in modo blando persino in alcune informative di Polizia. Emblematica quella inviata al Tribunale di Roma per la causa della figlia di Ezra Pound, intentata per togliere il nome del padre dal partito fascista. In questa nota portata in luce dal settimanale L’Espresso il Prefetto Mario Calce descrive così il gruppo che ha tra i suoi riferimenti Mussolini e Hitler “l’impegno a tutela delle fasce deboli […] uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne […] l’intenzione di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del periodo mussoliniano, la realizzazione di azioni eclatanti, simboliche e di forte impatto mediatico senza dar luogo a illegalità e turbative dell’ordine pubblico”. Se è vero che il movimento politico nasce come esito finale di alcune battaglie sulle emergenze abitative della capitale, con occupazioni a ripetizione tra il 2003 e il 2005, la sua natura ideologica chiaramente ispirata al fascismo emerge rapidamente. Così come rapidamente emerge l’amore per gli estremismi, come il tifo ultras della capitale in cui CasaPound si inserisce quasi naturalmente (ma il prefetto Mario Calce si dimentica di dirlo) e la violenza di piazza.

Ma torniamo alla vicinanza ideologica tra Salvini e CasaPound. A leggere i programmi elettorali presentati a marzo 2018 si resta impressionati. Ma c’è di più. “Alcuni punti del contratto di governo sono stati presi dal programma di CasaPound.”, ha dichiarato Simone Di Stefano all’indomani dell’accordo tra Lega e M5S. CasaPound a Palazzo Chigi, insomma. E infatti, leggendo il programma elettorale di CasaPound scopriamo sorprendenti punti di contatto sia con l’M5S che con la Lega. Con i pentastellati i neofascisti di Di Stefano condividono lo “statalismo”, in particolare in tema di banche. Il programma di CasaPound parla di separazione tra le banche commerciali e quelle di investimento finanziario e di nazionalizzazione della Banca d’Italia. Ma è soprattutto con la Lega di Matteo Salvini che i punti di contatto si moltiplicano. Dallo scacchiere internazionale, con l’apprezzamento e il sostegno alla Russia di Putin con cui Salvini, da capo della Lega, ha firmato un accordo senza precedenti nella storia politica italiana, fino alle politiche sull’immigrazione i programmi dei due partiti combaciano quasi perfettamente. In particolare, con il decreto sicurezza appena approvato, si realizza in larga parte quel blocco dei flussi migratori chiesto da CasaPound e soprattutto si avvia rapidamente la macchina dei rimpatri. Così come la maggiore difficoltà nell’ottenimento della cittadinanza italiana da parte dei figli di italiani all’estero  prevista dal decreto Salvini va nella direzione dell’eliminazione degli automatismi richiesta da CasaPound.

Salvini cena CasaPound

E questo matrimonio d’interesse ideologico è suggellato da diversi incontri. Quando fu lanciata “Sovranità”, nella primavera del 2015, Matteo Salvini partecipò a comizi, incontri e cene con esponenti di CasaPound. Una fotografia del 12 maggio 2015, diventata piuttosto celebre, ritrae Salvini a tavola con i principali leader del movimento neofascista. Nella foto che vedete qui sopra ci sono Simone Di Stefano, Gianluca Iannone e pure Francesco Polacchi. Sì, proprio lui, quello del giubbotto indossato da Salvini allo stadio Olimpico durante la finale di Coppa Italia Juventus-Milan.

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Pubblicità Tv, la guerra M5S che ricompatterà il Centrodestra https://www.business.it/pubblicita-tv-guerra-m5s-centrodestra/ Sun, 23 Sep 2018 13:47:42 +0000 https://www.business.it/?p=31792 Tocca gli interessi, il portafogli, e anche un moribondo correrà i 100 metri piani sotto i dieci secondi

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C’è qualcosa di al tempo stesso semplice e diabolico nella politica italiana. Tocca gli interessi, il portafogli, e anche un moribondo correrà i 100 metri piani sotto i dieci secondi. Sta accadendo in questi giorni con l’annunciato tetto alla pubblicità Tv, provvedimento che il Movimento 5 Stelle intende far approvare il prima possibile. Da Fiuggi Silvio Berlusconi, tra i rumorosi consensi della platea di Forza Italia organizzata nella città termale da Antonio Tajani, ha detto: «Hanno annunciato misure sui tetti pubblicitari che farebbero chiudere Mediaset il giorno dopo». Il nemico, però, non è tutto il governo, anche se viene definito dall’ex cavaliere «nemico delle imprese e della libertà». La “peste” sono «soprattutto i Cinque Stelle».

pubblicità tv

C’è un “soprattutto” che non esclude (per il momento) la Lega di Matteo Salvini dalla lista di proscrizione di Berlusconi. Tuttavia, mentre i Pentastellati vanno fieri dell’attacco di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini fa finta di non avere sentito. La sua è una strategia sicuramente meno ingenua di quella M5S. Salvini, rimasto senza soldi dopo l’accordo con la Procura di Genova sul sequestro dei conti della Lega, ha bisogno di Silvio Berlusconi e soprattutto di Mediaset. Prove di riconciliazione per il Centrodestra, insomma, in nome della “roba” come direbbero a sinistra ma come non dice (e non vede) per il momento il Movimento 5 Stelle.

Non crediamo sia solo a causa del massimalismo, o meglio, del messianesimo con cui vivono ogni loro battaglia che i Pentastellati non vedano il rischio di elezioni anticipate a breve termine. Già, perché se abbiamo invece ben capito la strategia di Matteo Salvini, il leader leghista ha in mano le carte per ricompattare l’alleanza con Berlusconi e far pagare lo scotto del fallimento del governo Conte al solo Di Maio. Oltre alle questioni economiche, dalla “pace fiscale” alla Flat tax, c’è appunto il nodo del tetto alla pubblicità Tv, vitale per Mediaset. Ha voglia il sottosegretario Viti Crimi, che ha la delega all’editoria, ad affermare di voler ridistribuire «le risorse in base a logiche che garantiscano il pluralismo e attenuino le posizioni dominanti, ma senza intenti punitivi nei confronti delle imprese». Ci credono in pochi e soprattutto non ci credono Berlusconi e Salvini. Di Maio vorrebbe anche combattere gli editori “impuri” e farla finita con la commistione tra partecipate pubbliche e giornali, che “mangiano” milioni di pubblicità ogni anno. Da questa operazione, paradossalmente, Mediaset potrebbe guadagnarci. Ma il sospetto è che il Movimento 5 Stelle voglia invece un provvedimento di bandiera sul tetto alla pubblicità Tv che, giocoforza, sarebbe punitivo per Mediaset.

Ancora Crimi: «La questione non è nuova, è al centro del dibattito da almeno 30 anni e non riguarda uno specifico soggetto imprenditoriale come qualcuno ha immaginato nel dibattito giornalistico». Già, però basterebbe leggersi i bilanci delle aziende televisive italiane per capire che se si parla di tetto a pagarne le conseguenze peggiori sarà un unico soggetto privato, vale a dire Mediaset. Salvini si è affrettato a dire che non ha mai parlato ancora con nessuno di tetti alla pubblicità Tv: «Né al governo né con Berlusconi» ha dichiarato a margine della festa per i 140 anni de Il Messaggero. Insomma, la lite sul provvedimento “ammazza Mediaset” sarebbe una fantasiosa ricostruzione dei soliti retroscenisti. Eppure, e con noi molti altri, siamo convinti che ne risentiremo parlare molto presto. E che sarà  fatale per l’alleanza gialloverde oltre che decisiva per il mutamento dello scenario politico nel breve periodo.

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Un nuovo caso Diciotti. Ecco cosa prepara Salvini per la campagna d’autunno https://www.business.it/decreto-migranti-salvini/ Sat, 22 Sep 2018 07:41:06 +0000 https://www.business.it/?p=31737 Con il decreto migranti Salvini sta costruendo un nuovo caso per proseguire la sua corsa al consenso nel solco del vittimismo preventivo.

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“Disposizioni urgenti in materia di rilascio di permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario nonché in materia di protezione internazionale, di immigrazione e di cittadinanza”.  E’ il titolo del decreto che il Ministro dell’interno Matteo Salvini presenterà lunedì 24 settembre 2018 in Consiglio dei ministri. C’è molta attesa su questo passo perché Matteo Salvini ha presentato un testo blindato, sul quale conta per l’ennesima forzatura (e fuga in avanti). Insomma, i migranti servono ancora una volta al leader leghista per alzare l’asticella dello scontro politico e aizzare la folla dei suoi sostenitori, secondo i sondaggi sempre più folta.

Un nuovo caso Diciotti. Ecco cosa sta preparando Salvini per la campagna d'autunno

 

Ma c’è più di un ostacolo che potrebbe materializzarsi sulla strada immaginata dal leader della Lega. Il più grande, oltre che il più scontato, è quello che potrebbe frapporre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Più di una fonte confidenziale conferma che, qualora il testo presentasse evidenti profili di incostituzionalità, Mattarella potrebbe non firmarlo. A questo punto la reazione veemente di Salvini sarebbe praticamente scontata, con il Quirinale bersaglio della crociata securitaria sulla quale il leader leghista ha costruito le sue fortune elettorali. E cresce l’impressione che l’incidente istituzionale serva a Salvini quasi più del decreto in sé. Insomma, il leader leghista sta costruendo un nuovo “caso Diciotti” per la sua campagna d’autunno, per poter proseguire nel solco del vittimismo preventivo la sua corsa al consenso.

Perché il decreto Salvini potrebbe essere in parte incostituzionale? Intendiamoci, la revoca (o la non concessione della cittadinanza) ai cittadini stranieri avviene già in presenza di una condanna penale, a meno che il soggetto non abbia richiesto ed ottenuto la riabilitazione davanti alla Magistratura italiana.  Ma il decreto Salvini identifica nuovi reati che comportano la revoca dello status di rifugiato o la protezione internazionale. Tra questi sono stati inseriti come normale che sia reati gravi quali la violenza sessuale, la produzione, detenzione e traffico di sostanze stupefacenti, rapina ed estorsione, minaccia, violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Ma sono inclusi reati anche di poco conto come il furto (non aggravato). Per intenderci, se un rifugiato rubasse un pezzo di pane perché affamato e venisse denunciato per furto perderebbe il suo status.

Il decreto prevede inoltre la sospensione del processo di cittadinanza in numerosi casi e la netta restrizione dei permessi umanitari. L’abolizione della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari previsto dal Testo unico sull’immigrazione (legge 286/98) è proprio uno dei “profili” di incostituzionalità acclarati nel decreto Salvini. Secondo la legge attualmente in vigore questo tipo di permesso può essere concesso ai cittadini stranieri che presentano seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da “obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. Eliminarlo significherebbe dunque per lo Stato italiano rinunciare a parte dei suoi obblighi costituzionali e internazionali. Assurdo oltre che impraticabile.

Non ultima, appare una forzatura anche quella di presentare un Decreto e non un Disegno di Legge. Ai decreti nel nostro ordinamento si ricorre solo in caso d’urgenza, che in questo caso non si ravvisa. La problematica degli sbarchi, questa sì urgente, è ben distante da quella dei permessi umanitari e della cittadinanza, che intervengono solo dopo un lungo e spesso complicato accertamento sulla provenienza e identità dei migranti. Ma ciò che più sconcerta di questo decreto è la discriminazione che andrà a creare tra gli italiani titolari di cittadinanza e i potenziali nuovi cittadini. Il testo prevede addirittura che la concessione della cittadinanza ai discendenti degli emigrati italiani all’estero sia più difficile da ottenere e che vengano estesi i requisiti di residenza necessari per chiederla, sia in caso di matrimonio che sulla base della residenza.

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Vitalizi: i 2700 ex deputati e senatori ci costano 207 milioni all’anno https://www.business.it/vitalizi-ex-deputati-senatori-costo/ Thu, 20 Sep 2018 15:56:29 +0000 https://www.business.it/?p=31671 Quanto ci costano i vitalizi dei parlamentari? Troppo, anche se dal prossimo anno la spesa diminuirà

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Quanto ci costano i vitalizi dei parlamentari? Innanzitutto è bene ricordare che i vitalizi non esistono più dal 2011 per i nuovi deputati e senatori, essendo stati eliminati dal governo Monti. Quindi, chi oggi percepisce un vitalizio è perché ne ha maturato il diritto prima della loro eliminazione. Proprio ieri, nella sua audizione davanti al Senato, il presidente dell’Inps Tito Boeri ha parlato di numeri. I vitalizi attualmente erogati ad ex parlamentari sono 2700 e secondo il presidente Inps costano complessivamente 190 milioni di euro ogni anno. Un costo pesantissimo, insostenibile secondo il presidente Boeri e non solo secondo lui. Tuttavia questa cifra, nella tabella allegata all’audizione precedente sullo stesso tema nel maggio del 2016, per l’anno in corso era di 206,94 milioni di euro.  Il valore dei vitalizi oscilla tra meno di 2 mila a più di 10 mila euro al mese, ma la maggior parte si trova compresa nella fascia tra 2-4 mila euro.

«Le regole dei vitalizi sono state sin dall’origine introdotte dal Parlamento in regime di autodichiarazione senza contemplare una valutazione di giudici esterni. Tale autonomia è stata consapevolmente utilizzata per mettere in piedi un sistema insostenibile destinato a gravare in modo rilevante sui cittadini in aggiunta alla spesa destinata al pagamento delle indennità parlamentari», ha detto Boeri in audizione a Palazzo Madama. Sull’eliminazione dei vitalizi Boeri ha anche detto che se si applicasse la delibera sul taglio già votata alla Camera il risparmio sarebbe di ulteriori 16 milioni che andrebbero ad aggiungersi ai 40 già risparmiati a Montecitorio, da gennaio 2019. Insomma, un chiaro endorsement ad uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle e dell’attuale presidente della Camera Roberto Fico.

Il taglio dei vitalizi è infatti soprattutto una battaglia politica. Uno dei cavalli di battaglia che hanno portato alla vittoria il Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni, nonostante il taglio dei vitalizi sia stato proposto anche dal Partito Democratico nell’ultima legislatura con il disegno di legge di Matteo Richetti, approvato però solo alla Camera. La delibera approvata dalla Camera il 13 luglio 2018 prevede il taglio di 1.338 assegni, che saranno dunque ricalcolati e abbassati. I vitalizi erogati erogati agli ex deputati sono in tutto 1.405. Ce ne sono quindi 67 non verranno ritoccati. I 67 assegni che non vengono toccati sono quelli dei deputati che hanno versato contributi per 4-5 legislature.  La delibera sarà valida dal primo gennaio 2019 e nella maggioranza dei casi i vitalizi saranno tagliati dal 40 al 60%.

Ci sono due tetti minimi: uno di 980 euro per chi ha poche legislature alle spalle e uno di 1470 euro per i vitalizi che avrebbero un taglio di oltre il 50% con le nuove regole. A Montecitorio ci sarebbe un taglio di 40 milioni di euro che arriverebbe a 200 la legislatura. Un risparmio consistente viene dal taglio degli assegni per gli ex deputati in età da pensione. Si tratti in molti casi di ultraottentenni, come per esempio il democristiano veronese Valentino Perdonà che di anni ne ha ben 103: il suo assegno passerà da 4480 euro al mese a 1250. Super taglio anche per due volti storici della sinistra: l’88enne Luciana Castellina passerà da 3.140 euro a 500 circa, con un taglio dell’84,06 per cento. Non va meglio a Rossana Rossanda, 94enne punto di riferimento per almeno due generazioni della sinistra, che perde il 72,58 per cento dell’assegno pari a 2.123 euro netti.Le vedove di ex parlamentari non dovrebbero subire effetti dalla riforma. Nessun vitalizio, invece, è previsto per i condannati in via definitiva.

vitalizi senato più alti

E al Senato? Chi prende in questo momento i vitalizi più alti? Nell’ultimo elenco pubblico disponibile, risalente al 2016, ci sono molti nomi ai più sconosciuti. In vetta alla classifica però, con l’assegno più ricco, c’è qualche nome noto. C’è quello, ad esempio, di Franco Bassanini, ex senatore de l’Ulivo ma anche ex ministro nei governi D’Alema e Amato. Con lui ci sono anche Antonio Del Pennino (Pri), Alfredo Biondi (Pli/Forza Italia), Filippo Berselli (Pdl), Nicola Mancino (Dc/Pd), Clemente Mastella (Udeur/Fi) e Giuseppe Pisanu (Fi). Tutti questi ex senatori incassano ogni mese 6939,81 euro. Tra gli assegni più ricchi ci sono anche quelli dell’ex senatore comunista Emanuele Macaluso (94 anni), del Dc Arcangelo Lobianco (89 anni), dell’indipendente di sinistra e ex ministro del governo Dini Adriano Ossicini (98 anni) e del socialista Michele Achilli, 87 anni. Tutti questi assegni, se la delibera sul taglio dei vitalizi a Palazzo Madama seguirà le orme di quella di Montecitorio per quanto riguarda i deputati in età da pensione, saranno quelli che subiranno il taglio più consistente.

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250 milioni per proteggere anche Salvini, Boschi e Gasparri ma il capo della Polizia è senza scorta https://www.business.it/250-milioni-per-proteggere-anche-salvini-boschi-e-gasparri-ma-il-capo-della-polizia-e-senza-scorta/ Wed, 19 Sep 2018 14:05:56 +0000 https://www.business.it/?p=31578 I politici sotto scorta in Italia sono poco più di 100: per alcuni l'assegnazione della protezione resta un "mistero".

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Quanto costano allo Stato le scorte ai politici? Non c’è trasparenza su questo, nonostante da anni da più parti la si chieda. E nonostante il taglio agli sprechi della politica sia stato un cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni. A decidere le scorte poi non è il Ministro dell’interno direttamente, ma l’Ucis, l’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza creato nel 2002 subito dopo l’uccisione del giuslavorista Marco Biagi a cui la scorta era stata revocata. Questo ufficio raccoglie e valuta le informazioni sulle situazioni personali a rischio, che a loro volta sono state messe insieme dalle varie forze di polizia e di intelligence. Sulla base delle informazioni raccolte a livello locale, i Prefetti inviano all’Ucis le loro proposte per assegnare la scorta a qualcuno, oppure per revocarla o modificarla. L’Ucis decide quindi su segnalazione dei Prefetti che a loro volta rispondono al Ministro dell’interno. Ma il punto è un altro: sono necessarie proprio tutte le scorte attualmente assegnate a politici, ex politici, imprenditori, sindacalisti, esponenti del mondo della cultura? Evidentemente sì, perché sono state tutte oggetto della valutazione di cui sopra.

Sono circa seicento le persone sotto protezione in Italia. La categoria più protetta è quella dei magistrati, che conta 267 assegnatari di una scorta. Segue quella degli “esponenti politici nazionali e locali”, composta di 74 persone. Pensavate di più vero? No, sono i politici sotto scorta sono solo 74 ma di questo elenco non fanno parte i membri attuali ed alcuni ex membri del governo, 28 in tutto. Ad esempio, quando ci fu la polemica sulla revoca della scorta allo scrittore Roberto Saviano, reo di aver insultato il Ministro dell’interno Matteo Salvini, Graziano Delrio, ex Ministro dei trasporti con Gentiloni si rese disponibile a “cedere” la sua scorta all’autore di Gomorra. In questo momento quindi tutti i Ministri e i loro predecessori per un certo periodo (almeno uno o due anni) sono assegnatari di una scorta. Tra gli scortati ci sono poi dirigenti ministeriali e della pubblica amministrazione, perlopiù capi di gabinetto dei ministeri più importanti e capi dipartimento alla guida di strutture delicate per la sicurezza nazionale. Se tra i “politici” vogliamo annoverare anche i capi dei Sindacati nazionali, ecco, anche loro sono scortati.

Tutto il sistema delle scorte, secondo un rapporto che risale a luglio 2018, impiega 2070 persone tra appartenenti alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza ed alla Polizia Penitenziaria. Quanto costa? Il calcolo come abbiamo detto non è mai stato fatto. L’unico calcolo attendibile risale proprio ai mesi successivi all’omicidio di Marco Biagi, nel 2002. L’allora Ministro dell’interno Claudio Scajola davanti al Parlamento quantificò la spesa per le scorte in 250 milioni di euro all’anno. Da allora, però, i costi dovrebbero essere diminuiti. L’attuale presidente del consiglio Giuseppe Conte ha chiesto di ridurre da tre a due le auto di scorta previste nel massimo livello di protezione, generando così ulteriori risparmi (mai quantificati però).

Tra i politici scortati, tra molti famosi figurano anche nomi insospettabili. Insospettabili nel senso che nessuno di buon senso penserebbe mai siano stati minacciati o siano sotto minaccia adesso. Un esempio? Maurizio Gasparri, che dispone di una scorta di 3° livello, auto blindata quindi. Poi per restare sempre dentro a Forza Italia tra gli scortati ci sono anche Nunzia De Girolamo e Gianfranco Rotondi, che non ricordiamo aver ricoperto incarichi a rischio. Spostandoci a sinistra troviamo Piero Fassino, Massimo d’Alema e l’ex ministro delle riforme Maria Elena Boschi. Incredibilmente nell’elenco degli scortati non c’è il Capo della Polizia, il prefetto Franco Gabrielli. Già, ma sarebbe il colmo se la Polizia non vigilasse sulla sicurezza personale del suo capo. E Matteo Salvini? Ovviamente, da Ministro dell’interno e vicepremier dispone di una scorta. Nel 2015, quando era un “semplice” Europarlamentare, secondo Il Fatto Quotidiano aveva una scorta di 30 persone per un costo di circa 120 mila euro al mese. Oggi invece non è possibile quantificarne il costo.

Il meccanismo di assegnazione della scorta non è perfetto e ha portato sicuramente a qualche stortura negli anni, non solo in eccesso ma anche in difetto. Inoltre, come abbiamo visto, gli scortati sono molti altri oltre ai politici. Solo nella categoria dei giornalisti troviamo nomi di spicco come quello del direttore della Verità Maurizio Belpietro, il direttore di Repubblica Mario Calabresi, il direttore della Stampa Maurizio Molinari, l’ex direttore di Libero Vittorio Feltri, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti e il conduttore di Porta a Porta Bruno Vespa.

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Immigrati in Italia: tutte le bugie della Lega https://www.business.it/immigrati-in-italia-tutte-le-bugie-della-lega/ Tue, 18 Sep 2018 16:01:36 +0000 https://www.business.it/?p=31516 La Lega ha fatto la più grande sanatoria della storia ma Matteo Salvini fa finta di non saperlo

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Chi ha fatto entrare tutti questi immigrati in Italia? La sinistra? A sentire i vincitori delle ultime elezioni politiche sarebbe così. Ma stanno davvero così le cose? In realtà, anche se Matteo Salvini fa finta di non saperlo, la Lega ha fatto la più grande sanatoria sull’immigrazione della storia d’Italia. E di chi è il merito per la diminuzione degli sbarchi dell’ultimo anno? Gli sbarchi di migranti in Italia sono diminuiti ben prima che Salvini alzasse la voce con l’Europa e cavalcasse il caso della nave Diciotti per galoppare nei sondaggi. Già, ma a Salvini gli immigrati, specie se clandestini, servono: altrimenti quale sarebbe il nemico da attaccare un giorno sì e l’altro pure? Insomma, le bugie delle Lega sui migranti sono tante, troppe. Peccato nessuno o quasi ne parli.

Salvini ad esempio dimentica che con la maxi regolarizzazione del 2002,  i decreti flussi, la sanatoria dell’autunno 2009 e le varie regolarizzazioni di stagionali (l’ultima nella primavera del 2011), i governi a guida Lega/Forza Italia hanno messo in regola oltre due milioni di immigrati. Immigrati irregolari, entrati in Italia nei modi più diversi e soprattutto con gli sbarchi, esattamente come oggi. La Lega Nord ha sostenuto i governi Berlusconi e ha avuto ruoli chiave nella vicenda immigrazione. Nel 2002, quando ci fu la maxi regolarizzazione, Ministro dell’interno era Beppe Pisanu (Forza Italia) ma come sottosegretario c’era il leghista Maurizio Balocchi. Quando nel dicembre 2008 Berlusconi dà il via libera a centocinquantamila ingressi non stagionali, al Viminale siede ancora l’accoppiata Pisanu-Balocchi, mentre quando si decide per la maxi-sanatoria di lavoratori stranieri nell’autunno del 2009 l’esecutivo in carica è il Berlusconi IV, con Ministro dell’interno Roberto Maroni, all’epoca numero due della Lega Nord.

Insomma, che la Lega abbia lavorato più per fare entrare gli immigrati in Italia piuttosto che fermare l’invasione è un dato di fatto, lo dicono i numeri di sanatorie e decreti flussi. Come è un dato di fatto che gli ingressi irregolari sono drasticamente diminuiti tra la primavera del 2017 e quella del 2018, quando al Viminale sedeva Marco Minniti, non Matteo Salvini. Il calo degli sbarchi di clandestini, aggiornato ad oggi 18 settembre 2018 è del 79%. I dati sono aggiornati in tempo reale e disponibili sul sito del Ministero dell’Interno. Ad oggi sono sbarcati in Italia 20.812 migranti, contro i 102.954 del 2017. Nel 2016 erano sbarcate addirittura 130.517 persone.

L’inversione di tendenza si ha da luglio del 2017 quando Minniti interviene sulle Ong che operano nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo, facendo firmare loro un “codice” di regolamentazione. Ma soprattutto quando il governo italiano stringe accordi con il governo Libico per una maggiore attività di controllo da parte della Guardia Costiera di Tripoli. L’allora premier Gentiloni commentava «Il codice delle ong è un pezzo fondamentale della strategia del governo sull’immigrazione». Alcune, però,  non avevano firmato il codice perché immaginavano che il governo stesse cercando un modo di limitare le loro attività e ridurre così il numero di migranti salvati in mare e poi portati in Italia. Nonostante questo gli sbarchi di migranti in Italia diminuiscono nettamente:  a luglio 2017 arrivano in Italia 11.461 migranti, mentre ad agosto gli sbarchi scendono a 3920.

Insomma, il merito principale della diminuzione degli sbarchi si deve al memorandum firmato il 2 febbraio del 2017 dal Governo italiano e dal Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia. La Guardia costiera libica iniziò a fermare i barconi e a riportare in Libia i migranti, mentre i sindaci delle città costiere della Libia cambiarono comportamento nei confronti dei trafficanti. Ora invece, la situazione politica della Libia e quella italiana non consentono l’applicazione di questi accordi. Soprattutto per la parte che riguarda “l’impegno a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”.

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Le banche oggi? Come supermercati a rischio fallimento https://www.business.it/le-banche-oggi-come-supermercati-a-rischio-fallimento/ Mon, 17 Sep 2018 13:54:37 +0000 https://www.business.it/?p=31395 E' impossibile imparare la lezione della crisi del 2008 perché c’è sempre qualcuno che si crede più bravo o più furbo.

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Le banche oggi? Come un supermercato. E’ la tesi di Marco Fratini, con Lorenzo Marconi autore di Vaffanbanka. Il libro, bestseller da dieci anni, nel settembre 2008 anticipò quello che di lì a poco sarebbe scoppiato con il fallimento di Lehman Brothers: la più grande crisi bancaria della storia. Ed ha insegnato in questi anni al grande pubblico molte cose sull’universo sempre più confuso delle banche. Qualche giorno fa Fratini, giornalista e conduttore nel weekend di Omnibus su La7, ha rilasciato un’intervista illuminante. Al solito chiaro nel raccontare i fatti finanziari, Fratini, che oggi siede nel consiglio di indirizzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, ha spiegato perché in seguito alla grande crisi finanziaria dell’autunno 2008 tutto (e nulla) è cambiato nel rapporto tra banche e consumatori.

“Il problema è il rapporto che abbiamo con i soldi e con le banche”, sostiene Fratini e spiega bene perché. Se nel 2008 il mondo intero, davanti alle immagini dei dipendenti della Lehman Brothers che lasciavano i propri uffici con gli scatoloni in mano, ha capito che le banche possono fallire la lezione non è servita a molto. Sì, perché di fallimenti ce ne sono stati molti altri. Molti anni dopo Lehman Brothers le banche sono fallite anche in Italia, paese che ha sempre avuto istituti bancari solidi e legati al territorio. “Segnale che la lezione non è stata imparata”, dice Fratini e che forse è impossibile impararla perché c’è sempre qualcuno che si crede più bravo o più furbo. E non intende pagare mai il conto.

E se Fratini e Marconi sono stati pionieri nel raccontare la disinformazione finanziaria e in questi anni hanno continuato a farlo, non solo con il sempre attuale Vaffanbanka, nulla sembra essere cambiato nelle abitudini di operatori e consumatori. “Da ignoranti siamo ottimi clienti”, osserva Fratini denunciando il sistema che ha prodotto i disastri che conosciamo anche nel nostro paese, da Monte dei Paschi a Banca Etruria e  Popolare di Vicenza. “C’era un sistema fatto di giornali, telegiornali, mezzi di comunicazione che ci teneva proprio così, ignoranti. Me li ricordo bene quelli che ci criticavano dai piani alti, me li ricordo per nome e cognome. Alcuni di loro adesso vanno in giro a spiegare il benchmark, la rava e la fava, a fare educazione finanziaria, sono anche entrati in Parlamento e hanno fatto i direttori di giornale. Solo gli stupidi non cambiano idea. Meglio così, io preferisco lottare insieme a voi”, incalza Fratini. Insomma, il sistema si autoalimenta e non riesce a produrre anticorpi che rendano i consumatori immuni da rischi perché c’è sempre qualcuno interessato a lasciarli nell’ignoranza.

Perché non si parla delle banche a rischio fallimento? Perché il rapporto con i clienti è diventato così problematico? “Oggi le banche sono un supermercato. C’è stata una concentrazione di potere che ha spesso cancellato il rapporto con il territorio”, spiega Fratini. Ed è vero. Pensiamo alle tanto bistrattate Banche Popolari e di Credito Cooperativo, finite nel tritasassi della crisi con alcuni fallimenti clamorosi. E’ vero che andavano in un qualche modo riformate, ma è anche vero che non fosse stato per le piccole banche di provincia le nostre piccole imprese non sarebbero sopravvissute se non in minima parte alla crisi post 2008. Le banche supermercato, poi, come tutti gli esercizi commerciali troppo grandi, sono più sensibili alle tensioni sui mercati. Anche i supermercati possono fallire.

Come fare per evitare che questo accada? “Le banche sono fatte di persone. Dal più piccolo dei dipendenti al più grande dei manager, gli errori sono un fattore umano. Non si può pretendere di cambiare un sistema se al suo vertice si riciclano le stesse persone”, spiega Fratini. E come dargli torto. Perché mai chi ha contribuito a creare un certo sistema dovrebbe mettersi a distruggerlo, per fare un favore a chi?  Non si può pretendere siano loro a cambiare quel che hanno contribuito a creare. Poi, va onestamente riconosciuto, il Bail-in per come è stato previsto ora è un affare per tutti eccetto che per i consumatori. “Aver fissato a 100mila euro il tetto oltre il quale i comuni mortali correntisti devono contribuire al salvataggio di una banca è da idioti: una cifra di questo genere sul conto ce l’hanno anche famiglie modeste, che magari hanno venduto la casa per sostenere un parente che ha perso il lavoro”, fa notare Fratini.

Quali sono le banche a rischio fallimento in Italia? Di questo Fratini non parla ma un articolo pubblicato nel 2017 dal quotidiano economico Il Sole 24 ore riporta un elenco di 114 istituti, alcuni dei quali già falliti, che purtroppo è ancora molto attuale oggi, settembre 2018. Da inizio anno il cambio di rotta della BCE sui “non performing Loans”, cioè l’obbligo per le banche di garantire la copertura di tutti i crediti deteriorati di nuova classificazione portando gradualmente al 100% gli accantonamenti a copertura degli Npl, rischia di mettere in difficoltà altri istituti. Secondo l’ufficio studi di Mediobanca a fine 2016 erano ben 114 gli istituti di credito in cui il peso dei crediti malati era tale da far accendere più di un semaforo rosso. In quelle 114 banche, che sono per lo più banche di credito cooperativo e casse rurali, infatti gli Npl netti superano il valore del patrimonio netto tangibile. Oggi questo numero è cambiato solo perché alcune banche nel frattempo sono fallite, come Banca di Teramo di Credito Cooperativo e Veneto Banca, o “nazionalizzate” come Monte dei Paschi. In questo elenco ci sono ancora nomi importanti come Carige, Unipol Banca, Banca Popolare di Bari ed altre oggetto di acquisizione da parte di gruppi esteri come la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza.

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Autostrade, mano lesta sui pedaggi e braccio corto sugli investimenti: tutto scritto nella concessione https://www.business.it/autostrade-mano-lesta-sui-pedaggi-e-braccio-corto-sugli-investimenti-tutto-scritto-nella-concessione/ Sun, 16 Sep 2018 14:18:29 +0000 https://www.business.it/?p=31322 Un faldone elettronico pesante, oltre 600 pagine di documenti. Contratti, tabelle, elenchi con date e cifre. E’ il contenuto di una cartella zippata, caricata a fine agosto sul sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal titolo “Convenzione con Autostrade per l’Italia”. Dopo la tragedia del ponte Morandi costata la vita a 43 persone… Read More »Autostrade, mano lesta sui pedaggi e braccio corto sugli investimenti: tutto scritto nella concessione

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Un faldone elettronico pesante, oltre 600 pagine di documenti. Contratti, tabelle, elenchi con date e cifre. E’ il contenuto di una cartella zippata, caricata a fine agosto sul sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal titolo “Convenzione con Autostrade per l’Italia”. Dopo la tragedia del ponte Morandi costata la vita a 43 persone la questione delle concessioni autostradali è tornata prepotentemente in primo piano. Sono anni che se ne parla in modo critico ma il Movimento 5 Stelle dopo la tragedia di Genova è tornato all’offensiva. Luigi Di Maio, nei giorni successivi al crollo del ponte Morandi ha attaccato duramente il modello delle concessioni, considerate un affare solo per i concessionari, e chi lo avrebbe permesso (i governi precedenti). La pubblicazione sul sito del Ministero è avvenuta in contemporanea con quella sul portale di Autostrade per l’Italia, segno che la società non intende opporsi all’operazione trasparenza. Cosa emerge da questi documenti? Ci sono discrepanze tra quanto previsto e quanto realizzato da Autostrade sulle tratte di sua competenza?

Lo schema di convenzione tra Anas e Autostrade per l’Italia

Prima di tutto, nel testo dello schema di convenzione firmata dal presidente di Anas Pietro Ciucci e dall’amministratore delegato di Autostrade Giovanni Castellucci, sono indicati chiaramente gli investimenti sul potenziamento della rete che Autostrade s’impegna a fare a fronte della concessione. Il testo, che è del 12 ottobre 2007, cita numerose realizzazioni già portate a termine in questi undici anni e altre di cui non si conosce ancora il destino, tra cui la Gronda di Genova. Intanto Autostrade per l’Italia ha la responsabilità di 2854,6 chilometri di Autostrade, tra cui spiccano gli 803,5 della A1 Milano-Napoli, l’Autostrada del Sole. Tra le tratte di competenza di Autostrade per l’Italia c’è anche l’A10, la Genova-Ventimiglia,  quella del ponte Morandi. “Sono affidati al concessionario le attività e i compiti necessari per l’esercizio delle autostrade di cui all’elenco allegato nonché ai sensi dell’art. 14 della legge 12 agosto 1982 n° 531, la progettazione ed esecuzione degli interventi di adeguamento richiesti da esigenze relative alla sicurezza del traffico o al mantenimento del livello di servizio […]”. Al punto De) dello schema di convenzione si parla della gronda di Ponente e interconnessione A7/A10/A12. Si tratta di quell’opera che avrebbe dovuto alleggerire il carico di traffico sul tratto cittadino della A10 e quindi anche sul ponte Morandi. Opera di cui non c’è ancora traccia. Perché? Lo vediamo più avanti.

Quanti soldi ha investito Autostrade nel potenziamento e manutenzione della rete

Parliamo di soldi. Quanto vale la concessione ad Autostrade per l’Italia? La convenzione ha durata fino al 2038, prolungata quest’anno fino al 2042 per gentile concessione dell’Unione Europea.  Lo schema di convenzione del 2007 richiama quanto già programmato nelle precedenti. Autostrade ha ricevuto rilevanti fondi pubblici per l’esecuzione delle opere di potenziamento della rete: 51,6 milioni per il 1996, 25,8 milioni per il biennio 1998-99, 28,4 milioni per il 2000, 38,7 milioni dal 2001 al 2012, 10,3 milioni ogni anno dal 1997 al 2016 e 51,6 milioni per gli anni 2013/2017. La convenzione prevede che Autostrade per l’Italia  versi “un canone annuo fissato in misura pari al 2,4% dei proventi netti dei pedaggi”. A questo si aggiunge un 5% dai guadagni delle subconcessioni o di attività collaterali.

Tutto qui? No, perché nel 2013 Autostrade aggiorna il piano finanziario collegato alla convenzione. Alla voce investimenti la cifra è 19,3 miliardi di euro. Di questi, 10,3 miliardi sono quelli dedicati agli interventi per gli anni 2013-38. Alla voce manutenzione l’impegno di investimento è inferiore ai 300 milioni di euro l’anno. Si parte da 284,4 milioni di euro nel 2013 fino ad arrivare a 291,9 milioni nel 2038.  Sono quasi centomila euro per chilometro di autostrada ogni anno: una cifra importante che torna spesso nelle tasche del concessionario. Per le nuove terze e quarte corsie, ad esempio, gli interventi sono affidati spesso a Pavimental il che significa alla stessa Autostrade considerato che ne controlla il 59,4% del capitale sociale. Centomila euro a chilometro ogni anno per la manutenzione ma il ponte Morandi è crollato e molti altri tratti autostradali versano in condizioni pietose. Chi controlla che le manutenzioni siano fatte a regola d’arte? In teoria il concessionario stesso, quindi Autostrade. Il ministero delle Infrastrutture dice che le regole prevedono il “trasferimento al concessionario (nel caso specifico ad Autostrade per l’Italia, ndr) di ogni onere connesso alla verifica dello stato dell’infrastruttura, come peraltro acclarato dall’articolo 14 del codice della strada”.

Perché la gronda di Genova non è stata realizzata

La Gronda di Genova, inserita nella convenzione fin dal 2007, è ancora sulla carta. Perché? Qui il discorso è tutto politico e coinvolge parte dell’attuale maggioranza che oggi attacca autostrade per la vicenda del ponte Morandi. Questo nuovo tratto di autostrada doveva collegare la A10 e Genova e alle autostrade A7 a A12, bypassando l’attuale tratto cittadino dell’Autostrada dei Fiori. Ma il progetto ha subito rallentamenti per la forte opposizione dei comitati “No Gronda” sostenuti dal Movimento 5 Stelle. Proprio qualche settimana prima della tragedia del ponte Morandi, in continuità con la storica opposizione del Movimento, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli aveva inserito la Gronda di Genova tra le opere destinate ad essere ridiscusse o cancellate. Sì perché la Gronda di Genova si doveva fare come abbiamo visto fin dal 2007, il suo progetto è stato sottoposto a dibattito pubblico tra il 2008 e il 2009 ma ha subito ritardi e l’iter verso il progetto definitivo è iniziato solo nel 2011. All’accordo di programma tra Stato e Regione per la realizzazione dell’opera si è arrivati solo nel 2015. Infine, nel settembre del 2017 il predecessore di Toninelli, Del Rio, aveva firmato il decreto che sanciva l’approvazione del progetto definitivo e dichiarava la pubblica utilità dell’opera.

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Quello (sporco?) affare del gasdotto Tap: 45 miliardi tra sospetti e ombre https://www.business.it/quello-sporco-affare-del-gasdotto-tap-45-miliardi-tra-sospetti-ed-ombre/ Fri, 14 Sep 2018 15:55:31 +0000 https://www.business.it/?p=31229 Dopo un periodo di grande attenzione mediatica durato una manciata di mesi, tra la primavera e l’autunno del 2017, quasi più nessuno parla del gasdotto Tap. O meglio, se ne parla nelle stanze del potere come è normale che sia per opere di tale portata. Sì perché il Tap non è solo un’infrastruttura di grande… Read More »Quello (sporco?) affare del gasdotto Tap: 45 miliardi tra sospetti e ombre

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Dopo un periodo di grande attenzione mediatica durato una manciata di mesi, tra la primavera e l’autunno del 2017, quasi più nessuno parla del gasdotto Tap. O meglio, se ne parla nelle stanze del potere come è normale che sia per opere di tale portata. Sì perché il Tap non è solo un’infrastruttura di grande rilievo sull’asse est-ovest, è un colossale affare che coinvolge le potenze mondiali, dalla Russia di Putin agli Stati Uniti di Donald Trump, passando per le multinazionali leader del settore energetico. Il progetto può contare anche sul supporto di uomini politici di rilievo come Tony Blair, l’ex premier laburista che svolge un ruolo di consulente strategico. Blair nei giorni scorsi ha incontrato il Ministro degli Interni e vicepremier italiano Matteo Salvini con l’obiettivo di sciogliere il “nodo” italiano. E’ nota infatti la contrarietà che parte della maggioranza di governo, in particolare dentro al Movimento 5 Stelle, ha espresso nei confronti dell’impatto ambientale dell’opera sul territorio italiano.

Che cos’è il Tap

Ma prima di tutto, cos’è il Tap? Il Trans Adriatic Pipeline è solo l’ultimo tratto di un gigantesco gasdotto lungo quasi quattromila chilometri di condotte per trasportare enormi quantità di metano dall’Azerbaijan all’Italia. Il troncone iniziale, denominato Scp, parte dal giacimento azero di Shah Deniz 2 e attraversa la Georgia. Quindi nella seconda parte del suo tragitto il gasdotto attraversa tutta la Turchia assumendo la denominazione di Tanap. Il Tap è  quindi l’ultimo tratto, lungo 878 chilometri: dal Bosforo attraverso le montagne di Grecia ed Albania il gasdotto si inabissa in mare per poi risalire sulla costa italiana, in Salento. Il costo definitivo dell’opera è stimato in 45 miliardi di Euro.

Il terminale del gasdotto da record è in Italia

Secondo il progetto definitivo, la condotta del Tap dovrebbe riemergerà sulla spiaggia di San Foca, a Melendugno, dove nella primavera del 2017 scoppiarono vibrate proteste popolari in seguito allo sradicamento di secolari olivi per far spazio al cantiere del gasdotto. Proteste sostenute o comunque ascoltate dal Movimento 5 Stelle, oggi al governo. Qui sono in corso i lavori di realizzazione del micro-tunnel previsto dal ministero dell’Ambiente fin dalla prima approvazione del progetto (governo Monti) per non devastare una delle perle del turismo italiano, la costa del Salento. In pratica sarà realizzata una galleria di cemento che parte in mare, a 800 metri dalla riva. Quindi la conduttura attraverso questa galleria passerà sotto la spiaggia per riaffiorare in mezzo ai campi, a 700 metri dalla riva del mare. Il terminale del gasdotto è in Italia, proprio in Puglia. Da Melendugno infatti sono previsti altri 8,2 km di condotta fino a un nuovo terminale di recezione. Ed è proprio qui che il progetto ha l’impatto maggiore con l’ambiente: il consorzio Tap prevede infatti di spostare 1.900 alberi secolari, tutti ulivi, per far spazio all’impianto di recezione. Per non parlare degli altri 55 chilometri necessari alla condotta per arrivare fino a Mesagne e collegarsi alla rete nazionale del gas. Secondo la stima degli oppositori del progetto gli ulivi a rischio in tutto sarebbero diecimila.

Chi realizza il Tap, a chi interessa e chi lo paga

La società capofila del progetto del maxi gasdotto tra Azerbaijan e Italia e la svizzera Tap Ag. Dietro a questa sigla ci sono alcune grandi aziende multinazionali dell’energia (Snam, Bp, Fluxys, Enagas, Az-tap), ma soprattutto c’è stata all’inizio un’azienda il cui nome ricordava l’Italia, ma aveva sede in Lussemburgo. Questa azienda, secondo alcuni documenti della Commissione Ue portati alla luce da un’inchiesta del settimanale L’Espresso, avrebbe ricevuto rilevanti finanziamenti a fondo perduto. Già, perché se l’opera è considerata strategica per l’interesse nazionale significa che può ricevere investimenti pubblici che non prevedono restituzione del capitale. L’azienda si chiama Egl Produzione Italia, è una società per azioni con 200 mila euro di capitale, ma è controllata dalla Egl lussemburghese, a sua volta posseduta dal gruppo elvetico Axpo, che fa capo a diversi cantoni della Svizzera tedesca. Oggi Egl Produzione Italia ha cambiato nome, non esiste più. “Axpo Italia è oggi uno dei maggiori player con una presenza lungo l’intera catena dell’energia. Axpo Italia, precedentemente Egl Italia, ha la sua sede centrale a Genova, e sedi commerciali e di rappresentanza a Milano e Roma”, si legge in una presentazione ufficiale dell’azienda. Ma la sostanza non cambia, almeno, non la storia dei primi finanziamenti ottenuti dal progetto Tap. Già, perché nel 2009 la Commissione europea accetta di cambiare il beneficiario del residuo finanziamento a fondo perduto, dirottato dalla Egl alla Tap Asset spa, un’altra filiale di Axpo con sede a Roma. Quindi la vendita del progetto, per almeno 12 milioni di euro, all’attuale capofila Tap Ag.  Nell’affare come detto, c’è comunanza d’interessi tra Washington e Mosca. Il Tap, immaginato inizialmente come corridoio alternativo a quello di Gazprom e quindi appoggiato dagli Usa in funzione anti-Cremlino, oggi vede la partecipazione del gigante russo Lukoil, entrato con il 10 per cento di capitale nel consorzio guidato dalla inglese Bp e dalla società azera Socar per sfruttare il giacimento di Shah Deniz 2, proprio quello del Tap.

Perché il Tap viene definito un affare sporco da alcune inchieste giornalistiche

Senza dubbio il Tap è un’opera strategica per l’Italia, garantendo l’apporto di gas naturale da uno dei giacimenti più grandi del mondo. Ed è anche un’opera strategica nello scacchiere politico internazionale. Non a caso trova concordi sulla sua realizzazione sia il presidente americano Trump che il presidente russo Putin. Trump in occasione della prima visita di Stato del neo presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte a Washington a fine luglio ha portato a casa l’impegno del premier italiano a mediare per superare gli ostacoli italiani alla realizzazione del Tap. Ostacoli che in teoria non dovrebbero nemmeno esistere: essendo stata inserita tra le opere strategiche da ben tre governi (Monti, Letta, Renzi), per il suo via libera basta una valutazione d’impatto ambientale del Ministero competente. Ma perché il Tap guadagna l’appellativo di affare sporco in alcune inchieste giornalistiche? Ancora una volta al centro della vicenda c’è l’ormai scomparsa Egl Produzione Italia, il cui amministratore delegato era Raffaele Tognacca, ex manager del gruppo petrolifero Erg e in politica con i liberali in Canton Ticino. E cosa ci sarebbe di strano? Nulla se non che Tognacca e la moglie hanno aperto una società che si chiama Viva Transfer. Secondo un’inchiesta del 2014  della Guardia di Finanza coordinata dal Pm Michele Prestipino la società sarebbe rimasta implicata in un maxi riciclaggio di denaro frutto del narcotraffico di una cosca della ‘ndrangheta calabrese. Tuttavia le autorità elvetiche non hanno ritenuto di procedere nei confronti di Tognacca che, anzi, ha sempre rimarcato di non essere stato mai indagato né in Italia né in Svizzera ed ha querelato L’Espresso per aver pubblicato le accuse nei suoi confronti. Insomma, che ci sia il riciclaggio di denaro sporco dietro all’affare Tap è al momento una pura illazione ed un collegamento piuttosto ardito, non provato da alcuna inchiesta della Magistratura né italiana né svizzera.

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Perché Salvini è il primo anti-italiano https://www.business.it/perche-salvini-e-il-primo-anti-italiano/ Wed, 12 Sep 2018 13:42:04 +0000 https://www.business.it/?p=31030 Matteo Salvini ha vinto le elezioni politiche 2018 al grido di “prima gli Italiani”. E sulla difesa (a suo dire) degli interessi nazionali italiani sta giocando una partita durissima con l’Europa, dalla questione migranti al superamento dei vincoli di bilancio. Partita in cui, secondo i sondaggi, per il momento risulta vincitore. E sulla difesa degli… Read More »Perché Salvini è il primo anti-italiano

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Matteo Salvini ha vinto le elezioni politiche 2018 al grido di “prima gli Italiani”. E sulla difesa (a suo dire) degli interessi nazionali italiani sta giocando una partita durissima con l’Europa, dalla questione migranti al superamento dei vincoli di bilancio. Partita in cui, secondo i sondaggi, per il momento risulta vincitore. E sulla difesa degli interessi nazionali, dalla questione migranti alla nazionalizzazione delle Autostrade, anche il Movimento 5 Stelle non è da meno. Insomma, i gialloverdi si sono presentati fin dalla campagna elettorale e poi ancor di più una volta confluiti nell’alleanza di governo come paladini della Patria e dell’interesse nazionale.

Fin qui tutto bene, o meglio, male. Perché se si parlasse di reale difesa dell’interesse nazionale non assisteremmo a prese di posizione e battaglie sul nulla o al massimo sul capro espiatorio di turno (migranti, Europa, moneta unica) contro cui scatenare tutta l’impotenza delle cosiddette sovranità nazionali. Se Salvini e Di Maio avessero davvero a cuore l’interesse nazionale cercherebbero di ricostruire un ruolo importante dell’Italia nel consesso europeo ed internazionale. Ma dalla vergognosa vicenda della Diciotti, una nave militare italiana “sequestrata” in un porto italiano, alla dichiarazione di non voler intervenire in seguito all’aggravarsi della crisi libica, tutto dimostra il contrario. Lega e M5S stanno lavorando per l’isolamento dell’Italia in Europa. Perché?

Perché inseguire sogni di un impossibile ruolo da grande potenza, flirtando con Trump e Putin? Salvini e Di Maio ignorano forse che Trump e Putin, seppur da posizioni diverse, puntano alla distruzione dell’Europa, come spazio politico ed economico. I due uomini politici più potenti della terra non hanno alcun interesse di “liberare” i singoli paesi europei dalle grinfie di Bruxelles. La strategia che stanno utilizzando è quella del progressivo indebolimento, per rendere i paesi europei ancora più  marginali nello scacchiere geopolitico globale.

In un Paese dove la politica avesse ancora un senso, qualcuno dovrebbe chiedere conto a Salvini del fatto che la sua sedicente difesa dell’interesse nazionale italiano fa a pugni con la sua adesione alla fondazione (the Movement) di Steve Bannon, ideologo della campagna presidenziale di Trump. Chi è Steve Bannon? E’ un peso massimo della destra estrema statunitense ed organizzatore di una campagna unitaria delle forze nazionaliste e sovraniste alle prossime elezioni continentali che ha l’obiettivo di distruggere la costruzione europea. Per non parlare della politica di Trump sui dazi, con la quale il presidente USA sta colpendo e intende continuare a colpire interi settori commerciali in Italia ed Europa.

Ma il professor Conte, così puntiglioso e attento ai particolari, per difendere l’interesse nazionale italiano cosa aveva concordato con Trump nella sua prima visita ufficiale da Presidente del Consiglio a fine luglio? Nulla. Era stato un incontro da “pacche sulle spalle”, molto simile a quelli cui ci aveva abituato Silvio Berlusconi con il suo amico Putin. Trump si era affrettato a definire Conte un “outsider della politica”. Poi aveva subito portato a casa un impegno del governo italiano sul Tap, il gasdotto che dall’Azerbaijan dovrebbe portare il gas in Europa. Subito uno a zero per Trump dunque, considerato che il Movimento 5 Stelle è da sempre contrario alla realizzazione del gasdotto. E via libera a Salvini, che per sbloccare la vicenda Tap ha incontrato addirittura Tony Blair. L’ex leader laburista inglese, oggi consulente del gruppo che sta costruendo il Tap, conta proprio sull’appoggio di Salvini per convincere la parte recalcitrante del governo italiano ad allinearsi sul sì al progetto strategico per buona parte d’Europa ma anche per chi il gas lo produce, cioè l’amico Putin. Viva l’interesse nazionale.

Poi Conte aveva ottenuto non meglio precisate garanzie per le aziende italiane dell’agroalimentare nella discussione sui dazi, garanzie di cui non si è saputo più nulla. Come nulla si sa della “cabina di regia permanente” tra Washington e Roma per il Mediterraneo allargato in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione. “L’idea è che Italia e Stati Uniti possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del Paese nord africano”, scriveva il giorno dopo l’incontro un importante quotidiano italiano. Parole che stridono con le ultime prese di posizione di Matteo Salvini sulla Libia. “Escludo interventi militari perché non risolvono nulla, questo dovrebbero capirlo anche altri”. Chissà cosa ne pensa Trump.

E Putin? Il Cremlino sostiene non da ieri i movimenti populisti ed euroscettici. Il ministero degli Esteri russo ha accolto con ottimismo l’apertura alla Russia auspicata da Giuseppe Conte all’indomani del giuramento del governo M5S-Lega. «Le parole del premier italiano – aveva detto Mosca – manifestano la volontà di cooperare con il nostro Paese». Mosca sta gradualmente rafforzando la sua influenza in Europa, dove usa anche le esportazioni di gas come grimaldello. L’obiettivo? L’eliminazione delle sanzioni  europee nei confronti della Russia per la crisi in Ucraina. Putin non ha mai goduto di così tanto consenso tra le forze politiche europee. Oltre alle simpatie di cui gode soprattutto in Austria presso il partito nazionalista Fpö di Heinz Christian Strache e in Svezia tra gli Svedesi Democratici c’è il rapporto sempre più stretto con la Lega di Matteo Salvini.

Salvini, sì, quello di “Prima gli italiani”. Il 6 marzo 2017, un anno esatto prima delle elezioni politiche in Italia, Salvini firmava un vero e proprio “contratto” con il partito di Vladimir Putin, Russia Unita. Nel lungo testo dell’accordo, alle enunciazioni di amicizia e collaborazione tra i due partiti, seguono precisi impegni che coinvolgono anche le Istituzioni dei due paesi. Lega e Russia Unita si impegnano infatti a “promuovere la creazione di relazioni tra i deputati della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa e l’organo legislativo della Repubblica Italiana” prevedendo anche “lo scambio di esperienze in attività legislative”. Ma è soprattutto l’articolo 1 del contratto a colpire per l’impegno che comporta da parte della Lega di Matteo Salvini. “Le Parti si consulteranno e si scambieranno informazioni su temi di attualità della situazione nella Federazione Russa e nella Repubblica Italiana, sulle relazioni bilaterali e internazionali”. Insomma, la Lega diventa il principale informatore della Russia di Putin per quanto riguarda non solo decisioni di politica interna ma anche sulle relazioni internazionali del nostro paese. Alla faccia di nazionalismo e difesa degli interessi nazionali italiani.

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Le elezioni svedesi ci aiutano a capire perché Salvini non vincerà per sempre https://www.business.it/le-elezioni-svedesi-ci-aiutano-a-capire-perche-salvini-non-vincera-per-sempre/ Tue, 11 Sep 2018 11:52:12 +0000 https://www.business.it/?p=30854 Le elezioni politiche svedesi di domenica 9 settembre 2018 per il rinnovo della Riksdag, la camera unica del Parlamento, sono state molto istruttive. Innanzitutto sono state una sorpresa per chi si aspettava un risultato eclatante della destra populista e sovranista. Così non è stato e Svedesi Democratici, il partito sovranista di destra, ha ottenuto il 17,6%… Read More »Le elezioni svedesi ci aiutano a capire perché Salvini non vincerà per sempre

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Le elezioni politiche svedesi di domenica 9 settembre 2018 per il rinnovo della Riksdag, la camera unica del Parlamento, sono state molto istruttive. Innanzitutto sono state una sorpresa per chi si aspettava un risultato eclatante della destra populista e sovranista. Così non è stato e Svedesi Democratici, il partito sovranista di destra, ha ottenuto il 17,6% dei consensi, un dato molto al di sotto dei sondaggi pre-elettorali. I partiti tradizionali di centrosinistra e centrodestra hanno dunque vinto la sfida elettorale ma hanno preso molti voti in meno rispetto alle ultime elezioni. Il Partito Socialdemocratico che dal 1947 ad oggi ha sempre vinto le elezioni in Svezia ha ottenuto il 28,7% dei voti, mai così pochi nella sua storia. Così come pochi sono i voti raccolti dal Partito Moderato di centrodestra, un 19,8% pericolosamente vicino al 17,6% dei sovranisti.

Tuttavia, nonostante i risultati non brillanti, in Svezia a differenza di altri paesi europei i partiti tradizionali sono riusciti ad arginare l’onda populista. Ci sono molti perché per questo risultato. Il primo è sicuramente la solidità del Partito Socialdemocratico svedese, che nonostante viva una fase storica priva di leader carismatici riesce ancora a spendere sul piano elettorale i risultati di oltre sessant’anni di benessere nazionale. Anche se per la prima volta sarà costretto a scendere a compromessi per dare un governo al paese, il Partito Socialdemocratico svedese si è presentato il giorno dopo le elezioni come “vincitore” ed ha continuato a parlare al suo elettorato di riferimento trasmettendo sicurezza. Altrettanto ha fatto il Partito Moderato che a differenza di altre formazioni politiche che negli intenti vorrebbero esserlo ma nella pratica non lo sono state mai (in Italia abbiamo l’esempio eclatante di quello che fu il Popolo delle Libertà), ha presentato un programma elettorale davvero moderato e su questo ha limitato i danni “da destra”. «Avremmo voluto ottenere un risultato migliore, ma nonostante ciò, gli elettori hanno reso i socialdemocratici il più grande partito, chiaramente il più grande partito», ha detto il primo ministro socialdemocratico Löfven in un discorso ai sui sostenitori. Gli alleati della coalizione dei socialdemocratici, i Verdi, hanno appena superato la soglia del 4% per entrare in parlamento, con il 4,3%. 

I Democratici Svedesi sono rimasti ben al di sotto del 25% che alcuni sondaggi avevano previsto. E mentre questi stessi sondaggi prevedevano ottenessero la seconda piazza, il partito dell’ultradestra svedese è arrivato ​​al terzo posto appena dietro ai moderati del centrodestra. «So che c’erano alcuni che sognavano un risultato migliore, ma non dimentichiamo che siamo cresciuti molto», ha detto ai sostenitori lo stratega del partito Mattias Karlsson dopo l’evidenza dei risultati. Si tratta comunque di un’affermazione importante, con quasi 5 punti percentuali in più rispetto alle elezioni del 2014.

Il 17,6% ottenuto dai Democratici Svedesi è una percentuale molto vicina a quella ottenuta dalla Lega di Matteo Salvini alle elezioni politiche italiane del 4 marzo scorso (17,4%). Tuttavia, la crescita dei sovranisti italiani è stata decisamente superiore a quella degli amici svedesi, di oltre tredici punti rispetto alle elezioni del 2013. Inoltre in Italia un’altra formazione decisamente sovranista, anche se non catalogabile con le etichette classiche di destra e sinistra come il Movimento 5 Stelle, ha ottenuto oltre il 32% dei consensi. Perché dunque i sovranisti italiani hanno sfondato (e nei sondaggi continuano a volare) a differenza di quelli svedesi? Gran parte di questo successo si deve alla crisi dei partiti tradizionali.

Una crisi irreversibile che ha lasciato campo libero definitivamente a forme di comunicazione politica capaci di intercettare rapidamente il malcontento dell’elettorato italiano. Aveva iniziato Beppe Grillo e la lezione è stata ben compresa anche dal leader leghista Matteo Salvini che, inoltre, ha sapientemente abbandonato il regionalismo che limitava la sua credibilità come leader nazionale. Le responsabilità più grandi sono del Partito Democratico, che forte di un consenso elettorale superiore al 40% (Europee 2014) è riuscito a franare sotto al 20% con una politica che ha distrutto le fondamenta di un partito nato dalle ceneri del più grande partito comunista d’Europa e solidamente ancorato agli schemi politici della sinistra. La deriva leaderista di Renzi, oltre a non consacrare mai come capo carismatico l’ex sindaco di Firenze, ha frantumato il consenso interno, spingendo violentemente l’elettorato più fedele dello scenario politico italiano verso l’astensione o addirittura verso altri lidi, Movimento 5 Stelle su tutti.

Allo stesso modo, l’incapacità di costruire un partito di destra  attorno ad un leader giovane credibile ha condannato il Centrodestra italiano, reduce da 24 anni di dominio assoluto di Silvio Berlusconi, alla distruzione per opera di Matteo Salvini. Distruzione che si può dire completata con la nascita dell’alleanza sovranista oggi al governo. Il nocciolo della questione è proprio questo. Salvini non ha fatto chissà cosa per “conquistare” lo scenario politico (i sondaggi lo danno oltre il 30%). Si è affermato soprattutto per demerito degli altri, soprattutto a destra. E un movimento politico con una base ideale così debole come la Lega sarebbe destinato a perdere se in Italia esistesse un partito capace di rappresentare davvero gli interessi di una destra moderna, liberale e moderata. Se anche la destra che abbiamo conosciuto nel post-Tangentopoli non avesse fatto di tutto per indebolire la classe media, inseguendo battaglie proprie del populismo (di destra e sinistra) facilone all’italiana. Se non avesse inseguito solo le “casalinghe di Voghera” fan sfegatate del Cavaliere ma avesse fatto sue le parole d’ordine dell’efficienza, della crescita, della liberazione fiscale, del sostegno alle imprese e della difesa ad oltranza delle istituzioni.  Che non significano sostegno ai poteri forti e conservatorismo, ma capacità di leggere il futuro e facilitarlo, con moderazione, nel quadro di Istituzioni solide e mai delegittimate per fini di bottega elettorale, con decisioni prese alle feste di partito o sui Social. Sì, all’Italia serve una nuova destra borghese, moderata e liberale, per mandare in pensione anticipata Salvini e per ridare una speranza ai giovani che nascono in questo paese e non intendono abbandonarlo per realizzare i propri sogni.

Leggi anche –> Matteo Salvini: un uomo (lasciato) solo al comando

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Matteo Salvini: un uomo lasciato solo al comando https://www.business.it/matteo-salvini-un-uomo-lasciato-solo-al-comando/ Sun, 09 Sep 2018 13:12:23 +0000 https://www.business.it/?p=30829 Che Matteo Salvini sia un politico scaltro lo si è capito da tempo. Che sia al momento l’assopigliatutto nell’agone politico italiano, anche. Ma che facesse totalmente sua non solo la scena politica ma anche la regia del governo, questo no. Invece è accaduto proprio questo e capire quali implicazioni può avere la posizione assunta dal… Read More »Matteo Salvini: un uomo lasciato solo al comando

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Che Matteo Salvini sia un politico scaltro lo si è capito da tempo. Che sia al momento l’assopigliatutto nell’agone politico italiano, anche. Ma che facesse totalmente sua non solo la scena politica ma anche la regia del governo, questo no. Invece è accaduto proprio questo e capire quali implicazioni può avere la posizione assunta dal leader della Lega può aiutarci a comprendere l’evoluzione della strana alleanza uscita dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Lo si è visto chiaramente con la vicenda dei migranti “sequestrati” sulla Nave Diciotti, per cui Salvini è indagato dalla Magistratura. Il leader leghista ha agito al di fuori della collegialità prevista dalla Costituzione, scavalcando i ministri responsabili di cui non abbiamo avuto notizia durante tutto lo svolgimento della crisi. Un uomo solo a Palazzo Chigi, insomma. Dov’era il Ministro della Difesa quando un funzionario del Ministero dell’Interno su input del suo “grande capo” impediva ad una nave militare italiana di attraccare in un porto italiano? E il Presidente del Consiglio Conte? Era troppo impegnato a duellare con Bruxelles, si dirà. Eppure molti retroscenisti lo dipingono come uomo puntiglioso nel rispetto di tempi e collegialità nel Consiglio dei Ministri. Collegialità fatta a pezzi da Salvini a colpi di tweet e post su Facebook. Qualcuno ha forse letto un comunicato ufficiale del Ministero degli Interni sulla vicenda della nave Diciotti?

Il sospetto che siamo in presenza di un uomo lasciato volutamente solo al comando è molto forte. Perché? Solo per ragioni di convenienza politica a breve termine? No, perché l’unico a guadagnarci in questa situazione al momento è proprio Salvini. Così facendo il leader della Lega riesce ad accreditarsi come uomo forte dell’esecutivo, l’uomo che sa tenere testa alle situazioni più difficili. Sulla questione migranti, cui si deve buona parte del suo successo elettorale, Salvini conta di camparci buona parte della legislatura. Non è interessato a risolvere subito il problema perché gli serve da benzina per la sua propaganda ad alto gradimento. Così come gioisce quando l’opposizione gli dà del fascista e del razzista: sono consensi in più ad ogni uscita. Sorprende il silenzio dell’altra gamba dell’esecutivo. Perché il Movimento 5 Stelle lascia così tanto spazio a Matteo Salvini? E’ solo per non regalare altri voti con il vittimismo preventivo tipico di Salvini che l’opposizione tace sulla slabbratura istituzionale di queste settimane estive?

Una cosa è certa, con la discussione sui provvedimenti economici il Consiglio dei Ministri dovrà recuperare la sua collegialità e soprattutto la sua operatività. Sì perché le decisioni sulla nave Diciotti sono maturate tra un tweet ed un post di Facebook, che non ci risulta abbiano sede a Palazzo Chigi o siano strumenti di comunicazione in prima battuta di provvedimenti di un Governo. A questo a dire il vero ci avevano già abituati Silvio Berlusconi e soprattutto Matteo Renzi. Ma mentre nel caso dei leader di Forza Italia e PD si parlava di un eccessivo ricorso allo strumento del decreto legge a scapito del Parlamento, nel caso di Salvini siamo in presenza di una rottura della consuetudine istituzionale, con le decisioni portate definitivamente fuori dai Palazzi. Uno strappo che potrebbe causare uno scontro ai massimi livelli istituzionali, già iniziato con la presa di posizione del Presidente della Camera Roberto Fico sul caso della nave Diciotti.

Sul perché il Movimento 5 Stelle lasci così tanto spazio a Salvini abbiamo letto molte analisi. La più condivisibile è quella che vuole i Pentastellati troppo spaventati dalle divisioni interne per sciupare energie nell’arginare il vulcanico leader della Lega. E se volete una conferma basta una semplice constatazione: Di Maio non ha fatto nulla per difendere il Presidente della Camera Fico dagli strali di Salvini nei giorni del “sequestro” dei migranti sulla Diciotti. Di più, l’uomo lasciato per il momento “solo al comando” serve al Movimento per concentrarsi sulle sue battaglie “massimaliste”. Dal Decreto Dignità, alla revoca della concessione ad Autostrade dopo il crollo del ponte Morandi a Genova fino al reddito di cittadinanza, Di Maio e soci sono troppo impegnati a creare le premesse per realizzare il loro programma di governo. Il M5S è in difficoltà nei sondaggi, che lo danno almeno 3 punti sotto alle politiche mentre l’alleato leghista vola sopra il 30% raddoppiando i consensi ottenuti il 4 marzo scorso. Siamo certi che impostati i primi provvedimenti “simbolo” i pentastellati cercheranno con ogni mezzo di disarcionare quell’uomo solo al comando di Palazzo Chigi. Ma forse sarà troppo tardi.

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