Politica – Business.it https://www.business.it I segreti del potere - Notizie e retroscena Wed, 21 Oct 2026 13:37:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 https://www.business.it/wp-content/uploads/2023/01/cropped-Favicon_Business.it_-32x32.jpg Politica – Business.it https://www.business.it 32 32 “Il prossimo passo sarà sparare…”. Ilaria Salis lo ha detto davvero: polemica feroce https://www.business.it/il-prossimo-passo-sara-sparare-ilaria-salis-lo-ha-detto-davvero-polemica-feroce/ Wed, 21 Oct 2026 13:36:58 +0000 https://www.business.it/?p=161287 Le nuove misure sulla sicurezza pubblica approvate dal Consiglio dei ministri riaccendono lo scontro politico, soprattutto dopo gli episodi di tensione avvenuti a Milano. L’europarlamentare Ilaria Salis ha criticato duramente il provvedimento in un messaggio pubblicato su Facebook, contestando l’ipotesi di rafforzare la presenza militare nelle strade e la linea scelta dal Governo. Decreto sicurezza,… Read More »“Il prossimo passo sarà sparare…”. Ilaria Salis lo ha detto davvero: polemica feroce

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Le nuove misure sulla sicurezza pubblica approvate dal Consiglio dei ministri riaccendono lo scontro politico, soprattutto dopo gli episodi di tensione avvenuti a Milano. L’europarlamentare Ilaria Salis ha criticato duramente il provvedimento in un messaggio pubblicato su Facebook, contestando l’ipotesi di rafforzare la presenza militare nelle strade e la linea scelta dal Governo.

Decreto sicurezza, la critica di Ilaria Salis

Nel suo intervento Salis ha messo in discussione l’impostazione del nuovo decreto sicurezza, che contiene disposizioni urgenti in materia di ordine pubblico e contrasto alla criminalità minorile. Il provvedimento è arrivato dopo i cortei e le violenze registrate nei giorni precedenti nel capoluogo lombardo.

L’europarlamentare ha rivolto all’esecutivo una domanda dai toni provocatori: «Quale sarà il prossimo passo? Licenza di sparare sulla folla in stile Bava Beccaris?». Il riferimento è accompagnato dalla contestazione dell’eventuale impiego di militari a Milano e di poteri di polizia che, secondo quanto riportato nel suo post, si sarebbe ipotizzato di attribuire loro.

«Con il nuovo decreto sicurezza, in arrivo militari in strada a Milano – ai quali volevano persino attribuire poteri di polizia – e una raffica di altre misure ottusamente repressive».

Le misure di sicurezza e il confronto sull’ordine pubblico

Le dichiarazioni di Salis si inseriscono in un confronto più ampio sulle risposte istituzionali ai disordini e sul ruolo delle forze dell’ordine. Da una parte vi sono le misure annunciate dal Governo per contrastare criminalità e violenze; dall’altra, la critica di chi ritiene insufficiente un intervento fondato prevalentemente sul rafforzamento degli strumenti repressivi.

Nel messaggio pubblicato sui social, l’esponente politica ha definito l’azione dell’esecutivo come una scelta di repressione, sostenendo che non vi sarebbe stata un’adeguata riflessione sulle tensioni emerse nelle piazze. Le sue sono valutazioni politiche espresse pubblicamente e riferite alla strategia generale del Governo.

“Fallimento delle politiche securitarie”: il riferimento ai fatti di Milano

Salis ha richiamato direttamente gli episodi avvenuti a Milano per sostenere la propria posizione. Secondo l’europarlamentare, quei fatti dimostrerebbero i limiti delle politiche adottate finora sul piano della sicurezza.

«I fatti di Milano rappresentano plasticamente il fallimento di queste politiche securitarie. Dovrebbe ormai essere evidente a tutti: la loro “sicurezza” è solo becera propaganda e il loro approccio autoritario non funziona».

La contrapposizione resta quindi aperta sull’efficacia delle misure previste dal decreto-legge. Il nodo riguarda sia gli strumenti da utilizzare per prevenire disordini e reati sia l’equilibrio tra tutela dell’ordine pubblico, diritti e politiche sociali.

Carovita, salari e servizi pubblici nel post dell’europarlamentare

Nella parte finale del suo intervento, Salis ha ampliato la critica alle condizioni economiche e sociali del Paese. Ha citato il carovita, i salari bassi e le difficoltà dei servizi pubblici, indicando questi temi come priorità che non dovrebbero essere trascurate.

Secondo l’europarlamentare, un rafforzamento delle misure repressive senza risposte alle difficoltà quotidiane rischierebbe di aumentare il malcontento. Nel post ha parlato di una popolazione «esasperata» dall’assenza di interventi sulle questioni sociali.

La richiesta: “Stato sociale, non Stato di polizia”

La posizione dell’esponente politica viene riassunta nella contrapposizione fra welfare e controllo: «Quello che serve è stato sociale, non Stato di polizia». Salis chiede dunque che alle politiche di sicurezza siano affiancati interventi sulle condizioni materiali dei cittadini.

Il decreto sicurezza resta così al centro di un acceso dibattito politico. Le parole dell’europarlamentare rilanciano il confronto su presenza militare nelle città, contrasto alla criminalità e capacità delle istituzioni di intervenire anche sulle cause economiche e sociali delle tensioni.

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Proteste e scontri in Italia, il Governo ha deciso: ecco cosa succede adesso https://www.business.it/proteste-e-scontri-in-italia-il-governo-ha-deciso-ecco-cosa-succede-adesso/ Tue, 20 Oct 2026 11:20:23 +0000 https://www.business.it/?p=161219 Dopo gli scontri di Milano del fine settimana, il governo prepara un intervento urgente sul fronte della sicurezza. Al centro delle misure in arrivo figurano il possibile fermo preventivo per i minori, nuovi strumenti contro le violenze di gruppo e l’ipotesi di arresto differito per chi partecipa a danneggiamenti e devastazioni. Il decreto legge dovrebbe… Read More »Proteste e scontri in Italia, il Governo ha deciso: ecco cosa succede adesso

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Dopo gli scontri di Milano del fine settimana, il governo prepara un intervento urgente sul fronte della sicurezza. Al centro delle misure in arrivo figurano il possibile fermo preventivo per i minori, nuovi strumenti contro le violenze di gruppo e l’ipotesi di arresto differito per chi partecipa a danneggiamenti e devastazioni. Il decreto legge dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri già martedì.

Decreto sicurezza dopo gli episodi di Milano

La decisione è maturata al termine di un vertice di circa tre ore, presieduto a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’incontro è stato convocato dopo i disordini registrati nel capoluogo lombardo, tra devastazioni nel Quadrilatero e assalti compiuti da giovanissimi nell’area del Duomo.

L’esecutivo intende trasferire in un decreto legge alcune disposizioni già contenute nel disegno di legge Sicurezza, attualmente in esame al Senato. I dettagli tecnici delle norme dovrebbero essere definiti in una successiva riunione fra gli uffici legislativi dei ministeri interessati.

Fermo preventivo per i minori e misure contro le baby gang

Tra gli interventi allo studio vi è l’estensione del fermo preventivo nei confronti dei minori. Il provvedimento rientra nel pacchetto di misure rivolte al contrasto delle baby gang e delle condotte violente commesse da gruppi di giovani.

Il governo valuta inoltre l’introduzione di un divieto di aggregazione per le persone ritenute responsabili di violenze di gruppo o devastazioni. La misura avrebbe una funzione preventiva e sarebbe rivolta a limitare la presenza nei luoghi interessati da episodi di disordine.

Arresto differito per danneggiamenti e devastazioni

Nel confronto di Palazzo Chigi è stata affrontata anche la possibilità di prevedere l’arresto differito per chi prende parte a danneggiamenti realizzati in gruppo. Si tratta di un’opzione ancora in fase di valutazione, il cui perimetro applicativo dovrà essere precisato nel testo del decreto.

Tra i temi discussi figura anche il rafforzamento dell’operazione Strade sicure a Milano. L’ipotesi è quella di aumentare il numero dei militari dell’Esercito impiegati a supporto delle forze dell’ordine nella città.

Possibile inasprimento delle pene per i blocchi stradali

Il pacchetto di sicurezza potrebbe includere un irrigidimento delle sanzioni per i blocchi stradali. La misura viene valutata alla luce delle proteste degli autotrasportatori nel Sud Italia contro il caro-carburante.

Al vertice hanno partecipato il vicepremier Antonio Tajani, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, oltre ai ministri Matteo Piantedosi, Guido Crosetto e Francesco Lollobrigida. Erano presenti anche i vertici delle forze dell’ordine e dell’intelligence, mentre il vicepremier Matteo Salvini ha preso parte alla riunione in videocollegamento.

Le norme attese nel decreto di martedì

Il testo definitivo non è ancora noto e sarà definito dagli uffici legislativi coinvolti. L’obiettivo indicato dal governo è anticipare alcune misure considerate prioritarie, intervenendo dopo gli episodi di violenza avvenuti a Milano e in relazione alle proteste che hanno interessato altre aree del Paese.

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“Devo dirvelo…”. The Voice, coming out improvviso: tutti di sasso https://www.business.it/devo-dirvelo-the-voice-coming-out-improvviso-tutti-di-sasso/ Sun, 18 Oct 2026 18:07:02 +0000 https://www.business.it/?p=161106 Una voce intensa, un brano carico di significato e tre poltrone girate in pochi secondi. A The Voice Senior, Francesca Magnelli ha firmato uno dei passaggi più emozionanti della seconda puntata, conquistando i coach prima con l’interpretazione di una canzone e poi con il racconto della propria storia. Sul palco Rai, musica e vita personale… Read More »“Devo dirvelo…”. The Voice, coming out improvviso: tutti di sasso

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Una voce intensa, un brano carico di significato e tre poltrone girate in pochi secondi. A The Voice Senior, Francesca Magnelli ha firmato uno dei passaggi più emozionanti della seconda puntata, conquistando i coach prima con l’interpretazione di una canzone e poi con il racconto della propria storia. Sul palco Rai, musica e vita personale si sono intrecciate davanti al pubblico.

La concorrente protagonista della serata è Francesca Magnelli, 62 anni, originaria di Lucca. Per le Blind Auditions di The Voice Senior ha scelto La Fine di Nesli, affrontando il brano con un’esibizione personale e intensa che ha convinto tre dei quattro giudici.

La prima a premere il pulsante è stata Arisa. A seguire si sono girate anche Fiorella Mannoia e la coppia composta da Clementino e Rocco Hunt. È rimasta ferma, invece, la poltrona di Nek, che durante la puntata non ha spiegato il motivo della sua scelta.

L’impatto della performance è stato immediato. Fiorella Mannoia ha spiegato di essere stata colpita dall’interpretazione e dal coinvolgimento emotivo della concorrente, mentre Clementino ha raccontato di averne percepito l’emozione ancora prima di vederla sul palco.

Terminata l’esibizione, Francesca Magnelli ha condiviso alcuni momenti fondamentali della sua vicenda personale. Davanti alle telecamere ha ripercorso il cammino che l’ha portata ad affermare la propria identità, soffermandosi su una data che considera particolarmente importante.

Nata il primo marzo 1964, nel 1994 ha ottenuto la rettifica anagrafica e il cambio del nome proprio. La comunicazione, come ha riferito lei stessa, le arrivò proprio il primo marzo, alla stessa ora della nascita: una coincidenza che ha letto come un segno decisivo.

«Nel 1994 mi è arrivato il consenso dell’anagrafe di cambiare nome proprio alla stessa ora, lo stesso giorno della mia data di nascita, quindi doveva essere così».

Nel suo racconto sono emersi anche i ricordi dell’adolescenza e le difficoltà vissute in un contesto familiare agiato. Francesca ha spiegato di aver desiderato a lungo di poter esprimere apertamente la propria femminilità e di aver trovato nell’amore una spinta determinante per intraprendere il cambiamento.

Accanto alla sua storia personale, la concorrente ha riportato al centro il rapporto con il canto. La musica, ha raccontato, fa parte della sua vita fin dall’infanzia, quando immaginava di esibirsi davanti al televisore e di cantare per un pubblico che non c’era.

Non si tratta però soltanto di una passione coltivata in privato. A 18 anni Francesca aveva già inciso un q-disc con quattro brani: un’esperienza artistica lontana nel tempo, ma significativa nel percorso che l’ha condotta oggi sul palco del programma Rai.

La partecipazione a The Voice Senior ha così unito il talento alla memoria personale. Magnelli ha raccontato una vicenda complessa con misura, lasciando che fosse soprattutto la sua interpretazione musicale a trasmettere il peso e il significato della sua presenza in trasmissione.

Nel confronto finale tra i coach, Arisa ha provato a convincere Francesca Magnelli con una proposta inattesa: un breve duetto su La Donna Cannone di Francesco De Gregori. Il momento ha cambiato il clima della scelta e ha rappresentato il passaggio decisivo della sua audizione.

Pur ringraziando tutti i giudici che avevano scelto di girarsi, Francesca ha deciso di entrare nel team Arisa. La cantante ha collegato la sua decisione proprio al duetto appena condiviso, accolto con entusiasmo dal pubblico presente in studio.

Nella stessa puntata si è esibito anche l’attore e doppiatore Luca Sandri, senza però ottenere il giro di alcuna poltrona. Per Francesca Magnelli, invece, il percorso a The Voice Senior proseguirà nella squadra di Arisa, nelle successive fasi della trasmissione.

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Piantedosi risponde al sindaco di Milano: «Sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti» https://www.business.it/piantedosi-risponde-al-sindaco-di-milano-radical-chic/ Sun, 18 Oct 2026 15:24:21 +0000 https://www.business.it/?p=161094 Piantedosi difende i poliziotti dopo gli scontri a Milano e attacca Sala: «Sinistra radical chic». La replica del sindaco e il nodo della sicurezza.

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La sicurezza di chi indossa una divisa torna al centro dello scontro politico. Dopo le violenze a Milano, Matteo Piantedosi risponde al sindaco Giuseppe Sala e respinge le critiche sulla consistenza del dispositivo di polizia. Il ministro dell’Interno parla di «sinistra radical chic» e accusa il primo cittadino di spostare il confronto sulle responsabilità dello Stato anziché su quelle degli aggressori.

Il punto politico è netto: discutere l’organizzazione dei servizi di sicurezza è legittimo, ma la discussione non può trasformare gli agenti nel bersaglio di una polemica mentre sono loro a fronteggiare la violenza. È su questo terreno che, domenica 18 ottobre, si consuma il confronto tra Viminale e Palazzo Marino.

Una vettura della Polizia di Stato
Polizia di Stato: immagine di repertorio, non riferita agli scontri di Milano.

Piantedosi difende gli agenti e attacca Sala

Nelle dichiarazioni diffuse da Askanews, Piantedosi sostiene che le verifiche sui dispositivi di sicurezza vadano svolte, ma senza attenuare le responsabilità individuali di chi commette violenze. Rivendica l’operato dei poliziotti, che secondo il ministro hanno evitato conseguenze peggiori rispettando le regole d’impiego della forza.

La sua critica riguarda soprattutto il rischio di confondere due piani: valutare come proteggere meglio una manifestazione e cercare spiegazioni che finiscano per giustificare chi aggredisce. Piantedosi annuncia inoltre il proseguimento delle indagini per individuare i responsabili, richiamando l’applicazione delle leggi anche quando sono coinvolti minorenni.

La replica del sindaco di Milano

Sala respinge l’etichetta e, nella replica riportata da Askanews, invita il ministro a evitare gli attacchi personali. Ricorda di aver già condannato fermamente i violenti e conferma la disponibilità a collaborare con il governo. La sua posizione è che chiedere conto della gestione della sicurezza non significhi assolvere chi ha provocato i disordini.

Giuseppe Sala alla scrivania
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in una foto di repertorio.

La tutela dei poliziotti deve restare una priorità

Al di là delle schermaglie tra istituzioni, resta una questione che non dovrebbe dividere: gli agenti non sono bersagli. La libertà di manifestare non comprende la libertà di colpire chi è chiamato a garantirla. Difendere questo principio significa proteggere anche chi scende in piazza pacificamente e vede la propria protesta oscurata dalle aggressioni.

Il confronto sui mezzi e sul personale deve servire a mettere i poliziotti nelle condizioni di lavorare meglio. Non può diventare un alibi per la violenza. Condannare gli aggressori e verificare l’efficacia delle misure di sicurezza sono responsabilità compatibili: la politica dovrebbe assumersele entrambe, senza lasciare soli gli uomini e le donne in divisa.

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“Pronto a entrare in Forza Italia”. Terremoto politico, passa a destra e cambia tutto https://www.business.it/pronto-a-entrare-in-forza-italia-terremoto-politico-passa-a-destra-e-cambia-tutto/ Sun, 18 Oct 2026 07:29:41 +0000 https://www.business.it/?p=161076 In una competizione politica che i sondaggi descrivono come sempre più ravvicinata, anche pochi decimali possono diventare decisivi. È il contesto nel quale si collocano le parole di Luigi Marattin, leader dei Libdem, che rivendica una maggiore sintonia programmatica con il centrodestra rispetto al centrosinistra e non chiude al confronto con Forza Italia. Sullo sfondo… Read More »“Pronto a entrare in Forza Italia”. Terremoto politico, passa a destra e cambia tutto

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In una competizione politica che i sondaggi descrivono come sempre più ravvicinata, anche pochi decimali possono diventare decisivi. È il contesto nel quale si collocano le parole di Luigi Marattin, leader dei Libdem, che rivendica una maggiore sintonia programmatica con il centrodestra rispetto al centrosinistra e non chiude al confronto con Forza Italia. Sullo sfondo resta la distanza con Carlo Calenda e con il progetto centrista promosso insieme a Pina Picierno.

Coalizioni vicine, il peso dei partiti minori

La distanza ridotta tra le principali coalizioni sta riportando al centro del confronto il ruolo delle forze minori. In un quadro segnato dalla quasi parità, l’apporto dei partiti collocati al centro può incidere sull’esito elettorale e sulla definizione degli equilibri successivi al voto.

Il tema riguarda entrambi gli schieramenti, ma nel centrodestra il dialogo con le realtà centriste appare particolarmente attivo. In questo scenario viene richiamato l’accordo tra Giorgia Meloni e Cateno De Luca, mentre l’attenzione si concentra anche sui Libdem guidati da Marattin.

Marattin: «Più affinità con il centrodestra»

Interpellato da Libero, Marattin ha ridimensionato l’ipotesi di un confronto già avanzato con la maggioranza. Non ha però negato che, sulle questioni programmatiche, il suo movimento veda oggi maggiori possibilità di interlocuzione a destra che nel campo progressista.

Il deputato ha indicato i punti che, a suo giudizio, definiscono l’identità liberale dei Libdem: riduzione del ruolo dello Stato, contenimento della spesa pubblica per diminuire la pressione fiscale, concorrenza, liberalizzazioni, nucleare e riforma della scuola. Secondo Marattin, queste proposte incontrerebbero maggiori difficoltà nel centrosinistra, che egli ritiene cambiato sul piano culturale e politico.

«Da quando siamo nati, cioè 18 mesi fa, noi portiamo avanti una visione liberale: meno Stato e più libertà, tagli alla spesa per abbassare le tasse, concorrenza e liberalizzazioni, nucleare, riforma della scuola», ha dichiarato Marattin.

Le dichiarazioni non certificano un accordo con Forza Italia, ma confermano l’apertura a un dialogo con chi condivide quella piattaforma. L’eventuale approdo nel partito azzurro, evocato nel dibattito politico, non risulta dunque definito dalle parole del leader Libdem.

Il nodo del centro e la distanza da Azione

Un’altra strada sarebbe quella di una nuova aggregazione al centro, attorno ad Azione e alle iniziative alle quali lavorano Carlo Calenda e Pina Picierno. Marattin ribadisce di non escludere in linea di principio una collaborazione, ma pone una condizione precisa: la nascita di un soggetto nuovo, con una struttura condivisa e contendibile, non l’ingresso dei Libdem in Azione.

«Se si vogliono fare queste cose al centro, abbiamo sempre detto che non vogliamo essere annessi in Azione, ma fare insieme un soggetto nuovo, forte e contendibile», ha spiegato. Una formula che evidenzia la differenza di impostazione tra i due progetti politici.

Il rapporto con Calenda appare segnato da tensioni. Marattin ha citato una fotografia pubblicata dal leader di Azione insieme a Picierno, accompagnata dal riferimento al lavoro per futuri appuntamenti, interpretandola come il segnale di un percorso che non includerebbe i Libdem.

«Noi non rompiamo con nessuno, andiamo dove non siamo ospiti indesiderati», ha affermato Marattin, aggiungendo che Calenda avrebbe un’idea del terzo polo diversa da quella sostenuta dai Libdem.

Il futuro dei Libdem tra centro e centrodestra

Marattin ha lasciato aperta la disponibilità a discutere con tutte le forze politiche interessate ai temi indicati dal suo movimento, citando sia Alleanza Verdi e Sinistra sia il centrodestra. La priorità, nelle sue parole, resta il confronto sui contenuti e non una collocazione definita in anticipo.

Per il centrodestra, un eventuale accordo con una formazione liberale potrebbe rafforzare il tentativo di allargare il perimetro della coalizione verso il centro. Per i Libdem, il passaggio decisivo sarà stabilire se esistano le condizioni per tradurre la propria agenda in un’intesa politica, oppure se proseguire nel tentativo di costruire un soggetto autonomo nell’area centrista.

Al momento non emerge un’intesa formalizzata. Resta però un dato politico: la frattura tra Marattin e il modello di centro proposto da Calenda appare profonda, mentre il dialogo con il centrodestra viene considerato dal leader Libdem una possibilità compatibile con la sua linea programmatica.

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Il sud bloccato dalla protesta degli autotrasportatori: il Governo convoca un tavolo https://www.business.it/il-sud-bloccato-dalla-protesta-degli-autotrasportatori-il-governo-convoca-un-tavolo/ Sat, 17 Oct 2026 11:35:40 +0000 https://www.business.it/?p=161033 La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio si estende in tutto il Sud Italia, dalla Campania alla Sicilia, passando per Puglia, Basilicata e Calabria. Mentre i mezzi pesanti presidiano strade, caselli e porti, il governo convoca un tavolo con le associazioni di categoria: la data fissata è il 27 ottobre al ministero dei Trasporti,… Read More »Il sud bloccato dalla protesta degli autotrasportatori: il Governo convoca un tavolo

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La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio si estende in tutto il Sud Italia, dalla Campania alla Sicilia, passando per Puglia, Basilicata e Calabria. Mentre i mezzi pesanti presidiano strade, caselli e porti, il governo convoca un tavolo con le associazioni di categoria: la data fissata è il 27 ottobre al ministero dei Trasporti, ma il ministro Matteo Salvini sta lavorando per anticiparlo a martedì 20 ottobre. Altre notizie nella sezione carburanti.

Il tavolo e la richiesta di 80 milioni

Salvini ha convocato al Mit le associazioni del settore per il 27 ottobre e, secondo fonti del suo entourage, sta lavorando per anticipare l’incontro a martedì 20 ottobre, alla Prefettura di Milano. “Sono sicuro che se il ministero dell’Economia stanzierà le risorse che abbiamo chiesto nell’immediato, pari almeno a 80 milioni di euro, ci sarà una maggior serenità”, ha detto il ministro. Al momento non è stato annunciato un accordo e non risultano stanziati i fondi.

Meloni: “Siamo al lavoro per dare risposte”

“Siamo solidali con il settore dell’autotrasporto, che incontra grandi difficoltà, e siamo al lavoro per dare risposte”, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni a margine del Consiglio europeo a Bruxelles. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha parlato di “situazione insostenibile”, mentre il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha definito legittima la protesta.

Dove si protesta

Dalla Puglia alla Sicilia, dal Molise alla Calabria si svolgono presìdi e azioni. A Brindisi circa cinquecento tir hanno percorso la statale 379 in direzione Bari, creando rallentamenti, mentre ad Andria, dopo il blocco della tangenziale, la giunta comunale ha istituito un tavolo di crisi permanente. In Campania sono segnalati blocchi alle uscite autostradali, con code anche sulla Salerno-Reggio Calabria. In Sicilia le merci restano ferme nel porto di Palermo per lo sciopero. In Calabria la protesta proclamata da Fedralog proseguirà fino al 20 ottobre.

I blocchi dell’ex Ilva rimossi

Sono stati rimossi, invece, il blocco sulla statale 106 davanti alla raffineria Eni di Taranto e quello sulla statale 7 nei pressi dello stabilimento siderurgico, riconducibili ai lavoratori dell’ex Ilva. In Basilicata la protesta dei trasportatori si era incrociata con quel presidio, provocando l’effetto panico nei distributori: a Potenza e nei comuni vicini la maggior parte ha esposto il cartello “tutto esaurito”.

Le associazioni: “Servono misure concrete”

Assotir accoglie con favore il tavolo, ma chiede misure concrete. Per Claudio Riva di Confartigianato Trasporti è necessaria “la continuità del confronto con il governo”, mentre Mauro Concezzi di Cna chiede “risposte immediate” per evitare che la protesta dilaghi. Confartigianato parla di un “rischio concreto e imminente” di “paralisi totale della logistica”. Gli autotrasportatori siciliani lamentano di essere stati esclusi dalla convocazione.

Cosa non è ancora noto

Non sono ancora stati annunciati accordi, né se il governo accoglierà la richiesta delle associazioni. Il fermo nazionale, minacciato nei giorni scorsi da Unatras e Conftrasporto, non è stato proclamato.

Fonte: Rainews, LaPresse, Ansa, Il Mattino, Leggo.it, Sky TG24, Tgcom24

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Paragone attacca Bruxelles: «L’Ue ha perso di vista i problemi dei cittadini» https://www.business.it/paragone-attacca-bruxelles-lue-ha-perso-di-vista-i-problemi-dei-cittadini/ Sat, 17 Oct 2026 10:20:07 +0000 https://www.business.it/?p=161031 Gianluigi Paragone critica Bruxelles tra competitività, energia e geopolitica: i temi dell’intervista a Radio Libertà e il video completo.

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Gianluigi Paragone torna ad attaccare l’Unione europea, mettendo al centro il rapporto tra istituzioni, cittadini e competitività delle imprese. Nell’intervista a Giovanni Sallusti per “Parlando liberaMente”, pubblicata da Radio Libertà il 17 ottobre, l’editorialista della Verità contesta la direzione politica di Bruxelles: «L’Ue ha perso di vista i problemi dei cittadini».

Giovanni Sallusti in studio e Gianluigi Paragone nell’intervista di Radio Libertà
Fotogramma dell’intervista “Parlando liberaMente” – Radio Libertà.

Imprese, burocrazia e rappresentanza

Il ragionamento parte dagli Ets e dai costi delle emissioni. Per Paragone, difendere questo sistema e promettere contemporaneamente maggiore competitività esprime una contraddizione. La critica si allarga poi alla distanza che, nella sua lettura, separa le scelte europee dalle esigenze concrete delle comunità.

La critica sul ruolo internazionale dell’Europa

Nella conversazione trovano spazio anche energia, Russia e guerra in Ucraina. Paragone contrappone l’iniziativa americana alla mancanza di una strategia europea, contestando l’efficacia delle sanzioni e la coerenza delle posizioni dei governi sul terreno energetico.

Giovanni Sallusti in studio e Gianluigi Paragone nell’intervista di Radio Libertà
Fotogramma dell’intervista “Parlando liberaMente” – Radio Libertà.

È una lettura fortemente polemica dell’azione dell’Ue, che intreccia economia e geopolitica. Le considerazioni riportate esprimono il giudizio dell’intervistato.

Guarda l’intervista completa di Gianluigi Paragone a Radio Libertà.

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Paragone attacca Bruxelles: «L’Ue ha perso di vista i problemi dei cittadini» https://www.business.it/paragone-il-problema-della-ue-e-il-suo-popolo-lattacco-a-bruxelles/ Sat, 17 Oct 2026 09:58:50 +0000 https://www.business.it/?p=161020 Gianluigi Paragone critica Bruxelles tra competitività, energia e geopolitica: i temi dell’intervista a Radio Libertà e il video completo.

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Gianluigi Paragone torna ad attaccare l’Unione europea, mettendo al centro il rapporto tra istituzioni, cittadini e competitività delle imprese. Nell’intervista a Giovanni Sallusti per “Parlando liberaMente”, pubblicata da Radio Libertà il 17 ottobre, l’editorialista della Verità contesta la direzione politica di Bruxelles: «L’Ue ha perso di vista i problemi dei cittadini».

Giovanni Sallusti in studio e Gianluigi Paragone nell’intervista di Radio Libertà
Fotogramma dell’intervista “Parlando liberaMente” – Radio Libertà.

Imprese, burocrazia e rappresentanza

Il ragionamento parte dagli Ets e dai costi delle emissioni. Per Paragone, difendere questo sistema e promettere contemporaneamente maggiore competitività esprime una contraddizione. La critica si allarga poi alla distanza che, nella sua lettura, separa le scelte europee dalle esigenze concrete delle comunità.

La critica sul ruolo internazionale dell’Europa

Nella conversazione trovano spazio anche energia, Russia e guerra in Ucraina. Paragone contrappone l’iniziativa americana alla mancanza di una strategia europea, contestando l’efficacia delle sanzioni e la coerenza delle posizioni dei governi sul terreno energetico.

Giovanni Sallusti in studio e Gianluigi Paragone nell’intervista di Radio Libertà
Fotogramma dell’intervista “Parlando liberaMente” – Radio Libertà.

È una lettura fortemente polemica dell’azione dell’Ue, che intreccia economia e geopolitica. Le considerazioni riportate esprimono il giudizio dell’intervistato.

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“Accordo raggiunto!”, Missione compiuta per Meloni a Bruxelles https://www.business.it/accordo-raggiunto-missione-compiuta-per-meloni-a-bruxelles/ Fri, 16 Oct 2026 09:52:03 +0000 https://www.business.it/?p=160942 Un’intesa arrivata nella notte, dopo un confronto serrato tra i governi dell’Unione europea, ha evitato che il dossier energia producesse una frattura tra i Ventisette. Il compromesso sugli Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, riconosce le preoccupazioni legate ai costi energetici ma non modifica in modo sostanziale la rotta fissata da… Read More »“Accordo raggiunto!”, Missione compiuta per Meloni a Bruxelles

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Un’intesa arrivata nella notte, dopo un confronto serrato tra i governi dell’Unione europea, ha evitato che il dossier energia producesse una frattura tra i Ventisette. Il compromesso sugli Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, riconosce le preoccupazioni legate ai costi energetici ma non modifica in modo sostanziale la rotta fissata da Bruxelles sulla decarbonizzazione. Per l’Italia, che aveva chiesto correttivi più incisivi, il risultato resta circoscritto.

Il Consiglio europeo ha così superato lo stallo sulle conclusioni del vertice. La mediazione, promossa dalla Germania e poi accettata dagli altri Stati membri, mantiene l’impianto delle politiche climatiche dell’Unione e rinvia le decisioni più delicate. Roma ottiene l’impegno della Commissione europea a esaminare alcuni effetti del sistema, ma non interventi immediati contro il caro energia.

Ets ed energia, il fronte guidato dall’Italia

L’Italia si era schierata con Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, formando una minoranza capace di fermare l’approvazione del testo inizialmente proposto. Il nodo riguardava il funzionamento dell’Emissions Trading System, il meccanismo che attribuisce un costo alle emissioni di anidride carbonica e che costituisce uno dei pilastri della strategia europea per la riduzione delle emissioni.

Il governo italiano chiedeva maggiore flessibilità e misure in grado di limitare le ricadute economiche del sistema su imprese e cittadini. Tra le richieste figuravano anche interventi per attenuare l’incidenza del prezzo delle quote di CO2 sulle bollette e, più in generale, sui prezzi dell’energia. L’accordo finale, tuttavia, non introduce modifiche operative immediate né deroghe temporanee.

Ets2 dal 2028, nessuno slittamento dell’entrata in vigore

Il passaggio più sensibile del negoziato ha riguardato l’Ets2, il nuovo regime che dal 2028 interesserà i combustibili impiegati nel riscaldamento degli edifici e nel trasporto su strada. La misura potrebbe avere effetti sui costi sostenuti dalle famiglie per il riscaldamento e per i carburanti, motivo per cui diversi Paesi avevano sollecitato maggiori tutele sul piano economico e sociale.

Il testo concordato non prevede però il rinvio dell’avvio del nuovo sistema. La Commissione europea dovrà aggiornare la propria valutazione sugli effetti dell’Ets2, esaminandone struttura e strumenti di protezione. Non è stato invece inserito in forma esplicita il riferimento alle conseguenze economiche e sociali richiesto dai governi più critici.

Anche per gli Ets già in vigore le aperture sono limitate. Le conclusioni del vertice confermano la centralità del mercato delle emissioni nella politica climatica comunitaria, pur richiamando la necessità di contenere la volatilità delle quotazioni e le ripercussioni sul prezzo dell’elettricità. Durante il confronto è stato sollevato anche il tema del mercato secondario dei certificati, dove oscillazioni rilevanti possono tradursi in maggiori costi per il sistema produttivo.

Su questo punto non sono state adottate decisioni specifiche. Restano quindi senza risposta immediata le domande di alcuni Stati membri, che avevano chiesto la possibilità di misure eccezionali o sospensioni temporanee per attenuare l’impatto delle quotazioni.

Carburanti e acquisti di gas, le misure ancora da valutare

Nessun nuovo strumento comune è stato definito neppure per ridurre i prezzi dei carburanti. Il ricorso agli aiuti di Stato resta uno dei canali principali a disposizione dei governi nazionali, ma questa soluzione può ampliare le distanze tra Paesi con differenti margini di bilancio. Le economie più solide, a partire dalla Germania, dispongono infatti di maggiori risorse per sostenere famiglie e imprese.

Resta sul tavolo anche l’ipotesi degli acquisti congiunti di gas a livello europeo. Si tratta di un’opzione considerata utile in prospettiva, ma difficilmente applicabile per affrontare un’eventuale emergenza nel breve periodo, considerate le procedure e i tempi necessari. L’unico impegno assunto riguarda la possibilità che la Commissione approfondisca ulteriori strumenti.

La mediazione tedesca e il confronto sul bilancio Ue

La formulazione che ha consentito di chiudere il negoziato è stata proposta dalla Germania. Il testo rispecchia in larga parte la posizione dei Paesi del Nord Europa, contrari a interventi che possano indebolire il sistema Ets e l’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni. La mediazione ha preservato l’unità politica del vertice, ma non ha sciolto il contrasto tra chi invoca maggiori protezioni per l’economia e chi ritiene prioritaria la tenuta della transizione climatica.

Le divisioni tra i governi europei emergono anche sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Da un lato i Paesi definiti frugali chiedono di contenere la spesa comunitaria; dall’altro, i Paesi coesionisti chiedono di difendere le risorse destinate allo sviluppo, alla competitività e alle politiche di coesione. Germania e Paesi Bassi spingono per una riduzione degli stanziamenti, mentre altri governi temono conseguenze per i territori più fragili.

Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, intende seguire direttamente il negoziato sul quadro finanziario e convocare un vertice straordinario il 27 novembre. L’intesa sull’energia consente nel frattempo all’Unione di archiviare lo stallo immediato e proseguire il confronto sugli altri dossier, compresa la guerra in Ucraina.

Per l’Italia rimane aperta la partita sulla riforma degli Ets e sulla definizione di strumenti più efficaci contro il caro energia. Il compromesso raggiunto a Bruxelles evita una rottura, ma lascia irrisolte le divergenze che hanno segnato il vertice e che torneranno al centro del dibattito europeo nei prossimi mesi.

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“Adesso basta”. Mattarella perde la pazienza, lettera a La Russa e Fontana https://www.business.it/adesso-basta-mattarella-perde-la-pazienza-lettera-a-la-russa-e-fontana/ Thu, 15 Oct 2026 13:04:09 +0000 https://www.business.it/?p=160870 Sergio Mattarella promulga la legge sulla Giornata nazionale del riciclo della carta, ma coglie l’occasione per rivolgere al Parlamento un richiamo netto. Nel messaggio inviato ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, il capo dello Stato segnala la crescita continua delle ricorrenze istituite per legge e invita a non trasformare… Read More »“Adesso basta”. Mattarella perde la pazienza, lettera a La Russa e Fontana

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Sergio Mattarella promulga la legge sulla Giornata nazionale del riciclo della carta, ma coglie l’occasione per rivolgere al Parlamento un richiamo netto. Nel messaggio inviato ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, il capo dello Stato segnala la crescita continua delle ricorrenze istituite per legge e invita a non trasformare uno strumento dal forte valore civile in una pratica priva di criteri e di reale efficacia.

La promulgazione della legge sul riciclo della carta

Nella giornata del 15 ottobre il presidente della Repubblica ha promulgato il provvedimento approvato dalle Camere che istituisce la Giornata nazionale del riciclo della carta. Contestualmente, come avviene nella prassi istituzionale, Mattarella ha trasmesso una lettera ai presidenti del Senato e della Camera.

Il Quirinale ha precisato che non erano emersi profili manifesti di illegittimità costituzionale tali da impedire la promulgazione. Lo stesso percorso era stato seguito pochi giorni prima per la legge relativa alla Giornata nazionale della meraviglia. Il contenuto della lettera, tuttavia, non si limita al singolo provvedimento.

Mattarella: aumentano le giornate istituite per legge

Nel suo messaggio, il capo dello Stato rileva come sia aumentato in modo rilevante il numero delle leggi che dedicano una giornata nazionale a valori, eventi, finalità sociali, emozioni o altri aspetti della vita collettiva. Secondo Mattarella, questo incremento è avvenuto senza che siano stati definiti criteri omogenei per valutare le singole iniziative.

I numeri riportati nella lettera descrivono l’ampiezza del fenomeno. Nelle ultime tre legislature sono state approvate trentasei leggi istitutive di altrettante giornate; venti di esse risalgono all’attuale legislatura. Escluse le festività nazionali, il totale delle ricorrenze previste dall’ordinamento ha così raggiunto quota cinquantuno.

Il valore simbolico e la necessità di una selezione

Molti dei provvedimenti approvati contengono formule analoghe, prevedendo la promozione di attività e iniziative da parte di amministrazioni pubbliche, enti territoriali, scuole e, in alcuni casi, università. Le giornate nazionali sono quindi destinate a tradursi in momenti di informazione, approfondimento e sensibilizzazione rivolti alla cittadinanza.

Mattarella riconosce che alcune ricorrenze possono svolgere una funzione significativa di memoria e di trasmissione di messaggi condivisi. Il richiamo riguarda però l’esigenza di distinguere le iniziative dotate di effettiva rilevanza nazionale da quelle che potrebbero essere perseguite con strumenti diversi, evitando una moltiplicazione delle celebrazioni stabilite per legge.

Il richiamo alle scuole e al tempo della didattica

Uno dei passaggi centrali della lettera riguarda il ruolo assegnato agli istituti scolastici. Il presidente della Repubblica osserva che, di fronte a un numero sempre maggiore di disposizioni, diventa difficile immaginare che le scuole possano adempiere a tutti gli impegni previsti senza incidere sul tempo destinato all’insegnamento delle discipline.

Ogni nuova ricorrenza può comportare infatti progetti, attività didattiche, comunicazioni e iniziative organizzative. La questione posta dal Quirinale riguarda dunque il rischio che una successione di appuntamenti, pur ispirati da finalità positive, finisca per gravare sull’ordinaria programmazione scolastica e sulla funzione educativa degli istituti.

L’invito al Parlamento a contenere la proliferazione

Nella parte conclusiva del messaggio, Mattarella esorta a contenere in termini ragionevoli la tendenza ad aumentare i giorni dedicati. Un numero troppo elevato di ricorrenze, sottolinea il capo dello Stato, può rendere difficile assicurare un’effettiva attuazione delle previsioni contenute nelle rispettive leggi.

L’invito rivolto al Parlamento è quello di individuare parametri condivisi per ricorrere all’istituzione di una giornata nazionale e di valutare, quando possibile, strumenti alternativi. Campagne informative, intese con associazioni e soggetti pubblici o iniziative ministeriali potrebbero perseguire gli stessi obiettivi senza richiedere necessariamente un nuovo intervento legislativo. L’obiettivo indicato dal presidente è preservare il significato delle ricorrenze che rappresentano davvero un patrimonio comune.

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“Sorpasso incredibile, cambia tutto”. Sondaggi Mentana: chi si dispera con gli ultimi numeri https://www.business.it/sorpasso-incredibile-cambia-tutto-sondaggi-mentana-chi-si-dispera-con-gli-ultimi-numeri/ Wed, 14 Oct 2026 11:05:19 +0000 https://www.business.it/?p=160846 Fratelli d’Italia conserva il primato nelle intenzioni di voto e amplia il vantaggio sul Partito democratico, penalizzato da una flessione di tre decimi. L’ultima rilevazione Swg, diffusa da Enrico Mentana lunedì 12 ottobre, segnala anche il lieve avanzamento del Movimento 5 Stelle e una sfida più ravvicinata nel centrodestra: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci rallenta,… Read More »“Sorpasso incredibile, cambia tutto”. Sondaggi Mentana: chi si dispera con gli ultimi numeri

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Fratelli d’Italia conserva il primato nelle intenzioni di voto e amplia il vantaggio sul Partito democratico, penalizzato da una flessione di tre decimi. L’ultima rilevazione Swg, diffusa da Enrico Mentana lunedì 12 ottobre, segnala anche il lieve avanzamento del Movimento 5 Stelle e una sfida più ravvicinata nel centrodestra: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci rallenta, mentre Forza Italia recupera terreno.

Sondaggi Swg: Fratelli d’Italia resta il primo partito

Il partito guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni si attesta al 27,7%, lo stesso valore registrato nella precedente rilevazione. Il dato conferma Fratelli d’Italia come prima forza politica del Paese, con un margine significativo sui principali avversari.

A rendere più ampio il distacco è la flessione del Pd. Il partito guidato da Elly Schlein perde lo 0,3% e scende al 20,4%. Tra le due principali forze politiche si apre quindi una distanza di 7,3 punti percentuali.

Il Pd arretra, il Movimento 5 Stelle sale al 12,7%

Il calo dei dem si inserisce in una settimana nella quale il Movimento 5 Stelle mostra invece un andamento leggermente positivo. La formazione guidata da Giuseppe Conte passa dal 12,6% al 12,7%, con un incremento di un decimo.

Il M5S mantiene così la terza posizione nella graduatoria delle intenzioni di voto. La variazione resta contenuta, ma si colloca in controtendenza rispetto al dato del Partito democratico, mentre entrambe le forze restano distanti da Fratelli d’Italia.

Vannacci al 7,6%, Forza Italia riduce le distanze

Tra i dati più osservati della rilevazione c’è quello di Futuro Nazionale, il movimento fondato e guidato da Roberto Vannacci. Il partito perde due decimi rispetto alla settimana precedente e si colloca al 7,6%, conservando comunque il quarto posto.

Alle sue spalle avanza Forza Italia, che guadagna lo 0,2% e raggiunge il 7,3%. La distanza tra le due formazioni del centrodestra si riduce dunque a tre decimi, delineando una competizione più serrata per la quarta posizione.

Verdi e Sinistra fermi, cresce la Lega

Alleanza Verdi e Sinistra resta stabile al 6,6%, senza variazioni nel confronto settimanale. La lista mantiene una posizione rilevante nell’area delle opposizioni, pur restando alle spalle dei tre maggiori partiti.

Segno positivo, invece, per la Lega di Matteo Salvini, che passa al 5,4% grazie a un incremento di due decimi. Il risultato non modifica l’ordine delle posizioni: il Carroccio resta dietro Futuro Nazionale, Forza Italia e Alleanza Verdi e Sinistra.

Azione, Italia Viva e gli altri partiti

Nella parte bassa della classifica, Azione di Carlo Calenda viene rilevata al 3,2%. Segue Italia Viva al 2,3%, mentre +Europa raggiunge l’1,7%.

Noi Moderati e Sud chiama Nord si attestano entrambi all’1%. Le percentuali delle forze minori confermano un quadro frammentato, nel quale i principali partiti concentrano la quota più consistente dei consensi.

Il quadro delle intenzioni di voto secondo Swg

La rilevazione diffusa da Mentana restituisce un assetto sostanzialmente stabile al vertice: Fratelli d’Italia mantiene il proprio livello di consenso, mentre il Partito democratico arretra e il Movimento 5 Stelle registra un lieve progresso. Nel centrodestra, la diminuzione di Futuro Nazionale e la crescita di Forza Italia accorciano ulteriormente le distanze tra i due partiti.

Le variazioni rilevate sono limitate e descrivono le intenzioni di voto in uno specifico momento. Come per ogni sondaggio, i dati non rappresentano una previsione del risultato elettorale, ma una fotografia aggiornata degli orientamenti degli intervistati.

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“Addio!”. L’annuncio improvviso di Pier Ferdinando Casini cosa succede https://www.business.it/8220-addio-8221-l-8217-annuncio-improvviso-di-pier-ferdinando-casini-cosa-succede/ Sun, 11 Oct 2026 08:27:38 +0000 https://www.business.it/?p=160733 Dopo 44 anni in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha scelto di non chiedere un nuovo mandato. L’ex presidente della Camera, protagonista di stagioni politiche molto diverse tra loro, non si ricandiderà alle prossime elezioni politiche. Una decisione che chiude una lunga esperienza istituzionale iniziata nel 1983 e che ha attirato l’attenzione per il valore personale… Read More »“Addio!”. L’annuncio improvviso di Pier Ferdinando Casini cosa succede

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Dopo 44 anni in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha scelto di non chiedere un nuovo mandato. L’ex presidente della Camera, protagonista di stagioni politiche molto diverse tra loro, non si ricandiderà alle prossime elezioni politiche. Una decisione che chiude una lunga esperienza istituzionale iniziata nel 1983 e che ha attirato l’attenzione per il valore personale e politico dell’annuncio.

Il senatore bolognese ha comunicato la sua scelta in un’intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo alcuni passaggi centrali della propria vicenda pubblica. Dagli anni nella Democrazia Cristiana al rapporto con Silvio Berlusconi, dalle esperienze centriste alla recente attività al Senato, Casini ha raccontato un percorso sviluppatosi attraverso più fasi della storia repubblicana.

Prima di parlare pubblicamente dell’addio al Parlamento, Casini aveva condiviso la situazione soltanto con i suoi quattro figli. Nelle sue parole emergono anche ricordi familiari particolarmente significativi, a partire dal primo ingresso a Montecitorio, quando la consapevolezza dell’elezione lo portò a telefonare al padre senza riuscire a trattenere la commozione.

La scelta non equivale, secondo quanto spiegato dallo stesso Casini, a un distacco dalla passione per la politica e dalla vita pubblica. Segna però la conclusione della sua attività parlamentare, una delle più lunghe nella storia delle istituzioni italiane. Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva.

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Attenzione a questo SMS: basta una telefonata e ti svuotano il conto https://www.business.it/attenzione-a-questo-sms-basta-una-telefonata-e-ti-svuotano-il-conto/ Sat, 10 Oct 2026 18:33:54 +0000 https://www.business.it/?p=160707 Un messaggio apparentemente inviato dalla banca, seguito da una telefonata capace di trasmettere fiducia e urgenza. Bastano pochi minuti perché il timore di un problema sul conto prenda il sopravvento e i risparmi finiscano nelle mani sbagliate. È accaduto in Irpinia, dove un correntista è stato vittima di una truffa informatica che gli è costata… Read More »Attenzione a questo SMS: basta una telefonata e ti svuotano il conto

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Un messaggio apparentemente inviato dalla banca, seguito da una telefonata capace di trasmettere fiducia e urgenza. Bastano pochi minuti perché il timore di un problema sul conto prenda il sopravvento e i risparmi finiscano nelle mani sbagliate. È accaduto in Irpinia, dove un correntista è stato vittima di una truffa informatica che gli è costata quasi settemila euro.

La vicenda riguarda un residente di Frigento, nel territorio della provincia di Avellino. Secondo quanto ricostruito, l’uomo avrebbe ricevuto un SMS che sembrava provenire dal proprio istituto di credito, primo passaggio di un raggiro organizzato per acquisire la fiducia della vittima.

Poco dopo il messaggio, il correntista è stato contattato telefonicamente da un soggetto presentatosi come un operatore bancario. L’interlocutore avrebbe segnalato un presunto malfunzionamento dei sistemi informatici e di sicurezza, inducendo l’uomo a fornire i dati di accesso al conto.

Una volta entrato in possesso delle credenziali, il truffatore avrebbe effettuato le operazioni necessarie a prelevare il denaro disponibile. Dal conto della vittima sarebbero così spariti quasi 7mila euro, una somma che rappresentava i suoi risparmi.

Il caso è stato segnalato ai Carabinieri della Stazione di Frigento, che hanno avviato le indagini. Gli accertamenti telematici e bancari hanno consentito ai militari di risalire a un 26enne della provincia di Napoli, denunciato a piede libero per truffa e frode informatica.

La ricostruzione evidenzia un meccanismo ormai ricorrente nelle truffe di phishing: un SMS che appare autentico, la chiamata di un sedicente addetto della banca e la richiesta di informazioni riservate con il pretesto di risolvere un’anomalia o mettere in sicurezza il conto.

Il Comando Provinciale dei Carabinieri di Avellino richiama l’attenzione dei cittadini e ribadisce che nessun istituto di credito chiede telefonicamente, tramite SMS o e-mail, le credenziali di accesso al conto corrente.

In presenza di chiamate che segnalano un presunto blocco del conto, operazioni sospette o problemi tecnici, l’indicazione è interrompere la conversazione e contattare direttamente la banca mediante i canali ufficiali. La stessa prudenza va adottata davanti a messaggi che invitano a entrare nell’home banking; in caso di sospetti è possibile rivolgersi al 112 o alla più vicina Stazione dei Carabinieri.

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“Il candidato è lui”. Centrosinistra, svolta per le elezioni: ora è certo https://www.business.it/il-candidato-e-lui-centrosinistra-svolta-per-le-elezioni-ora-e-certo/ Sat, 10 Oct 2026 06:52:18 +0000 https://www.business.it/?p=160663 Mario Calabresi annuncia la propria disponibilità a correre per la carica di sindaco di Milano nel campo del centrosinistra e a sottoporsi alle primarie. Il giornalista e scrittore, 56 anni, indica nella partecipazione dei cittadini il passaggio necessario per contrastare la distanza crescente dalla politica. Casa, sicurezza, servizi, ambiente e disuguaglianze sono i temi che… Read More »“Il candidato è lui”. Centrosinistra, svolta per le elezioni: ora è certo

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Mario Calabresi annuncia la propria disponibilità a correre per la carica di sindaco di Milano nel campo del centrosinistra e a sottoporsi alle primarie. Il giornalista e scrittore, 56 anni, indica nella partecipazione dei cittadini il passaggio necessario per contrastare la distanza crescente dalla politica. Casa, sicurezza, servizi, ambiente e disuguaglianze sono i temi che pone al centro della sua proposta per il futuro del capoluogo lombardo.

In un’intervista al Corriere della Sera, firmata da Venanzio Postiglione, Calabresi conferma di essere pronto a partecipare alla consultazione della coalizione, quando ne saranno definiti modalità e calendario. «Sono pronto per le primarie, uno strumento coraggioso che fa bene alla politica», afferma. «Mi sembra che lo scenario si stia definendo. Io ci sono».

La decisione arriva a circa un mese dall’uscita da Chora, la media company fondata con Guido Brera. Calabresi spiega di voler contribuire a ricostruire un rapporto diretto tra le istituzioni e i milanesi, in una fase segnata, a suo giudizio, da stanchezza e disillusione. L’obiettivo dichiarato è costruire una legittimazione popolare ampia per guidare la città.

Primarie del centrosinistra a Milano, il confronto tra i candidati

Nel dibattito sulla candidatura del centrosinistra sono già emersi i nomi di Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo, Emmanuel Conte, Carlotta Cossutta, Lorenzo Pacini e Tommaso Goisis. Calabresi considera la pluralità delle disponibilità un elemento positivo, a condizione che il confronto resti concentrato su progetti e idee per Milano.

«È una cosa bella che così tante energie si siano messe in gioco. Sono tutte persone di grande valore», osserva. Il rischio da evitare, secondo il giornalista, è che le primarie assumano la forma di una contrapposizione interna: «Se diventassero una resa dei conti, anziché una bella occasione di confronto e di idee, per Milano e il centrosinistra sarebbe in ogni caso una sconfitta».

La disponibilità a candidarsi, racconta, nasce da un percorso di incontri con cooperative, associazioni, volontariato, imprese, sindacati e circoli politici. Un’attività di ascolto che, nelle sue parole, ha messo in evidenza fratture e paure presenti nella città, con il rischio che una parte dei cittadini scelga di ripiegare nella dimensione privata.

Calabresi: «Milano ha bisogno di ascolto e cura»

Il nodo centrale della proposta di Calabresi è quello delle distanze sociali. La città, sostiene, continua a offrire occasioni e ad attrarre competenze, ma presenta anche un divario sempre più visibile tra chi beneficia della sua crescita e chi incontra difficoltà nel sostenere il costo della vita o nell’accedere ai servizi.

«Milano oggi ha bisogno di ascolto, di cura e poi di scelte chiare», dichiara. Per l’aspirante candidato, l’amministrazione dovrà tenere insieme la città che corre e quella che fatica, senza ridurre la valutazione della qualità urbana ai risultati economici o agli indicatori di performance.

Calabresi richiama in particolare le condizioni di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, di chi vive sentimenti di insicurezza o di solitudine. Una città, afferma, non può essere considerata soltanto un contenitore di funzioni o una vetrina internazionale: la sua tenuta dipende anche dalla condizione concreta dei suoi abitanti.

Casa, sicurezza e servizi: le priorità per Milano

Tra le questioni individuate come urgenti figurano il costo delle abitazioni, la sicurezza, la tutela ambientale e i servizi alle famiglie. Calabresi insiste sul rischio che Milano diventi sempre meno accessibile per i giovani, per chi intende costruire una famiglia e per le categorie professionali che garantiscono ogni giorno il funzionamento della città.

«Siamo diventati europei nei prezzi, nel modo di pensarci, ma non lo siamo negli stipendi», osserva. Il riferimento riguarda insegnanti, dipendenti pubblici, infermieri e ricercatori, ma anche gli studenti e i lavoratori che scelgono Milano per formarsi o cercare nuove opportunità. Accanto alle politiche abitative, l’ex direttore di giornale chiede spazi di cultura e socialità che non siano necessariamente legati alla spesa.

Sul tema della sicurezza, Calabresi parte dalla necessità di tutelare le vittime di aggressioni, furti, scippi e molestie, con un’attenzione particolare alle donne. Ricorda tuttavia che l’ordine pubblico rientra nelle competenze dello Stato, mentre al Comune spetta una parte del lavoro attraverso il presidio del territorio e la cura dello spazio urbano.

La sicurezza, nella sua impostazione, è legata anche alla lotta contro degrado, marginalità e isolamento. Manutenzione, illuminazione, pulizia e presenza di attività nei quartieri sono indicati come strumenti per rendere una città più vissuta e quindi più sicura.

Legge speciale per Milano e rapporto con l’era Sala

Calabresi si dice favorevole a una legge speciale per Milano, con maggiori poteri e risorse. La ragione è la distanza tra la dimensione internazionale raggiunta dal capoluogo lombardo e gli strumenti disponibili per affrontare politiche che superano i confini comunali, dai trasporti all’edilizia abitativa, fino alle grandi aree verdi.

Il cambiamento climatico è un altro asse della riflessione. Le estati milanesi, definite «ormai soffocanti», richiederebbero interventi capaci di rendere l’ambiente urbano più vivibile. Calabresi richiama la possibilità di guardare a esperienze europee e internazionali, oltre alla necessità di ragionare sulla scala metropolitana della città.

Nel valutare l’amministrazione di Beppe Sala e i quindici anni di governo del centrosinistra, Calabresi riconosce alcuni risultati: la riduzione del debito comunale, la tenuta dei servizi di welfare e l’apertura di due nuove linee metropolitane. Sottolinea però che le trasformazioni sociali ed economiche impongono nuove risposte.

Respinge infine l’idea di essere il candidato di Azione: «Sono indipendente ma mi riconosco nei valori e nel campo del centrosinistra». La prospettiva indicata è quella di una Milano capace di mantenere la propria mobilità sociale e la promessa di opportunità che ne ha sostenuto l’attrattività, evitando di trasformarsi, come avverte, in «una vetrina scintillante per pochi».

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Caso Yara, parla per la prima volta il figlio di Bossetti: “È molto peggio…” https://www.business.it/caso-yara-il-figlio-di-bossetti-rompe-il-silenzio-in-tv/ Fri, 09 Oct 2026 17:19:09 +0000 https://www.business.it/?p=160651 Il caso di Yara Gambirasio torna al centro dell’attenzione pubblica a distanza di anni dall’omicidio della tredicenne di Brembate. A intervenire per la prima volta in televisione è Nicolas Bossetti, figlio di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva per il delitto. Il giovane espone la posizione della famiglia, tornando sulle prove e sugli accertamenti che… Read More »Caso Yara, parla per la prima volta il figlio di Bossetti: “È molto peggio…”

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Il caso di Yara Gambirasio torna al centro dell’attenzione pubblica a distanza di anni dall’omicidio della tredicenne di Brembate. A intervenire per la prima volta in televisione è Nicolas Bossetti, figlio di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva per il delitto. Il giovane espone la posizione della famiglia, tornando sulle prove e sugli accertamenti che la difesa chiede da tempo di poter riesaminare.

Nicolas Bossetti ospite di Ore 14 Sera

Nicolas Bossetti sarà protagonista di un’intervista a “Ore 14 Sera”, trasmissione nella quale affronterà i punti che, secondo la famiglia, restano controversi nella vicenda giudiziaria. La sua è una presa di parola pubblica inedita su un caso che continua ad alimentare confronti e richieste di approfondimento.

L’attenzione dell’intervista si concentrerà in particolare sugli elementi probatori raccolti nel corso dell’indagine e sulle istanze avanzate dalla difesa di Massimo Bossetti negli anni successivi alla sentenza. Le dichiarazioni del figlio si collocano dunque nell’ambito della posizione sostenuta dai familiari del condannato.

La frase sul caso Garlasco e gli errori giudiziari

Nel corso dell’intervento televisivo, Nicolas Bossetti usa parole molto dure per descrivere la propria lettura della vicenda. «Molto peggio di una Garlasco 2», afferma, richiamando un altro caso giudiziario tornato recentemente al centro del dibattito pubblico.

«Un caso con così tanti errori giudiziari non è mai successo in Italia, senza mai la possibilità di difendersi».

Si tratta di valutazioni attribuite al figlio di Bossetti e alla sua famiglia. Nicolas chiede che venga nuovamente esaminata la questione delle prove utilizzate nel procedimento, ribadendo la necessità, a suo giudizio, di ulteriori verifiche sugli atti e sui reperti.

Le richieste della difesa sulle prove del caso Yara

Il tema degli approfondimenti probatori è da tempo al centro delle contestazioni della difesa di Massimo Bossetti. Nel corso degli anni sono state sollevate obiezioni su aspetti della ricostruzione investigativa ed è stata chiesta la possibilità di effettuare nuovi esami sugli elementi acquisiti durante le indagini.

La vicenda, tuttavia, è definita sul piano giudiziario da una condanna definitiva nei confronti di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio. Le parole di Nicolas non incidono sull’esito del procedimento, ma riportano nello spazio pubblico le richieste della famiglia e dei legali che sollecitano nuovi accertamenti.

Un caso che resta al centro del dibattito

L’intervista riaccende i riflettori su una delle vicende di cronaca giudiziaria più seguite in Italia. A distanza di anni dalla morte di Yara Gambirasio, il confronto continua a riguardare soprattutto la valutazione delle prove e le iniziative chieste dalla difesa.

In un momento in cui anche altri procedimenti noti, fra cui quello di Garlasco, sono tornati oggetto di attenzione mediatica, Nicolas Bossetti sceglie di esprimere pubblicamente la sua posizione. Il suo intervento rappresenta il punto di vista della famiglia, mentre resta fermo l’esito definitivo della sentenza pronunciata nel caso Yara.

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Lite nel campo largo. Botte da orbi fra Calenda e Conte https://www.business.it/calenda-attacca-conte-8220-alla-guida-del-campo-largo-e-piu-pericoloso-del-centrodestra-8221/ Tue, 06 Oct 2026 17:23:02 +0000 https://www.business.it/?p=160584 “Per quello di cui si sa oggi del campo largo è più pericoloso del centrodestra: quello che ha detto Conte”. Lo ha dichiarato il leader di Azione, Carlo Calenda, ospite del programma “L’aria che tira” su La7, attaccando le posizioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Le ultime notizie sono nella sezione politica.… Read More »Lite nel campo largo. Botte da orbi fra Calenda e Conte

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“Per quello di cui si sa oggi del campo largo è più pericoloso del centrodestra: quello che ha detto Conte”. Lo ha dichiarato il leader di Azione, Carlo Calenda, ospite del programma “L’aria che tira” su La7, attaccando le posizioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Le ultime notizie sono nella sezione politica.

Carlo Calenda e Giuseppe Conte durante una cerimonia per l'anniversario della fondazione della Polizia

“Pericolosissimo per la collocazione internazionale”

Secondo Calenda, nel programma indicato da Conte ci sarebbero “120 miliardi di deficit”, e così “zompa il banco”, portando inoltre “l’Italia fuori dalla traiettoria della Nato europea”. “Conte alla guida del campo largo è pericolosissimo”, ha affermato il leader di Azione, “per la collocazione internazionale, tenuta dell’Italia e dei suoi conti pubblici”.

“Non ha niente di progressista”

In un altro passaggio, citando tra l’altro l’esperienza del governo gialloverde, Calenda ha detto: “Non ha niente di progressista Conte, è semplicemente un populista ‘ndo cojo cojo”.

L’appello a Meloni: convocare i leader dell’opposizione

Calenda ha poi rivolto una richiesta alla premier Giorgia Meloni e all’opposizione: convocare i segretari dei partiti di opposizione per informarli sul tipo di minaccia che arriva dal conflitto russo-ucraino e dalla situazione internazionale, “con l’obbligo della segretezza”. “Non è possibile parlare di legge elettorale o chi guida il campo largo”, ha osservato, in una fase che a suo giudizio richiederebbe grande responsabilità da parte degli attori politici.

L’accusa sulla “propaganda pro russa”

Il leader di Azione ha aggiunto che, se Conte fosse a conoscenza di quella minaccia, “forse non continua sulla propaganda pro russa”. Si tratta di un giudizio espresso da Calenda nel corso della trasmissione.

La richiesta a Crosetto

“Siamo un po’ sonnambuli”, ha osservato Calenda, riferendosi alla tensione che la Russia sta aumentando. Ha ricordato di aver chiesto al ministro della Difesa Guido Crosetto di riferire in Aula su Colleferro e sullo stato di prontezza delle difese italiane, e ha definito “beghe un po’ indegne” quelle interne al campo largo.

La replica

Nelle fonti consultate non risulta, al momento, una replica di Giuseppe Conte alle dichiarazioni di Calenda.

Fonte: Dagospia, con dichiarazioni diffuse dall’Ansa

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Sono stato pagato dai Sempio”. Garlasco, tutto registrato e raccontato ai giudici: cosa è venuto fuori https://www.business.it/sono-stato-pagato-dai-sempio-garlasco-tutto-registrato-e-raccontato-ai-giudici-cosa-e-venuto-fuori-video/ Tue, 06 Oct 2026 10:37:16 +0000 https://www.business.it/?p=160569 Il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione mentre la nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi si avvicina a un passaggio rilevante. Dopo l’avviso di conclusione delle indagini notificato ad Andrea Sempio, indagato per il delitto del 13 agosto 2007, si riapre anche un capitolo distinto ma discusso: quello dei compensi e dei pagamenti in contanti… Read More »Sono stato pagato dai Sempio”. Garlasco, tutto registrato e raccontato ai giudici: cosa è venuto fuori

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Il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione mentre la nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi si avvicina a un passaggio rilevante. Dopo l’avviso di conclusione delle indagini notificato ad Andrea Sempio, indagato per il delitto del 13 agosto 2007, si riapre anche un capitolo distinto ma discusso: quello dei compensi e dei pagamenti in contanti destinati al precedente collegio difensivo.

La conclusione delle indagini preliminari non costituisce una sentenza né un’affermazione di responsabilità. Rappresenta però un atto che consente alla difesa di esercitare le proprie facoltà e può precedere un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Pavia. Nel frattempo, gli accertamenti riportano l’attenzione su quanto avvenne nell’indagine che coinvolse Sempio tra il 2016 e il 2017.

Garlasco e i pagamenti alla precedente difesa

Il tema dei versamenti è emerso nuovamente nel dibattito pubblico attraverso la testimonianza di Simone Grassi, uno degli avvocati che avevano assistito Andrea Sempio. Nella puntata di Ore 11 del 5 ottobre è stato riproposto il suo racconto sulle modalità con cui sarebbero stati gestiti i compensi professionali.

Al centro vi è una somma complessiva di almeno 45mila euro in contanti, che sarebbe stata destinata ai tre componenti dell’allora pool difensivo. Le ricostruzioni rese nel tempo dai professionisti non coincidono pienamente, circostanza che rende necessario distinguere le dichiarazioni dagli elementi documentali e dalle verifiche degli inquirenti.

In una precedente dichiarazione pubblica, Grassi aveva affermato che la sua remunerazione fosse consistita nell’esposizione mediatica ottenuta attraverso televisioni e giornali. Davanti agli investigatori, secondo quanto emerso, avrebbe invece riferito di una divisione della cifra in tre quote da 15mila euro ciascuna.

La ricostruzione attribuita a Simone Grassi

Nella versione resa agli inquirenti, Grassi avrebbe indicato Massimo Lovati come il professionista che avrebbe concordato l’importo complessivo di 45mila euro. Il denaro, consegnato in contanti dalla famiglia Sempio, sarebbe stato poi ripartito tra i tre legali. Si tratta di un passaggio che si inserisce nel confronto tra dichiarazioni diverse sui tempi, sulle modalità e sulla destinazione dei versamenti.

La famiglia Sempio ha ricondotto quelle somme alle spese per la difesa di Andrea. La madre, Daniela Ferrari, ha spiegato che le richieste di denaro venivano motivate con la necessità di procurare documentazione e atti: «Ci dicevano che ci servivano per le carte. Dagli avvocati ci andavano sempre mio marito e mio figlio e quando tornavano ci dicevano che gli servivano per le carte».

Le parole della famiglia e gli accertamenti da completare

Anche Giuseppe Sempio, interrogato sulle somme sostenute in un periodo limitato, ha descritto il rapporto con i professionisti come un affidamento totale alla loro gestione. «Noi eravamo nelle loro mani e non sapevamo una virgola di cosa facessero, eravamo in loro balia», aveva dichiarato.

Il capitolo relativo ai compensi resta autonomo rispetto all’accertamento delle responsabilità per l’omicidio di Chiara Poggi. I pagamenti, da soli, non costituiscono una prova sul delitto: la loro ricostruzione dovrà essere valutata alla luce degli atti, delle dichiarazioni e degli eventuali riscontri acquisiti dagli investigatori.

Sui social, il servizio trasmesso da Ore 11 ha riaperto le domande sulle differenze fra le versioni fornite. Il punto, nella fase attuale, riguarda l’esatta individuazione delle somme, di chi le abbia ricevute e delle prestazioni a cui sarebbero state riferite. Mentre la nuova indagine su Andrea Sempio procede verso i suoi prossimi sviluppi, anche questo aspetto continua a richiedere verifiche puntuali e conclusioni fondate esclusivamente sui riscontri disponibili.

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“Tragico epilogo”. Vittorio Sgarbi, è arrivato adesso l’annuncio della figlia https://www.business.it/tragico-epilogo-vittorio-sgarbi-e-arrivato-adesso-lannuncio-della-figlia/ Thu, 01 Oct 2026 15:02:23 +0000 https://www.business.it/?p=160388 Vittorio Sgarbi è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Agostino Gemelli di Roma e, secondo quanto riferito, versa in gravi condizioni. L’ospedale ha confermato il ricovero del critico d’arte ed ex sottosegretario alla Cultura, 74 anni, senza diffondere al momento indicazioni sulle ragioni cliniche che hanno richiesto il trasferimento nel reparto di massima assistenza. Attorno… Read More »“Tragico epilogo”. Vittorio Sgarbi, è arrivato adesso l’annuncio della figlia

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Vittorio Sgarbi è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Agostino Gemelli di Roma e, secondo quanto riferito, versa in gravi condizioni. L’ospedale ha confermato il ricovero del critico d’arte ed ex sottosegretario alla Cultura, 74 anni, senza diffondere al momento indicazioni sulle ragioni cliniche che hanno richiesto il trasferimento nel reparto di massima assistenza. Attorno alla vicenda si concentra ora l’apprensione dei familiari.

Vittorio Sgarbi in terapia intensiva al Gemelli

Il nuovo ricovero riporta l’attenzione sulle condizioni di salute di Vittorio Sgarbi, già assistito al Gemelli nel marzo dell’anno precedente per una profonda sindrome depressiva. In quella fase il critico aveva attraversato un periodo segnato da isolamento, dimagrimento e difficoltà nell’alimentazione.

Sulle cause dell’attuale aggravamento non sono stati forniti dettagli ufficiali dalla struttura sanitaria. Le informazioni diffuse confermano esclusivamente il ricovero nel Policlinico romano e la gravità del quadro, mentre non risultano comunicazioni mediche più circostanziate.

La nota del legale della figlia Evelina Sgarbi

Sul ricovero è intervenuto Lorenzo Iacobbi, avvocato di Evelina Sgarbi, figlia del critico. In una nota diffusa mercoledì 1 ottobre 2026, il legale ha sostenuto che quanto accaduto non rappresenterebbe un fatto inatteso, definendolo il risultato di una gestione che, secondo la posizione della figlia, non avrebbe tenuto adeguatamente conto delle patologie del padre.

«Il ricovero di Vittorio Sgarbi in gravi condizioni al Policlinico Gemelli non è un evento improvviso, ma il tragico e annunciato epilogo di una gestione irresponsabile delle patologie che affliggono il professore da tempo», ha dichiarato Iacobbi nella nota.

Il legale ha riferito che Evelina avrebbe manifestato preoccupazione per le condizioni del padre da oltre un anno. Nella stessa ricostruzione vengono richiamati gli impegni pubblici e gli spostamenti effettuati durante l’estate, ritenuti incompatibili con un quadro di salute già fragile. Si tratta delle valutazioni espresse dalla figlia attraverso il proprio rappresentante legale.

Il conflitto familiare e la richiesta di un amministratore di sostegno

La situazione sanitaria si inserisce in una vicenda familiare diventata pubblica tra la fine del 2024 e i primi mesi del 2025. Evelina Sgarbi aveva raccontato di avere avuto difficoltà a incontrare e sentire il padre, sostenendo di aver appreso dai media anche di un precedente ricovero.

La figlia aveva inoltre presentato al Tribunale civile di Roma un’istanza per la nomina di un amministratore di sostegno, affermando che Vittorio Sgarbi non sarebbe stato più in condizione di curare autonomamente i propri interessi personali e patrimoniali. Nell’ambito di quella vicenda aveva rivolto accuse alla compagna del padre, Sabrina Colle, contestando l’allontanamento dalla famiglia. Le posizioni hanno dato luogo a un confronto pubblico particolarmente acceso.

Nella nota dell’avvocato Iacobbi viene anche contestata l’attenzione riservata, a suo giudizio, alla tutela dell’immagine pubblica del critico rispetto alle sue necessità sanitarie. Il legale ha riferito che Evelina è ora accanto al padre e auspica che possa ricevere le cure necessarie.

Le condizioni di salute e le ultime apparizioni di Sgarbi

Secondo quanto sostenuto dal legale della figlia, il deperimento fisico di Sgarbi sarebbe collegato a un quadro clinico più complesso e non riconducibile soltanto alla depressione. Anche su questo punto non sono stati divulgati bollettini sanitari ufficiali che precisino diagnosi o terapie in corso.

Nel febbraio scorso Sgarbi era apparso in pubblico alla Certosa di Ferrara, accompagnato da Sabrina Colle, mostrando una condizione fisica visibilmente provata. L’8 maggio aveva poi celebrato il suo settantaquattresimo compleanno a Venezia, a Ca’ Giustinian, dove era stato ricevuto dal presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco.

Nei mesi recenti il nome del critico d’arte era tornato sulle cronache anche per l’assoluzione dall’accusa di riciclaggio nel procedimento relativo al dipinto “La cattura di San Pietro” di Rutilio Manetti. Oggi, però, l’attenzione resta concentrata sul ricovero di Vittorio Sgarbi al Gemelli e su eventuali aggiornamenti sulle sue condizioni.

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Spread a 100 punti e Btp al 4,6%: il problema non è il debito, è il suo costo. https://www.business.it/spread-a-100-punti-e-btp-al-46-il-problema-non-e-il-debito-e-il-suo-costo/ Wed, 30 Sep 2026 14:31:46 +0000 https://www.business.it/?p=160339 Lo spread tra Btp e Bund tedeschi è tornato a quota 100 punti base. Nella seduta del 29 settembre, il rendimento del titolo di Stato italiano a dieci anni ha raggiunto il 4,61%. Il mattino successivo entrambi i valori sono scesi leggermente, ma il movimento delle ultime settimane pone una questione che va oltre le… Read More »Spread a 100 punti e Btp al 4,6%: il problema non è il debito, è il suo costo.

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Lo spread tra Btp e Bund tedeschi è tornato a quota 100 punti base. Nella seduta del 29 settembre, il rendimento del titolo di Stato italiano a dieci anni ha raggiunto il 4,61%. Il mattino successivo entrambi i valori sono scesi leggermente, ma il movimento delle ultime settimane pone una questione che va oltre le oscillazioni di una singola giornata: quanto costa oggi all’Italia prendere denaro in prestito?

Per capirlo bisogna distinguere due numeri spesso citati insieme. Lo spread indica la differenza tra il rendimento del Btp italiano e quello del Bund tedesco della stessa durata. Il rendimento del Btp, invece, esprime il tasso richiesto dal mercato per acquistare quel titolo. Il primo aiuta a misurare come gli investitori valutano l’Italia rispetto alla Germania; il secondo racconta più direttamente il livello dei tassi al quale si muove il finanziamento dello Stato.

Perché uno spread di 100 punti non racconta tutta la storia

Uno spread di 100 punti base corrisponde a una differenza di un punto percentuale. Se, per esempio, un Bund decennale rende il 3,6% e un Btp comparabile il 4,6%, lo spread è di circa 100 punti. Quel divario non è, da solo, il segnale di una nuova crisi di fiducia nei confronti dell’Italia.

Eppure sarebbe riduttivo fermarsi al differenziale. Il rendimento dei titoli tedeschi è salito insieme a quello di altri titoli europei. Di conseguenza, il Btp può diventare più costoso per lo Stato anche se la distanza dal Bund non aumenta in modo drammatico. È quanto rende questa fase diversa da quelle in cui tutta l’attenzione si concentrava sul solo spread.

All’inizio di settembre il differenziale era intorno a 81 punti e il rendimento decennale italiano vicino al 4,17%. A fine mese, entrambi risultavano più alti, ma il rialzo del rendimento era il dato più rilevante per comprendere la pressione sui conti futuri. Leggere i due indicatori insieme evita sia allarmismi sia interpretazioni troppo rassicuranti.

L’aumento dei rendimenti è un fenomeno internazionale

L’Italia non si muove in isolamento. Negli ultimi mesi i mercati obbligazionari hanno dovuto fare i conti con l’aumento dei prezzi dell’energia, i timori per l’inflazione e la possibilità che i tassi di interesse restino elevati più a lungo del previsto. Anche i rendimenti dei titoli pubblici di altri Paesi europei e degli Stati Uniti sono saliti.

Quando gli investitori si aspettano un’inflazione più persistente, chiedono generalmente rendimenti maggiori per prestare denaro a lungo termine. Un titolo che rimborserà il capitale fra dieci anni deve apparire abbastanza interessante anche alla luce del potere d’acquisto che quel denaro avrà in futuro. A queste valutazioni si aggiungono le prospettive di crescita, le decisioni delle banche centrali e la quantità di debito che i governi devono collocare sul mercato.

La BCE, nella riunione di settembre, ha aumentato i propri tassi di riferimento e ha ribadito che le prossime decisioni dipenderanno dall’andamento dell’inflazione e dell’economia. È uno scenario nel quale i mercati continuano ad aggiornare rapidamente le aspettative: basta un cambiamento nelle previsioni sui prezzi o sulla politica monetaria per influenzare i rendimenti dei titoli di Stato.

Che cosa succede al debito pubblico italiano

Quando il rendimento di mercato dei Btp sale, non aumenta automaticamente la cedola di tutti i titoli già emessi. Chi possiede un’obbligazione a tasso fisso continua a ricevere le cedole previste dalle sue condizioni. L’effetto sui conti dello Stato arriva soprattutto quando il Tesoro colloca nuovi titoli o ne emette per sostituire quelli che giungono a scadenza.

Per questo il costo del debito cresce in modo graduale. Il portafoglio dei titoli pubblici comprende emissioni fatte in anni diversi, a tassi differenti e con scadenze distribuite nel tempo. La durata del debito attenua l’impatto immediato di una fiammata dei rendimenti; se però i tassi elevati persistono, una quota crescente delle emissioni incorpora condizioni più onerose.

È qui che il livello del debito italiano conta. Più grande è lo stock da gestire, più attenzione richiedono i tassi ai quali viene rifinanziato. Gli interessi sono una voce della spesa pubblica: se aumentano nel tempo, riducono le risorse disponibili per altri interventi oppure rendono più difficile contenere il disavanzo.

Il legame tra tassi, crescita e scelte di bilancio

La sostenibilità del debito non dipende da un unico numero. Conta il rapporto tra il costo medio degli interessi e la crescita dell’economia, insieme alle entrate, alla spesa pubblica e al saldo di bilancio. Se l’economia cresce poco mentre il finanziamento del debito diventa progressivamente più caro, mantenere stabile il rapporto tra debito e PIL richiede uno sforzo maggiore.

Per l’Italia questo equilibrio è delicato. Le previsioni della Banca d’Italia pubblicate in estate descrivevano una crescita contenuta e un rapporto tra debito e PIL destinato ad aumentare nel 2026, prima di ridursi negli anni successivi. I movimenti dei mercati non riscrivono da soli quel quadro, ma incidono su una delle variabili da seguire nei prossimi mesi.

Il rischio, dunque, non è che il passaggio dello spread a quota 100 provochi da un giorno all’altro una crisi dei conti pubblici. La questione è la persistenza dei rendimenti elevati: se il Tesoro dovesse finanziarsi a questi livelli per un periodo prolungato, il peso delle nuove emissioni si farebbe sentire progressivamente sulla spesa per interessi e sulle scelte di bilancio.

Che cosa osservare nelle prossime settimane

Per capire se il rialzo sia temporaneo o destinato a durare, sarà utile seguire tre elementi. Il primo è l’inflazione, soprattutto nella componente energetica: prezzi più alti possono alimentare attese di tassi elevati. Il secondo sono le decisioni della BCE e le indicazioni che offrirà sul percorso della politica monetaria. Il terzo è il confronto tra i rendimenti italiani e quelli degli altri Paesi europei.

Se tutti i titoli di Stato continuassero a rendere di più con uno spread italiano relativamente stabile, il problema principale sarebbe il maggior costo generale del denaro. Se invece il rendimento del Btp salisse molto più di quello del Bund, crescerebbe anche il premio specificamente richiesto agli investitori per detenere debito italiano. Sono due sviluppi diversi, con conseguenze da valutare separatamente.

Quota 100 è una soglia facile da ricordare e da mettere in un titolo. Il dato che merita attenzione, oggi, è più ampio: in un mercato dove i rendimenti a lungo termine sono tornati a salire, anche un differenziale senza scosse eccezionali può accompagnarsi a finanziamenti più costosi. Per un Paese con un debito pubblico elevato, la durata di questa fase conterà più del numero registrato in una singola seduta.

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Medio Oriente, tre fronti aperti: il caso Netanyahu, l’allarme in una base britannica e i colloqui tra Usa e Iran https://www.business.it/medio-oriente-tre-fronti-aperti-il-caso-netanyahu-lallarme-in-una-base-britannica-e-i-colloqui-tra-usa-e-iran/ Tue, 29 Sep 2026 06:21:12 +0000 https://www.business.it/?p=160261 La crisi mediorientale continua a produrre conseguenze ben oltre il campo di battaglia. In Israele torna al centro del dibattito una domanda rimasta aperta dal 7 ottobre 2023: quali avvertimenti erano arrivati prima dell’attacco di Hamas e come furono valutati? Nel Regno Unito, un episodio nei pressi della base aerea di RAF Fairford ha fatto… Read More »Medio Oriente, tre fronti aperti: il caso Netanyahu, l’allarme in una base britannica e i colloqui tra Usa e Iran

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La crisi mediorientale continua a produrre conseguenze ben oltre il campo di battaglia. In Israele torna al centro del dibattito una domanda rimasta aperta dal 7 ottobre 2023: quali avvertimenti erano arrivati prima dell’attacco di Hamas e come furono valutati? Nel Regno Unito, un episodio nei pressi della base aerea di RAF Fairford ha fatto scattare un’indagine antiterrorismo. Sul piano diplomatico, invece, Stati Uniti e Iran mantengono aperti contatti indiretti, con lo Stretto di Hormuz e il programma nucleare tra i nodi più difficili.

Sono tre vicende distinte, con fatti accertati e punti ancora da chiarire. Insieme mostrano quanto sia complesso contenere una crisi che coinvolge sicurezza, politica interna e commercio internazionale.

Il 7 ottobre e gli avvertimenti: nuove accuse a Netanyahu

A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro Israele, nuove ricostruzioni giornalistiche sostengono che il governo israeliano avesse ricevuto segnali di allarme da Paesi della regione. Secondo queste ricostruzioni, il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe avvertito Benjamin Netanyahu del rischio di un attacco proveniente da Gaza. Anche una conversazione con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, sarebbe stata interpretata da alcune fonti come un avvertimento.

Netanyahu respinge le accuse. Il primo ministro nega di aver ricevuto informazioni precise su un attacco imminente e sostiene che le notizie diffuse in questi giorni facciano parte di una campagna politica contro di lui.

La distinzione decisiva riguarda il contenuto degli eventuali avvisi. Segnalare che la situazione a Gaza stava diventando pericolosa è diverso dal comunicare data, modalità e obiettivi di un’operazione. Resta però la questione politica: anche un allarme generico, se inserito accanto ad altri segnali raccolti dai servizi e dalle forze armate, avrebbe potuto richiedere una valutazione diversa?

È su questo punto che si concentra lo scontro in Israele. Le responsabilità per la mancata prevenzione dell’attacco riguardano più livelli dell’apparato di sicurezza e del governo. Stabilire chi sapesse cosa, e in quale momento, richiede un accertamento indipendente dei documenti e delle decisioni prese allora. Le indiscrezioni pubblicate finora alimentano il dibattito, ma da sole non bastano a chiuderlo.

RAF Fairford, cinque fermati e poi rilasciati su cauzione

Nel Regno Unito, cinque cittadini britannici sono stati arrestati nei pressi della base aerea di RAF Fairford, utilizzata anche dalle forze statunitensi. L’intervento è seguito alla segnalazione di attività sospette e alla presenza di alcuni veicoli vicino alla struttura. Le autorità hanno avviato accertamenti per sospetti reati legati agli esplosivi e alla preparazione di un possibile atto terroristico.

I cinque uomini sono stati successivamente rilasciati su cauzione, con condizioni restrittive, ma restano sotto indagine. Il rilascio non equivale né a una condanna né alla chiusura del caso. Al momento, gli investigatori stanno esaminando diverse ipotesi, compresa la possibilità che eventuali responsabili abbiano agito per conto di uno Stato estero.

Proprio questa ipotesi ha attirato l’attenzione internazionale. RAF Fairford ha avuto un ruolo nelle operazioni statunitensi legate al conflitto con l’Iran. Tuttavia, non è stato accertato un coinvolgimento iraniano nell’episodio e l’ambasciata di Teheran a Londra lo ha negato. Attribuire già oggi un piano d’attacco all’Iran significherebbe presentare come conclusione ciò che, per gli investigatori, è ancora una pista da verificare.

La vicenda ha avuto effetti immediati sulla popolazione locale: per precauzione, alcune famiglie sono state evacuate mentre gli artificieri controllavano l’area. Ora l’indagine dovrà chiarire che cosa intendessero fare gli uomini fermati, quale fosse la natura dei materiali esaminati e se esistano collegamenti con soggetti esterni.

Washington e Teheran parlano attraverso i mediatori

Mentre la tensione resta alta, sul versante diplomatico si tenta di riaprire un canale tra Stati Uniti e Iran. Il Qatar sta svolgendo un ruolo di mediazione attraverso colloqui separati con le due parti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che i contatti proseguono, pur senza annunciare un accordo.

Sul tavolo c’è una proposta iraniana che lega la riduzione delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz a una serie di richieste rivolte a Washington. Tra queste figurano l’allentamento delle sanzioni sul petrolio, lo sblocco di risorse iraniane e la revoca del blocco statunitense ai porti del Paese. I colloqui sul programma nucleare dovrebbero poi riprendere.

Per gli Stati Uniti, il punto è ottenere impegni concreti e verificabili, anche sul nucleare, senza concedere vantaggi in cambio di promesse che potrebbero essere disattese. Per l’Iran, invece, riaprire lo Stretto senza un alleggerimento della pressione economica significherebbe rinunciare a una delle sue principali carte negoziali.

Le posizioni restano dunque lontane. I mediatori possono trasmettere proposte e cercare formule di compromesso, ma non possono eliminare la sfiducia accumulata durante il conflitto. Anche per questo i contatti in corso sono un segnale significativo, non ancora la prova che la pace sia vicina.

Perché lo Stretto di Hormuz è al centro della trattativa

Hormuz è uno dei passaggi marittimi più importanti per il trasporto di petrolio e gas. Le difficoltà di navigazione nello Stretto incidono sulle forniture energetiche, sui costi dei trasporti e sulle aspettative dei mercati internazionali. La sua riapertura avrebbe quindi effetti che andrebbero ben oltre Iran e Stati Uniti.

Ma proprio il suo peso economico rende più difficile il negoziato. Teheran considera il controllo del passaggio una leva per ottenere concessioni. Washington e i suoi alleati vogliono invece garanzie che la navigazione possa riprendere in modo stabile e sicuro. A questo si aggiunge il programma nucleare iraniano: un tema sul quale entrambe le parti chiedono assicurazioni prima di modificare la propria posizione.

Tre domande ancora senza risposta

Le notizie di queste ore non raccontano un’unica vicenda. Sollevano però tre interrogativi destinati a pesare sulle prossime settimane: quali avvertimenti arrivarono davvero al governo israeliano prima del 7 ottobre? Che cosa è accaduto nei pressi di RAF Fairford? Quali concessioni sono disposti a fare Stati Uniti e Iran per fermare l’escalation?

Le risposte richiederanno tempi diversi. La prima domanda riguarda documenti, testimonianze e responsabilità politiche. La seconda è affidata a un’indagine ancora in corso. La terza dipende da una trattativa nella quale ogni passo può cambiare rapidamente il quadro.

Per ora, il dato comune è la necessità di distinguere con attenzione fatti verificati, accuse e ipotesi. È una distinzione essenziale per capire una crisi che continua a evolversi su più fronti

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Caos Italia, la situazione del vulcano peggiora: voli sospesi https://www.business.it/caos-italia-la-situazione-del-vulcano-peggiora-voli-sospesi/ Sun, 27 Sep 2026 21:33:50 +0000 https://www.business.it/?p=160235 L’aeroporto di Catania resta fermo per l’emergenza legata alla cenere vulcanica dell’Etna. La nube prodotta dall’attività del vulcano e le condizioni dei venti hanno imposto il prolungamento dello stop ai collegamenti: tutti i voli, in arrivo e in partenza, sono sospesi fino alle ore 12 di lunedì 28 settembre. La comunicazione è arrivata dalla SAC,… Read More »Caos Italia, la situazione del vulcano peggiora: voli sospesi

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L’aeroporto di Catania resta fermo per l’emergenza legata alla cenere vulcanica dell’Etna. La nube prodotta dall’attività del vulcano e le condizioni dei venti hanno imposto il prolungamento dello stop ai collegamenti: tutti i voli, in arrivo e in partenza, sono sospesi fino alle ore 12 di lunedì 28 settembre.

La comunicazione è arrivata dalla SAC, la società di gestione dello scalo etneo, che ha confermato la chiusura delle operazioni aeroportuali. Il provvedimento riguarda l’intero traffico aereo previsto nello scalo di Catania durante il periodo indicato.

Alla base della decisione c’è l’emissione di cenere nell’atmosfera, unita alla direzione dei venti prevalenti. Le condizioni registrate hanno reso necessario interdire gli spazi aerei riferiti al settore C1, con la conseguente sospensione dei movimenti degli aeromobili.

La misura è stata adottata per ragioni di sicurezza, mentre prosegue il monitoraggio dell’attività dell’Etna e della dispersione delle ceneri. L’operatività dell’aeroporto dipenderà dall’evoluzione del quadro nelle prossime ore.

La SAC invita tutti i viaggiatori a verificare lo stato del proprio volo direttamente con la compagnia aerea prima di raggiungere l’aeroporto. La sospensione può infatti determinare cancellazioni, ritardi e variazioni degli orari programmati.

I passeggeri sono quindi chiamati a seguire gli aggiornamenti forniti dai vettori, in attesa di nuove comunicazioni sulla ripresa dei collegamenti da e per Catania.

La situazione resta strettamente connessa all’andamento dell’attività vulcanica e alle condizioni meteorologiche, in particolare all’intensità e alla direzione dei venti. Saranno questi elementi a stabilire se e quando potrà essere ripristinata la piena operatività dello scalo.

Gli aggiornamenti dell’aeroporto di Catania saranno diffusi sulla base delle nuove valutazioni tecniche. Al momento, la sospensione dei voli resta fissata fino a mezzogiorno di lunedì 28 settembre.

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Carburanti, il diesel sfiora i 2,50 euro in autostrada: il tetto Eni e il nodo della concorrenza https://www.business.it/carburanti-il-diesel-sfiora-i-250-euro-in-autostrada-il-tetto-eni-e-il-nodo-della-concorrenza/ Sun, 27 Sep 2026 19:05:24 +0000 https://www.business.it/?p=160177 Il diesel si avvicina alla soglia psicologica dei 2,50 euro al litro sulle autostrade italiane. Secondo i dati pubblicati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy⁠, il 27 settembre 2026 il prezzo medio del gasolio in modalità self è di 2,459 euro al litro sulla rete autostradale e di 2,377 euro sulla rete… Read More »Carburanti, il diesel sfiora i 2,50 euro in autostrada: il tetto Eni e il nodo della concorrenza

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Il diesel si avvicina alla soglia psicologica dei 2,50 euro al litro sulle autostrade italiane. Secondo i dati pubblicati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy⁠, il 27 settembre 2026 il prezzo medio del gasolio in modalità self è di 2,459 euro al litro sulla rete autostradale e di 2,377 euro sulla rete stradale. Per la benzina, le rispettive medie sono 2,254 e 2,159 euro al litro. Si tratta di medie: il prezzo del singolo impianto può essere più alto o più basso. 

La differenza si sente a ogni rifornimento. Ai prezzi medi rilevati oggi, 50 litri di gasolio costano circa 119 euro sulla rete stradale e 123 euro in autostrada. È una spesa immediata per gli automobilisti e un costo operativo per chi utilizza mezzi a gasolio per lavorare.

Il tetto Eni potrebbe durare fino a dicembre

In questo scenario si inserisce la decisione di Eni, che, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera nell’edizione del 27 settembre, sta valutando di prolungare fino alla fine del 2026 il limite ai prezzi dei carburanti applicato alla propria rete. Il quotidiano indica come riferimento per gli impianti Eni un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio.

La proroga, però, è ancora una valutazione riportata dal giornale, non una misura definitiva da considerare già confermata per tutto il resto dell’anno. Anche le condizioni concrete possono dipendere dall’impianto e dalla modalità di erogazione.

Il confronto con le medie nazionali aiuta a capire l’attenzione suscitata dall’iniziativa. Il prezzo massimo del gasolio citato dal Corriere è inferiore di circa 19 centesimi alla media self della rete stradale rilevata dal Mimit il 27 settembre. Il paragone dà la misura del possibile risparmio, ma non significa che ogni automobilista possa ottenere quella differenza presso qualsiasi stazione Eni: contano il prezzo effettivamente esposto e le condizioni dell’offerta. 

Perché i distributori contestano la misura

Un prezzo contenuto è una buona notizia per chi fa rifornimento. Per una parte dei gestori e dei distributori indipendenti, tuttavia, il tetto apre una questione di concorrenza.

Il Corriere della Sera riferisce delle richieste avanzate dai distributori e della posizione di Assopetroli, che giudica la misura distorsiva. Il punto è la diversa capacità degli operatori di sostenere prezzi bassi: una grande società presente in più fasi della filiera può avere margini di intervento che un distributore indipendente non possiede. Se quest’ultimo acquista carburante a un costo elevato, potrebbe non riuscire ad allinearsi al prezzo praticato dalla rete concorrente senza comprimere troppo i propri margini.

È una controversia che richiede di distinguere l’effetto sul consumatore nell’immediato dalle possibili conseguenze per il mercato nel tempo. Prezzi più bassi possono alleviare la spesa delle famiglie; la domanda posta dagli operatori indipendenti è se tutti possano competere nelle stesse condizioni. La contestazione dei distributori, da sola, non dimostra che la misura violi le regole sulla concorrenza.

Accise, petrolio e costo alla pompa: che cosa pesa sul prezzo

Il prezzo esposto al distributore non dipende soltanto dal petrolio. Vi incidono il costo del prodotto raffinato, la distribuzione, i margini degli operatori e le imposte, cioè accisa e IVA. Per questo un intervento su una singola voce può ridurre la spesa, senza eliminare tutte le cause dei rincari.

Il peso delle accise è entrato anche nel dibattito politico. All’inizio del 2026, il riallineamento delle accise di benzina e gasolio ha comportato una riduzione dell’accisa sulla benzina e un aumento di quella sul diesel. Secondo UNEM, l’associazione delle imprese del settore energetico⁠, la riduzione di quattro centesimi più IVA sulla benzina si è riflessa in un calo medio vicino a cinque centesimi al litro; l’aumento corrispondente sul gasolio si è tradotto allora in un incremento medio di circa tre centesimi. Erano gli effetti osservati a gennaio: non spiegano, da soli, il livello dei prezzi di settembre. 

Il Mimit mette a disposizione dati sui prezzi medi aggiornati quotidianamente, distinti fra regioni e rete autostradale⁠. È il riferimento utile per verificare se un’offerta locale sia davvero conveniente rispetto ai prezzi del momento. 

La scelta del governo e la domanda dei consumatori

Il rincaro riapre il confronto sulle possibili risposte pubbliche: interventi fiscali, controlli sull’andamento dei prezzi e iniziative delle compagnie. Sono strumenti diversi, con effetti e costi differenti. Un taglio delle accise agisce sulla componente fiscale ma richiede risorse pubbliche; un limite di prezzo deciso da una società riguarda invece la sua rete e solleva il confronto con gli altri operatori.

Per gli automobilisti, la verifica più concreta resta quella del prezzo alla pompa, tenendo distinta la modalità self dal servito e confrontando impianti nella stessa zona. Per il governo, la questione è più ampia: contenere l’impatto dei carburanti su famiglie e attività economiche, valutando nello stesso tempo la sostenibilità delle misure e le condizioni di concorrenza.

Il dato di oggi è chiaro: il gasolio autostradale costa in media 2,459 euro al litro. La possibile proroga del tetto Eni potrebbe offrire un sollievo a chi può utilizzare quella rete, ma resta da capire se verrà confermata e come evolverà il confronto con i distributori indipendenti. 

Fonti: «Corriere della Sera», edizione del 27 settembre 2026, pp. 2–3, nelle immagini fornite; Ministero delle Imprese e del Made in Italy, prezzi medi dei carburanti aggiornati al 27 settembre 2026; UNEM, analisi sugli effetti del riallineamento delle accise pubblicata il 12 gennaio 2026.

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Garlasco, lunedì giustizia per Chiara? La famiglia Poggi ha rotto il silenzio https://www.business.it/garlasco-lunedi-giustizia-per-chiara-la-famiglia-poggi-ha-rotto-il-silenzio/ Sun, 27 Sep 2026 16:41:23 +0000 https://www.business.it/?p=160156 Tre giorni ancora, poi l’inchiesta su Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi arriverà a un passaggio decisivo. La Procura di Pavia si avvicina alla chiusura delle indagini, mentre gli ultimi approfondimenti riaccendono l’attenzione sui rilievi effettuati nel 2007 e sugli elementi che gli inquirenti ritengono centrali nella nuova ricostruzione del delitto di Garlasco. Nel… Read More »Garlasco, lunedì giustizia per Chiara? La famiglia Poggi ha rotto il silenzio

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Tre giorni ancora, poi l’inchiesta su Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi arriverà a un passaggio decisivo. La Procura di Pavia si avvicina alla chiusura delle indagini, mentre gli ultimi approfondimenti riaccendono l’attenzione sui rilievi effettuati nel 2007 e sugli elementi che gli inquirenti ritengono centrali nella nuova ricostruzione del delitto di Garlasco.

Nel frattempo il procuratore aggiunto Stefano Civardi, che coordina l’attività dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, ha ascoltato per oltre un’ora e mezza Luciano Garofano, già comandante del Ris di Parma. Il generale, opinionista televisivo e consulente genetico di Sempio nell’inchiesta del 2017 fino a pochi mesi fa, non ha fornito dettagli al termine dell’audizione: «Non posso rivelare alcunché», ha dichiarato.

Garlasco, la famiglia Poggi attende gli atti della Procura

La famiglia di Chiara Poggi ha fatto sentire la propria posizione attraverso l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale dei genitori della giovane. Il nodo, secondo il difensore, riguarda l’eventuale svolgimento di ulteriori accertamenti definiti “intermedi”, dei quali le persone offese non avrebbero ricevuto comunicazioni formali.

«Dipende dal fatto se la Procura abbia svolto ulteriori indagini “intermedie”, cosa che da fonti giornalistiche sembra avvenuta, ma ovviamente in questi mesi a noi nulla è stato notificato», ha spiegato Tizzoni. L’avvocato Francesco Compagna, che assiste Marco Poggi, ha richiamato invece scelte procedurali ritenute «quantomeno infrequenti», sottolineando che la famiglia resta in attesa.

Se gli accertamenti affidati ai consulenti della Procura fossero già conclusi e le risposte ai quesiti fossero state acquisite, il deposito degli atti potrebbe essere imminente. La scadenza fissata al 28 settembre, tuttavia, potrebbe slittare ancora, anche di alcune settimane o mesi, nell’ipotesi di ulteriori esigenze investigative.

Le vecchie indagini del Ris e l’impronta 33

L’audizione di Garofano arriva dopo quelle di altri carabinieri che nel 2007 erano in servizio al Ris di Parma e parteciparono ai rilievi, agli esami dattiloscopici e alle analisi genetiche. Quelle attività contribuirono all’inchiesta che portò alla condanna definitiva a 16 anni di Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara Poggi.

I magistrati guidati dal procuratore Fabio Napoleone intendono ricostruire passaggi, competenze e criteri seguiti nelle prime indagini. Al centro vi sono anche elementi oggi considerati rilevanti nei confronti di Sempio, a partire dalla cosiddetta impronta 33: per il Ris, all’epoca, non era attribuibile, mentre la Procura pavese la ritiene riconducibile all’attuale indagato.

Secondo la prospettazione investigativa, la chiusura delle indagini potrebbe precedere una richiesta di rinvio a giudizio per Sempio. Resta ferma, in ogni caso, la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Perizie scientifiche e difese: cosa può accadere dopo il deposito

I termini dell’inchiesta scadono lunedì. Dopo il deposito, le parti – la difesa di Sempio, i legali della famiglia Poggi e Stasi, indicato come “terzo interessato” – potranno esaminare consulenze, intercettazioni e gli atti raccolti dalla Procura da maggio a oggi.

Tra i documenti attesi figurano le valutazioni dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che ha rivisto la dinamica e l’orario della morte di Chiara Poggi ed è stata incaricata di valutare la compatibilità fra il piede dell’indagato e l’impronta attribuita all’assassino. Sul piano genetico è atteso anche il lavoro di Carlo Previderé, chiamato a riesaminare le analisi eseguite dal Ris nel 2007.

Non risulta ancora depositata la consulenza dello psichiatra Roberto Catanesi, incaricato di esprimersi sulla capacità di intendere e di volere di Sempio e sulla sua eventuale pericolosità sociale. Dopo la notifica di chiusura delle indagini, i difensori del 38enne, Angela Taccia e Liborio Cataliotti, avranno circa venti giorni per depositare memorie e richieste.

Parallelamente, durante l’estate i legali di Alberto Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, hanno prodotto consulenze che ritengono importanti ai fini di una possibile richiesta di revisione del processo. Un’iniziativa che, secondo quanto emerso, potrebbe essere valutata anche dalla procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni.

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Il Pil italiano sorprende al rialzo, ma la prova decisiva arriva a fine anno https://www.business.it/il-pil-italiano-sorprende-al-rialzo-ma-la-prova-decisiva-arriva-a-fine-anno/ Thu, 24 Sep 2026 17:16:31 +0000 https://www.business.it/?p=160068 La crescita del 2026 si sta rivelando migliore di quanto previsto in primavera. Il Centro Studi Confindustria segnala che la previsione di consenso per il Pil italiano è salita dal +0,5% di aprile al +0,8% di settembre. I primi due trimestri hanno dato una spinta all’economia, sostenuta anche dagli investimenti legati al Pnrr. Il dato… Read More »Il Pil italiano sorprende al rialzo, ma la prova decisiva arriva a fine anno

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La crescita del 2026 si sta rivelando migliore di quanto previsto in primavera. Il Centro Studi Confindustria segnala che la previsione di consenso per il Pil italiano è salita dal +0,5% di aprile al +0,8% di settembre. I primi due trimestri hanno dato una spinta all’economia, sostenuta anche dagli investimenti legati al Pnrr. Il dato annuale, però, può migliorare mentre l’attività rallenta: è proprio questo il rischio che si profila negli ultimi mesi dell’anno. 

Perché le previsioni sono migliorate

All’inizio dell’anno si temeva che il rincaro dell’energia colpisse più rapidamente la produzione e i consumi. Finora l’impatto è stato più contenuto. Secondo Confindustria, il calo inatteso della domanda mondiale di petrolio, soprattutto in Cina e Giappone, ha ritardato gli effetti della scarsità; inoltre, i maggiori costi energetici si sono trasferiti meno del previsto ai prezzi degli altri beni. A sostenere la crescita è arrivata anche la fase conclusiva degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. 

Lo 0,8% non è una misura di quanto l’Italia sia cresciuta mese per mese, né garantisce che il ritmo attuale continui. È la stima della crescita media del Pil nell’intero 2026. I risultati già ottenuti nella prima metà dell’anno possono quindi alzare la previsione annuale anche se l’ultimo trimestre dovesse risultare debole.

Il nodo energia: petrolio e gas tornano a pesare

La principale minaccia arriva dal mercato energetico. Confindustria collega le tensioni alla quasi completa chiusura dello Stretto di Hormuz: a settembre i transiti delle navi risultano pari al 13% del livello normale. Il Brent si colloca intorno a 101 dollari al barile, dopo aver toccato un picco di 109 dollari. Anche il gas europeo è rincarato, raggiungendo 77 euro per megawattora, contro i 33 euro di febbraio. Sono valori inferiori alle anomalie del 2022, ma abbastanza elevati da incidere sui costi delle imprese e sulla spesa delle famiglie. 

L’effetto è già visibile nell’inflazione italiana, salita ad agosto al 3,3% annuo dall’1% di inizio 2026. A trainarla sono soprattutto i beni energetici al consumo, aumentati del 17,1%. L’inflazione di fondo, calcolata escludendo energia e alimentari, è rimasta per ora all’1,8%. Questo significa che il rincaro non si è ancora diffuso con la stessa intensità al resto del paniere, ma Confindustria avverte che i maggiori costi di trasporto potrebbero riflettersi sui prezzi di altri prodotti nei prossimi mesi. 

Per le famiglie il passaggio è concreto: se carburanti, bollette e altri acquisti essenziali assorbono una quota maggiore del reddito, resta meno spazio per il resto dei consumi. Per le aziende, invece, l’energia più cara può comprimere i margini oppure rendere necessario aumentare i prezzi di vendita.

Tassi più alti e Pnrr in esaurimento: la doppia frenata

Il rincaro dell’energia si accompagna a condizioni finanziarie più restrittive. Nel quadro riportato da Confindustria, a settembre la Banca centrale europea ha aumentato di un quarto di punto il tasso sui depositi, portandolo al 2,50%. Un aumento dei tassi serve a contenere l’inflazione, ma rende anche più costosi i finanziamenti: l’effetto può arrivare alle decisioni di acquisto delle famiglie e ai progetti di investimento delle imprese, con tempi diversi a seconda dei contratti. 

Nello stesso momento si attenua la spinta del Pnrr. Gli investimenti italiani sono cresciuti dello 0,3% nel secondo trimestre; quelli in fabbricati non residenziali sono aumentati del 7,4%, con un contributo rilevante del Piano. Gli indicatori restano favorevoli per il terzo trimestre, ma Confindustria prevede che nel quarto il venir meno di questa spinta peserà sulla dinamica degli investimenti. Il punto da osservare sarà quanto dell’attività avviata grazie al Pnrr riuscirà a proseguire quando il suo impulso immediato si ridurrà. 

Industria, consumi e lavoro: segnali diversi

L’industria mostra una tenuta, senza offrire un quadro uniforme. A luglio la produzione è aumentata dello 0,7%, trainata dai beni di consumo. Considerando la crescita già acquisita per il 2026, l’automotive risulta in recupero, mentre avanzano anche gli altri mezzi di trasporto e il comparto dei computer e dell’elettronica. Arretrano invece mobili, tessile, abbigliamento, pelli e chimica. Il Pmi manifatturiero di agosto, sceso a 49,6, segnala inoltre un possibile indebolimento dell’attività. 

Anche dai consumi arrivano indicazioni contrastanti. A luglio le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,5% in volume, sia per gli alimentari sia per gli altri beni, e ad agosto sono calate ancora le immatricolazioni di auto. Nello stesso mese, però, è migliorata la fiducia dei consumatori. Una maggiore fiducia può anticipare una ripresa della spesa, ma le vendite effettive mostreranno se ciò avverrà davvero. 

Sul lavoro emerge un altro segnale da seguire. Tra aprile e luglio il numero degli occupati è rimasto pressoché fermo, con appena 7mila persone in più, mentre quelle in cerca di impiego sono aumentate di 72mila. Confindustria osserva che, se l’occupazione continuasse a non crescere, questa dinamica potrebbe tradursi in un aumento del tasso di disoccupazione. Si tratta di un rischio per i prossimi mesi, non di un aumento già accertato. 

Export e turismo offrono sostegno

Alcune componenti dell’economia continuano a dare risultati positivi. A luglio le presenze turistiche in Italia sono cresciute del 3,5% rispetto a un anno prima: l’aumento è dovuto ai visitatori stranieri, le cui presenze sono salite del 7,3%, mentre quelle degli italiani sono diminuite dell’1,3%. 

Anche le esportazioni sono rimaste in espansione. A luglio il loro valore, misurato a prezzi correnti, ha superato dell’1,4% la media del secondo trimestre. Le vendite verso i Paesi extra Ue sono aumentate del 4,6%, più che compensando il calo dell’1,6% verso i mercati dell’Unione. Il dato segnala una capacità di trovare domanda all’estero, ma, essendo espresso a prezzi correnti, non equivale da solo a un aumento della stessa misura nelle quantità esportate. 

Anche l’Ocse rivede al rialzo l’Italia

Il quadro di Confindustria si può affiancare alle nuove Prospettive economiche intermedie dell’Ocse. Nelle previsioni di settembre, l’organizzazione indica per l’Italia una crescita dello 0,9% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La stima per quest’anno è stata alzata di quattro decimi rispetto a quella di giugno. Il +0,9% dell’Ocse e il +0,8% citato da Confindustria non sono due versioni dello stesso dato: il primo è una previsione dell’organizzazione internazionale, il secondo è la mediana delle previsioni raccolte nel consenso dei previsori. 

Le cifre descrivono dunque un 2026 migliore delle attese, ma non cancellano la fragilità della crescita italiana. L’Ocse prevede per l’area euro un aumento del Pil dell’1% sia nel 2026 sia nel 2027 e segnala che energia più cara e tassi più alti freneranno l’attività economica. Per l’Italia, la verifica arriverà quando si vedrà se consumi, occupazione e investimenti sapranno mantenere slancio anche con meno sostegno dal Pnrr. 

La revisione al rialzo è una buona notizia per il bilancio dell’anno. La domanda aperta riguarda ciò che viene dopo: quanto della crescita osservata finora dipende da una spinta destinata a esaurirsi e quanto, invece, può reggere al nuovo aumento dei costi. I dati dell’autunno aiuteranno a distinguere le due cose.

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Deficit al 3,1%, l’Italia resta sotto procedura Ue: cosa cambia per la manovra 2027 https://www.business.it/deficit-al-31-litalia-resta-sotto-procedura-ue-cosa-cambia-per-la-manovra-2027/ Wed, 23 Sep 2026 05:56:48 +0000 https://www.business.it/?p=160004 L’Istat conferma il disavanzo sopra la soglia europea, nonostante la revisione al rialzo della crescita. Sfuma l’uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo, mentre il governo deve trovare un equilibrio tra riduzione delle tasse, investimenti e spese per energia e difesa. La revisione dei conti pubblici non ha consegnato al governo il risultato sperato. Il… Read More »Deficit al 3,1%, l’Italia resta sotto procedura Ue: cosa cambia per la manovra 2027

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L’Istat conferma il disavanzo sopra la soglia europea, nonostante la revisione al rialzo della crescita. Sfuma l’uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo, mentre il governo deve trovare un equilibrio tra riduzione delle tasse, investimenti e spese per energia e difesa.

La revisione dei conti pubblici non ha consegnato al governo il risultato sperato. Il rapporto tra deficit e Pil dell’Italia nel 2025 resta al 3,1%: abbastanza per impedire l’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il dato diffuso dall’Istat il 22 settembre riporta così al centro del confronto sulla prossima legge di bilancio una questione concreta: quante risorse potranno essere utilizzate senza compromettere il percorso di risanamento. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti indica ora il 2027 come possibile appuntamento per la chiusura della procedura. 

I dati Istat: il Pil migliora, ma il deficit non scende abbastanza

La nuova fotografia dell’economia contiene anche segnali positivi. Nel 2025 il Pil è cresciuto dello 0,6%, un decimo in più rispetto alla stima di marzo. Anche il 2024 viene rivisto al rialzo, con un aumento dell’1,1%. Il valore del prodotto interno lordo del 2025 raggiunge circa 2.265 miliardi di euro, quasi sette miliardi in più rispetto alla precedente valutazione. 

Questo miglioramento, tuttavia, non basta a riportare il disavanzo sotto il limite europeo. Il deficit ammonta a 69,736 miliardi di euro, con un peggioramento di 355 milioni rispetto alla stima di aprile. Il confronto con il 2024 rimane favorevole, perché il rapporto deficit/Pil scende dal 3,4% al 3,1%, ma l’aggiornamento di settembre non modifica il dato percentuale già conosciuto. 

Perché la soglia del 3% pesa sulla legge di bilancio

Il punto non è l’apertura di una nuova procedura: l’Italia si trova già sotto sorveglianza europea dal luglio 2024. A venire meno è la possibilità di uscirne prima del previsto. Il percorso concordato con Bruxelles indica infatti il 2026 come anno entro il quale correggere il disavanzo eccessivo, con un limite alla crescita nominale della spesa netta dell’1,6% per quest’anno. La verifica dei risultati può quindi portare alla chiusura formale nel 2027. 

La distinzione è importante: il mancato anticipo rappresenta una battuta d’arresto per le aspettative politiche del governo, ma non equivale automaticamente al fallimento del calendario di rientro. Né il dato Istat determina, da solo, nuove tasse o tagli immediati. Il problema è soprattutto lo spazio per finanziare ulteriori interventi mantenendo credibile la discesa del deficit. 

Energia e difesa: la flessibilità resta possibile, ma non è senza condizioni

Una delle partite più delicate riguarda la clausola nazionale di salvaguardia, della quale l’Italia ha chiesto l’attivazione l’11 settembre. Lo strumento permette, entro condizioni precise, di discostarsi dal percorso della spesa per sostenere gli interventi ammessi. Non cancella però il disavanzo effettivo e non garantisce automaticamente l’uscita dalla procedura europea. 

Per questo è decisivo anche quando vengono contabilizzate le nuove spese. Secondo le indicazioni raccolte a Bruxelles dall’Adnkronos, concentrare gli interventi aggiuntivi soprattutto nel 2027 e nel 2028, preservando un deficit inferiore al 3% nel 2026, potrebbe consentire di utilizzare la flessibilità senza compromettere la prospettiva di uscita nella primavera successiva. È una possibilità da costruire, non un’autorizzazione già acquisita. 

Proprio su questa prospettiva si concentra La Stampa del 23 settembre, che segnala un possibile orientamento della Commissione verso un’interpretazione più flessibile delle norme. Lo scenario, dunque, non è quello di una chiusura definitiva a ogni spesa aggiuntiva, ma di un negoziato nel quale contano importi, tempi e sostenibilità dei conti. 

Giorgetti prende atto del risultato, Meloni apre il caso politico

La conferma del 3,1% ha prodotto reazioni differenti all’interno del governo. Giorgetti ha espresso “rammarico”, ricordando che l’uscita dalla procedura resta possibile nel 2027, coerentemente con il quadro di finanza pubblica già indicato. 

Giorgia Meloni ha invece contestato le valutazioni dell’Istituto, rivendicando i progressi nella riduzione del deficit. Repubblica, nell’edizione del 23 settembre, mette in evidenza proprio lo scontro politico aperto dalla presidente del Consiglio con l’Istat. Sullo sfondo resta la differenza tra un miglioramento dei conti rispetto agli anni precedenti e il mancato raggiungimento della soglia necessaria per anticipare la chiusura della procedura. 

Nella maggioranza, intanto, Matteo Salvini insiste sulla necessità di maggiori risorse e di uno scostamento di bilancio, mentre Forza Italia richiama alla prudenza. Le opposizioni contestano invece i risultati della strategia economica dell’esecutivo. Il confronto sui numeri si sovrappone così a quello sulle priorità della prossima manovra. 

Tasse, pensioni e investimenti: la questione decisiva sono le coperture

Il Corriere della Sera indica un’ipotesi di manovra da 25-30 miliardi, ancora da finanziare e definire.  Non si tratta quindi di risorse già disponibili: la dimensione effettiva degli interventi dipenderà dalle coperture e dalle scelte politiche.

Per famiglie e imprese, la conseguenza non è un aumento automatico del prelievo, ma una maggiore competizione tra le misure da finanziare. Riduzione dell’Irpef, sostegno ai redditi, pensioni, sanità e infrastrutture sono tra i capitoli del confronto. Il rischio è che alcune proposte vengano ridimensionate o rinviate, oppure richiedano risparmi e nuove entrate in altri settori. 

Il contesto resta impegnativo: nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, dal 42,2% del 2024, mentre il debito pubblico si è attestato al 136,7%. Numeri che spiegano perché il dibattito non possa esaurirsi nella ricerca di qualche decimale favorevole. 

I prossimi passaggi: Eurostat, manovra e verifica nel 2027

Il calendario prevede la pubblicazione dei dati Eurostat sui conti pubblici il 21 ottobre, mentre il governo dovrà definire la legge di bilancio e il ricorso alla flessibilità europea. Con il risultato comunicato dall’Istat, l’uscita dalla procedura nell’autunno 2026 non è più lo scenario sul quale l’esecutivo può fare affidamento. L’attenzione si sposta sui conti di quest’anno e sulla loro verifica nel 2027. 

Resta inoltre un vincolo che precede qualsiasi trattativa con Bruxelles: il costo del debito. Nei giorni scorsi Giorgetti ha richiamato l’aumento degli oneri di finanziamento e i rischi legati alle tensioni internazionali. Per la manovra, la sfida sarà quindi doppia: sostenere redditi e crescita senza rendere più oneroso finanziare lo Stato. Il 3,1% non decide da solo ogni scelta, ma rende più difficile rinviare il confronto su quali interventi finanziare e con quali risorse.

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La Bce lancia Pontes: la blockchain per la nuova finanza https://www.business.it/la-bce-lancia-pontes-la-blockchain-per-la-nuova-finanza/ Mon, 21 Sep 2026 20:50:54 +0000 https://www.business.it/?p=159952 La trasformazione digitale della finanza europea compie un nuovo passo. Il 21 settembre 2026 l’Eurosistema ha lanciato Pontes, un’infrastruttura che permette di completare transazioni su strumenti finanziari tokenizzati utilizzando moneta di banca centrale. Dietro il linguaggio tecnico c’è un obiettivo concreto: rendere più efficienti gli scambi tra operatori finanziari, mantenendo al centro del sistema la… Read More »La Bce lancia Pontes: la blockchain per la nuova finanza

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La trasformazione digitale della finanza europea compie un nuovo passo. Il 21 settembre 2026 l’Eurosistema ha lanciato Pontes, un’infrastruttura che permette di completare transazioni su strumenti finanziari tokenizzati utilizzando moneta di banca centrale. Dietro il linguaggio tecnico c’è un obiettivo concreto: rendere più efficienti gli scambi tra operatori finanziari, mantenendo al centro del sistema la sicurezza del denaro pubblico. Non è, invece, il debutto di una nuova moneta da utilizzare al supermercato. 

Che cos’è Pontes e come funziona

Pontes collega le piattaforme finanziarie basate su registri digitali distribuiti, la tecnologia di cui fa parte la blockchain, ai servizi di pagamento Target dell’Eurosistema. Il suo compito riguarda il regolamento delle operazioni: il passaggio che completa una compravendita attraverso il trasferimento dei titoli e del denaro.

Un esempio aiuta a capire. Quando un intermediario acquista un’obbligazione digitale, occorre coordinare la consegna del titolo con il pagamento. Pontes consente di sincronizzare questi movimenti, evitando che una parte dello scambio venga completata senza l’altra. Nella configurazione iniziale, il regolamento definitivo della componente monetaria avviene nel sistema T2.

La novità, quindi, non è semplicemente spostare denaro più velocemente. È permettere alle nuove piattaforme di dialogare con le infrastrutture dell’Eurosistema, senza dover rinunciare alla moneta di banca centrale per completare le transazioni. 

Un titolo digitale non è necessariamente una criptovaluta

Il concetto centrale è la tokenizzazione: rappresentare un’attività finanziaria attraverso un token, cioè una registrazione digitale utilizzabile all’interno di una piattaforma. Si può applicare, per esempio, a un’obbligazione. L’innovazione riguarda il modo in cui lo strumento viene registrato, trasferito e gestito, non la creazione automatica di una nuova criptovaluta. 

Oggi le diverse fasi della vita di un titolo possono coinvolgere sistemi separati: emissione, negoziazione, regolamento, custodia e pagamento delle cedole. Ogni passaggio richiede controlli e scambi di informazioni. La tokenizzazione potrebbe riunire alcune di queste funzioni in un ambiente condiviso, automatizzando determinate operazioni attraverso programmi chiamati smart contract.

Il risultato potenziale è una gestione più semplice, con meno interventi manuali. Ma la tecnologia, da sola, non assicura questi benefici: servono piattaforme compatibili, regole comuni e un numero sufficiente di operatori disposti a utilizzarle. 

Le prime adesioni e i numeri delle sperimentazioni

Al lancio hanno già completato le procedure di accesso diversi operatori, tra cui Deutsche Bank, Santander, Société Générale e la Banca europea per gli investimenti. Fra gli operatori delle piattaforme digitali figura anche Clearstream. Altri partecipanti potranno collegarsi nei prossimi mesi, mentre funzionalità e orari saranno ampliati gradualmente. 

Il progetto arriva dopo le sperimentazioni dell’Eurosistema. Tra maggio e novembre 2024 furono elaborate oltre 200 transazioni, per un valore complessivo di 1,59 miliardi di euro, nell’ambito di un programma che coinvolse 64 partecipanti tra banche centrali, operatori finanziari e fornitori tecnologici.

Sono numeri relativi ai test, non ai volumi del servizio appena inaugurato. Servono però a chiarire che Pontes non nasce soltanto da un progetto teorico: alle spalle esiste già un’esperienza operativa sulla quale costruire il nuovo sistema. 

Anche la Bce si prepara a investire in titoli tokenizzati

All’avvio di Pontes si accompagna un secondo annuncio. La Bce ha cominciato i lavori preparatori per investire una piccola parte dei propri fondi in titoli tokenizzati. L’obiettivo è acquisire esperienza diretta, dalla compravendita al regolamento, fino alla gestione degli strumenti in portafoglio.

Gli investimenti iniziali riguarderanno titoli denominati in euro emessi da amministrazioni centrali e regionali dell’area euro, agenzie pubbliche e istituzioni sovranazionali europee. Le transazioni saranno regolate attraverso Pontes.

Non si tratta di un nuovo programma di acquisti di politica monetaria: l’iniziativa riguarda il portafoglio di fondi propri della Bce, utilizzato per generare reddito a sostegno delle spese operative. Inoltre, l’annuncio non significa che gli acquisti siano già cominciati. Tempi e dettagli saranno decisi dopo il completamento della preparazione. 

Perché non è l’euro digitale per fare acquisti

Per i cittadini, la distinzione più importante è questa: Pontes riguarda il mercato finanziario all’ingrosso, mentre l’euro digitale destinato ai pagamenti quotidiani segue un percorso separato. Il lancio del nuovo sistema non comporta quindi l’attivazione di un portafoglio digitale per tutti né una conversione dei conti correnti. 

Per l’euro digitale al dettaglio, la Bce punta a essere pronta a una possibile prima emissione nel 2029, sulla base dell’ipotesi che la normativa europea necessaria venga adottata nel corso del 2026. Un progetto pilota della durata di dodici mesi è previsto dalla seconda metà del 2027.

Il calendario resta dunque condizionato al percorso legislativo e alle decisioni successive. Presentare Pontes come l’arrivo immediato dell’euro digitale nelle tasche degli europei confonderebbe due iniziative diverse per destinatari e funzionamento. 

I benefici possibili e i rischi che restano

Per il sistema finanziario, la promessa è ridurre passaggi operativi, rendere più fluidi gli scambi e favorire l’integrazione tra mercati. Gli eventuali vantaggi per imprese e risparmiatori sarebbero però indiretti: un’infrastruttura più efficiente non implica automaticamente commissioni inferiori o finanziamenti meno costosi.

Restano anche rischi da gestire. Le analisi della Bce segnalano vulnerabilità informatiche, possibili errori nei programmi automatici e dipendenza da fornitori tecnologici. Inoltre, piattaforme incapaci di comunicare potrebbero frammentare ulteriormente il mercato anziché unirlo.

Occorre infine distinguere la sicurezza del pagamento dalla qualità dell’investimento. Utilizzare moneta di banca centrale per regolare un’operazione non equivale a garantire il valore del titolo acquistato. La tokenizzazione non cancella i rischi finanziari dello strumento sottostante. 

La sfida europea va oltre la tecnologia

Pontes è un primo passaggio di una strategia più ampia. A completarla c’è Appia, l’iniziativa con cui l’Eurosistema intende definire entro il 2028 un progetto per un mercato europeo dei titoli tokenizzati più integrato. Il lavoro riguarda infrastrutture, standard condivisi e collaborazione tra settore pubblico e privato. 

Il successo non dipenderà soltanto dalla velocità delle transazioni. Serviranno regole compatibili, concorrenza tra operatori e collegamenti capaci di evitare nuovi sistemi chiusi. La vera sfida è trasformare l’innovazione tecnologica in un mercato finanziario più accessibile ed efficiente: non soltanto digitalizzare gli scambi esistenti, ma farli funzionare meglio. 

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Pensionati nei borghi con tasse ridotte: la proposta del presidente Covip per rilanciare le aree interne https://www.business.it/pensionati-nei-borghi-con-tasse-ridotte-la-proposta-del-presidente-covip-per-rilanciare-le-aree-interne/ Mon, 21 Sep 2026 17:18:49 +0000 https://www.business.it/?p=159937 Mille pensionati distribuiti in cento borghi italiani, sostenuti da una fiscalità di vantaggio capace di rendere conveniente il trasferimento nelle aree interne del Paese. È la proposta avanzata da Mario Pepe, presidente della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, che guarda alla prossima legge di bilancio come a un’occasione per intervenire contemporaneamente su… Read More »Pensionati nei borghi con tasse ridotte: la proposta del presidente Covip per rilanciare le aree interne

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Mille pensionati distribuiti in cento borghi italiani, sostenuti da una fiscalità di vantaggio capace di rendere conveniente il trasferimento nelle aree interne del Paese. È la proposta avanzata da Mario Pepe, presidente della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, che guarda alla prossima legge di bilancio come a un’occasione per intervenire contemporaneamente su spopolamento, previdenza, welfare e crescita.

L’idea parte da un problema ormai strutturale: molti piccoli Comuni delle Alpi, dell’Appennino, delle isole e delle aree lontane dai grandi flussi turistici continuano a perdere abitanti, servizi e attività economiche. Pepe propone quindi di utilizzare la leva fiscale per attirare pensionati italiani e stranieri, trasformandoli in nuovi residenti capaci di riportare consumi, gettito e vita nei territori più fragili.

“Mille pensionati per rianimare cento borghi”

“Mille pensionati, ciascuno con una fiscalità di vantaggio importante, per rianimare cento borghi”, è la sintesi della proposta di Mario Pepe. Secondo il presidente della Covip, il punto è rendere fiscalmente conveniente scegliere l’Italia e, in particolare, quei territori che negli ultimi decenni hanno subito uno spopolamento sempre più marcato.

Pepe parte da una constatazione: molti pensionati italiani scelgono oggi di trasferirsi all’estero, soprattutto in Paesi dove il trattamento fiscale e il costo della vita rendono economicamente vantaggiosa la nuova residenza. Portogallo, Tunisia e Albania sono alcuni degli esempi citati. La risposta, sostiene, non dovrebbe essere quella di ostacolare queste scelte, ma di creare condizioni altrettanto competitive in Italia.

L’obiettivo sarebbe favorire i trasferimenti verso le aree interne, dalle zone alpine e appenniniche ai territori meno turistici delle coste e delle isole, utilizzando una fiscalità agevolata come incentivo alla nuova residenza.

Il legame con le case a un euro

La proposta fiscale si intreccia con un’altra esperienza già avviata da molti Comuni italiani: quella delle case vendute a un euro, spesso immobili vuoti o abbandonati che vengono ceduti a prezzo simbolico a chi si impegna a ristrutturarli.

Pepe cita anche il proprio paese d’origine, Bellosguardo, piccolo Comune in provincia di Salerno, come esempio di territori nei quali politiche locali di riurbanizzazione e incentivi fiscali nazionali potrebbero agire insieme. Secondo il presidente Covip, questo “combinato disposto” potrebbe avere un effetto significativo non soltanto sul ripopolamento, ma anche sugli equilibri economici e previdenziali.

L’idea è semplice: un pensionato che torna a vivere in un borgo non porta soltanto la propria residenza, ma genera consumi, domanda di servizi, ristrutturazioni, attività economiche e gettito locale.

La proposta entra nel dibattito sulla legge di bilancio

Per Pepe la prossima legge di bilancio dovrebbe essere utilizzata per affrontare in maniera strutturale alcuni dei grandi nodi del welfare italiano. Sanità, previdenza, denatalità, maggiore longevità, carriere lavorative discontinue e spopolamento dei territori non sarebbero problemi separati, ma elementi dello stesso quadro.

“La prossima legge di bilancio offre l’occasione per affrontare alcuni nodi strutturali del nostro welfare con una visione che guardi oltre l’orizzonte annuale dei conti pubblici”, sostiene il presidente Covip, chiedendo una strategia che tenga insieme protezione sociale e utilizzo delle risorse disponibili.

La questione dei pensionati che rientrano nei piccoli Comuni è già arrivata anche in Parlamento. Nel 2026 è stato infatti discusso un disegno di legge che prevede un regime fiscale agevolato per pensionati italiani residenti all’estero che trasferiscono la propria residenza in piccoli Comuni delle aree interne.

Non solo anziani: il “salvadanaio previdenziale” dalla nascita

La proposta sui borghi è soltanto uno dei punti del progetto elaborato da Pepe. Un altro riguarda i giovani e la necessità di iniziare a costruire la previdenza molto prima dell’età adulta.

Il presidente Covip propone di valutare la creazione di un vero e proprio “salvadanaio previdenziale dalla nascita”, attraverso una posizione individuale alimentata fino a cento euro al mese con il possibile contributo dello Stato e della famiglia, prevedendo maggiore sostegno per i nuclei economicamente più fragili.

L’idea si basa su un principio finanziario di lungo periodo: un accumulo di sessanta o settant’anni consentirebbe alla capitalizzazione dei rendimenti di trasformare versamenti relativamente contenuti in un patrimonio previdenziale significativo.

Secondo Pepe, questo sistema potrebbe avere un secondo effetto: abbassare l’età media degli aderenti ai fondi pensione e rendere più solida l’intera previdenza complementare. Oggi gli iscritti sarebbero circa dieci milioni e mezzo, con un’età media intorno ai 47 anni.

Più vantaggi fiscali per chi versa per i figli

Nel progetto rientra anche una revisione degli incentivi fiscali legati ai versamenti previdenziali per i figli minorenni. Per i redditi più elevati Pepe propone di aumentare la deducibilità fiscale, mentre per le famiglie con redditi più bassi considera più efficace rafforzare la detraibilità Irpef dei versamenti effettuati a favore dei figli.

La logica resta quella di spostare l’attenzione dalla pensione come problema da affrontare negli ultimi anni della carriera a una costruzione previdenziale che inizi molto prima e accompagni l’intero percorso di vita.

Sanità integrativa sotto la vigilanza Covip

Un altro capitolo riguarda la sanità integrativa. Pepe propone che entri pienamente nel perimetro di vigilanza della Covip, sottolineando come il settore benefici di agevolazioni fiscali rilevanti ma sia rimasto a lungo privo, a suo giudizio, di un sistema organico di controllo.

Il principio indicato dal presidente è che le agevolazioni fiscali debbano essere giustificate da una funzione sociale effettiva e verificabile. La sanità integrativa, sostiene, dovrebbe integrare il Servizio sanitario nazionale e non sostituirlo o duplicarlo. “Benefici fiscali, funzione effettivamente svolta e controlli devono essere coerenti tra loro”, è il punto centrale della proposta.

Le posizioni previdenziali “silenti”

L’ultima proposta riguarda le cosiddette posizioni previdenziali silenti, cioè somme accumulate per le quali non è più immediatamente individuabile il titolare. Per Pepe la priorità deve essere sempre quella di rintracciare il proprietario delle risorse e ricongiungere correttamente le posizioni. Solo quando, dopo procedure rigorose, questo non fosse possibile, si potrebbe valutare un utilizzo diverso di quei fondi.

L’ipotesi è quella di far confluire le somme in un patrimonio separato destinato a garantire investimenti nel capitale di rischio delle piccole e medie imprese italiane effettuati dai fondi pensione. Tra gli strumenti indicati figurano equity crowdfunding, investimenti diretti, veicoli specializzati e partecipazione a nuove quotazioni sui mercati dei capitali.

I fondi pensione e gli investimenti all’estero

Pepe sottolinea infine un dato che considera particolarmente significativo: su 262 miliardi di euro investiti dai fondi pensione italiani, circa l’80% sarebbe destinato all’estero. L’obiettivo sarebbe aumentare progressivamente la quota investita nell’economia reale italiana, creando un collegamento più stretto tra previdenza complementare e sviluppo delle imprese nazionali.

La proposta di utilizzare un patrimonio di garanzia servirebbe proprio a ridurre il rischio degli investimenti nelle piccole e medie imprese e, attraverso un effetto leva, a mobilitare risorse superiori rispetto alla dotazione iniziale.

Una strategia che unisce pensioni, borghi e crescita

Le proposte del presidente Covip ruotano quindi attorno a un’unica idea: utilizzare previdenza e fiscalità non soltanto come strumenti di protezione individuale, ma anche come leve di politica economica e territoriale.

Da una parte i pensionati potrebbero contribuire a ripopolare i borghi attraverso incentivi fiscali e politiche abitative locali. Dall’altra, i giovani potrebbero iniziare a costruire la propria pensione fin dalla nascita e i fondi pensione potrebbero destinare una quota maggiore delle proprie risorse al sistema produttivo italiano.

Il progetto è ancora una proposta e dovrà eventualmente essere tradotto in norme concrete. Ma mette insieme alcuni dei problemi più profondi dell’Italia di oggi: spopolamento delle aree interne, inverno demografico, sostenibilità delle pensioni e difficoltà di convogliare il risparmio verso la crescita del Paese.

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Il Piano Casa deve pensare anche al ceto medio impoverito https://www.business.it/il-piano-casa-deve-pensare-anche-al-ceto-medio-impoverito/ Mon, 21 Sep 2026 09:28:17 +0000 https://www.business.it/?p=159903 “Il Fondo è stato istituito, la ricognizione degli immobili per l’edilizia sociale è partita, il coinvolgimento diretto degli operatori privati è ormai legge. Il nuovo Piano Casa ha fatto passi avanti: lavoriamoci seriamente”. Così Riccardo Erbi, direttore sviluppo de La Cascina Costruzioni, azienda del Consorzio La Cascina. Il riferimento è al Piano Casa presentato dal… Read More »Il Piano Casa deve pensare anche al ceto medio impoverito

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“Il Fondo è stato istituito, la ricognizione degli immobili per l’edilizia sociale è partita, il coinvolgimento diretto degli operatori privati è ormai legge. Il nuovo Piano Casa ha fatto passi avanti: lavoriamoci seriamente”. Così Riccardo Erbi, direttore sviluppo de La Cascina Costruzioni, azienda del Consorzio La Cascina. Il riferimento è al Piano Casa presentato dal Governo ad aprile: entro dieci anni 100mila nuove abitazioni, con risorse fino a 10 miliardi tra fondi pubblici e capitali privati, a beneficio delle fasce deboli e del nuovo “ceto medio povero”.

“Il Piano ha una funzione sociale: per la prima volta guarda anche al ceto medio, che tra aumento dei costi e calo del potere d’acquisto fatica ad avere una casa”, spiega Erbi, richiamando anche la crisi demografica: chi vuole fare famiglia deve prima trovare dove abitare. A ciò si aggiunge una domanda abitativa plurale – giovani, single, anziani soli, lavoratori mobili – ben nota al settore. Erbi condivide lo spirito dell'”edilizia integrata”: su 100 alloggi, 30 a prezzo di mercato e 70 convenzionati, con canoni almeno il 33% più bassi, in cambio di procedure più rapide.

Le associazioni datoriali (Confindustria, Cna, Ance) chiedono più alloggi per i lavoratori delle aree industriali e maggiore flessibilità nel rapporto 30-70. Erbi aggiunge due nodi: il miliardo e 400 milioni PNRR per l’efficientamento energetico delle case popolari, che ha finanziato solo metà delle domande – “meglio completare le graduatorie già cantierabili che avviarne di nuove” – e la lentezza delle autorizzazioni, mai sotto i 6-7 mesi: “serve una cultura del fare, non solo del controllare”.

Sul Fondo Housing Coesione, gestito da Invimit sgr e operativo da agosto, Erbi è ottimista: “Le politiche abitative devono avere respiro pluriennale, non guardare alle prossime elezioni. Darà frutti dopo anni di sperimentazione, ma il passo è fatto, e attira risorse anche dagli enti locali, spesso privi di capacità tecniche per l’edilizia convenzionata”. Obiettivo del Governo: 3,6 miliardi entro il 2030, con rendimento di lungo periodo del 2%.

Erbi conclude con un appello: le imprese edili colgano il ruolo sociale del Piano, anche come promotrici di project financing. “La nostra edilizia consuma suolo più di quanto rigeneri: oggi è più facile demolire e ricostruire un edificio anni ’60 che riqualificarlo. Ma il Piano ha ragione a puntare su ciò che già esiste: nelle periferie degradate, rigenerare un edificio, una piazza, una strada migliora la vita dei cittadini. È una responsabilità pluriennale, di corpi intermedi e imprese che guardano al mercato non solo per profitto, ma per la qualità della vita delle nostre città”.

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Matteo Salvini, la notizia è appena arrivata https://www.business.it/matteo-salvini-la-notizia-e-appena-arrivata/ Mon, 21 Sep 2026 07:42:50 +0000 https://www.business.it/?p=159899 Matteo Salvini annuncia un congresso straordinario della Lega a ottobre e porta dentro gli organismi del partito il confronto maturato nelle ultime settimane tra segreteria, amministratori e area nordista. Dal palco di Pontida, il leader ha chiesto unità e una verifica diretta della fiducia nella sua guida. La decisione apre una fase decisiva per identità,… Read More »Matteo Salvini, la notizia è appena arrivata

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Matteo Salvini annuncia un congresso straordinario della Lega a ottobre e porta dentro gli organismi del partito il confronto maturato nelle ultime settimane tra segreteria, amministratori e area nordista. Dal palco di Pontida, il leader ha chiesto unità e una verifica diretta della fiducia nella sua guida. La decisione apre una fase decisiva per identità, organizzazione e linea politica del Carroccio.

Congresso straordinario della Lega: l’annuncio di Salvini a Pontida

L’annuncio è arrivato nella parte conclusiva dell’intervento di Salvini al tradizionale raduno di Pontida. Il segretario ha dichiarato di voler tornare al congresso per chiedere alla propria «famiglia» se conserva la fiducia, prospettando una verifica «alzata di mano per alzata di mano». Sarà ora il Consiglio federale a definire tempi, regole e natura dell’appuntamento previsto per ottobre.

Il punto centrale riguarda la formula scelta: un congresso esclusivamente programmatico servirebbe a discutere linea politica e assetto del movimento; un congresso elettivo metterebbe invece formalmente in discussione anche la segreteria. Al momento non sono state annunciate candidature alternative a Salvini.

Salvini chiede unità e stop alle polemiche interne

Nel suo discorso, il vicepremier ha affiancato all’apertura del confronto un richiamo netto alla compattezza. «Non voglio divisioni ma unità», ha affermato, sostenendo che dopo il passaggio congressuale nuove polemiche pubbliche finirebbero per favorire gli avversari politici. Il riferimento è alle posizioni espresse negli ultimi mesi da esponenti che chiedono più collegialità e maggiore centralità dei territori.

La convocazione del congresso consente alla segreteria di trasferire il dibattito dalle dichiarazioni sui media alle sedi interne del partito. In vista dei prossimi appuntamenti elettorali, Salvini punta a chiarire la linea del movimento e a ridurre le tensioni che hanno attraversato la Lega, soprattutto nelle sue aree storiche del Nord.

Romeo e la richiesta di un rilancio politico

Tra i dirigenti che avevano sollecitato un cambio di passo c’è Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e segretario della Lega Lombarda. Commentando a caldo l’annuncio, Romeo ha spiegato che la scelta non era attesa, definendola tuttavia un’occasione utile per il confronto e per raccogliere le richieste provenienti da una parte della base.

Secondo il senatore, l’apertura del congresso segnala la necessità di un rilancio politico ed elettorale. La discussione non riguarderà soltanto l’eventuale conferma della leadership: sul tavolo restano il rapporto tra centro e territori, il peso degli amministratori locali e la struttura federale del partito.

Zaia e Fontana riportano al centro il Nord e il federalismo

Uno degli interventi più seguiti è stato quello di Luca Zaia, che ha richiamato le origini autonomiste e federaliste della Lega. L’ex governatore del Veneto ha ribadito l’esistenza di una «questione settentrionale», sostenendo che le esigenze specifiche del Nord debbano essere riconosciute nel dibattito nazionale accanto ai problemi storicamente riferiti al Mezzogiorno.

Zaia non ha trasformato il richiamo alle radici in una sfida personale al segretario. Alla domanda su una possibile guida del partito, ha ricordato che «c’è già un segretario». Il suo intervento ha però posto un tema destinato a pesare nel congresso: il rapporto tra la vocazione nazionale acquisita dalla Lega negli ultimi anni e la sua tradizionale dimensione territoriale.

Più esplicito il governatore lombardo Attilio Fontana, che ha rivendicato il diritto di contestare provvedimenti del governo ritenuti penalizzanti per la Lombardia. Fontana ha dichiarato che continuerà a intervenire quando rileverà scelte centraliste, riaffermando una posizione coerente con la matrice federalista del movimento.

Il ricordo di Bossi e l’identità della Lega

Il raduno di Pontida è stato segnato anche dall’omaggio a Umberto Bossi, fondatore della Lega, al quale è stato dedicato il pratone. Il riferimento alla storia del movimento ha accomunato esponenti con sensibilità diverse, da Roberto Calderoli a Zaia, e ha riportato al centro le battaglie originarie su autonomia e federalismo.

Salvini ha utilizzato quel richiamo per sostenere che il partito non coincide con una singola figura. Ha ricordato la successione dei segretari, da Bossi a Calderoli fino alla propria guida, affermando che la Lega resta legata ai militanti e alla base. Il congresso dovrà verificare come tradurre questa impostazione in un nuovo equilibrio organizzativo.

Sicurezza, pensioni e flat tax: le priorità indicate dal leader

Accanto agli equilibri interni, Salvini ha illustrato alcune priorità politiche. Sul fronte della sicurezza, ha proposto di portare a 10 mila il numero dei militari impiegati nelle strade e ha rilanciato l’estensione della legittima difesa. Il leader ha inoltre confermato una linea restrittiva su immigrazione, burqa e nuove moschee.

In materia economica e previdenziale, il segretario ha indicato il superamento della legge Fornero attraverso quota 64, una riduzione delle tasse sugli stipendi dei giovani e l’ampliamento della flat tax per autonomi e partite Iva. Per reperire risorse, ha evocato un maggiore contributo delle banche.

Milano e le prossime sfide elettorali

Pontida ha offerto anche uno sguardo alle amministrative. Nel corso del raduno è emersa la candidatura di Silvia Sardone per Milano, sostenuta da una parte rilevante del partito. Uno striscione aereo con la scritta «Andiamo a vincere, Capitano» ha accompagnato la manifestazione, segnalando il sostegno dei militanti alla segreteria.

Il primo passaggio operativo resta affidato al Consiglio federale, chiamato a formalizzare il congresso e a stabilirne le modalità. Il confronto di ottobre dovrà chiarire non solo la questione della leadership, ma anche quale Lega intenda presentarsi alle prossime campagne elettorali: una forza nazionale con una direzione più centralizzata o un partito nel quale territori, governatori e amministratori dispongano di maggiore autonomia.

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Allerta meteo per domani 19 settembre: le regioni a rischio https://www.business.it/maltempo-allerta-gialla-domani-19-settembre-in-sei-regioni/ Fri, 18 Sep 2026 16:59:00 +0000 https://www.business.it/?p=159823 Il maltempo non ha ancora lasciato del tutto l’Italia. La perturbazione che ha interessato il Paese nei giorni scorsi lascia alle sue spalle condizioni di instabilità soprattutto al Centro-Sud, mentre al Nord il tempo va progressivamente migliorando. Per domani, sabato 19 settembre, la Protezione Civile ha diramato un’allerta meteo gialla per rischio temporali in sei… Read More »Allerta meteo per domani 19 settembre: le regioni a rischio

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Allerta meteo gialla domani 19 settembre in Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Puglia e Sicilia

Il maltempo non ha ancora lasciato del tutto l’Italia. La perturbazione che ha interessato il Paese nei giorni scorsi lascia alle sue spalle condizioni di instabilità soprattutto al Centro-Sud, mentre al Nord il tempo va progressivamente migliorando. Per domani, sabato 19 settembre, la Protezione Civile ha diramato un’allerta meteo gialla per rischio temporali in sei regioni: Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Puglia e Sicilia.

Allerta anche per rischio idrogeologico

L’allerta riguarda inoltre il rischio idrogeologico in alcune aree di Abruzzo, Puglia e Sicilia. Nel corso della giornata sono attesi rovesci e temporali soprattutto lungo le coste del medio Adriatico, sulla Sicilia centro-occidentale e, successivamente, nelle aree interne e appenniniche del Centro-Sud, oltre che in Sardegna e sulla Sicilia. Non si escludono fenomeni localmente intensi.

Le zone più a rischio regione per regione

Nello specifico, l’allerta gialla per rischio temporali interessa in Abruzzo la Marsica, il Bacino Basso del Sangro, i Bacini Tordino Vomano, il Bacino Alto del Sangro, il Bacino del Pescara e il Bacino dell’Aterno. In Puglia coinvolge il Tavoliere, il Gargano e Tremiti, il Salento, il Basso Fortore, la Puglia Centrale Bradanica e Adriatica, oltre al Basso Ofanto e al Sub-Appennino Dauno. In Sicilia riguarda i settori nord-orientale, nord-occidentale, centro-settentrionale, sud-occidentale e centro-meridionale, comprese le isole Eolie, Egadi, Ustica e Pelagie. Coinvolte anche Basilicata e tutte le aree della Regione Marche.

Al Nord torna il sole

Sabato 19 settembre l’Italia sarà ancora divisa in due dal punto di vista meteorologico. Al Nord è atteso un netto miglioramento, con condizioni stabili e in prevalenza soleggiate. Nelle prime ore della giornata potrà rimanere qualche nube sulla bassa valle padana, in Romagna e sull’estremo Nord-Est, ma la nuvolosità tenderà successivamente a dissolversi.

Al Centro-Sud ancora variabilità

Situazione diversa al Centro-Sud, dove resterà una marcata variabilità atmosferica. Il rischio di rovesci e temporali sarà maggiore al mattino lungo le coste del medio Adriatico e sulla Sicilia centro-occidentale. Nel corso della giornata i fenomeni potranno spostarsi o svilupparsi nelle aree interne e appenniniche del Centro-Sud, oltre che sulla Sardegna e sulla Sicilia, con possibili sconfinamenti verso il settore ionico dell’isola. Localmente i temporali potranno risultare intensi e accompagnati da un rinforzo della ventilazione.

Miglioramento atteso in serata

Le precipitazioni tenderanno comunque ad attenuarsi nella seconda parte della giornata e, soprattutto in serata, la maggior parte dei fenomeni dovrebbe esaurirsi. Le previsioni dell’Aeronautica Militare confermano per sabato una situazione più asciutta e soleggiata al Nord e una maggiore instabilità tra Centro, Sardegna e Meridione.

Fonte: Fanpage.it, articolo di Biagio Chiariello, con dati della Protezione Civile

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“Una vergogna!”. Prodi senza freni contro Meloni: lo ha detto davvero https://www.business.it/una-vergogna-prodi-senza-freni-contro-meloni-lo-ha-detto-davvero/ Fri, 18 Sep 2026 08:51:12 +0000 https://www.business.it/?p=159806 Il confronto politico torna a concentrarsi sulle misure fiscali, sulle alleanze politiche in vista delle prossime elezioni e sul ruolo dell’Italia in Europa. Al centro del dibattito c’è anche l’abolizione del bollo auto per il 2027 prevista per le vetture e le moto con meno di 81 kW, una misura che ha suscitato reazioni differenti… Read More »“Una vergogna!”. Prodi senza freni contro Meloni: lo ha detto davvero

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Il confronto politico torna a concentrarsi sulle misure fiscali, sulle alleanze politiche in vista delle prossime elezioni e sul ruolo dell’Italia in Europa. Al centro del dibattito c’è anche l’abolizione del bollo auto per il 2027 prevista per le vetture e le moto con meno di 81 kW, una misura che ha suscitato reazioni differenti tra le forze politiche.

Tra le voci critiche c’è quella di Romano Prodi, intervenuto a Piazzapulita su La7. L’ex presidente del Consiglio ha contestato il provvedimento del governo guidato da Giorgia Meloni, concentrando le sue critiche sulla platea dei beneficiari e sull’effettivo impatto della misura sui bilanci delle famiglie italiane.
Leggi anche: Bollo auto, come capire se non dovete pagarlo: ecco cosa fare

Prodi: «Il bollo elettorale è una vergogna»

Nel corso dell’intervista, Prodi ha definito l’abolizione del bollo una misura che, a suo giudizio, non sarebbe sufficientemente mirata verso le famiglie che hanno maggiori difficoltà economiche.

«Il bollo elettorale piace alla gente perché dice che paga meno tasse, ma è una vergogna» spiega Prodi in collegamento con Piazzapulita. «È un bonus, non viene dato a chi ne ha bisogno ma a chi ha la macchina piccola, che hanno anche in centro città. è come l’Ici sulla casa di Berlusconi: si dà a tutti, è un bonus elettorale. Ma per una famiglia serve altro, 15 euro di bonus (al mese, ndr) le aggiustano il bilancio?».

Il riferimento dell’ex premier è dunque all’effetto concreto che il provvedimento potrebbe avere sulle famiglie. La sua critica riguarda soprattutto il carattere generalizzato dell’intervento e la scelta di collegare il beneficio alla potenza del veicolo anziché, nella sua valutazione, alle condizioni economiche dei nuclei familiari.

Il tema del bollo auto si è inserito nel corso dell’intervista in una riflessione più ampia sulle prospettive politiche del centrodestra e sui rapporti tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci.

Il rapporto tra Meloni e Vannacci

Dal tema delle tasse il ragionamento di Prodi si è spostato sulle alleanze politiche. L’ex presidente del Consiglio ha utilizzato ancora l’espressione «bollo» per descrivere quello che considera il possibile rapporto politico tra Meloni e Vannacci.

«Come c’è “il bollo elettorale” per Meloni “c’è il bollo Vannacci”. “Fino alle elezioni lo tieni lì, e poi dopo ti allei quando ne hai bisogno” dice il federatore dell’Ulivo».

Prodi ha quindi sostenuto che tra la presidente del Consiglio e Vannacci esista un legame che potrebbe avere un peso nelle dinamiche elettorali.

«Vannacci è legato a Meloni, e Meloni a Vannacci, il loro legame è necessario quando vogliono vincere le elezioni e quindi indissolubile. Che venga poi messo in atto prima o dopo le elezioni, dipenderà da come vanno i soldati, i rapporti, però uno fa parte dell’altro».

Si tratta di una valutazione politica espressa da Prodi nel corso dell’intervista, nell’ambito del suo ragionamento sulle possibili alleanze e sugli equilibri del centrodestra.

La critica alla politica europea

L’intervento di Prodi ha riguardato anche la politica estera e il ruolo dell’Italia all’interno dell’Unione europea. L’ex presidente del Consiglio ha espresso particolare preoccupazione per l’avanzata di AfD in Germania, collegando lo scenario tedesco agli equilibri futuri dell’Europa.

Secondo Prodi, Giorgia Meloni avrebbe potuto svolgere un ruolo di collegamento tra i principali Paesi europei.

«Giorgia Meloni poteva essere la colla, la forza di congiunzione tra Francia e Germania» e non far fallire l’Unione europea, «ma oggi è il freno, perché non vuole la fine dell’unanimità, gioca al minimo comune multiplo dell’Europa, gioca all’Europa di basso profilo».

Anche in questo caso si tratta di una valutazione politica attribuita direttamente a Prodi. Il giudizio dell’ex premier riguarda la posizione del governo italiano rispetto agli equilibri europei e al rapporto tra i principali Paesi dell’Unione.

L’allarme sull’AfD

Il passaggio più netto dell’intervento riguarda però il possibile risultato dell’AfD alle prossime elezioni in Germania. Prodi ha evocato uno scenario che, nella sua lettura, avrebbe conseguenze profonde sull’assetto europeo.

L’ex presidente del Consiglio non ha escluso conseguenze estreme nel caso di una vittoria del partito tedesco e ha affermato: «l’Europa è finita e siamo finiti tutti noi».

Il tema dell’AfD si inserisce così nella più ampia riflessione di Prodi sul futuro dell’Unione europea e sulla posizione che l’Italia dovrebbe assumere nei rapporti con Francia e Germania. Le sue parole rappresentano una valutazione politica personale sul possibile sviluppo degli equilibri europei.

L’intervista a Piazzapulita ha quindi attraversato diversi temi: dall’abolizione del bollo auto alle possibili alleanze tra Meloni e Vannacci, fino alla politica europea e alla situazione tedesca. Al centro del ragionamento di Prodi resta la critica alle scelte dell’attuale governo e, più in generale, una riflessione sugli equilibri che potrebbero caratterizzare la politica italiana ed europea nei prossimi appuntamenti elettorali.

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La Fed alza i tassi e Trump attacca: il denaro torna più caro https://www.business.it/la-fed-alza-i-tassi-e-trump-attacca-il-denaro-torna-piu-caro/ Fri, 18 Sep 2026 05:36:04 +0000 https://www.business.it/?p=159791 Donald Trump vuole tassi più bassi, la Federal Reserve sceglie la direzione opposta. Il rialzo deciso il 16 settembre riapre lo scontro tra la Casa Bianca e la banca centrale americana: da una parte la richiesta di rendere meno costosi prestiti e investimenti, dall’altra la necessità di contrastare un’inflazione che non è ancora tornata sotto… Read More »La Fed alza i tassi e Trump attacca: il denaro torna più caro

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Donald Trump vuole tassi più bassi, la Federal Reserve sceglie la direzione opposta. Il rialzo deciso il 16 settembre riapre lo scontro tra la Casa Bianca e la banca centrale americana: da una parte la richiesta di rendere meno costosi prestiti e investimenti, dall’altra la necessità di contrastare un’inflazione che non è ancora tornata sotto controllo. E il primo aumento dopo oltre tre anni potrebbe non essere l’ultimo. 

La decisione: tassi al 3,75-4%, senza voti contrari

Il Comitato federale per il mercato aperto, l’organismo che decide la politica monetaria statunitense, ha aumentato i tassi di 25 punti base, cioè di un quarto di punto percentuale. L’intervallo di riferimento passa così al 3,75-4%. La decisione è stata approvata all’unanimità, con dodici voti favorevoli e nessuno contrario. 

È il primo rialzo dal luglio 2023 e rappresenta un passaggio importante per Kevin Warsh, alla guida della Fed da maggio. Il presidente della banca centrale, scelto proprio da Trump, si trova ora a sostenere una politica diversa da quella auspicata dalla Casa Bianca. Il voto compatto mostra, però, che non si tratta soltanto di una sua iniziativa personale. 

Nel comunicato ufficiale, la Fed descrive un’economia che continua a crescere a un ritmo solido, sostenuta dalla tenuta della spesa interna, dagli investimenti e dalla produttività. È questa resistenza dell’attività economica, insieme all’inflazione ancora elevata, a spiegare la scelta di intervenire. 

Perché l’inflazione continua a preoccupare

Ad agosto l’indice americano dei prezzi al consumo è aumentato del 3,4% rispetto a un anno prima, mantenendo il ritmo registrato a luglio. Su base mensile, invece, la crescita dei prezzi ha accelerato allo 0,4%, dopo lo 0,1% del mese precedente. Un contributo importante è arrivato dalla benzina, rincarata del 3,9% nel solo mese di agosto. 

Il quadro non è uniforme: l’inflazione al netto di alimentari ed energia è scesa dal 2,5% al 2,4% annuo. Tuttavia, la componente energetica è aumentata del 16,3% rispetto all’anno precedente, continuando a pesare sui bilanci delle famiglie. Parlare di inflazione persistente non significa quindi che ogni categoria di prezzo stia accelerando nello stesso modo. 

Va inoltre distinta la misura dei prezzi al consumo dall’indice Pce, riferito alla spesa per consumi personali: è quest’ultimo il riferimento ufficiale della Fed per l’obiettivo del 2%. Il problema della banca centrale non è soltanto leggere il dato del mese, ma mantenere credibile l’aspettativa di un’inflazione bassa e stabile nel tempo. 

Trump chiede l’1%: lo scontro arriva alla nuova Fed

La reazione del presidente americano è arrivata attraverso Truth. “I tassi di interesse negli Stati Uniti dovrebbero essere dell’1% o meno”, ha scritto Trump, sostenendo che la qualità del credito americano e il flusso di investimenti nel Paese giustificherebbero un costo del denaro molto più basso. La richiesta è accompagnata dall’invito ad agire rapidamente. 

Anche la Casa Bianca ha criticato la scelta. Nelle ricostruzioni pubblicate il 17 settembre da Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, il portavoce Kush Desai definisce il rialzo una decisione infelice e contesta la solidità delle motivazioni economiche.

La distanza riguarda soprattutto le priorità. Tassi più bassi possono favorire finanziamenti, consumi e investimenti; ma una maggiore domanda può anche alimentare le pressioni sui prezzi. Il mandato della Fed, affidato dal Congresso, consiste nel perseguire la stabilità dei prezzi e la massima occupazione, non nel realizzare il programma economico del presidente. 

A rendere il confronto politicamente sensibile è la vicinanza delle elezioni di metà mandato di novembre, che determineranno gli equilibri del Congresso. La decisione interviene quindi in una fase in cui il costo della vita e quello del credito hanno un peso particolare nel dibattito pubblico. 

Un altro aumento entro dicembre è possibile

Le nuove proiezioni indicano che il rialzo di settembre potrebbe non essere un intervento isolato. La previsione mediana dei partecipanti colloca i tassi intorno al 4,1% alla fine del 2026 e del 2027, un livello coerente con un ulteriore aumento di un quarto di punto rispetto all’intervallo appena deciso. Una discesa emerge soltanto nelle previsioni per gli anni successivi. 

Non è però un calendario già approvato. Le proiezioni raccolgono le valutazioni individuali dei partecipanti e possono cambiare con i dati economici. Non equivalgono a una promessa di rialzo alla prossima riunione, né garantiscono che i tassi resteranno fermi per tutto il 2027. 

Lo scenario centrale resta quello di un’economia in espansione: crescita del Pil al 2,3% nel 2026 e al 2,4% nel 2027, con disoccupazione al 4,1% in entrambi gli anni. Per l’inflazione Pce, la previsione è del 3,7% quest’anno e del 2,3% il prossimo. La Fed punta dunque a ridurre i rincari senza provocare un brusco deterioramento dell’occupazione. 

Che cosa cambia per famiglie e imprese

Il primo canale attraverso cui il rialzo raggiunge l’economia è il credito. Il tasso della Fed influenza gli altri tassi di mercato e, attraverso questi, le condizioni alle quali famiglie e imprese possono finanziarsi. Denaro più costoso può ridurre la convenienza di un acquisto a debito o spingere un’azienda a rinviare un investimento. 

La trasmissione non è però immediata né identica per tutti. Non significa che ogni prestito diventerà automaticamente più caro di 0,25 punti: contano la durata, le condizioni contrattuali e le aspettative sull’andamento futuro dei tassi. La stessa Fed sottolinea che gli effetti della politica monetaria su occupazione e inflazione non sono diretti o istantanei. 

È qui che nasce il compromesso più difficile. Frenare la domanda può aiutare a contenere i prezzi, ma può anche indebolire consumi e attività economica. Al contrario, allentare troppo presto le condizioni finanziarie rischia di sostenere la spesa quando l’inflazione non è ancora stabilizzata. La sfida non consiste quindi nel scegliere semplicemente tra tassi “alti” e “bassi”, ma nel trovare un livello coerente con la situazione dell’economia. 

I mercati guardano anche alla credibilità

La reazione dei mercati non si riassume nell’equazione “rialzo dei tassi uguale aumento di tutti i rendimenti”. Dopo la decisione, i rendimenti dei titoli americani a breve scadenza sono saliti, mentre quelli più lunghi hanno mostrato un lieve arretramento; il decennale è ridisceso sotto il 5%. È un movimento compatibile con una maggiore fiducia nella capacità della Fed di contenere l’inflazione, anche se non basta una seduta per confermare questa interpretazione. 

Per capire la portata della decisione bisogna infatti considerare anche ciò che gli investitori si aspettavano prima dell’annuncio. La politica monetaria agisce non soltanto attraverso il tasso del momento, ma anche attraverso le aspettative sulle mosse future e le condizioni finanziarie complessive. 

Una vera stretta o un intervento ancora insufficiente?

Il giudizio sull’intensità della manovra resta aperto. Nel commento pubblicato sul Sole 24 Ore del 17 settembre, l’economista Donato Masciandaro propone una lettura critica: considera insufficiente un aumento di soli 25 punti base e sostiene che, per contrastare l’inflazione con maggiore decisione, sarebbe servito un intervento di almeno mezzo punto.

È una valutazione, non una conclusione condivisa da tutti. Il confronto riguarda la capacità concreta della misura di raffreddare l’economia: un rialzo può essere importante come inversione di direzione e, allo stesso tempo, essere giudicato troppo contenuto rispetto alla persistenza dei rincari.

Il test arriverà dai prossimi dati e dalle prossime decisioni. Le riunioni della Fed ancora in calendario quest’anno sono quelle del 27-28 ottobre e dell’8-9 dicembre. Saranno i passaggi nei quali verificare se l’aumento di settembre resterà un intervento limitato o diventerà l’inizio di una sequenza più lunga. 

La domanda decisiva, dunque, non è soltanto chi vincerà il confronto tra Trump e Warsh. È se la Fed riuscirà a riportare stabilmente l’inflazione verso il 2% senza imporre all’economia un rallentamento eccessivo. Da questo equilibrio dipenderà l’efficacia della scelta appena compiuta

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La dimensione europea dopo il discorso di Von Der Layen https://www.business.it/la-dimensione-europea-dopo-il-discorso-di-von-der-layen/ Thu, 17 Sep 2026 17:58:12 +0000 https://www.business.it/?p=159775 Il rilancio dell’Europa potrebbe cominciare dall’altra parte dell’Atlantico. Nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre, Ursula von der Leyen ha proposto di aprire al Canada la strada verso una nuova forma di associazione all’Ue. Il giorno successivo, davanti al Parlamento europeo, il premier canadese Mark Carney ha raccolto l’invito, indicando una cooperazione più profonda… Read More »La dimensione europea dopo il discorso di Von Der Layen

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Il rilancio dell’Europa potrebbe cominciare dall’altra parte dell’Atlantico. Nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre, Ursula von der Leyen ha proposto di aprire al Canada la strada verso una nuova forma di associazione all’Ue. Il giorno successivo, davanti al Parlamento europeo, il premier canadese Mark Carney ha raccolto l’invito, indicando una cooperazione più profonda nelle attività decisive per l’indipendenza economica e politica delle due sponde dell’oceano. 

La questione, però, non è aggiungere una bandiera alle cerimonie di Bruxelles. È capire se questa apertura possa aiutare l’Europa a produrre, innovare e difendere i propri interessi senza dipendere eccessivamente dalle decisioni altrui. E soprattutto se alle ambizioni diplomatiche seguiranno strumenti capaci di incidere sull’economia reale.

Canada nell’Ue? Non sarebbe il ventottesimo Stato

La formula “membro associato” richiede una precisazione: non identifica una categoria di adesione già prevista dai Trattati europei. È una proposta politica il cui contenuto deve ancora essere definito. Carney ha chiarito di non perseguire la piena appartenenza all’Unione. Presentare il Canada come un nuovo Stato membro sarebbe quindi scorretto: forma istituzionale, diritti e obblighi dell’eventuale associazione restano da negoziare. 

La sostanza della proposta è più concreta dell’etichetta. Nel suo intervento, Carney ha descritto una complementarità: l’Europa porta dimensione del mercato, ricerca e manifattura avanzata; il Canada risorse energetiche, minerali, competenze tecnologiche e capitali. L’obiettivo dichiarato non è l’autosufficienza, ma la capacità di affrontare insieme crisi e pressioni esterne. La collaborazione dovrebbe comprendere difesa, intelligenza artificiale, energia, sistemi di pagamento e catene produttive, accompagnandosi a maggiori opportunità di studio e mobilità per i giovani. 

Nell’analisi pubblicata dal Sole 24 Ore, Adriana Cerretelli interpreta questa prospettiva come un cambiamento dell’atlantismo: non più una relazione concentrata esclusivamente sugli Stati Uniti, ma una rete più ampia di democrazie e interessi complementari. In questa lettura, avvicinarsi a Ottawa non significa adottare un antiamericanismo di principio. Significa cercare margini di autonomia in un rapporto con Washington diventato più conflittuale sul terreno commerciale. 

La vera partita passa dalle materie prime

Il terreno sul quale questa alleanza può essere misurata è quello delle forniture industriali. Von der Leyen ha indicato un deficit commerciale europeo verso la Cina di circa un miliardo di euro al giorno, affiancandolo alla denuncia della deindustrializzazione. Ha inoltre richiamato dipendenze superiori all’80% per molte materie prime critiche e al 90% per alcune terre rare. Sono grandezze riferite a materiali differenti, ma descrivono una vulnerabilità comune: la difficoltà di controllare passaggi essenziali della produzione. 

Come evidenziato da Formiche, la proposta di una Corporation europea per le materie prime critiche punta a rafforzare l’approvvigionamento e lo stoccaggio delle risorse necessarie all’industria. Il Canada potrebbe diventare uno dei partner centrali di questa strategia. La logica è passare dalla competizione tra singoli acquirenti europei a una maggiore capacità di coordinamento. Per ora, tuttavia, si tratta di un progetto annunciato, non di una struttura della quale si possano già misurare i risultati. 

Avere accesso a nuovi giacimenti, inoltre, non basta. Nel rapporto del 2025 sui minerali critici, l’Agenzia internazionale dell’energia rilevava che la quota media dei primi tre Paesi nella raffinazione dei principali minerali energetici aveva raggiunto l’86% nel 2024. Il problema riguarda dunque anche lavorazione e trasformazione. Cambiare il luogo da cui si estrae una risorsa può ridurre una dipendenza, ma non elimina quella dagli impianti che la rendono utilizzabile. 

Dagli annunci agli impianti: il passaggio più difficile

L’Europa dispone già di una cornice di intervento. Il regolamento sulle materie prime critiche stabilisce, per il 2030, parametri di riferimento non vincolanti: capacità europea di estrazione pari almeno al 10% del consumo annuo, trasformazione al 40% e riciclo al 25%. La diversificazione dovrebbe inoltre evitare che un solo Paese esterno all’Ue copra oltre il 65% del consumo di una materia prima strategica nelle fasi rilevanti della lavorazione. Obiettivi che indicano una direzione, senza garantirne il raggiungimento. 

La distanza tra programma e attuazione emerge dalla relazione speciale 4/2026 della Corte dei conti europea. Gli auditor hanno rilevato finanziamenti dispersi tra diversi strumenti, ostacoli alla produzione interna e al riciclo, oltre a debolezze nei dati e nella giustificazione degli obiettivi. Secondo il rapporto, molti progetti strategici incontreranno difficoltà a contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti entro il 2030. La sfida non è quindi soltanto trovare nuovi partner: è finanziare e realizzare le infrastrutture necessarie. 

Anche il rapporto commerciale con Ottawa mostra quanto sia complicato tradurre il consenso politico in decisioni. Il Ceta, l’accordo economico e commerciale tra Ue e Canada, è applicato provvisoriamente dal settembre 2017. Secondo la Commissione europea, dieci Stati membri, compresa l’Italia, devono ancora completarne la ratifica nazionale. Parlare di un’alleanza più ambiziosa mentre quella esistente non ha concluso il proprio percorso di approvazione rende evidente il problema della coerenza europea. 

Per l’Italia, autonomia significa anche lavoro e territori

Questa discussione riguarda direttamente l’Italia, ma non soltanto come Paese manifatturiero interessato a forniture più sicure. L’analisi del Sole 24 Ore del 16 settembre richiama una trasformazione interna: i servizi avanzati si concentrano nelle grandi città, mentre numerose province industriali perdono terreno. Il Nord non è più un insieme omogeneo e la crescita del Mezzogiorno non è ancora accompagnata da una rete comparabile di attività ad alta intensità di conoscenza. Il problema territoriale viene così ricondotto alla crescita nazionale, non alla sola distribuzione delle risorse. 

Da questa prospettiva, una strategia europea efficace dovrebbe collegare le nuove alleanze alle esigenze delle imprese e dei lavoratori. Assicurarsi minerali all’estero serve poco se poi mancano competenze, infrastrutture, ricerca e capitali per trasformarli in produzione competitiva. Per l’Italia, la priorità dovrebbe essere utilizzare le opportunità comuni per rafforzare le filiere, accompagnare la riconversione industriale e creare occupazione qualificata anche fuori dai grandi centri. Coesione e competitività dovrebbero sostenersi a vicenda, non contendersi spazio e finanziamenti.

Il banco di prova resta la fiducia dei cittadini

La credibilità europea si misura anche nella capacità di proteggere le persone dai nuovi squilibri di potere. Il pacchetto presentato dalla Commissione comprende, per esempio, la proposta legislativa Eu Kids Act: niente social sotto i 13 anni e accessi limitati, gestiti dai genitori, tra i 13 e i 15. Non è un divieto già operativo, ma un’iniziativa da sottoporre al percorso legislativo. Il suo significato politico è affermare che le piattaforme devono rispondere a regole pubbliche. 

L’alleanza con il Canada può essere una parte della risposta, non una scorciatoia. Per giudicarla conteranno forniture più affidabili, investimenti realizzati, maggiore capacità produttiva e opportunità accessibili. La scelta non è tra celebrare l’Europa e dichiararla irriformabile, ma tra accumulare annunci e costruire risultati. Il rilancio potrà anche passare da Ottawa. Dovrà però diventare visibile nelle fabbriche, nei territori e nella vita quotidiana degli europei.

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Arriva la decisione del Cdm, abolito il bollo auto: ecco chi non dovrà pagarlo https://www.business.it/arriva-la-decisione-del-cdm-abolito-il-bollo-auto-ecco-chi-non-dovra-pagarlo/ Wed, 16 Sep 2026 15:47:27 +0000 https://www.business.it/?p=159694 Il governo si prepara ad abolire il bollo auto per le vetture di piccola e media potenza e per tutti i motocicli. La misura dovrebbe essere annunciata oggi, 16 settembre, dal Consiglio dei ministri, secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Chigi. L’intervento, stando alla bozza del decreto legge, riguarderà i veicoli con caratteristiche precise… Read More »Arriva la decisione del Cdm, abolito il bollo auto: ecco chi non dovrà pagarlo

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Il governo si prepara ad abolire il bollo auto per le vetture di piccola e media potenza e per tutti i motocicli. La misura dovrebbe essere annunciata oggi, 16 settembre, dal Consiglio dei ministri, secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Chigi. L’intervento, stando alla bozza del decreto legge, riguarderà i veicoli con caratteristiche precise e sarà limitato al 2027.

«Oggi il governo cancella una delle tasse più odiate dagli italiani», ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, commentando il provvedimento. L’esenzione dovrebbe riguardare oltre il 70% delle auto attualmente in circolazione e, complessivamente, circa 14,5 milioni di veicoli. La misura comprende anche i motocicli e i ciclomotori, ma con un meccanismo che limita il beneficio a un solo mezzo per ciascun contribuente.

Come funzionerà l’esenzione dal bollo nel 2027

Secondo quanto previsto dalla bozza del decreto, l’esenzione riguarderà le autovetture con potenza non superiore a 80 kW, equivalenti a circa 109 cavalli. Il provvedimento si applicherà ai veicoli alimentati a benzina o gasolio, anche quando queste motorizzazioni sono abbinate a un’altra fonte di propulsione. L’agevolazione riguarderà i versamenti della tassa automobilistica con scadenza ordinaria compresa tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027.

Il beneficio sarà riconosciuto alle persone fisiche che nel 2027 risultano soggetti passivi del bollo per una o più autovetture che rispettano il limite di potenza. Nel caso in cui lo stesso proprietario abbia più auto agevolabili, l’esenzione verrà applicata a una sola vettura. La scelta seguirà un criterio preciso: sarà interessata l’auto con la potenza più bassa e, a parità di potenza, quella per cui sarebbe dovuto il bollo di importo inferiore.

Esenzione anche per motocicli e ciclomotori

La misura si estende inoltre a tutti i motocicli e ciclomotori alimentati a benzina o gasolio, anche in combinazione con un’altra fonte di propulsione. Anche in questo caso il decreto stabilisce però condizioni specifiche per accedere all’esenzione.

In particolare, il beneficio spetterà alle persone fisiche che nel 2027 risultano soggetti passivi della tassa automobilistica o della tassa di circolazione per uno o più motocicli o ciclomotori, a condizione che non siano proprietarie di un’autovettura con potenza pari o inferiore a 80 kW. Anche per le due ruote, in presenza di più mezzi che possono beneficiare dell’agevolazione, il taglio sarà riconosciuto a uno solo, secondo le regole previste dal decreto.

L’intervento viene inserito dal governo tra le misure destinate a ridurre il carico fiscale sulle famiglie, in particolare in una fase caratterizzata dall’aumento dei costi dei carburanti. La cancellazione del bollo, per quanto limitata alle condizioni indicate nel provvedimento, punta quindi a ridurre le spese legate al possesso dei veicoli per una parte consistente degli automobilisti e dei motociclisti.

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La Cia punta sulle aziende cinesi: la sfida con Pechino passa da chip e intelligenza artificiale https://www.business.it/la-cia-punta-sulle-aziende-cinesi-la-sfida-con-pechino-passa-da-chip-e-intelligenza-artificiale/ Tue, 15 Sep 2026 06:11:42 +0000 https://www.business.it/?p=159630 La rivalità tra Stati Uniti e Cina entra nei laboratori e nelle imprese che sviluppano le tecnologie del futuro. La Cia considera anche le aziende cinesi parte del proprio campo d’interesse: a chiarirlo pubblicamente è stato il vicedirettore Michael Ellis. Una presa di posizione che solleva una domanda: dove finisce la tutela della sicurezza nazionale… Read More »La Cia punta sulle aziende cinesi: la sfida con Pechino passa da chip e intelligenza artificiale

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La rivalità tra Stati Uniti e Cina entra nei laboratori e nelle imprese che sviluppano le tecnologie del futuro. La Cia considera anche le aziende cinesi parte del proprio campo d’interesse: a chiarirlo pubblicamente è stato il vicedirettore Michael Ellis. Una presa di posizione che solleva una domanda: dove finisce la tutela della sicurezza nazionale e dove comincia la difesa degli interessi commerciali? 

Che cosa ha detto il numero due della Cia

Intervenendo l’8 settembre al Billington CyberSecurity Summit di Washington, Ellis ha descritto una competizione diversa da quella affrontata durante la Guerra fredda. Alla dimensione militare si affianca una sfida economica e tecnologica: per comprenderla non basta osservare governi, eserciti e arsenali. Una parte delle informazioni rilevanti si trova nelle imprese, soprattutto nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori e delle biotecnologie. 

Nella lettura americana, inoltre, il rapporto tra aziende cinesi e potere politico rende meno netta la separazione tra attività commerciali e obiettivi statali. È una valutazione di Washington, non la dimostrazione che qualsiasi impresa cinese operi per l’intelligence. La novità delle dichiarazioni sta soprattutto nell’esplicitare la centralità di questi obiettivi, non nel provare che l’interesse degli apparati di sicurezza per l’economia sia nato oggi. 

Perché un laboratorio può contare quanto un arsenale

Il ragionamento ruota intorno alle tecnologie a duplice uso, capaci cioè di avere applicazioni civili e militari. Un progresso nell’intelligenza artificiale può migliorare prodotti commerciali ma anche capacità informatiche e di difesa. La disponibilità di semiconduttori avanzati incide sulla potenza di calcolo; le biotecnologie aprono opportunità industriali e scientifiche che possono assumere rilevanza strategica. 

Da questa prospettiva, conoscere le capacità di un concorrente significa capire anche quanto rapidamente riesca a innovare, quali competenze possieda e quali dipendenze tecnologiche debba superare. Non soltanto osservare un’arma già costruita, dunque, ma valutare le conoscenze che potrebbero rendere possibili nuove capacità. È questo intreccio tra ricerca, industria e sicurezza a spiegare l’attenzione dell’intelligence e, come ha sottolineato Ellis, la necessità di personale con maggiori competenze scientifiche e tecnologiche. 

Spionaggio strategico e vantaggio commerciale non sono la stessa cosa

Il confine non è una questione puramente terminologica. Nel settembre 2015 Barack Obama e Xi Jinping concordarono che i rispettivi governi non avrebbero condotto né consapevolmente sostenuto furti informatici di proprietà intellettuale finalizzati a procurare vantaggi competitivi ad aziende o settori commerciali. L’impegno comprendeva segreti industriali e altre informazioni aziendali riservate. 

Quell’intesa non vietava indistintamente ogni raccolta d’informazioni riguardante l’economia: identificava una finalità specifica, il vantaggio commerciale. Perciò osservare un’azienda nell’ambito dell’intelligence non dimostra, di per sé, che i suoi segreti vengano consegnati ai concorrenti americani. Le dichiarazioni di Ellis non documentano un simile trasferimento e non bastano, da sole, a stabilire una violazione dell’accordo. 

Resta però una tensione politica evidente: quanto più la sicurezza nazionale viene fatta coincidere con la superiorità tecnologica, tanto più diventa difficile distinguere i due obiettivi. Definire strategico un settore non risolve automaticamente il problema dei limiti alle attività dei servizi.

La risposta di Pechino: concorrenza trasformata in minaccia

L’11 settembre il ministero del Commercio cinese ha espresso forte preoccupazione e netta opposizione. Nella dichiarazione riportata dall’agenzia statale Xinhua, Pechino accusa Washington di dilatare il concetto di sicurezza nazionale fino a trasformare la normale competizione economica in una minaccia. Secondo il ministero, coinvolgere l’intelligence nella rivalità industriale compromette la concorrenza e la prevedibilità delle condizioni in cui operano le imprese. 

La Cina ha chiesto l’immediata cessazione delle attività di spionaggio contro il Paese e le sue aziende, annunciando che adotterà le misure necessarie sulla base della legislazione contro lo spionaggio. Ha inoltre rivendicato che i progressi tecnologici cinesi derivano dal lavoro di ricercatori e imprese. Sono le argomentazioni del governo cinese: documentano la sua posizione e la durezza dello scontro, senza costituire una verifica indipendente delle attività attribuite agli Stati Uniti. 

L’altro fronte: le accuse americane sull’intelligenza artificiale

Nello stesso giorno dell’intervento di Ellis, Nsa, Fbi e Cisa hanno pubblicato un’allerta congiunta sulle attività di alcune società cinesi di intelligenza artificiale. Il documento cita DeepSeek, Moonshot AI, Alibaba, MiniMax, StepFun e Z.ai, accusandole di estrarre sistematicamente capacità dai modelli americani attraverso campagne di “distillazione” su scala industriale. 

Secondo le agenzie statunitensi, le attività risalirebbero almeno alla fine del 2024 e comprenderebbero milioni di interazioni con modelli avanzati. Washington sostiene che siano state aggirate restrizioni e condizioni d’utilizzo per addestrare sistemi concorrenti. Il rapporto considera probabile la consapevolezza del governo cinese: non presenta questa valutazione come una certezza. L’elenco riguarda le società accusate nell’allerta, non una lista pubblica dei bersagli della Cia. 

Che cos’è la distillazione e perché è controversa

La distillazione consiste, in termini semplici, nell’utilizzare le risposte di un modello per addestrarne un altro. Può servire a trasferire competenze verso sistemi più piccoli ed efficienti, riducendo le risorse necessarie per impiegarli. È una tecnica di ricerca consolidata: non è sinonimo di intrusione informatica né comporta necessariamente l’accesso al codice del modello originario. 

Anche l’allerta americana riconosce che la distillazione può essere legittima e utile. L’accusa riguarda invece le modalità delle campagne contestate: acquisire capacità proprietarie aggirando limitazioni, su una scala tale da favorire concorrenti strategici. Confondere la tecnica con un illecito automatico impedirebbe di comprendere la controversia. 

Pechino respinge le accuse, sostiene che la distillazione sia una pratica diffusa anche tra le imprese americane e denuncia un tentativo di ostacolare la concorrenza. Ha avvertito che reagirà a eventuali misure contro le proprie aziende adottate con questa motivazione. Il contrasto riguarda quindi sia i fatti contestati sia le regole con cui valutare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. 

Il nodo economico: chi sostiene i costi dell’innovazione

Il punto economico dell’allerta è il vantaggio che deriverebbe dal ridurre le spese di ricerca, calcolo ed energia necessarie allo sviluppo dei modelli. Secondo le agenzie americane, le pratiche contestate permetterebbero alle aziende cinesi di colmare più rapidamente il divario tecnologico, con possibili ricadute anche sulle capacità militari e informatiche del Paese. 

L’interrogativo industriale è concreto: come remunerare gli investimenti di chi sviluppa una tecnologia senza trasformare la protezione dell’innovazione in una barriera indiscriminata alla competizione? Una risposta troppo debole potrebbe scoraggiare gli investimenti; una troppo estesa potrebbe limitare ricerca e concorrenza. È il dilemma che emerge dall’incrocio tra le accuse americane e la replica cinese, non una conseguenza economica già misurabile delle parole di Ellis. 

Una questione che riguarda anche l’Europa

Il problema non è esclusivamente americano. Già nell’ottobre 2023 la Commissione europea aveva indicato semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e biotecnologie tra le aree prioritarie per valutare i rischi alla sicurezza tecnologica e quelli di trasferimenti indesiderati di conoscenze. 

Per le imprese europee, uno scenario da considerare è quello di rapporti commerciali e scientifici sottoposti a maggiore scrutinio. Un irrigidimento reciproco potrebbe aumentare i costi di protezione dei dati, rendere più complesse le collaborazioni e alimentare l’incertezza sugli investimenti. Sono rischi possibili, non effetti automatici né nuove restrizioni già introdotte da questo episodio.

La posta in gioco supera quindi la singola operazione di spionaggio: riguarda le condizioni in cui sarà possibile innovare e commerciare. Proteggere le tecnologie strategiche è un obiettivo; stabilire fin dove possa spingersi quella protezione, senza trattare ogni concorrente come una minaccia, è la questione ancora aperta.

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Il conto nascosto delle guerre: non esiste un beneficio geopolitico https://www.business.it/il-conto-nascosto-delle-guerre-non-esiste-un-beneficio-geopolitico/ Mon, 14 Sep 2026 19:44:23 +0000 https://www.business.it/?p=159624 Il cessate il fuoco può fermare i combattimenti, ma non ripulire una falda acquifera. Né eliminare i metalli pesanti dal terreno o rendere sicure le macerie di una città. Accanto alla tragedia umana, le guerre producono una devastazione ambientale che può continuare a danneggiare salute, agricoltura ed economie locali molto dopo la fine delle ostilità.… Read More »Il conto nascosto delle guerre: non esiste un beneficio geopolitico

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Il cessate il fuoco può fermare i combattimenti, ma non ripulire una falda acquifera. Né eliminare i metalli pesanti dal terreno o rendere sicure le macerie di una città. Accanto alla tragedia umana, le guerre producono una devastazione ambientale che può continuare a danneggiare salute, agricoltura ed economie locali molto dopo la fine delle ostilità. Non è una conseguenza separata dall’emergenza umanitaria: quando vengono compromessi l’acqua, il suolo e l’aria, a diventare più difficile è la possibilità stessa di tornare a vivere in un territorio. 

Quanto pesano davvero gli eserciti sul clima

Uno dei numeri più citati nel dibattito riguarda il contributo delle attività militari alle emissioni globali. Uno studio pubblicato nel 2022 da Scientists for Global Responsibility e dal Conflict and Environment Observatory, il Ceobs, lo ha stimato intorno al 5,5% dei gas serra mondiali. Il calcolo considera i consumi dei mezzi, le basi e le catene di approvvigionamento industriale. 

È però necessaria una precisazione: quel 5,5% non rappresenta le sole emissioni provocate dalle guerre. Riguarda l’impronta complessiva del settore militare, comprese le attività svolte fuori dai combattimenti. Inoltre, gli autori segnalano lacune nei dati ed escludono dal conteggio diverse conseguenze dei conflitti, come gli incendi degli ecosistemi e la ricostruzione. Una stima importante, dunque, ma non un censimento completo del danno climatico bellico. 

Ucraina: le emissioni di oggi e i contaminanti di domani

La guerra in Ucraina mostra quanto questa contabilità sia complessa. Il rapporto pubblicato nel febbraio 2026 dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War stima per i primi quattro anni dell’invasione russa un’impronta di circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, l’unità utilizzata per confrontare l’effetto dei diversi gas serra. Il totale comprende sia emissioni già prodotte sia quelle previste per ricostruire quanto è stato distrutto. 

Le operazioni militari rappresentano circa 114 milioni di tonnellate, gli incendi della vegetazione oltre 70 milioni. Alla ricostruzione vengono attribuiti altri 73 milioni circa: una quota legata soprattutto alla futura produzione e all’impiego di materiali come cemento e acciaio. Il danno climatico, quindi, non coincide soltanto con il carburante bruciato dai mezzi sul fronte. 

Sul terreno, invece, una delle eredità più preoccupanti riguarda la diga di Kakhovka, distrutta nel giugno 2023. Uno studio pubblicato su Science nel marzo 2025, guidato dall’istituto tedesco Igb, ha stimato che i sedimenti rimasti esposti dopo lo svuotamento del bacino contenessero circa 83.300 tonnellate di metalli pesanti, tra cui piombo, cadmio e nichel, accumulati nel tempo attraverso l’inquinamento del bacino idrografico. 

Non significa che tutta questa massa sia stata immediatamente riversata nei fiumi. Il rischio è anche progressivo: erosione, piogge e allagamenti possono mobilitare i contaminanti, trasformando l’ex fondale in una fonte di inquinamento duratura. La distruzione di un’infrastruttura può così riattivare un problema ambientale formatosi nell’arco di decenni. 

Gaza: sotto le macerie c’è anche un’emergenza ambientale

A Gaza la rimozione dei detriti è uno dei passaggi più difficili verso qualsiasi ripresa. La valutazione dei danni e dei fabbisogni pubblicata nell’aprile 2026 da Banca mondiale, Unione europea e Nazioni Unite indica circa 68 milioni di tonnellate di macerie. Il rapporto descrive anche la presenza di rifiuti sanitari e materiali contaminati da acque reflue, carburanti e sostanze pericolose. 

Già nel settembre 2025 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, Unep, aveva avvertito che circa il 15% dei detriti allora stimati poteva presentare un rischio relativamente elevato di contaminazione da amianto, scarti industriali o metalli pesanti. Per questo sgomberare le strade non equivale semplicemente a caricare cemento sui camion: occorrono selezione dei materiali, gestione dei rifiuti pericolosi e messa in sicurezza. 

Il problema si estende all’acqua e alla produzione alimentare. L’Unep ha segnalato il probabile aggravamento della contaminazione della falda per il collasso dei sistemi fognari e la distruzione delle reti. La perdita della vegetazione e il compattamento dei terreni hanno inoltre ridotto la capacità del suolo di assorbire acqua, aumentando il rischio di ruscellamento e allagamenti. Ricostruire abitazioni senza recuperare questi servizi ambientali lascerebbe irrisolte condizioni essenziali per viverci. 

Iran: quando gli impianti petroliferi diventano una fonte di esposizione

Un altro meccanismo emerge dagli attacchi agli impianti petroliferi in Iran. In una dichiarazione del 13 marzo 2026, l’Unep ha riferito che colpi contro strutture situate anche nell’area urbana di Teheran erano stati confermati attraverso il telerilevamento. L’organizzazione ha richiamato l’attenzione sui fumi contenenti composti pericolosi inalati dalla popolazione, compresi i bambini. 

Colpire un deposito di carburante non produce quindi soltanto una perdita energetica o economica. Incendi e sversamenti possono esporre le comunità a particolato ed emissioni tossiche, oltre a contaminare l’ambiente circostante. Per conoscere l’entità delle conseguenze nel tempo servono però monitoraggi e misurazioni: le immagini delle colonne di fumo documentano un’emergenza, ma da sole non quantificano il danno sanitario futuro. 

La ricostruzione costa anche prima di cominciare

La dimensione economica aiuta a comprendere la portata del problema. Nel febbraio 2026, una valutazione congiunta di governo ucraino, Banca mondiale, Commissione europea e Onu ha stimato in quasi 588 miliardi di dollari il fabbisogno di ricostruzione e ripresa dell’Ucraina nel decennio successivo, sulla base dei danni rilevati fino al 31 dicembre 2025. È un importo vicino a tre volte il Pil nominale stimato del Paese per il 2025. 

Quella cifra non misura il solo danno ambientale: comprende abitazioni, trasporti, energia e numerosi altri settori. Sarebbe scorretto presentarla come il prezzo delle bonifiche. Mostra però la scala delle necessità entro cui anche il recupero ambientale deve trovare risorse. 

Rendere sicure le macerie e ripristinare l’accessibilità dei territori non è una spesa accessoria. Come sottolinea il Programma Onu per lo sviluppo a proposito di Gaza, la rimozione dei detriti è una condizione preliminare per riaprire scuole e ospedali, riattivare i mercati locali e consentire l’arrivo degli aiuti. Prima ancora di costruire, bisogna rendere possibile il lavoro di chi dovrà farlo. 

Riparare l’ambiente significa rendere possibile il ritorno

La risposta richiede bonifiche, controllo della qualità dell’acqua, ripristino delle reti fognarie e gestione sicura dei rifiuti. Dove possibile, il recupero dei materiali può accompagnare la ricostruzione, ma deve inserirsi in un processo che identifichi prima i rischi e protegga lavoratori e residenti. Gli esperti dell’Unep insistono proprio su questo: il recupero ambientale deve essere parte della risposta ai conflitti, non un intervento rinviato a quando tutto il resto sarà risolto. 

La ricostruzione non si misura soltanto nei palazzi rimessi in piedi. Si misura anche nella possibilità di bere acqua sicura, coltivare un campo e tornare a vivere senza essere esposti all’eredità tossica della guerra.

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“È morto anche lui!”. Enorme perdita: com’è successo https://www.business.it/e-morto-anche-lui-enorme-perdita-com-e-successo/ Mon, 14 Sep 2026 15:11:39 +0000 https://www.business.it/?p=159599 Ci sono notizie che attraversano una città con la forza discreta di un silenzio improvviso. Quando si spegne una presenza che per decenni ha accompagnato gesti, profumi e abitudini di intere generazioni, il dolore non resta confinato agli affetti più vicini: diventa memoria condivisa, un vuoto che si avverte nelle strade e dietro una serranda… Read More »“È morto anche lui!”. Enorme perdita: com’è successo

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Ci sono notizie che attraversano una città con la forza discreta di un silenzio improvviso. Quando si spegne una presenza che per decenni ha accompagnato gesti, profumi e abitudini di intere generazioni, il dolore non resta confinato agli affetti più vicini: diventa memoria condivisa, un vuoto che si avverte nelle strade e dietro una serranda abbassata.

Nelle ultime ore, il mondo della ristorazione è stato raggiunto da un annuncio che ha suscitato profonda commozione. Si è spento un uomo considerato custode di una tradizione antica, protagonista di un percorso familiare capace di portare un simbolo della cultura gastronomica italiana ben oltre i confini della sua città d’origine.

Morto Nando Lombardi, lutto nella ristorazione napoletana

Il lutto riguarda Ferdinando “Nando” Lombardi, storico titolare di Lombardi 1892, ristorante-pizzeria di via Foria a Napoli. La notizia della sua scomparsa è stata comunicata direttamente dall’attività, oggi portata avanti dai cugini Enrico Maria e Carlo Alberto Lombardi, esponenti della quinta generazione della famiglia.

Per rendere omaggio a Nando Lombardi, le attività della famiglia rimarranno chiuse. «Le nostre attività resteranno chiuse», è il messaggio rivolto alla clientela, ringraziata per la vicinanza e la comprensione in un momento tanto delicato. I funerali sono in programma oggi, lunedì 14 settembre, alle ore 11, nella Basilica di Santa Chiara di Napoli.

Il cordoglio per Ferdinando Lombardi e la pizza napoletana

La scomparsa di Ferdinando Lombardi ha provocato un’ondata di cordoglio nel settore gastronomico, dove la sua figura era legata alla tutela di un patrimonio riconosciuto nel mondo. L’Associazione Verace Pizza Napoletana ha espresso la propria partecipazione al dolore della famiglia con parole che restituiscono il peso della sua eredità.

«Oggi è un giorno di profondo lutto per tutta la famiglia dell’Associazione Verace Pizza Napoletana», ha fatto sapere in una nota l’associazione, commentando la scomparsa di Ferdinando Lombardi, «La sua visione, la sua instancabile passione e il suo amore per le nostre radici hanno contribuito in modo determinante a tutelare, valorizzare e diffondere l’arte della Vera Pizza Napoletana in tutto il mondo. Ci lascia un’eredità inestimabile, fatta di tradizione, rigore e maestria. In questo momento di grande dolore, il Presidente, il direttivo e tutti gli associati si stringono in un forte abbraccio alla sua famiglia».

Napoli perde così uno dei suoi volti più amati della tradizione gastronomica. Dietro il nome Lombardi 1892, infatti, c’è una vicenda che attraversa più di un secolo.

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“Pignoramento!”. Panico totale per Ilaria Salis: cosa sta succedendo https://www.business.it/pignoramento-panico-totale-per-ilaria-salis-cosa-sta-succedendo/ Sun, 13 Sep 2026 13:20:44 +0000 https://www.business.it/?p=159563 Un nuovo passaggio giudiziario coinvolge Ilaria Salis e la controversia avviata da due suoi ex collaboratori parlamentari. Secondo quanto riportato dal Giornale, sarebbe stato disposto un pignoramento presso terzi su un conto corrente riconducibile all’eurodeputata, sul quale verrebbero accreditate anche le indennità legate al mandato al Parlamento europeo. La procedura riguarderebbe circa 7mila euro di… Read More »“Pignoramento!”. Panico totale per Ilaria Salis: cosa sta succedendo

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Un nuovo passaggio giudiziario coinvolge Ilaria Salis e la controversia avviata da due suoi ex collaboratori parlamentari. Secondo quanto riportato dal Giornale, sarebbe stato disposto un pignoramento presso terzi su un conto corrente riconducibile all’eurodeputata, sul quale verrebbero accreditate anche le indennità legate al mandato al Parlamento europeo. La procedura riguarderebbe circa 7mila euro di spese legali.

Il contenzioso tra Ilaria Salis e gli ex collaboratori

La vicenda trae origine dai rapporti di lavoro tra Salis e gli ex collaboratori parlamentari Valentina Dadda e François Gelmetti. I due hanno impugnato il licenziamento, sostenendo che fosse avvenuto senza giusta causa, e si sono rivolti al giudice per ottenere il riconoscimento delle loro pretese.

In primo grado, stando alla ricostruzione del quotidiano, il tribunale avrebbe accolto le richieste degli ex collaboratori. La decisione avrebbe stabilito un importo di circa 150mila euro per ciascuno, per una cifra complessiva vicina ai 300mila euro.

La quantificazione sarebbe stata calcolata considerando i compensi che Dadda e Gelmetti avrebbero potuto percepire fino al termine del mandato parlamentare. La sentenza non è tuttavia definitiva: l’eurodeputata ha presentato appello contro il provvedimento di primo grado.

Pignoramento del conto per le spese legali

Il pignoramento segnalato in queste ore non riguarderebbe direttamente l’intera somma della condanna stabilita in primo grado. L’atto esecutivo avrebbe invece a oggetto circa 7mila euro, relativi alle spese legali maturate nei procedimenti successivi promossi nell’ambito della medesima controversia.

Parallelamente all’impugnazione della sentenza, Salis avrebbe avviato due cause civili per chiedere la sospensione dell’esecuzione del provvedimento e delle iniziative assunte dagli ex collaboratori per recuperare quanto riconosciuto dal tribunale.

Secondo il Giornale, entrambe le richieste di sospensione sarebbero state respinte. In conseguenza di tali decisioni, l’eurodeputata sarebbe stata condannata anche al pagamento delle relative spese processuali.

Il conto sul quale arrivano le indennità europee

Il mancato versamento delle somme dovute per le spese legali avrebbe portato i legali di Dadda e Gelmetti ad avviare la procedura di recupero attraverso un pignoramento presso terzi. Il provvedimento avrebbe interessato un conto corrente intestato o comunque riconducibile a Salis.

Su quel conto, sempre secondo la ricostruzione riportata dal quotidiano, confluirebbero anche le somme spettanti all’esponente di Alleanza Verdi e Sinistra in qualità di europarlamentare. Il pignoramento resta riferito all’importo delle spese legali e non coincide con la richiesta economica complessiva legata al giudizio sul licenziamento.

Appello ancora aperto sulla condanna da 300mila euro

Il nodo principale della causa resta dunque affidato al giudizio d’appello. Sarà il secondo grado a stabilire se la condanna di primo grado in favore dei due ex collaboratori debba essere confermata, modificata o revocata.

Nel frattempo, la mancata sospensione dell’esecuzione avrebbe consentito agli ex collaboratori di procedere per il recupero delle somme relative alle spese legali. Il pignoramento da circa 7mila euro rappresenta quindi un capitolo distinto dalla contestata condanna complessiva da circa 300mila euro, ma si inserisce nella stessa lunga controversia giudiziaria.

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Offensiva Houthi, alta tensione in Arabia Saudita e nel Mar Rosso: Tajani rassicura il Parlamento sui militari italiani in Medio Oriente https://www.business.it/offensiva-houthi-alta-tensione-in-arabia-saudita-e-nel-mar-rosso-tajani-rassicura-il-parlamento-sui-militari-italiani-in-medio-oriente/ Sun, 13 Sep 2026 10:37:45 +0000 https://www.business.it/?p=159559 La recente situazione geopolitica internazionale vede al centro del dibattito le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani in merito alla sicurezza dei militari italiani dislocati in Medio Oriente. Durante un intervento pubblico, il vicepremier ha voluto rassicurare l’opinione pubblica e le forze politiche sulla gestione del contingente, evidenziando come l’esecutivo stia monitorando con la… Read More »Offensiva Houthi, alta tensione in Arabia Saudita e nel Mar Rosso: Tajani rassicura il Parlamento sui militari italiani in Medio Oriente

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La recente situazione geopolitica internazionale vede al centro del dibattito le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani in merito alla sicurezza dei militari italiani dislocati in Medio Oriente. Durante un intervento pubblico, il vicepremier ha voluto rassicurare l’opinione pubblica e le forze politiche sulla gestione del contingente, evidenziando come l’esecutivo stia monitorando con la massima attenzione l’evoluzione delle tensioni nella regione arabica. La questione della protezione del personale militare rappresenta una priorità assoluta per il governo, impegnato costantemente a garantire la massima tutela ai soldati operativi in contesti operativi particolarmente delicati e complessi.

Analisi della situazione strategica nel Golfo

La complessa dinamica geopolitica scaturisce direttamente dai recenti attacchi missilistici attribuiti agli Houthi, i quali hanno provocato un innalzamento immediato del livello di allerta lungo le rotte strategiche del Mar Rosso e nei territori limitrofi. Di fronte a questa escalation di violenza, il governo italiano ha agito tempestivamente per riposizionare le proprie risorse umane, garantendo che i reparti precedentemente di stanza in Kuwait trovassero un rifugio sicuro all’interno dei confini dell’Arabia Saudita. Questa mossa logistica preventiva dimostra la flessibilità e la prontezza operativa delle forze armate nazionali nel rispondere rapidamente a minacce impreviste e mutevoli. La missione Aspides continua a svolgere un ruolo cruciale nella protezione dei flussi mercantili, fungendo da fondamentale deterrente contro le azioni ostili che rischiano di compromettere la stabilità economica globale e la sicurezza dei traffici marittimi internazionali.

Controversie politiche e trasparenza istituzionale

Il dibattito interno si è inevitabilmente infiammato attorno alle polemiche sollevate dalle opposizioni riguardo alla presunta opacità nella gestione dello spostamento delle truppe. Il ministro Antonio Tajani ha risposto con fermezza a tali critiche, ribadendo che il Parlamento è stato costantemente informato su ogni singolo movimento e aggiornato puntualmente sull’evoluzione della presenza militare italiana all’estero. Secondo l’esecutivo, le polemiche sollevate dai partiti di minoranza risultano strumentali e prive di fondamento fattuale, poiché la catena di comando e le comunicazioni istituzionali non hanno mai subito interruzioni o omissioni. La trasparenza nei confronti delle istituzioni rappresenta un pilastro fondamentale dell’azione di governo, specialmente quando si tratta di decisioni delicate che coinvolgono la sicurezza nazionale e l’incolumità dei cittadini in uniformi dislocati nelle aree di crisi più calde del pianeta.

Prospettive future per la diplomazia internazionale

Il quadro generale richiede un rinnovato e vigoroso impegno diplomatico finalizzato a disinnescare le tensioni e a promuovere un dialogo costruttivo tra le parti coinvolte nel conflitto yemenita e nella più ampia crisi regionale. L’Italia, forte della sua tradizione di mediazione e del costante presidio multilaterale, continua a ribadire la necessità imprescindibile di giungere a soluzioni negoziate che possano garantire una pace duratura e la stabilità nell’intera area mediorientale. La difesa della diplomazia non deve rimanere un semplice slogan politico, ma tradursi in azioni concrete coordinate con i principali partner europei e internazionali. Solo attraverso una strategia comune e condivisa sarà possibile arginare le derive militariste e tutelare efficacemente gli interessi strategici italiani ed europei in uno scacchiere globale così cruciale e densamente popolato di insidie.

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“Subito 10mila militari!”. Emergenza in Italia: cosa vuole fare il governo https://www.business.it/subito-10mila-militari-emergenza-in-italia-cosa-vuole-fare-il-governo/ Sat, 12 Sep 2026 14:25:50 +0000 https://www.business.it/?p=159530 Più uomini in uniforme nelle città, soprattutto nei luoghi attraversati ogni giorno da migliaia di persone. La Lega ha depositato una risoluzione per rafforzare l’operazione Strade Sicure, chiedendo al governo di valutare un incremento del contingente fino a 10mila militari. La proposta sarà esaminata nei prossimi giorni e riporta al centro del confronto nella maggioranza… Read More »“Subito 10mila militari!”. Emergenza in Italia: cosa vuole fare il governo

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Più uomini in uniforme nelle città, soprattutto nei luoghi attraversati ogni giorno da migliaia di persone. La Lega ha depositato una risoluzione per rafforzare l’operazione Strade Sicure, chiedendo al governo di valutare un incremento del contingente fino a 10mila militari. La proposta sarà esaminata nei prossimi giorni e riporta al centro del confronto nella maggioranza il tema del presidio del territorio.

Strade Sicure, la richiesta della Lega al governo

La risoluzione presentata dal partito di Matteo Salvini punta ad ampliare il dispositivo impiegato nel controllo delle aree urbane. L’obiettivo indicato è rafforzare la presenza dei militari nelle strade, nelle piazze e nelle stazioni, in affiancamento alle attività svolte ordinariamente dalle forze dell’ordine.

Secondo la Lega, l’attuale organico non assicurerebbe una copertura omogenea sul territorio nazionale. Nella nota diffusa dal partito viene sostenuto che 61 capoluoghi di provincia non dispongano ancora del presidio previsto dall’operazione Strade Sicure.

Da qui la richiesta di aumentare rapidamente il numero degli uomini impiegati, fino a raggiungere quota 10mila unità. Per i promotori, il rafforzamento consentirebbe una maggiore presenza dello Stato nei punti considerati più sensibili delle città.

Militari nelle città: le aree indicate nella risoluzione

Il documento individua nelle zone ad alta frequentazione i luoghi sui quali concentrare l’eventuale ampliamento. Stazioni ferroviarie, piazze e principali arterie urbane sono indicate come aree nelle quali incrementare il controllo e il presidio.

La misura viene presentata come uno strumento aggiuntivo rispetto al lavoro delle forze di polizia. I militari dell’operazione Strade Sicure sarebbero dunque chiamati a sostenere le attività di vigilanza sul territorio, secondo le modalità che dovranno essere definite dal governo.

Il costo stimato: 109 milioni di euro all’anno

Nella valutazione della Lega, l’estensione del contingente richiederebbe circa 109 milioni di euro annui. Il partito considera la cifra sostenibile in rapporto all’obiettivo di aumentare la presenza nelle città e di estendere il dispositivo ai capoluoghi che ne sono attualmente privi.

La nota utilizza anche un confronto con i risultati economici di una grande banca italiana, sostenendo che l’importo corrisponderebbe ai profitti realizzati in tre giorni. Il paragone è richiamato per evidenziare, secondo la Lega, il peso contenuto della spesa rispetto alle dimensioni dell’economia nazionale.

Il voto nei prossimi giorni

La risoluzione sarà sottoposta al voto nei prossimi giorni. La Lega chiede alla maggioranza di sostenere una decisione che, a suo avviso, potrebbe tradursi in tempi brevi in un rafforzamento operativo dell’operazione Strade Sicure.

La scelta finale spetterà al Parlamento e al governo. Al centro del provvedimento resta la richiesta di portare a 10mila il numero dei militari impiegati e di ampliare il presidio nelle città, con particolare attenzione alle aree di maggiore passaggio e frequentazione.

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Di Battista è in Italia: l’aeroambulanza atterrata a Ciampino, ora si trova al Gemelli di Roma https://www.business.it/di-battista-e-in-italia-l-8217-aeroambulanza-atterrata-a-ciampino-ora-si-trova-al-gemelli-di-roma/ Sat, 12 Sep 2026 07:34:12 +0000 https://www.business.it/?p=159495 Alessandro Di Battista è tornato in Italia. L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è atterrato questa mattina all’aeroporto di Ciampino, dopo circa 12 ore di viaggio a bordo di un’aeroambulanza partita da Cuba. Il volo era decollato alle 17 di ieri, ora italiana, ed è arrivato a Roma intorno alle 7.10 di oggi, sabato 12 settembre,… Read More »Di Battista è in Italia: l’aeroambulanza atterrata a Ciampino, ora si trova al Gemelli di Roma

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Alessandro Di Battista è tornato in Italia. L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è atterrato questa mattina all’aeroporto di Ciampino, dopo circa 12 ore di viaggio a bordo di un’aeroambulanza partita da Cuba. Il volo era decollato alle 17 di ieri, ora italiana, ed è arrivato a Roma intorno alle 7.10 di oggi, sabato 12 settembre, dopo uno scalo in Lussemburgo.

Il trasferimento è stato organizzato tenendo conto delle sue condizioni di salute, dopo il malore che lo aveva colpito il 28 agosto durante un soggiorno a Cuba. Il volo è stato effettuato a bassa quota, così da limitare gli effetti della pressurizzazione sull’organismo, e ha previsto uno scalo tecnico. Una modalità di viaggio studiata per garantire la massima sicurezza dopo l’intervento chirurgico subito all’Avana.

Una volta atterrato, Di Battista è stato trasferito in barella direttamente dall’aereo a un’ambulanza del 118. Aveva la testa fasciata ed è apparso cosciente durante le operazioni di soccorso. Il trasferimento è avvenuto in modo rapido e discreto, lontano dall’area normalmente utilizzata dai passeggeri, mentre all’esterno dello scalo erano presenti pattuglie delle forze dell’ordine.

Sono bastati circa 15 minuti per completare le operazioni dopo l’atterraggio. L’ambulanza è stata posizionata davanti alla scaletta dell’aereo e il personale sanitario ha preparato il trasferimento. Poi Di Battista è stato portato fuori sulla barella e sistemato nel mezzo di soccorso, che ha lasciato la pista accompagnato da un’auto della polizia.

La destinazione era il Policlinico Gemelli di Roma, dove l’ex deputato è stato affidato ai medici italiani. Qui comincia ora una nuova fase del percorso di cura, dopo le quasi due settimane trascorse negli ospedali cubani. L’obiettivo sarà proseguire il monitoraggio e affrontare la convalescenza e la riabilitazione dopo il delicato intervento.

La vicenda era cominciata il 28 agosto, quando Di Battista si trovava sull’isola per realizzare un reportage per il Fatto Quotidiano. Un violento mal di testa lo aveva portato prima all’ospedale di Santa Clara, il più vicino al luogo in cui si trovava, e successivamente all’Hermanos Ameijeiras dell’Avana, struttura più attrezzata dove era stato ricoverato.

Il primo tentativo di riportarlo in Italia era stato organizzato per il 4 settembre, ma il piano era saltato a causa di un improvviso peggioramento delle sue condizioni. I medici avevano quindi deciso di sottoporlo a un’operazione neurochirurgica d’urgenza direttamente a Cuba. L’intervento era riuscito e, nei giorni successivi, il decorso post-operatorio era stato giudicato favorevole.

Fin dall’inizio le autorità italiane avevano offerto il proprio supporto per organizzare un rientro sanitario protetto. Un’équipe del Gemelli, composta da un neurochirurgo e da un rianimatore, aveva raggiunto Cuba per seguire da vicino la situazione. Il viaggio di ritorno è stato poi organizzato autonomamente e finanziato attraverso l’assicurazione sanitaria stipulata da Di Battista prima della partenza.

Ad accompagnare Di Battista in queste settimane sono stati la compagna Sahra Lahouasnia, madre dei suoi due figli, e l’amico Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione Schierarsi. Proprio quest’ultimo aveva salutato la partenza con un messaggio sui social: «Buon rientro, fratello mio». Dopo la paura e le ore difficili trascorse a Cuba, per Di Battista si apre ora a Roma un nuovo capitolo: quello delle cure, della ripresa e della convalescenza.

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Legge elettorale, opposizioni all’attacco: «Una nuova porcata» https://www.business.it/legge-elettorale-opposizioni-all-attacco-una-nuova-porcata/ Sat, 12 Sep 2026 07:25:14 +0000 https://www.business.it/?p=159490 È scontro sulla legge elettorale dopo il via libera alla norma che aumenta il numero delle firme necessarie alle liste non rappresentate in Parlamento per presentarsi alle elezioni. Le opposizioni attaccano duramente il centrodestra e parlano di una «nuova porcata», mentre Giuseppe Conte chiede l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La disposizione, proposta da… Read More »Legge elettorale, opposizioni all’attacco: «Una nuova porcata»

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È scontro sulla legge elettorale dopo il via libera alla norma che aumenta il numero delle firme necessarie alle liste non rappresentate in Parlamento per presentarsi alle elezioni. Le opposizioni attaccano duramente il centrodestra e parlano di una «nuova porcata», mentre Giuseppe Conte chiede l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La disposizione, proposta da Fratelli d’Italia e successivamente modificata dal governo, prevede 6mila firme per collegio, dopo che una prima versione aveva fissato la soglia a 9mila. Secondo i calcoli delle opposizioni, una nuova formazione politica potrebbe essere costretta a raccogliere complessivamente circa 300mila sottoscrizioni in poche settimane per riuscire a presentarsi in tutti i collegi.

Conte attacca e difende i nuovi alleati

Il presidente del Movimento 5 Stelle ha definito la norma inaccettabile e ha invitato il Quirinale a intervenire su una soglia che, secondo lui, sarebbe manifestamente incostituzionale. Conte ha ricordato come regole di questo tipo avrebbero reso molto più difficile, in passato, l’ingresso in Parlamento di formazioni politiche nuove o minoritarie.

Nel mirino del leader M5S c’è anche l’impatto della norma sui possibili alleati del centrosinistra, in particolare Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato e il Partito socialista. Conte ha chiesto alle altre forze dell’opposizione di garantire sostegno alle nuove liste nella raccolta delle firme, rivendicando la necessità di allargare il campo progressista.

La vicenda riaccende anche le tensioni interne al centrosinistra. Conte ha lasciato intendere di non aver apprezzato l’atteggiamento di tutte le forze di opposizione, con un riferimento soprattutto a Matteo Renzi e Italia Viva. Anche nel Partito democratico, secondo quanto emerso durante il confronto parlamentare, non sarebbe mancata inizialmente qualche esitazione sulla linea da tenere.

Elly Schlein ha comunque preso posizione contro la nuova soglia, giudicando eccessivo il numero delle firme richieste e annunciando l’opposizione del Pd alla norma.

Tajani difende la misura, Conte studia la contromossa

Dal governo arriva invece la difesa di Antonio Tajani, secondo cui le nuove regole servirebbero a evitare la proliferazione di liste prive di reale consistenza politica o create soltanto per condizionare la competizione elettorale.

Conte, però, punta già alle contromosse. Una delle ipotesi sarebbe quella di consentire a Progetto Civico Italia di costituire una propria componente nel gruppo misto della Camera attraverso il passaggio di alcuni parlamentari. In questo modo il numero delle sottoscrizioni necessarie potrebbe scendere sensibilmente, fino a circa 1.500 firme.

La battaglia sulle firme diventa così anche uno dei terreni sui quali si misurano gli equilibri interni del campo progressista, con il Movimento 5 Stelle deciso a favorire l’ingresso di nuove formazioni e a ridimensionare il peso politico di Italia Viva nella costruzione della futura coalizione.

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“Sorpasso incredibile”. Sondaggi politici, clamoroso: cambia tutto, non era mai successo https://www.business.it/sorpasso-incredibile-sondaggi-politici-clamoroso-cambia-tutto-non-era-mai-successo-2/ Fri, 11 Sep 2026 15:50:55 +0000 https://www.business.it/?p=159459 Sondaggi politici, cambia il quadro nel centrodestra dopo la pausa estiva. Nella prima Supermedia Agi/YouTrend di settembre, Futuro Nazionale guidato dall’ex generale Roberto Vannacci raggiunge il 7,6% e affianca Forza Italia. Il movimento supera invece la Lega di Matteo Salvini, confermando una crescita che incide sugli equilibri della coalizione di governo. Sondaggi politici, Futuro Nazionale… Read More »“Sorpasso incredibile”. Sondaggi politici, clamoroso: cambia tutto, non era mai successo

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Sondaggi politici, cambia il quadro nel centrodestra dopo la pausa estiva. Nella prima Supermedia Agi/YouTrend di settembre, Futuro Nazionale guidato dall’ex generale Roberto Vannacci raggiunge il 7,6% e affianca Forza Italia. Il movimento supera invece la Lega di Matteo Salvini, confermando una crescita che incide sugli equilibri della coalizione di governo.

Sondaggi politici, Futuro Nazionale raggiunge Forza Italia

La media ponderata delle rilevazioni effettuate nelle ultime settimane assegna a Futuro Nazionale il 7,6% delle intenzioni di voto. Il dato vale il quarto posto tra le liste e coincide con quello registrato da Forza Italia, guidata da Antonio Tajani.

Rispetto alla Supermedia precedente, datata 30 luglio, il partito di Vannacci guadagna 0,5 punti percentuali. L’incremento segnala un ulteriore avanzamento, pur risultando meno marcato rispetto alla crescita rilevata nei mesi precedenti.

Fratelli d’Italia primo partito, arretrano Pd e Movimento 5 Stelle

In testa ai sondaggi politici resta Fratelli d’Italia, che si colloca al 26,9%, con un aumento di due decimali. Il Partito democratico mantiene la seconda posizione con il 21%, ma registra una flessione dello 0,2%.

Il Movimento 5 Stelle si attesta invece al 12,1%, lasciando quasi un punto rispetto alla rilevazione di sei settimane prima. Il calo del Movimento contribuisce a ridefinire il confronto tra le principali forze di opposizione e rende più rilevante la competizione nelle posizioni immediatamente successive.

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“Ha qualcosa nella pancia”. Lo seda e lo “opera”, follia disumana su un anziano: agghiacciante https://www.business.it/8220-ha-qualcosa-nella-pancia-8221-lo-seda-e-lo-8220-opera-8221-follia-disumana-su-un-anziano-agghiacciante/ Fri, 11 Sep 2026 13:30:10 +0000 https://www.business.it/?p=159437 È morto dopo tre settimane di agonia il professor Antonio Reggio, 87 anni, ex insegnante del liceo classico di Vibo Valentia, aggredito nella propria abitazione nella notte tra il 18 e il 19 agosto. A provocare le ferite, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stata la badante che lo assisteva, convinta che l’anziano avesse «un animale nella pancia».… Read More »“Ha qualcosa nella pancia”. Lo seda e lo “opera”, follia disumana su un anziano: agghiacciante

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È morto dopo tre settimane di agonia il professor Antonio Reggio, 87 anni, ex insegnante del liceo classico di Vibo Valentia, aggredito nella propria abitazione nella notte tra il 18 e il 19 agosto. A provocare le ferite, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stata la badante che lo assisteva, convinta che l’anziano avesse «un animale nella pancia». La donna, già arrestata con l’accusa di tentato omicidio aggravato, potrebbe ora rispondere di omicidio.

L’intervento della polizia era scattato intorno alle 2.50 del 19 agosto, dopo una richiesta di soccorso proveniente dall’abitazione dell’anziano. Quando gli agenti erano entrati nell’appartamento, avevano trovato Reggio privo di coscienza e disteso sul letto, con diverse bende impregnate di sangue nella zona dell’addome. Le condizioni erano apparse immediatamente gravissime e il personale sanitario lo aveva trasportato in codice rosso al pronto soccorso.

Gli accertamenti clinici avevano evidenziato un quadro drammatico: una massiva emorragia toracica, una profonda ferita da taglio nella regione ipogastrica e multiple fratture scomposte. L’87enne era stato quindi ricoverato in condizioni critiche. Nonostante le cure e le settimane trascorse in ospedale, però, non è riuscito a superare le conseguenze delle lesioni riportate quella notte.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la badante avrebbe trasformato la camera da letto dell’anziano in una sorta di sala operatoria improvvisata. Prima avrebbe somministrato all’uomo alcune sostanze con effetto sedativo, poi, una volta che l’87enne si era addormentato, avrebbe utilizzato un coltello da cucina per praticargli una profonda lacerazione all’addome.

La spiegazione fornita dalla donna agli investigatori ha reso ancora più inquietante la vicenda. La badante avrebbe raccontato di essere intervenuta perché convinta che Reggio avesse un parassita o un animale nella pancia e che fosse quindi necessario procedere a un’operazione per rimuoverlo. Una convinzione che, secondo l’accusa, l’avrebbe spinta a mettere in atto l’intervento rudimentale poi costato la vita all’anziano.

Durante la perquisizione dell’abitazione gli investigatori avevano trovato e sequestrato diversi oggetti ritenuti compatibili con la ricostruzione dell’accaduto: coltelli, guanti in lattice e flaconi di soluzione salina. Materiale che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stato preparato proprio in vista della presunta operazione. Saranno ora gli ulteriori accertamenti a chiarire nel dettaglio la dinamica e le responsabilità.

La donna, di nazionalità ucraina, era stata fermata nelle ore successive al trasferimento dell’anziano in ospedale. Al momento dell’arresto l’ipotesi di reato era quella di tentato omicidio aggravato, ma il decesso di Reggio cambia inevitabilmente il quadro giudiziario. L’accusa potrebbe ora essere riqualificata in omicidio, mentre saranno valutati anche tutti gli elementi relativi alle condizioni psichiche e alla consapevolezza della donna al momento dell’aggressione.

La badante aveva iniziato a lavorare nell’abitazione dell’anziano alla fine di giugno. Stava sostituendo temporaneamente una connazionale e, secondo quanto riferito da Il Vibonese, il suo incarico sarebbe dovuto terminare proprio il 20 agosto, il giorno successivo all’aggressione. Un rapporto di assistenza durato dunque poche settimane e culminato in una tragedia che ora dovrà essere ricostruita anche sotto il profilo delle motivazioni.

La morte del professor Antonio Reggio apre quindi una nuova fase dell’inchiesta. Dopo il ricovero, le operazioni e tre settimane di lotta tra la vita e la morte, l’anziano non ce l’ha fatta. Toccherà ora alla magistratura stabilire con precisione cosa accadde quella notte nell’appartamento di Vibo Valentia, quali sostanze furono somministrate e come si arrivò a quella drammatica “operazione” domestica. La procura dovrà inoltre valutare il nuovo quadro accusatorio alla luce del decesso dell’87enne.

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“Beppe Grillo è tornato”. Colpo di scena clamoroso, tutti spiazzati: cosa succede ora https://www.business.it/8220-beppe-grillo-e-tornato-8221-colpo-di-scena-clamoroso-tutti-spiazzati-cosa-succede-ora/ Fri, 11 Sep 2026 13:06:36 +0000 https://www.business.it/?p=159432 Grillo is back. E il possibile ritorno del fondatore del Movimento 5 Stelle fa tremare, e non poco, Giuseppe Conte. La notizia, rilanciata da Il Tempo, è già rimbalzata nelle chat pentastellate, dove però nessuno osa esporsi più di tanto. Nella stagione del Movimento targato Giuseppi, del resto, mettere in discussione il vertice non è esattamente un esercizio… Read More »“Beppe Grillo è tornato”. Colpo di scena clamoroso, tutti spiazzati: cosa succede ora

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Grillo is back. E il possibile ritorno del fondatore del Movimento 5 Stelle fa tremare, e non poco, Giuseppe Conte. La notizia, rilanciata da Il Tempo, è già rimbalzata nelle chat pentastellate, dove però nessuno osa esporsi più di tanto. Nella stagione del Movimento targato Giuseppi, del resto, mettere in discussione il vertice non è esattamente un esercizio incoraggiato. Eppure, dietro il silenzio ufficiale, il fermento cresce: l’ipotesi di un ritorno dell’“Elevato” affascina soprattutto quella parte della base che non si riconosce nella svolta a sinistra impressa da Conte e guarda con nostalgia alle origini.

Se i parlamentari continuano a considerare la riconferma di Conte e il suo eventuale ritorno a Palazzo Chigi come la priorità assoluta, tra gli attivisti serpeggia invece un malessere sempre più evidente. La critica riguarda una gestione giudicata troppo verticistica e un progetto politico che, agli occhi di molti militanti, avrebbe ormai perso buona parte del Dna originario. È proprio in questa frattura che potrebbe inserirsi Grillo: una nuova proposta costruita attorno a un’idea diversa di welfare, all’innovazione tecnologica e alle potenzialità della rete avrebbe il potenziale per provocare uno tsunami dentro un Movimento già attraversato da profonde divisioni.

Il quadro diventerebbe ancora più delicato se Grillo riuscisse a inibire l’utilizzo dello storico simbolo alle prossime elezioni politiche. L’udienza sul contenzioso, dopo una serie di rinvii e slittamenti, dovrebbe tenersi a novembre. Ma, indipendentemente dai tempi della giustizia, tra i sostenitori dell’ex comico genovese l’attesa è già diventata entusiasmo. Per una parte della base, infatti, il ritorno del fondatore rappresenterebbe molto più di una nuova candidatura: sarebbe la possibilità di ripartire da zero, recuperando parole d’ordine e identità che sembravano definitivamente archiviate.

A dare voce a questo sentimento sono, tra gli altri, i “Figli delle Stelle”, il gruppo di militanti che durante l’ultima assemblea di “Nova” aveva contestato il nuovo corso. Sui social è comparso un’immagine con i cinque astri affiancati da un logo pirata ispirato all’anime One Piece e una frase che sembra quasi una promessa: «E forse è solo l’inizio». Il messaggio è rivolto a una generazione «cresciuta con l’idea che la politica possa essere partecipazione, rete, coraggio e cambiamento». L’invito è a non disimpegnarsi: quei corpi celesti, sostengono i militanti, devono tornare a brillare.

Ma la partita non riguarda soltanto l’identità politica. Sullo sfondo c’è anche la costruzione delle future liste elettorali. Gli stessi militanti chiedono spazio per «chi non si è mai rassegnato alla politica dei palazzi», lanciando un messaggio piuttosto chiaro ai big rimasti fuori dal nuovo corso e oggi alla ricerca di una nuova collocazione. Un appello che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe già arrivato a San Fruttuoso, dove Grillo avrebbe fatto sapere di non voler recuperare automaticamente i vecchi protagonisti del Movimento. Tra i nomi che non sembrerebbero godere di corsie preferenziali c’è anche Virginia Raggi, tornata negli ultimi mesi a frequentare gli appuntamenti di Conte e notata accanto all’ex premier anche alla presentazione del suo ultimo libro.

Il riavvicinamento alla politica attiva di molti ex pentastellati non è casuale. Con l’avvicinarsi delle prossime politiche e il superamento del limite dei due mandati, infatti, per diversi esponenti storici potrebbe riaprirsi la porta di Montecitorio. Da qui la tentazione di tornare in campo, soprattutto per chi aveva vissuto come un trauma l’allontanamento di Grillo dal Movimento. Il rischio, per il nuovo progetto, sarebbe però quello di trasformarsi in una semplice operazione nostalgia. Grillo, almeno nelle intenzioni, sembrerebbe voler evitare proprio questo: non un museo delle glorie passate, ma una nuova classe dirigente.

Per farlo, l’ex comico avrebbe bisogno di facce nuove e di persone di fiducia. E, considerando la legge elettorale e il possibile ritorno delle preferenze, il lavoro per costruire le liste sarebbe tutt’altro che secondario. Il progetto guarderebbe così a giovani promettenti, imprenditori dell’Ict, professionisti ed eccellenze provenienti dai settori più diversi. L’idea sarebbe quella di pescare fuori dai tradizionali circuiti della politica e del cosiddetto mainstream, riportando al centro competenze e figure della società civile. Una selezione dal basso, dunque, coerente con il linguaggio delle origini.

Anche lo strumento attraverso cui individuare i nuovi candidati dovrebbe cambiare. Secondo quanto riferito da ambienti vicini a Grillo, la nuova piattaforma sarebbe pensata per essere gestita da più soggetti, proprio per evitare gli errori del passato. La parola d’ordine sarebbe infatti una: niente nuovi personalismi. Nessun altro leader assoluto, nessun nuovo uomo solo al comando e, soprattutto, nessuno che possa trasformare il Movimento in una creatura personale come, secondo i critici, sarebbe accaduto con Conte. Il bersaglio, insomma, è evidente: mai più un altro “Giuseppi”.

Resta infine da capire che cosa accadrà agli ex militanti meno conosciuti che, però, non hanno mai abbandonato le battaglie degli esordi. Qui la decisione spetterebbe direttamente a Grillo, che non avrebbe preclusioni ma neppure intenzione di distribuire corsie preferenziali. Nella nuova casa, racconta chi frequenta quegli ambienti, la regola dovrebbe tornare a essere quella fondativa: «uno vale uno». È forse questa, più di ogni altra cosa, la vera sfida del possibile ritorno dell’Elevato: capire se il Movimento possa davvero tornare alle origini senza limitarsi a ripeterle.

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Schlein-Conte, attenzione alla sorpresa: il nuovo nome che agita il campo largo https://www.business.it/schlein-conte-attenzione-alla-sorpresa-il-nuovo-nome-che-agita-il-campo-largo/ Fri, 11 Sep 2026 12:41:54 +0000 https://www.business.it/?p=159428 Nel centrosinistra che guarda alle prossime sfide elettorali c’è un nuovo nome che torna a circolare con forza: Roberto Gualtieri. Il sindaco di Roma, secondo il retroscena rilanciato da Dagospia sulla base di articoli del Foglio, potrebbe rappresentare una figura in grado di dialogare con componenti diverse del cosiddetto campo largo. Non si tratta, al… Read More »Schlein-Conte, attenzione alla sorpresa: il nuovo nome che agita il campo largo

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Nel centrosinistra che guarda alle prossime sfide elettorali c’è un nuovo nome che torna a circolare con forza: Roberto Gualtieri. Il sindaco di Roma, secondo il retroscena rilanciato da Dagospia sulla base di articoli del Foglio, potrebbe rappresentare una figura in grado di dialogare con componenti diverse del cosiddetto campo largo.

Roberto Gualtieri possibile federatore del campo largo

Non si tratta, al momento, di una candidatura ufficiale né di una decisione già presa. Il quadro è ancora in movimento e lo stesso entourage politico del sindaco ridimensiona l’ipotesi di un suo futuro ruolo nazionale. Ma le dinamiche che si stanno sviluppando nella capitale hanno riportato Gualtieri al centro delle riflessioni sul futuro del centrosinistra.

La partita parte da Roma

Il punto di partenza è proprio la situazione politica romana. Gualtieri è pronto a correre per il secondo mandato al Campidoglio e, secondo la ricostruzione, potrebbe contare su una coalizione molto ampia. Italia Viva è già entrata nella maggioranza capitolina, Azione è indicata tra le forze pronte a sostenere il bis e anche il Movimento 5 Stelle sembra aver superato le precedenti tensioni legate soprattutto al termovalorizzatore.

È questo equilibrio, più tranquillo rispetto alle difficoltà del campo largo nazionale, a rendere Roma un laboratorio politico interessante. Una coalizione capace di mettere insieme forze differenti potrebbe infatti diventare un modello da osservare anche in vista della partita nazionale.

Leggi anche: Ranucci candidato? Il suo nome sul tavolo di M5s e Pd, ma lui nega

Il ruolo di Bettini e Conte

Nel frattempo, sullo sfondo si muove anche Goffredo Bettini, figura di peso del centrosinistra romano e protagonista di un dialogo politico che coinvolge anche Giuseppe Conte. Dagospia segnala la presenza dell’ex presidente del Consiglio a un appuntamento organizzato attorno alla rivista Rinascita, mentre pochi giorni prima allo stesso evento era intervenuto proprio Gualtieri.

Il collegamento tra i due appuntamenti viene letto come un segnale dei rapporti che si stanno costruendo attorno al campo largo. Non significa però che esista già un accordo su una leadership nazionale: la partita, soprattutto sul candidato e sulla formula della coalizione, resta aperta.

Gualtieri federatore del campo largo?

È qui che nasce l’ipotesi più interessante. Un sindaco di una grande città può assumere, nell’immaginario politico, un ruolo diverso rispetto ai leader dei partiti. Gualtieri potrebbe quindi essere considerato una figura meno divisiva rispetto al confronto diretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Ma c’è un ostacolo evidente: prima di tutto c’è da conquistare il secondo mandato a Roma. Claudio Mancini, parlamentare dem e uomo vicino alle dinamiche del Campidoglio, ha infatti respinto l’idea che Gualtieri stia già pensando a un ruolo da federatore nazionale.

La posizione di Mancini è netta: Gualtieri dovrà concentrarsi sulla sfida romana. Prima occorre ottenere nuovamente la fiducia degli elettori della capitale, poi si potrà eventualmente ragionare sul resto.

Il campo largo romano si allarga

Intanto, a Roma, il quadro politico sembra essersi fatto più favorevole al sindaco. Il Movimento 5 Stelle, dopo la forte contrarietà iniziale al termovalorizzatore, appare oggi più vicino alla possibilità di sostenere il secondo mandato. Anche altre forze centriste si sono avvicinate alla maggioranza.

Non mancano però le insidie. Alla sinistra di Gualtieri si muovono altre realtà e resta la possibilità che nascano liste alternative. Nel centrosinistra romano si discute inoltre delle primarie, che secondo Massimiliano Smeriglio sembrano ormai difficili da evitare.

La vera sfida è il 2027

Il motivo per cui il nome di Gualtieri assume un peso maggiore è anche la prospettiva del 2027, anno nel quale si intrecciano la partita politica nazionale e importanti appuntamenti locali. Il centrosinistra dovrà trovare un equilibrio tra Pd, Movimento 5 Stelle e le altre forze che potrebbero comporre la coalizione.

Per ora, dunque, Gualtieri non è il nuovo leader del campo largo e non c’è alcuna investitura ufficiale. C’è però un dato politico: il sindaco di Roma è entrato nel novero dei nomi che vengono osservati quando si ragiona su una possibile figura di sintesi.

La partita resta quindi apertissima. Schlein e Conte continuano a essere i protagonisti principali del confronto nel centrosinistra, ma il laboratorio romano potrebbe aver fatto emergere una terza possibilità. E proprio da Roma, almeno per il momento, arriva il nome destinato a far discutere.

Fonte: Dagospia

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“Sorpasso incredibile”. Sondaggi politici, clamoroso: cambia tutto, non era mai successo https://www.business.it/sorpasso-incredibile-sondaggi-politici-clamoroso-cambia-tutto-non-era-mai-successo/ Fri, 11 Sep 2026 11:44:09 +0000 https://www.business.it/?p=159423 Futuro Nazionale raggiunge Forza Italia e consolida il proprio peso nel centrodestra. Nella prima Supermedia Agi/YouTrend successiva alla pausa estiva, il partito guidato da Roberto Vannacci si attesta al 7,6%, lo stesso dato della formazione di Antonio Tajani. Un passaggio rilevante nella fotografia delle intenzioni di voto, mentre Lega e Movimento 5 Stelle registrano un… Read More »“Sorpasso incredibile”. Sondaggi politici, clamoroso: cambia tutto, non era mai successo

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Futuro Nazionale raggiunge Forza Italia e consolida il proprio peso nel centrodestra. Nella prima Supermedia Agi/YouTrend successiva alla pausa estiva, il partito guidato da Roberto Vannacci si attesta al 7,6%, lo stesso dato della formazione di Antonio Tajani. Un passaggio rilevante nella fotografia delle intenzioni di voto, mentre Lega e Movimento 5 Stelle registrano un arretramento.

Supermedia Agi/YouTrend: Futuro Nazionale al 7,6%

La media ponderata delle rilevazioni realizzate nelle ultime settimane assegna a Futuro Nazionale il 7,6%, con un incremento di 0,5 punti rispetto alla Supermedia del 30 luglio. Il risultato colloca la lista al quarto posto e alla pari con Forza Italia, segnando un ulteriore avanzamento dopo il sorpasso della Lega.

La progressione appare tuttavia meno rapida rispetto ai mesi precedenti. Il dato positivo conferma la crescita del partito di Vannacci, ma l’aumento registrato nell’ultima rilevazione è più contenuto rispetto alle variazioni osservate in precedenza.

Le intenzioni di voto: Fratelli d’Italia resta primo partito

In testa alle intenzioni di voto rimane Fratelli d’Italia, al 26,9%, in aumento di due decimali. Il Partito democratico si conferma al secondo posto con il 21%, pur cedendo 0,2 punti rispetto alla precedente Supermedia.

Arretra invece il Movimento 5 Stelle, che passa al 12,1% e perde quasi un punto nell’arco di sei settimane. È una delle variazioni più consistenti del quadro, insieme ai cambiamenti che interessano gli equilibri tra le forze del centrodestra.

Centrodestra, Forza Italia e Lega in calo

Forza Italia si attesta al 7,6%, in calo di 0,4 punti, mentre la Lega scende al 5,6%, con una flessione di 0,3 punti. La crescita di Futuro Nazionale porta quindi il movimento di Vannacci allo stesso livello di Forza Italia e davanti al partito guidato da Matteo Salvini.

Tra le altre liste, Verdi/Sinistra si colloca al 6,3%, in lieve diminuzione di 0,1 punti. Azione guadagna invece 0,6 punti e raggiunge il 3,7%; Italia Viva sale al 2,4%, mentre +Europa resta all’1,4% e Noi Moderati all’1%.

Coalizioni 2022 e 2026: il confronto nei dati

Considerando le coalizioni che si presentarono alle elezioni del 2022, il centrodestra mantiene il vantaggio con il 41,1%, pur perdendo mezzo punto. Il centrosinistra è al 28,7%, in calo di 0,3 punti, mentre il Movimento 5 Stelle viene rilevato separatamente al 12,1%. Il Terzo Polo cresce di 0,7 punti, arrivando al 7,3%.

Nella simulazione delle coalizioni del 2026, il campo largo raggiunge il 43,2%, nonostante una flessione di 1,1 punti. Il centrodestra resta al 41,1%; Futuro Nazionale viene indicato al 7,6%, mentre il Centro nel suo complesso si porta al 4,9%, con un aumento di 0,6 punti.

Rilevazioni tra il 26 agosto e il 9 settembre

La Supermedia Agi/YouTrend è elaborata sui sondaggi condotti tra il 26 agosto e il 9 settembre dagli istituti Noto, Only Numbers, SWG, Tecnè e YouTrend. La ponderazione è stata effettuata il 10 settembre, tenendo conto della dimensione dei campioni, delle date di realizzazione e delle metodologie adottate.

Le variazioni indicate sono calcolate rispetto alla rilevazione del 30 luglio 2026. Il dato che emerge con maggiore evidenza è l’arrivo di Futuro Nazionale al 7,6%, alla pari con Forza Italia e davanti alla Lega nella graduatoria delle liste del centrodestra.

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Dall’11 settembre: Al Qaeda non è scomparsa, ha cambiato modello https://www.business.it/dall11-settembre-al-qaeda-non-e-scomparsa-ha-cambiato-modello/ Fri, 11 Sep 2026 06:11:04 +0000 https://www.business.it/?p=159412 L’11 settembre 2001 sembrava destinato a inaugurare un’epoca dominata dal terrorismo globale. Venticinque anni dopo, molte delle previsioni formulate nelle ore successive agli attentati non si sono realizzate. L’economia statunitense non è crollata, New York ha conservato il suo ruolo finanziario e Al Qaeda non è riuscita a unificare il mondo islamico contro l’Occidente. Sarebbe… Read More »Dall’11 settembre: Al Qaeda non è scomparsa, ha cambiato modello

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L’11 settembre 2001 sembrava destinato a inaugurare un’epoca dominata dal terrorismo globale. Venticinque anni dopo, molte delle previsioni formulate nelle ore successive agli attentati non si sono realizzate. L’economia statunitense non è crollata, New York ha conservato il suo ruolo finanziario e Al Qaeda non è riuscita a unificare il mondo islamico contro l’Occidente.

Sarebbe però sbagliato concludere che quella minaccia sia stata definitivamente sconfitta. L’organizzazione fondata da Osama bin Laden ha perso la capacità di agire come una struttura centralizzata, ma ha favorito la nascita di una rete più frammentata, radicata nei conflitti locali e capace di sfruttare povertà, traffici illegali, rivalità etniche e debolezza degli Stati. Il suo baricentro si è progressivamente spostato dall’Afghanistan verso l’Africa e la penisola arabica.

L’attentato che non distrusse il capitalismo globale

L’obiettivo dell’11 settembre non era soltanto provocare il maggior numero possibile di vittime. Le Torri Gemelle rappresentavano il cuore simbolico del capitalismo americano, mentre il Pentagono incarnava la potenza militare degli Stati Uniti. Colpire quei luoghi significava provare a dimostrare che anche la principale superpotenza mondiale fosse vulnerabile.

L’impatto immediato sui mercati fu violentissimo. Wall Street rimase chiusa per quattro sedute, le compagnie aeree subirono perdite enormi e interi settori, dal turismo alle assicurazioni, entrarono in una fase di profonda incertezza. Eppure il sistema economico americano assorbì il colpo più rapidamente di quanto molti temessero.

Non si verificò il collasso finanziario immaginato dai terroristi. Il centro di gravità economico di New York non venne cancellato e, con il passare degli anni, l’area del World Trade Center tornò a ospitare uffici, abitazioni, attività commerciali e imprese tecnologiche. Il capitalismo globale non fu distrutto: cambiò, si adattò e sviluppò nuovi sistemi di sicurezza e controllo.

Il vero costo economico dell’11 settembre si manifestò soprattutto dopo gli attentati. Alle perdite dirette si aggiunsero le spese per le guerre in Afghanistan e in Iraq, l’assistenza ai veterani, la sicurezza interna, l’intelligence e gli interessi sul debito utilizzato per finanziare le operazioni. Secondo le stime elaborate dal progetto Costs of War della Brown University, il costo complessivo delle guerre americane successive all’11 settembre ha raggiunto diversi trilioni di dollari.

La vittoria tattica e il fallimento strategico degli Stati Uniti

Sul piano militare, Washington riuscì a colpire duramente la struttura originaria di Al Qaeda. Osama bin Laden fu ucciso in Pakistan nel 2011, mentre il suo successore Ayman al-Zawahiri venne eliminato da un’operazione statunitense a Kabul nel 2022. Numerosi dirigenti furono arrestati o uccisi e la capacità del comando centrale di organizzare operazioni complesse venne fortemente ridimensionata.

Il risultato strategico, però, è più controverso. La guerra in Afghanistan è durata vent’anni e si è conclusa nel 2021 con il ritorno dei talebani al potere. L’invasione dell’Iraq, giustificata anche attraverso il clima di paura successivo agli attentati, contribuì invece a destabilizzare il Paese e a creare uno spazio favorevole alla nascita di nuovi movimenti jihadisti.

Da quella crisi sarebbe emerso lo Stato islamico, organizzazione rivale di Al Qaeda. La competizione tra i due gruppi ha frammentato ulteriormente l’universo jihadista, trasformandolo in un sistema di sigle, alleanze e conflitti regionali. La minaccia non è più rappresentata soltanto da un vertice che impartisce ordini dall’alto, ma da gruppi capaci di adattarsi alle condizioni del territorio.

L’11 settembre, quindi, non provocò la fine dell’egemonia americana da un giorno all’altro. Accelerò però un processo di logoramento. Le guerre assorbirono risorse finanziarie e attenzione politica proprio mentre la Cina consolidava la propria crescita, la Russia tentava di recuperare influenza e nuove potenze regionali ampliavano il proprio spazio di manovra.

Da organizzazione centrale a rete di gruppi locali

Al Qaeda oggi non possiede più la struttura verticale che aveva all’inizio del secolo. Il suo comando centrale appare indebolito e la stessa leadership rimane meno visibile e riconoscibile rispetto all’epoca di bin Laden. La figura dell’egiziano Saif al-Adel viene spesso indicata come centrale negli equilibri dell’organizzazione, ma la natura clandestina della rete rende difficile stabilire con certezza ruoli e gerarchie.

La vera forza del movimento risiede nelle sue articolazioni regionali. Queste formazioni mantengono un riferimento ideologico comune, ma dispongono di ampi margini di autonomia. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla preparazione di attentati spettacolari in Occidente, cercano di inserirsi nelle crisi locali, presentandosi come protettrici di determinate comunità o come alternative a governi inefficienti.

È un modello meno appariscente, ma potenzialmente più resistente. Un’organizzazione centralizzata può essere decapitata eliminandone i vertici. Una rete composta da gruppi locali, invece, sopravvive più facilmente perché si alimenta attraverso problemi che l’intervento militare, da solo, non può risolvere.

Il Sahel è il nuovo fronte strategico

Una delle aree più importanti per comprendere l’evoluzione di Al Qaeda è il Sahel. Mali, Burkina Faso e Niger attraversano da anni una combinazione di colpi di Stato, fragilità istituzionale, crisi ambientali, disoccupazione giovanile e conflitti tra comunità. In questo spazio opera il Jnim, coalizione jihadista legata ad Al Qaeda e divenuta una delle formazioni armate più pericolose dell’Africa occidentale.

Il Jnim non si limita a condurre attacchi. In alcune aree impone tasse, controlla vie di comunicazione, media dispute e stringe accordi temporanei con le popolazioni locali. Il gruppo sfrutta il risentimento verso governi percepiti come lontani e verso forze di sicurezza accusate, in diversi casi, di abusi ai danni dei civili.

La sua espansione sta inoltre esercitando pressione sui Paesi costieri del Golfo di Guinea, come Benin, Togo, Costa d’Avorio e Ghana. La posta in gioco è anche economica: un’ulteriore avanzata jihadista potrebbe minacciare corridoi commerciali, investimenti minerari e infrastrutture che collegano l’entroterra africano ai porti dell’Atlantico.

La sicurezza del Sahel si intreccia poi con la competizione tra potenze. Dopo il ridimensionamento della presenza francese e occidentale, Mali, Niger e Burkina Faso hanno rafforzato la cooperazione con la Russia. Mosca ha cercato di trasformare il vuoto lasciato dall’Europa in influenza diplomatica, militare ed economica. Finora, tuttavia, il cambiamento delle alleanze non ha eliminato le cause profonde dell’instabilità.

Oro, contrabbando e tasse: l’economia del jihadismo

I gruppi jihadisti contemporanei non vivono soltanto di donazioni provenienti dall’estero. Una parte crescente delle risorse viene raccolta direttamente nei territori in cui operano. Estorsioni, rapimenti, contrabbando, furto di bestiame e tassazione delle comunità costituiscono fonti di finanziamento essenziali.

Nel Sahel assume particolare importanza l’oro. La regione ospita numerosi siti minerari artigianali, spesso collocati in zone dove la presenza dello Stato è debole. Controllare una miniera, imporre pagamenti ai lavoratori o proteggere le rotte di trasporto permette ai gruppi armati di trasformare una risorsa naturale in denaro, armi e consenso.

Questa economia illegale produce un circolo vizioso. L’insicurezza scoraggia gli investimenti, riduce le entrate fiscali degli Stati e costringe i governi ad aumentare le spese militari. La mancanza di sviluppo alimenta a sua volta il reclutamento, perché entrare in un gruppo armato può diventare una delle poche fonti di reddito disponibili.

Il costo del terrorismo, dunque, non coincide soltanto con i danni degli attentati. Comprende strade mai costruite, scuole chiuse, aziende costrette ad abbandonare un territorio, aumento dei prezzi, calo del turismo e spostamento forzato di milioni di persone. È soprattutto in questa erosione quotidiana che Al Qaeda e le sue affiliate riescono a indebolire uno Stato.

Yemen e Somalia, le altre roccaforti della rete

La penisola arabica rimane un altro spazio rilevante. Al Qaeda nella Penisola arabica ha sfruttato per anni il conflitto nello Yemen, traendo vantaggio dalla frammentazione politica e dal collasso di molte istituzioni. Pur essendo stata colpita da numerose operazioni, conserva una capacità di sopravvivenza legata al controllo intermittente del territorio e alle alleanze con attori locali.

In Somalia, al-Shabaab rappresenta una delle organizzazioni jihadiste più strutturate e redditizie. Il movimento dispone di un sistema di tassazione parallelo che coinvolge imprese, commercianti e trasportatori. Riesce così a finanziare attività militari e amministrative, presentandosi in alcune zone come un potere alternativo allo Stato.

Anche in questi casi, la dimensione economica è inseparabile da quella geopolitica. Il controllo delle coste, dei porti e delle rotte che attraversano il Mar Rosso e il Golfo di Aden interessa non soltanto i Paesi della regione, ma anche Stati Uniti, Cina, potenze del Golfo ed Europa. L’instabilità può riflettersi sui commerci internazionali, sui premi assicurativi delle navi e sui costi di trasporto.

Una minaccia diversa da quella del 2001

Al Qaeda non appare oggi in grado di ripetere facilmente un’operazione centralizzata della portata dell’11 settembre. I controlli finanziari sono più severi, la cooperazione tra servizi di intelligence è cresciuta e la capacità occidentale di sorvegliare comunicazioni e movimenti è molto superiore rispetto al 2001.

La minaccia, però, si è dispersa. Le affiliate regionali, le piccole cellule e gli individui radicalizzati possono agire senza ricevere un ordine diretto dal comando centrale. Internet e le piattaforme digitali permettono inoltre alla propaganda di raggiungere persone lontane dai territori controllati dai gruppi.

Non bisogna quindi confondere la scomparsa di una struttura con la fine di un’ideologia. Al Qaeda ha perso uomini, basi e visibilità, ma il modello che ha contribuito a costruire continua a vivere nelle periferie della globalizzazione, dove lo Stato è debole e le economie illegali sono più redditizie di quelle ufficiali.

La vera eredità dell’11 settembre

Venticinque anni dopo, l’11 settembre appare come un punto di svolta soprattutto geopolitico. Gli attentati non distrussero l’economia americana, ma spinsero gli Stati Uniti verso guerre lunghe e costosissime. Non unirono il mondo islamico sotto la bandiera di Al Qaeda, ma contribuirono ad aprire una stagione di conflitti e frammentazioni dalla quale sono emerse nuove organizzazioni.

La lezione più importante riguarda il rapporto tra sicurezza ed economia. Eliminare i vertici di un gruppo terroristico può ridurne temporaneamente la capacità operativa. Se però restano disoccupazione, corruzione, traffici illegali e assenza di istituzioni credibili, altri militanti possono occupare lo spazio lasciato libero.

Al Qaeda non ha realizzato il progetto globale immaginato da bin Laden, ma ha dimostrato che un’organizzazione può sopravvivere trasformandosi. La sua parola non è terminata: si è fatta più locale, meno visibile e profondamente intrecciata alle economie sommerse e alla nuova competizione tra potenze. Ed è proprio questa capacità di adattamento, più che il ritorno di un nuovo 11 settembre, a rappresentare oggi il pericolo maggiore.

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Legge elettorale, appello di Vannacci a FdI: “Voti emendamento opposizioni per preferenze pure” https://www.business.it/legge-elettorale-appello-di-vannacci-a-fdi-voti-emendamento-opposizioni-per-preferenze-pure/ Thu, 10 Sep 2026 15:19:19 +0000 https://www.business.it/?p=159386 La partita sulla legge elettorale entra in una fase delicata e il confronto politico si sposta sulle preferenze, uno dei nodi destinati a pesare sulle scelte del Parlamento. In Senato si torna infatti a discutere di una modifica che potrebbe cambiare il modo in cui gli elettori scelgono i propri rappresentanti, riportando al centro del dibattito il rapporto tra cittadini, candidati e partiti. È proprio su questo terreno che arriva la presa di posizione di Roberto Vannacci, che decide… Read More »Legge elettorale, appello di Vannacci a FdI: “Voti emendamento opposizioni per preferenze pure”

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La partita sulla legge elettorale entra in una fase delicata e il confronto politico si sposta sulle preferenze, uno dei nodi destinati a pesare sulle scelte del Parlamento. In Senato si torna infatti a discutere di una modifica che potrebbe cambiare il modo in cui gli elettori scelgono i propri rappresentanti, riportando al centro del dibattito il rapporto tra cittadini, candidati e partiti.

È proprio su questo terreno che arriva la presa di posizione di Roberto Vannacci, che decide di rivolgersi direttamente a una delle forze della maggioranza. L’appello è rivolto a Fratelli d’Italia e riguarda il voto su un emendamento presentato dalle opposizioni per introdurre preferenze libere, senza candidati blindati. Una scelta che, secondo il leader di Futuro nazionale, metterebbe alla prova la coerenza del partito guidato da Giorgia Meloni.

L’appello di Vannacci a Fratelli d’Italia

La posizione di Vannacci è stata affidata ai suoi canali social, alla vigilia della discussione al Senato. Il leader di Futuro nazionale chiede a Fratelli d’Italia di sostenere l’emendamento sulle preferenze presentato dalle opposizioni, ricordando una precedente iniziativa parlamentare.

L’ex generale sottolinea infatti che la proposta sarebbe analoga a quella che Futuro Nazionale aveva presentato alla Camera. Da qui l’appello al partito di Giorgia Meloni affinché voti a favore.

«Voti l’emendamento per le preferenze pure», scrive Vannacci, evidenziando la continuità con la proposta già portata avanti alla Camera dal suo movimento.

Il punto centrale della contestazione riguarda il sistema delle cosiddette preferenze miste, con la presenza di capilista bloccati. Secondo Vannacci, questa soluzione non restituirebbe agli elettori una piena possibilità di scegliere i parlamentari.

«FdI ad oggi ha introdotto delle preferenze meticce, cioè con capilista bloccati che rappresentano una grossa presa in giro nei confronti del popolo italiano», sostiene l’ex generale.

Da qui il riferimento al precedente voto alla Camera, utilizzato da Vannacci per chiedere a Fratelli d’Italia di mantenere la stessa posizione anche a Palazzo Madama.

Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva.

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“Giorgia, devi farlo”. Vannacci a Meloni, tensione alle stelle: “Una trappola…” https://www.business.it/giorgia-devi-farlo-vannacci-a-meloni-tensione-alle-stelle-una-trappola/ Thu, 10 Sep 2026 09:22:43 +0000 https://www.business.it/?p=159368 La riforma della legge elettorale riporta al centro del confronto politico il nodo delle preferenze e del rapporto tra elettori, candidati e partiti. Alla vigilia del passaggio in Senato, Roberto Vannacci rivolge un appello diretto a Fratelli d’Italia: sostenere l’emendamento delle opposizioni per introdurre le preferenze pure, senza capilista bloccati. Il leader di Futuro Nazionale… Read More »“Giorgia, devi farlo”. Vannacci a Meloni, tensione alle stelle: “Una trappola…”

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La riforma della legge elettorale riporta al centro del confronto politico il nodo delle preferenze e del rapporto tra elettori, candidati e partiti. Alla vigilia del passaggio in Senato, Roberto Vannacci rivolge un appello diretto a Fratelli d’Italia: sostenere l’emendamento delle opposizioni per introdurre le preferenze pure, senza capilista bloccati.

Il leader di Futuro Nazionale lega la richiesta alla posizione assunta in precedenza da FdI alla Camera su una proposta analoga presentata dal suo movimento. Per Vannacci, il voto di Palazzo Madama rappresenta dunque un banco di prova sulla coerenza della forza guidata da Giorgia Meloni.

Legge elettorale e preferenze: l’appello di Vannacci a Fratelli d’Italia

La presa di posizione dell’ex generale è stata affidata ai social e si concentra sull’emendamento che punta a introdurre preferenze libere. Vannacci chiede a Fratelli d’Italia di votarlo, richiamando l’iniziativa già discussa alla Camera.

«Voti l’emendamento per le preferenze pure», afferma Vannacci, sostenendo che il testo in esame al Senato sia in linea con la proposta presentata dal suo movimento. Al centro della sua critica vi è il modello delle cosiddette preferenze miste, caratterizzato dalla presenza di candidati collocati in posizioni bloccate nelle liste.

Secondo il leader di Futuro Nazionale, questo meccanismo non consentirebbe agli elettori di esprimere una scelta pienamente diretta sui propri rappresentanti. «FdI ad oggi ha introdotto delle preferenze meticce, cioè con capilista bloccati che rappresentano una grossa presa in giro nei confronti del popolo italiano», sostiene.

Il voto al Senato e il tema della coerenza politica

Vannacci richiama esplicitamente il precedente parlamentare della Camera, rivolgendosi non soltanto a Fratelli d’Italia ma all’intera area di destra. «Mi appello a tutta la destra e, soprattutto, a Fratelli d’Italia, che alla Camera aveva votato il nostro emendamento: votate anche questo», dichiara.

Il passaggio più netto riguarda la posizione che FdI assumerà nell’Aula di Palazzo Madama. «Ne va della coerenza di FdI: perché votare sì alla Camera e votare no al Senato sulla stessa proposta?», osserva Vannacci.

L’emendamento delle opposizioni, con il Pd indicato in prima linea, mira a eliminare i candidati blindati e a ripristinare preferenze senza vincoli. Nel quadro delineato, Forza Italia e Lega risultano contrarie alla modifica, mentre Fratelli d’Italia è chiamata a definire la propria linea.

Liste bloccate, il manifesto di FdI rilanciato dall’ex generale

Per rafforzare la sua argomentazione, Vannacci ha diffuso anche un vecchio manifesto di Fratelli d’Italia dedicato al tema delle liste bloccate. Il messaggio riportato nel materiale è esplicito: «No alle liste bloccate. Siano direttamente i cittadini a scegliere i parlamentari».

Il riferimento viene utilizzato dall’ex generale per evidenziare una continuità che, a suo giudizio, il partito di Giorgia Meloni dovrebbe mantenere anche nell’attuale confronto al Senato. La discussione sulle preferenze, in questo modo, assume un rilievo che supera l’aspetto tecnico della riforma.

La questione investe infatti il principio della rappresentanza politica: da un lato la selezione dei candidati da parte delle segreterie e la presenza di capilista bloccati, dall’altro la possibilità per gli elettori di indicare direttamente i parlamentari da eleggere.

«Ridiamo sovranità al popolo»: la posizione di Futuro Nazionale

Nella parte conclusiva del suo intervento, Vannacci colloca il voto sulle preferenze in una critica più ampia al funzionamento della politica. «Al di là delle barriere ideologiche, delle stanze del potere, delle manovre di palazzo e di una politica rancida e stantia, dovrebbe contare una cosa su tutte: l’obiettivo di fare il bene dell’Italia e degli italiani», afferma.

Il leader di Futuro Nazionale sostiene che i cittadini debbano poter tornare a scegliere i propri rappresentanti senza listini bloccati né posti riservati, secondo la sua definizione, agli «unti» delle segreterie di partito. Da qui il richiamo finale alla sovranità popolare.

«Ridiamo agli italiani il diritto di scegliere chi li rappresenta. Ridiamo sovranità al popolo», conclude Vannacci. Il voto del Senato sulla legge elettorale sarà quindi il prossimo passaggio per verificare la posizione di Fratelli d’Italia sull’introduzione delle preferenze pure e gli equilibri nella maggioranza.

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Auto cinesi alla conquista dell’Italia: il “Decreto BYD”. https://www.business.it/auto-cinesi-alla-conquista-dellitalia-il-decreto-byd/ Thu, 10 Sep 2026 07:40:33 +0000 https://www.business.it/?p=159356 Il “Decreto BYD” non è un vero provvedimento pubblico, ma una campagna commerciale privata che offre vantaggi fino a 11.600 euro. Dietro questa operazione, però, si intravede una questione molto più grande: la crescente pressione esercitata dall’industria automobilistica cinese sul mercato italiano ed europeo. Che cos’è realmente il “Decreto BYD” Il nome è stato scelto… Read More »Auto cinesi alla conquista dell’Italia: il “Decreto BYD”.

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Il “Decreto BYD” non è un vero provvedimento pubblico, ma una campagna commerciale privata che offre vantaggi fino a 11.600 euro. Dietro questa operazione, però, si intravede una questione molto più grande: la crescente pressione esercitata dall’industria automobilistica cinese sul mercato italiano ed europeo.

Che cos’è realmente il “Decreto BYD”

Il nome è stato scelto per attirare immediatamente l’attenzione degli automobilisti, ma il cosiddetto “Decreto BYD” non è una legge, non è stato approvato dal governo e non prevede l’impiego di risorse statali. Si tratta di una promozione finanziata direttamente dalla casa automobilistica cinese, valida in Italia nel mese di settembre 2026.

L’iniziativa offre vantaggi che possono raggiungere gli 11.600 euro per chi decide di acquistare uno dei modelli della gamma Super Ibrida DM-i. L’importo effettivo dipende però dalla vettura, dall’allestimento e dalle condizioni previste dalla promozione. Non significa, quindi, che ogni acquirente abbia automaticamente diritto allo sconto massimo pubblicizzato.

La comunicazione scelta dall’azienda è volutamente provocatoria. BYD utilizza parole e formule tipiche dell’intervento pubblico per presentarsi come un soggetto capace di rispondere velocemente alle difficoltà degli automobilisti, mentre gli incentivi statali restano spesso legati a procedure, limiti di bilancio e tempi più lunghi.

Una campagna costruita come una misura pubblica

Il messaggio alla base dell’operazione è semplice: mentre la politica discute di incentivi, transizione energetica e rinnovo del parco circolante, BYD interviene direttamente sul prezzo. È una strategia particolarmente efficace in Italia, dove molte famiglie rinviano l’acquisto di una nuova automobile a causa dei costi elevati e dell’incertezza economica.

La casa cinese ha concentrato la promozione soprattutto sulle ibride plug-in, considerate una soluzione intermedia tra i motori tradizionali e l’elettrico puro. Queste vetture permettono di effettuare una parte degli spostamenti utilizzando la batteria, mantenendo però il motore termico per i viaggi più lunghi.

In questo modo BYD prova a conquistare anche quella parte del pubblico che guarda con interesse alla mobilità elettrica, ma teme ancora la scarsa diffusione delle colonnine, i tempi di ricarica e i problemi di autonomia. L’ibrido plug-in diventa così uno strumento commerciale fondamentale per raggiungere una fascia molto più ampia di automobilisti.

Perché BYD può permettersi sconti così consistenti

La forza di BYD non deriva soltanto dalle dimensioni raggiunte nel mercato cinese. L’azienda ha costruito negli anni un sistema produttivo fortemente integrato e controlla direttamente numerose fasi della realizzazione di un’automobile: dalle batterie ai motori elettrici, fino ai sistemi elettronici e alle piattaforme tecnologiche.

Questa struttura consente al gruppo di ridurre la dipendenza dai fornitori esterni, contenere i costi e modificare rapidamente prezzi e strategie commerciali. Per molte case europee, invece, la produzione dipende da una lunga rete di imprese specializzate, distribuite in diversi Paesi e sottoposte a costi energetici e industriali più elevati.

Il vantaggio cinese non può quindi essere spiegato esclusivamente con il costo del lavoro. Dietro la crescita di BYD ci sono investimenti decennali, economie di scala, controllo della tecnologia delle batterie e una capacità produttiva che ha ormai raggiunto dimensioni globali.

La crisi cinese spinge le aziende verso l’Europa

L’espansione internazionale dei costruttori cinesi è accelerata anche a causa del rallentamento del loro mercato interno. In Cina la concorrenza è diventata estremamente dura: decine di marchi combattono sul prezzo, i margini si riducono e la domanda non cresce più con la stessa velocità registrata negli anni precedenti.

Ad agosto 2026 le vendite automobilistiche interne cinesi sono diminuite del 23,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le esportazioni, invece, hanno registrato un aumento del 77,5%, mentre quelle dei modelli elettrici e ibridi plug-in sono cresciute ancora più rapidamente.

Anche BYD sta spostando progressivamente il proprio baricentro fuori dalla Cina. Nello stesso mese le sue consegne internazionali sono aumentate del 134,5%, arrivando a quasi 190 mila veicoli. Per la prima volta, nel primo semestre del 2026, il gruppo ha ottenuto oltre metà dei propri ricavi dai mercati esteri.

L’Europa non rappresenta quindi un’espansione occasionale, ma uno dei principali sbocchi necessari per utilizzare l’enorme capacità produttiva costruita negli stabilimenti cinesi.

L’avanzata dei marchi cinesi in Italia

Il fenomeno non riguarda soltanto BYD. Sul mercato italiano stanno guadagnando terreno anche MG, appartenente al gruppo Saic, oltre a Chery, Omoda, Jaecoo, Leapmotor e altri costruttori asiatici. Questi marchi propongono automobili ricche di tecnologia, con dotazioni di serie generose e prezzi spesso inferiori rispetto ai modelli europei equivalenti.

Secondo i dati sulle immatricolazioni riportati dalla stampa specializzata, ad agosto 2026 BYD avrebbe consegnato in Italia 2.580 automobili, con una crescita del 194,9% rispetto allo stesso mese del 2025 e una quota mensile vicina al 3,7%.

Il dato assume ancora più importanza se inserito nel contesto generale. Nel 2025 i marchi cinesi avevano già raddoppiato la propria presenza in Europa, raggiungendo complessivamente circa il 6% del mercato. In Italia e Spagna la loro quota si era avvicinata al 9%, mentre nei primi mesi del 2026 la penetrazione a livello europeo avrebbe superato quella soglia.

Perché i dazi europei non sono sufficienti

Bruxelles ha provato a rallentare questa avanzata introducendo dazi compensativi sulle automobili elettriche prodotte in Cina. Al termine di un’indagine sui sussidi pubblici ricevuti dalla filiera cinese, l’Unione europea ha applicato un’aliquota aggiuntiva del 17% alle vetture BYD. Per altri produttori, come Geely e Saic, le percentuali risultano ancora più elevate.

Il provvedimento presenta però alcuni limiti. I dazi colpiscono principalmente le automobili completamente elettriche importate dalla Cina, mentre non coinvolgono nello stesso modo le ibride plug-in. Proprio queste ultime rappresentano uno degli strumenti utilizzati da BYD per accelerare la propria crescita in Italia.

Inoltre, la disponibilità di margini industriali e la capacità di ridurre i costi permettono ai grandi gruppi cinesi di assorbire almeno una parte dell’impatto dei dazi. Alcune aziende stanno anche costruendo stabilimenti in Europa, soprattutto nei Paesi dell’Est, per avvicinarsi ai mercati di destinazione ed evitare gli ostacoli applicati alle importazioni dirette.

I 300 milioni stanziati dal governo italiano

Mentre BYD interviene sul fronte delle vendite, il governo italiano cerca di sostenere la trasformazione della filiera nazionale. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha destinato 300 milioni di euro ai cosiddetti mini contratti di sviluppo per finanziare nuovi progetti nel settore automobilistico.

Le risorse dovrebbero sostenere la mobilità sostenibile e connessa, la componentistica, le tecnologie avanzate, la ricerca, la riconversione degli stabilimenti e la formazione dei lavoratori. Il 60% della dotazione dovrebbe essere riservato ai programmi presentati da piccole e medie imprese e reti d’impresa.

Non si tratta, però, di denaro destinato direttamente agli automobilisti. La misura italiana finanzia investimenti produttivi che possono richiedere anni prima di generare risultati, mentre la promozione di BYD agisce immediatamente sul prezzo pagato dai clienti. I due interventi hanno quindi finalità e destinatari completamente differenti.

La loro coincidenza temporale mostra però la diversa velocità con cui si muovono i protagonisti di questa partita. Da una parte lo Stato prova ad accompagnare la riconversione del sistema industriale; dall’altra un costruttore cinese può modificare in poche settimane prezzi, offerte e campagne pubblicitarie.

La debolezza strutturale dell’automotive italiano

Il settore italiano affronta questa competizione partendo da una posizione particolarmente delicata. Un’analisi della Commissione europea ha evidenziato segnali di progressiva deindustrializzazione dell’automotive in Italia, Germania e Francia.

La produzione italiana rimane nettamente inferiore ai livelli precedenti alla pandemia. Tra il 2018 e il 2023 le vendite mondiali dei marchi tradizionalmente italiani sono diminuite del 18,4%, mentre la loro quota globale è scesa dell’11%. Il ritardo risulta ancora più evidente nel mercato delle automobili completamente elettriche.

L’Italia continua a possedere competenze importanti nella progettazione, nella meccanica e nella componentistica, ma non controlla in misura sufficiente le tecnologie che stanno assumendo un ruolo centrale nella nuova automobile: batterie, semiconduttori, software, sistemi elettronici e piattaforme elettriche.

La transizione, quindi, non richiede soltanto la sostituzione dei motori a benzina e diesel. Comporta una trasformazione completa del prodotto, degli stabilimenti e delle professionalità necessarie per costruirlo.

Il rischio per la componentistica e l’occupazione

La principale preoccupazione non riguarda soltanto il numero di automobili cinesi vendute. Il rischio è che l’Europa perda progressivamente anche le attività industriali a maggiore valore aggiunto. La componentistica può rappresentare una parte considerevole del valore complessivo di una vettura e l’Italia possiede una vasta rete di imprese specializzate che lavorano per i principali costruttori europei.

Secondo l’allarme lanciato dall’Anfia, senza misure adeguate le esportazioni italiane di componenti potrebbero subire una contrazione molto pesante entro il 2028. Per questo l’associazione ha chiesto all’Unione europea una politica commerciale più severa nei confronti dei veicoli e dei componenti provenienti dalla Cina.

Anche l’apertura di stabilimenti cinesi in Europa non garantisce automaticamente la tutela della filiera. Se gli impianti dovessero occuparsi prevalentemente dell’assemblaggio finale, continuando a importare batterie ed elettronica dalla Cina, la parte più importante della produzione resterebbe sotto il controllo dei gruppi asiatici.

Una sfida industriale, non soltanto commerciale

Il “Decreto BYD” rappresenta soltanto il volto più evidente di una trasformazione già in corso. La Cina possiede una grande capacità produttiva, controlla una parte decisiva della filiera delle batterie e dispone di aziende in grado di modificare rapidamente prezzi e offerte. L’Europa risponde con dazi, incentivi e programmi industriali, ma si muove con tempi inevitabilmente più lunghi.

Per i consumatori italiani, l’aumento della concorrenza può tradursi in prezzi più accessibili, maggiore scelta e diffusione più rapida delle nuove tecnologie. Per il sistema industriale, invece, emerge il pericolo di una crescente dipendenza dall’estero.

La vera partita non consiste semplicemente nello stabilire quante automobili BYD saranno vendute nei prossimi mesi. La questione decisiva è capire dove saranno progettate e prodotte le vetture del futuro, chi controllerà batterie e software e quanta parte del valore industriale resterà in Italia e in Europa. È su questo terreno che si deciderà il futuro dell’automotive nazionale.

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“Bugiarda!”. Mosca furiosa con Giorgia Meloni: cosa succede https://www.business.it/8220-bugiarda-8221-mosca-furiosa-con-giorgia-meloni-cosa-succede/ Wed, 09 Sep 2026 14:28:12 +0000 https://www.business.it/?p=159343 Le dichiarazioni di Serghei Lavrov tornano a spostare l’attenzione sul difficile confronto diplomatico che accompagna la guerra tra Russia e Ucraina. Il ministro degli Esteri di Mosca ha contestato le richieste europee per una sospensione immediata dei combattimenti, sostenendo che dietro l’appello al dialogo vi sarebbe un obiettivo differente da quello ufficialmente indicato. Nel suo… Read More »“Bugiarda!”. Mosca furiosa con Giorgia Meloni: cosa succede

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Le dichiarazioni di Serghei Lavrov tornano a spostare l’attenzione sul difficile confronto diplomatico che accompagna la guerra tra Russia e Ucraina. Il ministro degli Esteri di Mosca ha contestato le richieste europee per una sospensione immediata dei combattimenti, sostenendo che dietro l’appello al dialogo vi sarebbe un obiettivo differente da quello ufficialmente indicato.

Nel suo intervento Lavrov ha chiamato in causa, tra gli altri, il presidente finlandese Alexander Stubb e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Entrambi sono stati citati come leader che hanno espresso la necessità di arrivare a un cessate il fuoco, in una fase in cui le prospettive di negoziato restano segnate da posizioni molto distanti.

Secondo la ricostruzione presentata dal capo della diplomazia russa, una tregua non servirebbe soltanto a interrompere le operazioni militari e a ridurre le conseguenze del conflitto sulla popolazione civile. Mosca ritiene invece che una pausa possa offrire alle autorità ucraine il tempo necessario per consolidare le proprie capacità difensive e riorganizzare le risorse disponibili.

Le parole di Lavrov si inseriscono in un quadro internazionale ancora complesso, nel quale le richieste di fermare le ostilità si intrecciano con il tema delle forniture militari all’Ucraina e con la ricerca di garanzie di sicurezza. Da parte russa, la proposta di una sospensione viene quindi interpretata come una questione strategica, oltre che politica e diplomatica.

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“Mi sputano…”. Giuseppe Conte, la rivelazione che spiazza tutti https://www.business.it/mi-sputano-giuseppe-conte-la-rivelazione-che-spiazza-tutti/ Tue, 08 Sep 2026 14:58:06 +0000 https://www.business.it/?p=159308 Prima il confronto politico, poi una lunga parentesi a tavola. La serata di Giuseppe Conte alla Festa dell’Unità di Villa Fastiggi, nel quartiere di Pesaro considerato tradizionalmente vicino alla sinistra, si sviluppa tra momenti di leggerezza e passaggi decisamente più politici. Dopo oltre un’ora di dibattito con Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro ed europarlamentare del Pd, il… Read More »“Mi sputano…”. Giuseppe Conte, la rivelazione che spiazza tutti

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Prima il confronto politico, poi una lunga parentesi a tavola. La serata di Giuseppe Conte alla Festa dell’Unità di Villa Fastiggi, nel quartiere di Pesaro considerato tradizionalmente vicino alla sinistra, si sviluppa tra momenti di leggerezza e passaggi decisamente più politici. Dopo oltre un’ora di dibattito con Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro ed europarlamentare del Pd, il presidente del Movimento 5 stelle si toglie la giacca e si accomoda a tavola.

L’atmosfera è conviviale, ma il confronto sui prossimi equilibri del centrosinistra non tarda a tornare al centro della scena. Conte affronta il tema delle primarie, si sofferma sul possibile ruolo di Matteo Renzi e indica nel programma uno dei passaggi fondamentali per il futuro del progetto progressista. Il tutto mentre, tra un piatto e l’altro, non mancano le battute rivolte alla platea.
Leggi anche: Primarie del centrosinistra, il sondaggio: Conte doppia Schlein

La cena e il caso della definizione “filoputiniano”

Conte assaggia diversi piatti della festa, dalla pasticciata allo stracotto di manzo, fino a concedersi un bis di cannelloni. Il momento conviviale diventa anche l’occasione per scherzare sulle ragioni della sua partecipazione alle feste dell’Unità: “Questo è il vero motivo per cui partecipo volentieri alle feste dell’Unità, mica per fare campagna per le primarie”.

Il tono cambia quando il confronto si sposta sulla posizione del Movimento 5 stelle rispetto alla guerra in Ucraina e sulla definizione di “filoputiniano”. Conte respinge con decisione l’etichetta e rivendica la propria posizione: “Ho sempre condannato l’aggressione all’Ucraina, qui non ci sono filoputiniani, è chiaro?”.

È però sulle primarie che il presidente del Movimento 5 stelle concentra uno dei passaggi politici più importanti della serata.

Conte: “Non ci sono alternative”

Il leader M5S considera la scelta del candidato alla guida dello schieramento progressista attraverso le primarie un passaggio sostanzialmente irrinunciabile. Interpellato da La Stampa, Conte usa parole nette: “Per me non ci sono alternative – spiega a La Stampa – se accettassi di individuare il leader in un altro modo, i miei mi sputerebbero”.

La sua posizione, però, non significa una chiusura rispetto a chi potrebbe prevalere nella competizione. Conte sottolinea infatti di voler rimanere al servizio del progetto progressista indipendentemente dall’esito delle primarie.

“Sono al servizio del progetto progressista, a prescindere da chi vincerà le primarie. Se sarà Schlein, la sosterremo. Non farlo sarebbe di una vigliaccheria inconcepibile”, afferma il presidente del Movimento 5 stelle.

Il riferimento è naturalmente a Elly Schlein, possibile protagonista della futura sfida per la leadership del campo progressista.

Il nodo Matteo Renzi

Più complesso appare invece il rapporto con Matteo Renzi. Alla domanda sulla possibilità che il leader di Italia Viva possa entrare nella coalizione, Conte esprime apertamente le proprie perplessità: “Per me Renzi ci fa perdere voti, prenderlo in coalizione è un errore”.

La posizione, precisa Conte, non sarebbe legata a un veto personale. Il problema riguarderebbe piuttosto la valutazione degli alleati e la compatibilità politica con il progetto da costruire.

Il riferimento è alla “affidabilità degli alleati e di coerenza sul programma”, criteri che Conte considera determinanti nella definizione dello schieramento.

La presenza di Renzi resta quindi uno dei nodi più delicati da sciogliere in vista delle primarie e della possibile costruzione di una coalizione progressista.

Onorato e Salis nello scenario delle primarie

Tra i nomi osservati con maggiore interesse da Conte c’è invece quello di Alessandro Onorato. Il suo movimento degli amministratori, secondo il presidente M5S, potrebbe avere un ruolo nella ricerca di consensi al di fuori dell’elettorato già fidelizzato.

Conte guarda infatti con interesse alla possibilità che questa esperienza possa contribuire a recuperare una parte di chi oggi non partecipa al voto: il movimento “può farci recuperare una parte degli astenuti”.

Resta poi da capire quale sarà la scelta di Silvia Salis, che secondo Conte non avrebbe ancora sciolto le proprie riserve.

Da qui prende forma lo scenario di una possibile sfida a quattro. In campo potrebbero esserci Schlein, Conte, Onorato e un quarto candidato individuato tra Renzi e Salis. Una configurazione che, se confermata, renderebbe particolarmente articolato il percorso verso la scelta del leader.

“Dovete fare questo benedetto programma”

A riportare il confronto sui contenuti è infine la platea della Festa dell’Unità. Al di là dei nomi e delle possibili candidature, arriva una richiesta precisa: “Dovete fare questo benedetto programma”.

Conte raccoglie il messaggio e indica anche una possibile tempistica per arrivare alla definizione dei contenuti condivisi: “Entro fine ottobre possiamo scriverlo. Questo ci chiedono i nostri elettori”.

Il programma diventa così uno dei passaggi centrali del percorso, insieme alla scelta del candidato e alla definizione degli alleati. La partita delle primarie resta ancora aperta, ma Conte chiarisce che la costruzione del progetto progressista dovrà passare anche dalla capacità di mettere nero su bianco una proposta politica condivisa.

La serata di Villa Fastiggi si conclude infine con una battuta del presidente M5S sul rapporto con l’elettorato democratico: “Anche tra quelli del Pd ho un certo seguito”.

Tra ironia e posizioni nette, Conte lascia quindi la Festa dell’Unità avendo fissato alcuni punti della propria linea politica: primarie come metodo per individuare il leader, disponibilità a sostenere chiunque vinca la competizione, forti perplessità sull’ingresso di Renzi nella coalizione e necessità di arrivare entro fine ottobre alla definizione del programma.

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Affitti brevi, arriva la stretta europea: limiti nelle grandi città e freno alle seconde case https://www.business.it/affitti-brevi-arriva-la-stretta-europea-limiti-nelle-grandi-citta-e-freno-alle-seconde-case/ Tue, 08 Sep 2026 14:38:13 +0000 https://www.business.it/?p=159307 Il mercato degli affitti brevi potrebbe essere vicino a una svolta. Bruxelles prepara un nuovo quadro normativo destinato a concedere maggiori poteri alle amministrazioni locali nelle città in cui trovare un’abitazione è diventato particolarmente difficile. Nel mirino finiscono soprattutto gli appartamenti trasformati stabilmente in alloggi turistici e gli acquisti di seconde case destinati all’investimento. Non… Read More »Affitti brevi, arriva la stretta europea: limiti nelle grandi città e freno alle seconde case

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Il mercato degli affitti brevi potrebbe essere vicino a una svolta. Bruxelles prepara un nuovo quadro normativo destinato a concedere maggiori poteri alle amministrazioni locali nelle città in cui trovare un’abitazione è diventato particolarmente difficile. Nel mirino finiscono soprattutto gli appartamenti trasformati stabilmente in alloggi turistici e gli acquisti di seconde case destinati all’investimento. Non si tratta, però, di un divieto generalizzato né di una misura già entrata in vigore: quella al centro del dibattito è ancora una proposta europea, il cui contenuto definitivo dovrà affrontare un lungo percorso istituzionale.

La crisi abitativa spinge l’Europa a intervenire

L’aumento dei prezzi delle abitazioni e dei canoni di locazione rappresenta ormai un problema comune a numerose città europee. La pressione risulta particolarmente forte nelle grandi aree urbane e nelle località turistiche, dove una parte consistente degli immobili viene sottratta al mercato residenziale per essere destinata agli affitti di pochi giorni.

Piattaforme come Airbnb e Booking hanno aperto nuove possibilità di guadagno per proprietari e gestori, ampliando contemporaneamente l’offerta disponibile per i visitatori. La crescita del settore ha però prodotto effetti controversi. Nei quartieri centrali delle destinazioni più frequentate, l’espansione delle locazioni turistiche viene accusata di avere ridotto il numero di case disponibili per famiglie, studenti e lavoratori.

La Commissione europea intende quindi costruire un sistema comune attraverso il futuro Affordable Housing Act. L’obiettivo non sarebbe imporre la stessa restrizione in tutto il continente, ma stabilire criteri uniformi attraverso i quali riconoscere le aree in cui esiste una reale emergenza abitativa.

Nascono le aree “sotto stress abitativo”

Il cuore della proposta riguarda l’introduzione della definizione di “area sotto stress abitativo”. Soltanto nei territori riconosciuti ufficialmente come tali le autorità competenti potrebbero adottare le limitazioni più incisive.

Secondo la bozza circolata in questi giorni, uno degli indicatori principali sarebbe il rapporto tra il costo medio di un’abitazione e il reddito disponibile della popolazione locale. Un territorio potrebbe essere considerato sotto pressione quando il prezzo medio di acquisto di una casa raggiunge o supera otto volte il reddito disponibile medio dei residenti.

La fotografia del momento, tuttavia, non sarebbe sufficiente. Il rapporto tra prezzi e redditi dovrebbe essere aumentato anche nel corso degli ultimi dieci anni. Questa seconda condizione permetterebbe di individuare i luoghi nei quali l’accesso alla casa si è progressivamente aggravato, distinguendoli da quelli tradizionalmente costosi ma caratterizzati da una situazione relativamente stabile.

Nella valutazione potrebbero entrare anche altri elementi, come l’aumento della popolazione, la disponibilità di abitazioni, il numero di immobili vuoti e l’andamento della domanda. Lo scopo sarebbe dimostrare che la difficoltà non è momentanea e che, senza un intervento, difficilmente potrà risolversi da sola.

Quali limiti potrebbero essere introdotti

Il riconoscimento dello stress abitativo non determinerebbe automaticamente la chiusura degli alloggi turistici. Offrirebbe però a Comuni, Regioni e governi nazionali una base giuridica più solida per intervenire sul mercato.

Le amministrazioni potrebbero stabilire un numero massimo di notti durante le quali un’abitazione può essere affittata ai turisti nel corso dell’anno. Potrebbero inoltre introdurre licenze obbligatorie, contingentare le autorizzazioni oppure bloccare l’apertura di nuove strutture in determinati quartieri.

Nei casi più delicati potrebbero essere adottati divieti territoriali o limiti al numero complessivo di immobili destinati alle locazioni brevi. Un’amministrazione potrebbe, per esempio, decidere di non concedere nuove autorizzazioni nel centro storico, lasciando operative quelle già esistenti oppure applicando regole differenti nelle zone periferiche.

Le misure dovrebbero comunque rispettare alcuni principi fondamentali. Dovrebbero essere motivate dall’interesse pubblico, proporzionate alla gravità della crisi, limitate al territorio interessato e applicate senza discriminazioni. La bozza sembrerebbe inoltre considerare preferibili i limiti quantitativi e la tutela delle attività già esistenti rispetto a un divieto assoluto.

Il possibile freno alla vendita delle seconde case

Uno degli aspetti più discussi riguarda la possibilità di intervenire anche sull’acquisto e sull’utilizzo degli immobili che non rappresentano l’abitazione principale. Alcuni titoli hanno parlato di uno stop alle vendite, ma la portata della proposta appare più circoscritta.

Non sarebbe prevista la sospensione generalizzata delle compravendite immobiliari. Le autorità potrebbero invece limitare, nelle sole aree sotto stress, gli acquisti finalizzati alla trasformazione delle abitazioni in seconde case, alloggi turistici o investimenti speculativi.

Il possibile intervento riguarderebbe quindi soprattutto chi compra un appartamento senza destinarlo alla propria residenza o a quella di un’altra persona. La prima casa resterebbe esclusa dal perimetro delle restrizioni. Comprare un immobile per andarci a vivere non sarebbe equiparato all’acquisto di numerose abitazioni da inserire stabilmente nel circuito degli affitti turistici.

Si tratta comunque di una materia particolarmente delicata, perché coinvolge la libertà d’impresa e il diritto di proprietà. Per questo ogni eventuale limite dovrebbe essere sostenuto da dati precisi e superare una verifica di proporzionalità.

Che cosa potrebbe cambiare nelle città italiane

In Italia l’eventuale approvazione delle nuove regole potrebbe avere conseguenze soprattutto nelle città d’arte e nelle destinazioni maggiormente esposte al turismo. Roma, Milano, Firenze, Venezia, Bologna e Napoli potrebbero essere tra le realtà da esaminare con maggiore attenzione, insieme a numerose località costiere e montane.

Questo non significa che tutte verrebbero automaticamente dichiarate sotto stress abitativo. Ciascuna area dovrebbe essere analizzata attraverso i parametri definiti dalla disciplina europea e dai successivi provvedimenti nazionali. Anche le restrizioni potrebbero cambiare da una città all’altra, in base alla gravità del problema e alle caratteristiche del mercato locale.

Le conseguenze maggiori ricadrebbero probabilmente sui proprietari di seconde case utilizzate tutto l’anno per ospitare turisti, sulle società che gestiscono numerosi appartamenti e sugli investitori che acquistano immobili esclusivamente per ricavarne rendite attraverso soggiorni brevi.

Diversa sarebbe invece la posizione di chi affitta occasionalmente la propria abitazione principale o una singola stanza. La proposta punta infatti soprattutto alle attività che assumono un carattere stabile e imprenditoriale, non al proprietario che ospita turisti per pochi periodi all’anno per integrare il proprio reddito.

Non solo divieti: il piano per aumentare le abitazioni disponibili

La strategia europea non dovrebbe limitarsi a restringere gli affitti turistici. La stessa Commissione riconosce che intervenire sulle seconde case può offrire un sollievo nel breve periodo, ma non risolve le cause strutturali della crisi.

Il piano prevede quindi anche un’accelerazione nella costruzione e nella ristrutturazione degli immobili, procedure amministrative più rapide e maggiori investimenti nell’edilizia sociale e convenzionata. Le autorità sarebbero invitate a recuperare edifici vuoti o sottoutilizzati, semplificare i cambi di destinazione e aumentare il numero di alloggi offerti a prezzi inferiori a quelli di mercato.

Un’attenzione specifica sarebbe riservata ai giovani, agli studenti, agli apprendisti e ai lavoratori essenziali, come insegnanti e operatori sanitari, che spesso non riescono più a sostenere il costo della vita nelle città in cui lavorano.

Il principio è che la crisi abitativa non possa essere attribuita esclusivamente alle piattaforme turistiche. Tra le cause figurano anche la lentezza delle autorizzazioni, la scarsità di nuovi alloggi, l’insufficienza degli investimenti pubblici, la presenza di immobili inutilizzati e la difficoltà di adattare il patrimonio edilizio alle nuove esigenze.

Perché le associazioni del settore sono preoccupate

Le organizzazioni che rappresentano proprietari e gestori di affitti brevi temono che le nuove regole possano favorire restrizioni eccessive. Secondo gli operatori, limitare indiscriminatamente gli appartamenti turistici rischierebbe di ridurre l’offerta ricettiva, danneggiare le economie locali e penalizzare le famiglie che utilizzano la seconda casa per ottenere un reddito supplementare.

Un altro punto controverso riguarda l’effettivo peso degli affitti brevi sull’aumento dei prezzi. I sostenitori della stretta ritengono che il trasferimento di molti appartamenti dal mercato residenziale a quello turistico riduca l’offerta e faccia crescere i canoni. Gli operatori replicano che il problema dipende soprattutto dalla mancanza di nuove costruzioni, dagli immobili vuoti e dalle debolezze delle politiche abitative.

Il confronto sarà quindi intenso. La normativa dovrà trovare un equilibrio tra il diritto delle persone ad accedere a un’abitazione, la libertà dei proprietari di utilizzare i propri immobili e il ruolo economico del turismo.

La proposta non è ancora una legge

La precisazione più importante riguarda i tempi. Le limitazioni descritte non sono già operative e non scatteranno automaticamente nei prossimi giorni. L’Affordable Housing Act dovrà essere presentato ufficialmente dalla Commissione europea e successivamente discusso dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.

Durante il percorso il testo potrà essere modificato anche in maniera significativa. Soltanto dopo l’approvazione definitiva sarà possibile conoscere quali poteri verranno realmente riconosciuti alle amministrazioni e con quali tempi dovranno essere applicati.

La direzione politica appare comunque chiara: Bruxelles vuole offrire alle grandi città strumenti più efficaci per proteggere il mercato residenziale dall’espansione incontrollata delle locazioni turistiche e degli investimenti sulle seconde case. Non è ancora uno stop ad Airbnb né un blocco delle vendite immobiliari, ma potrebbe diventare il primo vero quadro europeo capace di cambiare le regole del settore.

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Ora solare 2026, la data ufficiale: quando spostare le lancette https://www.business.it/ora-solare-2026-la-data-ufficiale-quando-spostare-le-lancette/ Tue, 08 Sep 2026 12:46:22 +0000 https://www.business.it/?p=159302 L’estate sta per giungere al termine e, di conseguenza, anche le giornate saranno più corte. Il passaggio dall’ora legale all’ora solare è previsto nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026, quando le lancette si sposteranno indietro di un’ora. Quando scatta il cambio d’ora Il cambio dell’ora avverrà alle 3 di notte tra… Read More »Ora solare 2026, la data ufficiale: quando spostare le lancette

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Ora solare 2026, la data ufficiale del passaggio: lancette indietro nella notte tra il 24 e il 25 ottobre

L’estate sta per giungere al termine e, di conseguenza, anche le giornate saranno più corte. Il passaggio dall’ora legale all’ora solare è previsto nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026, quando le lancette si sposteranno indietro di un’ora.

Quando scatta il cambio d’ora

Il cambio dell’ora avverrà alle 3 di notte tra il 24 e il 25 ottobre: nel momento in cui l’orologio segnerà quell’orario, tornerà indietro alle 2, facendoci guadagnare un’ora di sonno in più. Dal giorno successivo, però, farà buio prima nel pomeriggio, mentre il sole sorgerà con un’ora di anticipo rispetto all’orario segnato dall’orologio.

Cosa fare con smartphone e dispositivi

Per chi utilizza smartphone, computer, tablet e gran parte degli orologi collegati alla rete, il passaggio all’ora solare avverrà automaticamente, senza bisogno di alcun intervento manuale. Diverso il discorso per gli orologi analogici e per alcuni dispositivi non connessi a internet, per i quali sarà invece necessario spostare manualmente le lancette all’indietro.

Il dibattito sull’abolizione del cambio d’ora

In Italia si è intanto riacceso il dibattito sull’eventuale abolizione del cambio stagionale dell’ora. Lo scorso marzo la Camera ha avviato un’indagine conoscitiva sull’ipotesi di rendere permanente l’ora legale. Secondo i dati ufficiali forniti da Terna, tra il 2004 e il 2025 l’ora legale avrebbe consentito in Italia un risparmio di oltre 12 miliardi di kWh, pari a circa 2,3 miliardi di euro.

La situazione a livello europeo

Anche a livello europeo la questione resta aperta: la proposta di abolire il cambio stagionale dell’ora, presentata dalla Commissione europea già nel 2018, non è ancora giunta a una decisione definitiva, lasciando il tema irrisolto anche negli altri Paesi membri dell’Unione.

Il calendario dei prossimi cambi d’ora

Per i prossimi mesi, il calendario del cambio d’ora prevede due appuntamenti: il ritorno all’ora solare il 25 ottobre 2026, e il successivo passaggio all’ora legale, salvo eventuali modifiche normative, fissato per il 28 marzo 2027.

Fonte: Sky TG24, con dati Terna e Ansa

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“Chi vince le elezioni”. Sondaggi, i numeri parlano chiarissimo: gli italiani hanno già deciso https://www.business.it/chi-vince-le-elezioni-sondaggi-i-numeri-parlano-chiarissimo-gli-italiani-hanno-gia-deciso/ Tue, 08 Sep 2026 08:01:08 +0000 https://www.business.it/?p=159292 Il confronto tra le principali aree politiche torna a giocarsi su un margine minimo. L’ultima rilevazione SWG per il Tg La7 colloca il centrodestra al 40,4% e il blocco formato da Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra al 39,9%. A rendere più complesso il quadro è il dato di Futuro nazionale, il movimento… Read More »“Chi vince le elezioni”. Sondaggi, i numeri parlano chiarissimo: gli italiani hanno già deciso

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Il confronto tra le principali aree politiche torna a giocarsi su un margine minimo. L’ultima rilevazione SWG per il Tg La7 colloca il centrodestra al 40,4% e il blocco formato da Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra al 39,9%. A rendere più complesso il quadro è il dato di Futuro nazionale, il movimento di Roberto Vannacci, indicato al 7,7% e fuori dalle coalizioni tradizionali.

Il sondaggio non rappresenta una previsione elettorale, ma misura gli orientamenti del momento. La distanza di mezzo punto tra i due schieramenti evidenzia tuttavia un sistema nel quale la collocazione delle forze minori e le future intese potrebbero incidere in modo rilevante sui rapporti di forza.

Fratelli d’Italia primo partito, difficoltà per gli alleati

Fratelli d’Italia resta il primo partito nella rilevazione con il 26,8%, dato invariato rispetto alla settimana precedente. La formazione guidata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni conserva un vantaggio netto sui concorrenti, pur restando sotto le percentuali superiori al 30% ottenute in diverse rilevazioni degli ultimi anni.

All’interno del centrodestra, il peso di Fratelli d’Italia rimane quindi centrale. Gli altri alleati sono invece accreditati di risultati più contenuti: Forza Italia scende al 6,9%, con una flessione di due decimi, mentre la Lega è stimata al 5,7%.

Nel partito guidato da Matteo Salvini prosegue inoltre il confronto interno in vista dell’appuntamento di Pontida del 20 settembre. Il dibattito riguarda la linea politica e il rapporto tra la componente più vicina al segretario e quanti chiedono maggiore attenzione alle istanze del Nord e una distanza più marcata dall’estrema destra.

Noi moderati chiude il perimetro della coalizione con l’1%, in calo di un decimo. La somma delle liste di centrodestra porta il blocco al 40,4%, un dato che si inserisce anche nel confronto sulla possibile riforma della legge elettorale e sull’ipotesi di una soglia per il premio di maggioranza ridotta dal 42% al 41%.

Futuro nazionale al 7,7%: il dato di Roberto Vannacci

Tra le forze non collocate stabilmente nei due principali schieramenti, il risultato più rilevante è quello di Futuro nazionale. Il movimento associato a Roberto Vannacci sale al 7,7%, crescendo di due decimi rispetto alla precedente rilevazione e superando sia Forza Italia sia la Lega.

Secondo il quadro delineato dal sondaggio, una parte di questi consensi proviene da elettori insoddisfatti dell’offerta di destra, mentre un’altra componente sarebbe formata da persone che in passato avevano scelto l’astensione. Il dato attribuisce alla formazione un peso potenzialmente significativo nella definizione degli equilibri politici.

Resta aperta la questione della futura collocazione del movimento. Un’eventuale intesa con il centrodestra modificherebbe i numeri della coalizione e i suoi rapporti interni, mentre la scelta di restare autonoma confermerebbe la presenza di un soggetto rilevante esterno ai tradizionali blocchi.

Pd, M5S e Avs al 39,9%: opposizione vicina al centrodestra

Sul fronte opposto, il Partito democratico è rilevato al 20,6%, in diminuzione di un decimo. Il dato riporta il partito guidato da Elly Schlein nella fascia compresa tra il 19% e il 21%, dopo la crescita registrata in occasione delle elezioni europee.

Il Movimento 5 Stelle si attesta al 12,5%, perdendo due decimi. Segno positivo invece per Alleanza Verdi-Sinistra, che guadagna un decimo e raggiunge il 6,8%. La somma delle tre forze arriva così al 39,9%, appena mezzo punto al di sotto del centrodestra.

La vicinanza numerica non equivale a un risultato già definito alle urne: le percentuali dei singoli partiti non possono essere automaticamente sovrapposte a quelle di un’alleanza elettorale. Il rilevamento certifica però una competizione molto ravvicinata tra i due campi principali.

Campo largo e partiti esterni: tutti i numeri del sondaggio

Nell’area che potrebbe confluire nel cosiddetto campo largo, Italia Viva sale al 2,5% e +Europa all’1,4%, entrambe in crescita di un decimo. Considerando insieme Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa, la somma teorica raggiungerebbe il 43,8%, senza che questo dato indichi l’esistenza di un accordo politico o elettorale.

Tra gli altri soggetti non riconducibili ai due schieramenti principali, Azione di Carlo Calenda resta al 3,2%, mentre Sud chiama Nord raggiunge l’1%, con un incremento di un decimo. In un contesto così equilibrato, i partiti fuori dalle coalizioni possono rappresentare un fattore importante nella costruzione delle future maggioranze.

La rilevazione SWG restituisce dunque un quadro segnato da distanze ridotte, dalla tenuta di Fratelli d’Italia come primo partito e dalla crescita di Futuro nazionale. Gli orientamenti registrati indicano che la sfida tra centrodestra e opposizioni resta aperta, con le alleanze e la distribuzione dei consensi destinate a essere decisive.

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Terremoto politico in Germania, AfD vola al 43,8%: crollano la Cdu di Merz e la Spd https://www.business.it/terremoto-politico-in-germania-afd-vola-al-438-crollano-la-cdu-di-merz-e-la-spd/ Mon, 07 Sep 2026 20:23:45 +0000 https://www.business.it/?p=159276 La Germania si sveglia davanti a un risultato elettorale destinato a pesare ben oltre i confini della Sassonia-Anhalt. Alternative für Deutschland ha conquistato il 43,8% dei voti nelle elezioni regionali del 6 settembre, diventando nettamente la prima forza politica del Land e avvicinandosi alla maggioranza assoluta nel Parlamento di Magdeburgo. Per la Cdu del cancelliere… Read More »Terremoto politico in Germania, AfD vola al 43,8%: crollano la Cdu di Merz e la Spd

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La Germania si sveglia davanti a un risultato elettorale destinato a pesare ben oltre i confini della Sassonia-Anhalt. Alternative für Deutschland ha conquistato il 43,8% dei voti nelle elezioni regionali del 6 settembre, diventando nettamente la prima forza politica del Land e avvicinandosi alla maggioranza assoluta nel Parlamento di Magdeburgo.

Per la Cdu del cancelliere Friedrich Merz, ferma al 17,2%, si tratta di una sconfitta dalle dimensioni difficilmente contestabili. Il voto segna anche un nuovo arretramento della Spd e mette sotto pressione l’intero sistema politico tedesco, chiamato ora a trovare una maggioranza senza ignorare il peso raggiunto dall’AfD.

Un risultato senza precedenti per l’AfD

L’AfD ha ottenuto 39 degli 83 seggi del Parlamento regionale. Per governare da sola ne avrebbe avuto bisogno di 42: appena tre in più. Un dato che restituisce meglio delle percentuali la portata del successo ottenuto dal partito guidato nel Land da Ulrich Siegmund.

Rispetto alle precedenti elezioni regionali, quando si era fermata poco sopra il 20%, l’AfD ha più che raddoppiato i propri consensi. Non si è limitata a vincere nelle tradizionali roccaforti rurali, ma è risultata la forza più votata in tutti i 218 comuni della Sassonia-Anhalt.

Lo stesso Siegmund ha conquistato il mandato diretto nel collegio di Genthin con il 49% dei voti, superando nettamente il candidato della Cdu. Per l’AfD il risultato rappresenta quindi non soltanto una protesta contro i partiti tradizionali, ma un’investitura politica che i suoi dirigenti intendono utilizzare per rivendicare la guida del governo regionale.

Anche l’affluenza, salita a circa il 77%, conferma che non si è trattato di una vittoria favorita dalla diserzione degli elettori. La partecipazione è aumentata sensibilmente e ha accompagnato una profonda redistribuzione dei consensi.

La disfatta della Cdu e il colpo per Friedrich Merz

La principale sconfitta è la Cdu, che precipita al 17,2% e ottiene 15 seggi. Nelle elezioni del 2021 aveva raccolto oltre il 37% ed era riuscita ad arginare l’avanzata dell’AfD. In pochi anni il partito ha quindi perso circa venti punti percentuali e gran parte del proprio ruolo dominante nella regione.

Il risultato coinvolge direttamente il cancelliere Friedrich Merz. Sebbene si trattasse di un’elezione regionale, la campagna ha assunto rapidamente una dimensione nazionale. Gli avversari hanno trasformato il voto in un giudizio sul governo federale, sulle riforme economiche e sociali e sulla capacità dell’esecutivo di affrontare i problemi della sicurezza e dell’immigrazione.

Merz ha ammesso la gravità della sconfitta, dichiarandosi profondamente scosso dal risultato, ma ha escluso le dimissioni. Il cancelliere ha ribadito l’intenzione di proseguire sulla strada delle riforme e di mantenere gli impegni internazionali della Germania, compreso il sostegno all’Ucraina.

La linea, tuttavia, rischia di diventare sempre più difficile da difendere. Un rilevamento realizzato in occasione delle elezioni ha indicato che l’87% degli elettori della Sassonia-Anhalt è insoddisfatto dell’operato del governo federale. In questo clima la Cdu non è riuscita a presentarsi come un’alternativa credibile all’interno dello stesso campo conservatore.

Spd ancora sotto il 10%, soffrono i partiti tradizionali

La crisi non riguarda soltanto la Cdu. La Spd si è fermata al 9,3%, conquistando appena otto seggi. Per un partito che ha segnato oltre un secolo di storia politica tedesca, il risultato rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme.

I Verdi hanno raggiunto l’8,9%, mentre Die Linke ha ottenuto l’8,6%. Entrambe le formazioni disporranno di otto rappresentanti nel nuovo Parlamento regionale. Il Bündnis Sahra Wagenknecht, conosciuto con la sigla BSW, ha invece superato di misura la soglia di sbarramento, attestandosi intorno al 5% e conquistando cinque seggi.

La Fdp, con il 2,6%, resta fuori dal Parlamento. Il quadro restituisce l’immagine di un sistema politico fortemente frammentato, nel quale l’AfD occupa da sola uno spazio elettorale paragonabile a quello di quasi tutti gli altri partiti messi insieme.

Immigrazione, sicurezza ed economia al centro del voto

Il successo dell’AfD è maturato in un territorio dell’ex Germania orientale segnato da difficoltà economiche, invecchiamento della popolazione e dalla percezione di essere rimasto ai margini delle grandi decisioni nazionali.

Durante la campagna elettorale il partito ha insistito soprattutto sull’immigrazione, promettendo un aumento dei rimpatri, limiti più severi all’accoglienza e maggiori obblighi per i richiedenti asilo. Anche la sicurezza interna ha occupato una posizione centrale nel messaggio rivolto agli elettori.

A questi temi si sono aggiunte le preoccupazioni per la debolezza dell’economia tedesca, il costo dell’energia, le pensioni e il futuro dell’industria. L’AfD è riuscita a raccogliere una parte consistente del malcontento contro le riforme del governo, presentandosi come l’unica forza realmente estranea alle scelte compiute a Berlino.

La strategia dei partiti tradizionali di adottare posizioni più rigide sull’immigrazione non sembra aver frenato questa crescita. Al contrario, molti elettori hanno preferito affidarsi alla formazione che da anni identifica il controllo delle frontiere come una delle proprie battaglie principali.

Il nodo della guerra in Ucraina e dei rapporti con la Russia

La politica estera ha avuto un ruolo importante nella competizione. L’AfD contesta l’invio di armi all’Ucraina, chiede una normalizzazione dei rapporti con Mosca e critica le sanzioni economiche contro la Russia. Posizioni che incontrano maggiore consenso in alcune regioni orientali rispetto alla media nazionale.

Anche il BSW di Sahra Wagenknecht ha assunto una linea critica verso il sostegno militare a Kiev. Proprio questa vicinanza su alcuni temi internazionali potrebbe diventare rilevante durante le trattative per la formazione del nuovo governo regionale.

Merz, al contrario, ha confermato che la Germania non rinuncerà al sostegno all’Ucraina. Il cancelliere ha collegato la sicurezza tedesca alla necessità di opporsi alla pressione russa e alle operazioni di destabilizzazione attribuite a Mosca.

Il voto regionale non può essere interpretato esclusivamente come un referendum sulla guerra, ma mostra una crescente distanza tra la linea seguita dal governo federale e una parte significativa dell’elettorato dell’Est.

La maggioranza dipende dal BSW

La vittoria non consegna automaticamente il governo all’AfD. Il partito dispone di 39 seggi, mentre la maggioranza assoluta è fissata a 42. Ulrich Siegmund deve quindi trovare almeno tre voti esterni.

Sul piano aritmetico, un accordo con il BSW porterebbe la coalizione a 44 seggi. Sarebbe una maggioranza sufficiente, costruita tra due forze molto diverse sotto il profilo ideologico ma accomunate dalla critica alle politiche migratorie e alla linea occidentale sulla guerra in Ucraina.

L’altra possibilità sarebbe una vasta coalizione composta da Cdu, Spd, Verdi, Linke e BSW. Insieme questi partiti raggiungerebbero 44 seggi e potrebbero escludere l’AfD dal governo, ma dovrebbero superare profonde incompatibilità programmatiche.

La cosiddetta “Brandmauer”, il cordone sanitario con il quale la Cdu e gli altri partiti hanno finora escluso qualsiasi collaborazione con l’AfD, resta formalmente in piedi. Merz ha assicurato che non vi saranno accordi né passaggi di singoli deputati. La pressione politica, tuttavia, è destinata ad aumentare: lasciare fuori dal governo una forza vicina al 44% potrebbe alimentare ulteriormente la narrativa dell’AfD contro il sistema dei partiti.

Un segnale che va oltre la Sassonia-Anhalt

La Sassonia-Anhalt conta poco più di due milioni di abitanti, ma il suo voto ha assunto un significato nazionale ed europeo. Per la prima volta l’AfD ha sfiorato la possibilità di governare da sola un Land e si è imposta con un margine enorme sulla Cdu.

La vittoria offre al partito una piattaforma dalla quale puntare alle successive elezioni regionali e rafforza la sua ambizione di trasformarsi in una forza di governo anche a livello federale. Allo stesso tempo, indebolisce Merz e riapre il dibattito sulla strategia adottata dai partiti moderati per contenere l’avanzata della destra radicale.

Il risultato indica che la semplice esclusione dell’AfD dalle alleanze potrebbe non essere più sufficiente. I partiti tradizionali dovranno affrontare le ragioni economiche, sociali e territoriali che alimentano il voto di protesta, senza limitarsi a condannarne l’espressione politica.

La Germania entra in una fase di forte instabilità

Le trattative per formare il governo della Sassonia-Anhalt saranno il primo banco di prova. Se l’AfD riuscisse a trovare gli alleati necessari, potrebbe guidare il primo esecutivo regionale della propria storia. Se invece venisse esclusa, nascerebbe probabilmente una coalizione molto ampia e politicamente fragile.

In entrambi i casi, il voto del 6 settembre rappresenta uno spartiacque. La Cdu e la Spd escono ridimensionate, il cancelliere Merz appare più vulnerabile e l’AfD può rivendicare un consenso che non è più circoscritto a una minoranza radicale.

La domanda, ora, non riguarda soltanto chi governerà a Magdeburgo. Il vero interrogativo è se quanto accaduto in Sassonia-Anhalt resterà un fenomeno regionale oppure anticiperà una trasformazione più profonda degli equilibri politici tedeschi ed europei.

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Automobilisti, arriva lo stop per questi motori dal 1° ottobre: chi rischia la multa https://www.business.it/automobilisti-arriva-lo-stop-per-questi-motori-dal-1-ottobre-chi-rischia-la-multa/ Mon, 07 Sep 2026 18:08:33 +0000 https://www.business.it/?p=159270 Dal 1° ottobre 2026 entreranno in vigore le limitazioni alla circolazione per le auto diesel Euro 5 in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Il provvedimento interesserà innanzitutto i Comuni con oltre 100mila abitanti e riguarderà i veicoli immatricolati, in linea generale, fra il 2011 e l’agosto 2015. Le regole non saranno identiche in tutte le… Read More »Automobilisti, arriva lo stop per questi motori dal 1° ottobre: chi rischia la multa

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Blocco diesel Euro 5 dal 1° ottobre 2026 in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna

Dal 1° ottobre 2026 entreranno in vigore le limitazioni alla circolazione per le auto diesel Euro 5 in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Il provvedimento interesserà innanzitutto i Comuni con oltre 100mila abitanti e riguarderà i veicoli immatricolati, in linea generale, fra il 2011 e l’agosto 2015.

Le regole non saranno identiche in tutte le Regioni: orari, durata stagionale e possibili deroghe potranno infatti variare in base alle disposizioni locali. Per chi non rispetterà i divieti previsti nelle aree interessate, le sanzioni possono arrivare fino a 679 euro.

Blocco diesel Euro 5: quali veicoli e Comuni sono coinvolti

Il blocco dei diesel Euro 5 si applicherà con priorità nei centri urbani dei Comuni sopra la soglia dei 100mila residenti. La misura è stata definita dopo il rinvio di un anno rispetto alla data inizialmente indicata, fissata al 1° ottobre 2025.

La modifica approvata in Parlamento ha ristretto la platea territoriale: la normativa originaria prevedeva infatti l’estensione del divieto nei Comuni con più di 30mila abitanti. Resta comunque necessario verificare le ordinanze e i provvedimenti adottati dai singoli enti locali.

Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva

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“Alla festa loro…”. Terremoto nel Pd, Silvia Salis beccata così: scoppia la bufera https://www.business.it/alla-festa-loro-terremoto-nel-pd-silvia-salis-beccata-cosi-scoppia-la-bufera/ Mon, 07 Sep 2026 17:11:02 +0000 https://www.business.it/?p=159273 La presenza di Silvia Salis alla Festa dell’Unità di Modena ha scatenato un vero e proprio terremoto politico all’interno del Partito Democratico e nell’intera coalizione del campo largo. Bastano pochissimi scatti fotografici per accendere le discussioni e trasformare un semplice appuntamento estivo in un caso nazionale. L’evento emiliano ha visto la prima cittadina di Genova… Read More »“Alla festa loro…”. Terremoto nel Pd, Silvia Salis beccata così: scoppia la bufera

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La presenza di Silvia Salis alla Festa dell’Unità di Modena ha scatenato un vero e proprio terremoto politico all’interno del Partito Democratico e nell’intera coalizione del campo largo. Bastano pochissimi scatti fotografici per accendere le discussioni e trasformare un semplice appuntamento estivo in un caso nazionale. L’evento emiliano ha visto la prima cittadina di Genova muoversi con estrema disinvoltura tra i volontari e i dirigenti dem, ma sono stati alcuni dettagli specifici a far scattare l’allarme nelle chat dei dirigenti democratici.

Gli scatti della discordia e le manovre interne

A gettare benzina sul fuoco sono state in particolare due immagini diffuse dalla testata ligure Primocanale, entrambe cariche di significati politici impliciti. La prima fotografia ritrae la sindaca di Genova al fianco di Alessandro Terrile e Simone D’Angelo. Questa composizione ha immediatamente insospettito la dirigenza ligure, proprio mentre ci si avvicina a un congresso regionale che si preannuncia infuocato. Terrile rappresenta infatti un perno fondamentale negli equilibri del partito, mentre D’Angelo è un consigliere regionale privo di ruoli formali all’interno della struttura democratica attuale. La scelta di farsi accompagnare da quest’ultimo, escludendo figure di spicco come il segretario provinciale Francesco Tognoni e il segretario regionale Davide Natale, è apparsa a molti come un segnale politico ben preciso, studiato per lanciare un messaggio alla leadership locale.

La vicinanza al popolo dem e le ambizioni future

La seconda immagine ha sollevato interrogativi ancora più profondi sul futuro dell’asse progressista. Nello scatto in questione si vede Silvia Salis perfettamente integrata tra i volontari della festa, intenta a distribuire le frittelle agli stand gastronomici. Questo atteggiamento spigliato, unito alla cena con Stefano Bonaccini e a una lunga serie di abbracci, selfie e applausi, mostra una figura capace di parlare con naturalezza alla base del partito. Non si è trattato della visita formale di un ospite di passaggio, ma dell’esibizione di una leadership spontanea che il popolo dem guarda con crescente attenzione. Nonostante le continue smentite da parte della diretta interessata, cresce l’ipotesi che la sindaca possa assumere in futuro il ruolo di federatrice del centro o dell’intera coalizione di centrosinistra, forte anche della pubblicazione del suo prossimo libro per Feltrinelli e di un consenso sempre più trasversale.

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De Laurentiis contro Schlein: bufera sulle frasi al tavolo di Forza Italia https://www.business.it/de-laurentiis-contro-schlein-bufera-sulle-frasi-al-tavolo-di-forza-italia/ Mon, 07 Sep 2026 16:23:03 +0000 https://www.business.it/?p=159267 Un episodio controverso ha visto protagonista Aurelio De Laurentiis nel corso di un pranzo informale tenutosi sulla terrazza del prestigioso Hotel De Bonart. L’evento si è svolto a margine della conferenza stampa organizzata per presentare il prossimo congresso regionale di Forza Italia. Mentre lo stato maggiore del partito azzurro era riunito a tavola per un… Read More »De Laurentiis contro Schlein: bufera sulle frasi al tavolo di Forza Italia

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Un episodio controverso ha visto protagonista Aurelio De Laurentiis nel corso di un pranzo informale tenutosi sulla terrazza del prestigioso Hotel De Bonart. L’evento si è svolto a margine della conferenza stampa organizzata per presentare il prossimo congresso regionale di Forza Italia. Mentre lo stato maggiore del partito azzurro era riunito a tavola per un pasto veloce, il patron del Napoli, presente nello stesso locale, si è avvicinato al gruppo dirigendosi verso i parlamentari e i coordinatori locali per un saluto di cortesia. Ciò che doveva essere un semplice scambio di convenvoli si è tuttavia trasformato in un caso politico a causa di alcune dichiarazioni pesanti e di stampo sessista pronunciate dal produttore cinematografico all’indirizzo di Elly Schlein e dell’intera opposizione di centrosinistra.

L’attacco alla segretaria del Partito Democratico

Il patron partenopeo, dopo aver consumato il proprio pranzo in solitaria, si è fermato per pochi minuti accanto al tavolo occupato dai vertici berlusconiani, tra cui figuravano il coordinatore regionaleFulvio Martusciello, il suo vice Gianfranco Librandi e il senatoreFranco Silvestro. In quel contesto, De Laurentiis ha aperto la conversazione lasciandosi andare a un commento sferzante sul profilo politico ed estetico della segretaria del Partito Democratico. Chiedendo con ironia ai presenti cosa ne pensassero della leader dem, il presidente del Napoli ha definito Elly Schleininguardabile, suscitando la pronta approvazione e le risate dei dirigenti azzurri seduti al tavolo.

Oltre all’insulto personale rivolto alla figura femminile di vertice della sinistra italiana, De Laurentiis ha allargato il campo della sua invettiva alla gestione complessiva dell’opposizione. Il produttore ha criticato la mancanza di un dialogo costruttivo e l’assenza di proposte concrete da parte della coalizione progressista fin dall’inizio della legislatura. Secondo la sua ricostruzione, l’alleanza guidata dal Partito Democratico avrebbe dovuto approcciarsi al confronto politico offrendo la propria coscienza e sapienza per discutere i temi nell’interesse del paese. Al contrario, De Laurentiis ha stigmatizzato la condotta del centrosinistra descrivendola come un perenne litigio, paragonando i leader dell’opposizione a cani e gatti, con un palese riferimento alle recenti tensioni interne per la costruzione di una coalizione elettorale.

Il siparietto finale e il rifiuto del simbolo

Prima di congedarsi definitivamente e abbandonare la terrazza dell’albergo, De Laurentiis ha rincarato la dose con un’ulteriore battuta colorita che ha strappato una seconda risata alla platea dei dirigenti di Forza Italia. Trattenendosi dal pronunciare un termine ancora più volgare, il patron azzurro ha apostrofato nuovamente la classe dirigente del centrosinistra con toni irrisori. A quel punto Gianfranco Librandi si è alzato in piedi tentando un gesto di riavvicinamento simbolico verso l’imprenditore, offrendogli la spilla con il logo di Forza Italia da appuntare sulla giacca. De Laurentiis ha però declinato nettamente l’invito, fermando il gesto del politico e dichiarando di possedere già la propria appartenenza prima di allontanarsi definitivamente dal tavolo.

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Tragedia a Monte Erice: chi erano Giuseppe Bisconti e Karol Greco, morti a 18 e 20 anni durante la gara https://www.business.it/tragedia-a-monte-erice-chi-erano-giuseppe-bisconti-e-karol-greco-morti-a-18-e-20-anni-durante-la-gara/ Sun, 06 Sep 2026 19:58:17 +0000 https://www.business.it/?p=159210 Una domenica trascorsa insieme per assistere a una delle gare automobilistiche più conosciute della Sicilia si è trasformata in tragedia. Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, nel Palermitano, sono i due giovanissimi spettatori morti nell’incidente avvenuto durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani. I due ragazzi… Read More »Tragedia a Monte Erice: chi erano Giuseppe Bisconti e Karol Greco, morti a 18 e 20 anni durante la gara

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Una domenica trascorsa insieme per assistere a una delle gare automobilistiche più conosciute della Sicilia si è trasformata in tragedia. Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, nel Palermitano, sono i due giovanissimi spettatori morti nell’incidente avvenuto durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.

I due ragazzi si trovavano lungo il percorso quando la Peugeot 308 TCR numero 54, condotta dal pilota Marco Nicoletti, è uscita dal tracciato e ha raggiunto la zona nella quale si trovavano gli spettatori. Per Giuseppe e Karol non c’è stato nulla da fare. Nell’incidente è rimasto ferito anche un commissario di gara, trasportato all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani, mentre il pilota è rimasto illeso. La competizione è stata immediatamente sospesa.

Chi erano Giuseppe Bisconti e Karol Greco

Giuseppe e Karol erano due ragazzi di Belmonte Mezzagno, comune della provincia di Palermo, ed erano arrivati sul Monte Erice per assistere alla storica competizione automobilistica. Avevano appena 18 e 20 anni e condividevano l’interesse per lo sport e i motori, anche se le loro passioni personali erano differenti.

Karol Greco, 20 anni, era appassionato di powerlifting e utilizzava anche i social per raccontare i propri allenamenti e i risultati raggiunti. Una disciplina fatta di forza, costanza e preparazione che occupava una parte importante della sua quotidianità. Giuseppe Bisconti, 18 anni, amava invece il calcio e seguiva con grande interesse squadre e campioni del pallone.

Due vite appena all’inizio, spezzate mentre assistevano da spettatori a un appuntamento sportivo che ogni anno richiama sul Monte Erice appassionati provenienti da tutta la Sicilia.

L’auto esce dal tracciato durante la cronoscalata

L’incidente si è verificato lungo il percorso della Monte Erice. La vettura coinvolta era la Peugeot 308 TCR con il numero di gara 54, guidata dal pilota nisseno Marco Nicoletti. Per cause che dovranno essere accertate, l’auto ha perso il controllo, ha superato le protezioni presenti lungo il tracciato ed è finita nella zona dove si trovavano i due giovani spettatori.

Gli investigatori dovranno stabilire con precisione perché la vettura sia uscita di strada e ricostruire ogni fase dell’incidente. Gli accertamenti riguarderanno anche le condizioni di sicurezza del tratto interessato, la posizione degli spettatori e le protezioni predisposte lungo il percorso.

Sul posto sono intervenuti immediatamente i sanitari del 118, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine. Nonostante i soccorsi, per Giuseppe Bisconti e Karol Greco non è stato possibile fare nulla.

Ferito anche un commissario di gara

Nell’incidente è rimasto coinvolto anche un commissario di gara, soccorso e trasportato d’urgenza all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani. Le sue condizioni sono apparse serie e il ferito è stato affidato alle cure dei medici.

Il pilota Marco Nicoletti è invece rimasto illeso. Anche la sua testimonianza sarà importante per ricostruire quanto accaduto nei secondi precedenti all’uscita di pista e comprendere se alla base dell’incidente vi sia stato un problema tecnico o un’altra causa.

La Polizia Stradale e le autorità competenti stanno effettuando i rilievi necessari per ricostruire la dinamica e accertare eventuali responsabilità. La gara è stata interrotta immediatamente dopo la tragedia e non è più ripresa.

La 68ª Cronoscalata Monte Erice sospesa dopo la tragedia

La Monte Erice è una delle competizioni automobilistiche più conosciute della Sicilia. L’edizione 2026 era la numero 68 ed era organizzata dall’Automobile Club Trapani. La manifestazione era valida per il Campionato Italiano Velocità Salita Auto Storiche, il Campionato Italiano Velocità Montagna e il Tricolore auto classiche.

Gli equipaggi iscritti erano complessivamente 260, con 153 vetture moderne e 107 storiche. Una manifestazione costruita per essere una grande giornata dedicata al motorsport è stata però interrotta nel momento in cui è diventata evidente la gravità dell’incidente.

I soccorritori sono intervenuti mentre sul percorso calava il silenzio e la notizia della morte dei due giovani cominciava a diffondersi tra i presenti. Nelle ore successive sono emerse anche le loro identità e la tragedia ha raggiunto Belmonte Mezzagno, dove Giuseppe e Karol vivevano.

Belmonte Mezzagno si ferma per Giuseppe e Karol

La morte dei due ragazzi ha sconvolto la comunità palermitana. A Belmonte Mezzagno sono state sospese manifestazioni e iniziative previste in queste ore in segno di rispetto per le famiglie delle vittime.

Il dolore ha investito un intero paese, dove Giuseppe e Karol erano conosciuti e dove la notizia della tragedia si è diffusa rapidamente. Quella che doveva essere una giornata di sport e passione si è trasformata in un lutto che ha colpito due famiglie e un’intera comunità.

Lutto cittadino anche a Erice

Anche l’amministrazione comunale di Erice ha proclamato il lutto cittadino. La sindaca Daniela Toscano si è recata sul luogo della tragedia insieme al vicesindaco Paolo Genco e ha espresso la vicinanza della città alle famiglie delle vittime e alle persone rimaste coinvolte nell’incidente.

«Erice si stringe attorno alle famiglie delle vittime della tragedia e a quanti in queste ore stanno vivendo un dolore che appartiene a tutta la comunità», ha dichiarato la sindaca, rivolgendo anche un pensiero al ferito e ringraziando forze dell’ordine, Polizia municipale, vigili del fuoco e personale sanitario intervenuti.

In segno di lutto sono stati cancellati anche gli appuntamenti previsti nell’ambito della manifestazione Love San Giuliano. Mentre Erice e Belmonte Mezzagno si fermano per ricordare Giuseppe e Karol, le indagini dovranno ora chiarire perché l’auto sia uscita dal percorso e verificare tutte le condizioni di sicurezza del tratto nel quale si è verificata la tragedia.

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Incidente mortale, schianto tremendo: Marco muore all’improvviso https://www.business.it/incidente-mortale-schianto-tremendo-marco-muore-all-8217-improvviso/ Sun, 06 Sep 2026 18:23:07 +0000 https://www.business.it/?p=159204 Marco Bianchini, 35 anni, è morto nella serata di sabato 5 settembre in seguito a un incidente stradale avvenuto a Medole, in provincia di Mantova. L’uomo, residente a Castel Goffredo, si trovava alla guida della vettura quando, per cause ancora in fase di accertamento, ha perso il controllo del mezzo. L’auto è uscita dalla carreggiata… Read More »Incidente mortale, schianto tremendo: Marco muore all’improvviso

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Marco Bianchini, 35 anni, è morto nella serata di sabato 5 settembre in seguito a un incidente stradale avvenuto a Medole, in provincia di Mantova. L’uomo, residente a Castel Goffredo, si trovava alla guida della vettura quando, per cause ancora in fase di accertamento, ha perso il controllo del mezzo.

L’auto è uscita dalla carreggiata e si è ribaltata, provocando conseguenze fatali per il 35enne. Bianchini è rimasto incastrato sotto la vettura e, nonostante l’intervento dei soccorritori, per lui non è stato possibile fare nulla. Le ferite riportate nell’impatto sono risultate troppo gravi.

La dinamica dell’incidente

L’incidente è avvenuto intorno alle 22.50 in strada Colla, a Medole. A lanciare l’allarme al numero di emergenza 112 è stato un automobilista che, poco prima, aveva riferito di essere stato sorpassato proprio dalla vettura coinvolta nel successivo incidente.

Sul posto sono arrivati i soccorritori con un’ambulanza e due automediche, intervenuti in codice rosso. Sono stati inoltre mobilitati i vigili del fuoco di Mantova e i carabinieri di Castiglione delle Stiviere, impegnati nelle operazioni di soccorso e nei successivi accertamenti.

Secondo una prima ricostruzione, dopo il sorpasso Bianchini avrebbe perso il controllo dell’automobile. Il mezzo è quindi finito fuori strada e si è capovolto. Quando i sanitari hanno raggiunto la vettura, il 35enne era rimasto schiacciato sotto il veicolo e non presentava più possibilità di sopravvivenza.

Gli accertamenti delle forze dell’ordine

I carabinieri stanno ora lavorando per ricostruire con precisione quanto accaduto lungo strada Colla. Gli accertamenti dovranno chiarire le cause che hanno portato il conducente a perdere il controllo dell’auto e stabilire l’esatta sequenza degli eventi.

Gli investigatori dovranno inoltre verificare ogni elemento utile a ricostruire la dinamica dell’incidente e accertare eventuali responsabilità. Al momento, la tragedia resta al centro degli accertamenti avviati dopo il drammatico schianto.

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Germania, elezioni Sassonia-Anhalt: AfD vola al 44,5%, Cdu crolla, male anche la Spd. La diretta https://www.business.it/germania-elezioni-sassonia-anhalt-afd-vola-al-44-5-cdu-crolla-male-anche-la-spd-la-diretta/ Sun, 06 Sep 2026 17:07:29 +0000 https://www.business.it/?p=159199 Urne chiuse in Sassonia-Anhalt, dove il voto regionale potrebbe segnare una svolta storica per la Germania. I primi exit poll della tv pubblica Ard indicano una vittoria nettissima di Alternative für Deutschland, con il candidato Ulrich Siegmund accreditato del 44,5% dei voti. Molto distante la Cdu del governatore uscente Sven Schulze, ferma al 18,5%. Se… Read More »Germania, elezioni Sassonia-Anhalt: AfD vola al 44,5%, Cdu crolla, male anche la Spd. La diretta

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Urne chiuse in Sassonia-Anhalt, dove il voto regionale potrebbe segnare una svolta storica per la Germania. I primi exit poll della tv pubblica Ard indicano una vittoria nettissima di Alternative für Deutschland, con il candidato Ulrich Siegmund accreditato del 44,5% dei voti. Molto distante la Cdu del governatore uscente Sven Schulze, ferma al 18,5%. Se i numeri venissero confermati, per AfD sarebbe un risultato senza precedenti, anche se resta ancora da capire se il partito riuscirà a raggiungere i numeri necessari per governare.

La consultazione ha registrato anche una partecipazione eccezionalmente alta, con un’affluenza che già alle 16 aveva superato quella complessiva delle precedenti regionali. Circa 1,7 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne in un Land della Germania orientale dove AfD ha costruito negli ultimi anni uno dei suoi principali bacini di consenso. Determinante sarà ora la distribuzione dei seggi e il risultato delle formazioni minori, con la soglia di sbarramento fissata al 5%.

18:32 – Siegmund non chiude alle coalizioni: «Ma su immigrazione e sicurezza non tratto»
Il candidato di punta di AfD in Sassonia-Anhalt, Ulrich Siegmund, lascia aperta la porta a possibili collaborazioni dopo il voto. «Da democratico, la mano resta tesa», ha dichiarato alla Ard, rispondendo a una domanda sulle alleanze necessarie per formare il prossimo governo regionale. Siegmund ha però chiarito che su alcuni punti programmatici non intende accettare compromessi, citando in particolare immigrazione e sicurezza interna. «Nelle prossime settimane vedremo cosa succederà», ha aggiunto, mentre resta da capire se i risultati definitivi consentiranno ad AfD di governare da sola o la costringeranno a cercare sostegni esterni.

18:23 – Weidel: «Risultato storico, chiaro mandato di governo per AfD»
La co-leader federale di AfD Alice Weidel rivendica il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt come un «risultato storico» e un «chiarissimo mandato di governo» per il partito. Intervenendo nella trasmissione elettorale della Zdf, Weidel ha commentato le prime proiezioni che assegnano ad AfD il 44,5% dei voti, sostenendo che con l’avanzare dello scrutinio il risultato potrebbe arrivare anche al 45%. Alla domanda sulla precedente posizione di Ulrich Siegmund, che aveva dichiarato di voler governare soltanto in presenza di una maggioranza assoluta, la leader ha replicato che «il partito più forte ha sempre il mandato di formare un governo». Weidel non ha escluso né una coalizione né un eventuale appoggio esterno da parte di altre forze: «Chi alla fine lo farà, magari anche attraverso un appoggio esterno o una coalizione, si vedrà».

18:09 – Crollo della Cdu, malissimo anche la Spd
L’Afd ha vinto nettamente le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, secondo la prima proiezione diffusa dalla Ard alla chiusura dei seggi. Secondo Infratest dimap, l’Afd è al 44,5% dei voti, oltre il doppio rispetto al 20,8% ottenuto alle elezioni del 2021. Si tratta del miglior risultato mai ottenuto dall’Afd in un’elezione regionale in Germania. Con grande distacco segue la Cdu del ministro presidente Sven Schulze, accreditata del 18,5%. Per la Cdu si tratta di un risultato storicamente negativo: nel 2021, quando il Land era guidato da Reiner Haseloff, aveva ottenuto il 37,1% dei voti. Al terzo posto si colloca la Linke con il 9,5%, seguita dai Verdi con il 9% e dalla Spd con l’8%. Anche per la Spd si profila il peggior risultato mai ottenuto nel Land: nel 2021 aveva raggiunto l’8,4%. Il Bsw è al 5% e deve quindi ancora assicurarsi l’ingresso nel Landtag, mentre la Fdp è al 2% e sarebbe esclusa dal Parlamento regionale. I dati sono ancora provvisori e potranno cambiare con le successive proiezioni e con lo scrutinio dei voti.

18:01 – Primi exit poll: AfD trionfa con il 44,5%
I primi exit poll diffusi dalla televisione pubblica Ard assegnano ad Alternative für Deutschland una vittoria nettissima. Il partito di ultradestra guidato nel Land da Ulrich Siegmund raggiungerebbe il 44,5%, mentre la Cdu del presidente uscente Sven Schulze si fermerebbe al 18,5%. Il risultato rappresenterebbe una svolta senza precedenti nella politica regionale tedesca. Resta però ancora da stabilire se AfD avrà i numeri per governare autonomamente o se sarà necessario costruire una maggioranza nel nuovo Landtag.

17:55 – Manifestazione Antifa a Magdeburgo
A Magdeburgo è iniziata una manifestazione antifascista mentre si attendevano i primi risultati delle elezioni. Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, diversi manifestanti si sono radunati in Willy-Brandt-Platz, davanti alla stazione ferroviaria principale, esponendo striscioni e slogan contro l’estrema destra. La protesta non sarebbe stata preventivamente registrata presso le autorità e viene seguita da vicino dalle forze dell’ordine.

17:27 – Affluenza record: alle 16 aveva già votato il 65,3%
Partecipazione altissima alle elezioni regionali. Alle 16 l’affluenza in Sassonia-Anhalt aveva raggiunto il 65,3%, superando già il dato complessivo delle elezioni del 2021, quando aveva votato il 60,3% degli aventi diritto considerando anche il voto per corrispondenza. Il dato conferma la forte mobilitazione attorno a una consultazione che potrebbe portare AfD per la prima volta alla guida di un Land tedesco.

17:10 – Alla festa di AfD niente accredito a diversi giornalisti italiani e francesi
Alla festa elettorale di Alternative für Deutschland sarebbe stato negato l’accredito a quasi tutti i giornalisti italiani e francesi che ne avevano fatto richiesta. La decisione è emersa nelle ore immediatamente precedenti alla chiusura dei seggi e ha alimentato nuove polemiche attorno alla formazione di estrema destra.

16:13 – Boom dell’affluenza, difficile capire chi abbia mobilitato più elettori
Il forte aumento dell’affluenza ha rappresentato uno dei principali interrogativi della giornata. Già alle 14 aveva votato oltre la metà degli aventi diritto, un dato molto superiore a quello delle precedenti regionali. Resta però difficile stabilire se la mobilitazione abbia favorito soprattutto AfD oppure se abbia spinto alle urne anche una parte dell’elettorato contrario all’estrema destra, deciso a sostenere i partiti moderati.

15:45 – Siegmund al seggio con uno scooter della Germania Est
Il candidato di AfD Ulrich Siegmund, 36 anni, si è recato a votare a Tangermünde a bordo di un piccolo scooter Simson di colore celeste, modello prodotto nell’ex Germania Est. Un’immagine dal forte valore simbolico in una campagna elettorale nella quale il richiamo all’identità della Germania orientale e alla cosiddetta Ostalgie, la nostalgia per alcuni aspetti della Ddr, ha avuto un peso significativo. Siegmund era accompagnato dalla moglie.

15:30 – Alle 14 affluenza al 54,4%, il doppio rispetto al 2021
Già alle 14 l’affluenza aveva raggiunto il 54,4%, contro appena il 27,1% registrato alla stessa ora nelle elezioni regionali del 2021 e il 35,4% del 2016. I dati, elaborati sulla base di un campione di circoscrizioni rappresentative, non comprendevano ancora il voto per corrispondenza. Circa 1,7 milioni di cittadini erano chiamati a eleggere il nuovo parlamento regionale.

15:18 – La soglia del 5% può decidere la maggioranza
La partita non riguarda soltanto AfD e Cdu. Sarà fondamentale capire quali partiti riusciranno a superare la soglia di sbarramento del 5%, necessaria per entrare nel Landtag. La presenza o l’esclusione delle formazioni minori potrebbe modificare sensibilmente la distribuzione dei seggi e determinare se AfD sarà in grado di governare da sola. Particolare attenzione è rivolta anche al Bsw di Sahra Wagenknecht, che potrebbe assumere un ruolo decisivo qualora nessun partito ottenesse la maggioranza assoluta.

15:11 – La sfida tra Ulrich Siegmund e Sven Schulze
Il confronto principale è tra Ulrich Siegmund, candidato di AfD, e Sven Schulze, governatore uscente della Cdu. Siegmund, 36 anni, è considerato uno dei volti emergenti della destra radicale tedesca e durante la campagna elettorale ha apertamente puntato alla possibilità di governare il Land senza alleati. Schulze, 47 anni, cerca invece di mantenere la Sassonia-Anhalt sotto la guida della Cdu del cancelliere Friedrich Merz.

15:10 – Come si vota in Sassonia-Anhalt
I seggi sono rimasti aperti dalle 8 alle 18. Ogni elettore dispone di due voti: con il primo sceglie direttamente un candidato in uno dei 41 collegi, mentre con il secondo indica un partito e contribuisce alla distribuzione proporzionale degli altri seggi del parlamento regionale. Per entrare nel Landtag una lista deve ottenere almeno il 5% dei secondi voti validi. Quasi 1,7 milioni di persone sono state chiamate alle urne in una consultazione destinata ad avere ripercussioni ben oltre i confini della Sassonia-Anhalt.

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Banche e colossi dell’energia chiamati a contribuire https://www.business.it/banche-e-colossi-dellenergia-chiamati-a-contribuire/ Sun, 06 Sep 2026 10:39:56 +0000 https://www.business.it/?p=159179 La prossima legge di Bilancio comincia a prendere forma mentre famiglie e imprese devono affrontare una nuova fase di tensione sui prezzi dell’energia. Il governo cerca risorse per finanziare gli interventi del 2027 senza aumentare ufficialmente le imposte e, nelle ultime ore, è tornata sul tavolo una soluzione già utilizzata in passato: chiedere a banche,… Read More »Banche e colossi dell’energia chiamati a contribuire

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La prossima legge di Bilancio comincia a prendere forma mentre famiglie e imprese devono affrontare una nuova fase di tensione sui prezzi dell’energia. Il governo cerca risorse per finanziare gli interventi del 2027 senza aumentare ufficialmente le imposte e, nelle ultime ore, è tornata sul tavolo una soluzione già utilizzata in passato: chiedere a banche, assicurazioni e grandi società energetiche di anticipare una parte delle tasse dovute allo Stato.

Non si parla ancora di una misura approvata e nemmeno di una nuova tassa sugli extraprofitti. La proposta emersa durante il Forum Teha di Cernobbio punta piuttosto a raggiungere un accordo con i settori che, nonostante le difficoltà generali dell’economia, hanno mantenuto una capacità finanziaria superiore a quella di molte altre categorie. Le risorse raccolte potrebbero essere impiegate per sostenere la manovra e finanziare eventuali provvedimenti contro il caro energia.

La distinzione è importante. Un’imposta straordinaria aumenterebbe in maniera definitiva il prelievo sulle aziende interessate. L’anticipo fiscale, invece, consentirebbe allo Stato di incassare prima somme che, almeno in parte, sarebbero comunque dovute negli anni successivi. Nell’immediato le entrate pubbliche aumenterebbero, ma in futuro verrebbero a mancare proprio perché già riscosse.

La proposta rilanciata da Tajani

A rilanciare il tema è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. A margine del Forum di Cernobbio, Tajani ha sostenuto che banche, assicurazioni e grandi compagnie petrolifere dovrebbero offrire un contributo nei momenti di maggiore difficoltà, ma attraverso soluzioni concordate e non con interventi improvvisi.

Il modello indicato è quello dell’intesa già raggiunta con banche e assicurazioni, attraverso la quale alcuni pagamenti fiscali sono stati anticipati per rafforzare temporaneamente i conti pubblici. Una soluzione simile sarebbe stata utilizzata anche con le grandi società energetiche per finanziare la proroga della riduzione delle accise sui carburanti.

La posizione di Forza Italia rimane contraria alla tassa sugli extraprofitti, più volte invocata invece dalla Lega e da una parte delle opposizioni. Secondo Tajani, una nuova imposta potrebbe spaventare i mercati, indebolire la fiducia degli investitori e produrre conseguenze sul costo del credito. La strada ritenuta più sicura sarebbe quindi quella del confronto diretto con le imprese interessate.

Il principio politico è semplice: chi ha ottenuto risultati particolarmente positivi dovrebbe aiutare il Paese durante un’emergenza, ma senza essere colpito da quello che potrebbe essere percepito come un prelievo punitivo. Resta però da capire quale sarebbe l’entità del contributo, quali società verrebbero coinvolte e quanto denaro potrebbe effettivamente arrivare nelle casse dello Stato.

Perché il governo ha bisogno di nuove risorse

La costruzione della manovra 2027 si annuncia complessa. Il governo deve trovare coperture per confermare alcune misure fiscali, sostenere il potere d’acquisto e intervenire nuovamente contro i rincari energetici. Tutto questo deve avvenire rispettando i vincoli di bilancio e mantenendo sotto controllo il debito pubblico.

Il problema è che la crescita italiana rimane debole. Le precedenti previsioni dell’Istat indicavano per il 2026 un aumento del Pil dello 0,8%, un ritmo insufficiente per generare rapidamente grandi entrate aggiuntive. Quando l’economia cresce poco, aumentano le difficoltà nel finanziare nuovi interventi senza ricorrere a tagli, tasse o maggiore indebitamento.

A rendere più delicato il quadro è il ritorno delle pressioni energetiche. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, a luglio 2026 i prezzi alla produzione dell’industria sono aumentati del 2,4% rispetto a giugno e del 7,8% su base annua. Sul solo mercato interno la crescita annuale ha raggiunto il 9,3%.

Una parte consistente dell’incremento deriva proprio dall’energia. I prezzi della fornitura di elettricità e gas sul mercato interno hanno accelerato del 14,5% rispetto all’anno precedente, mentre per il coke e i prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio l’aumento ha raggiunto il 54%. Al netto della componente energetica, la crescita dei prezzi industriali risulta molto più contenuta.

Questo significa che l’energia sta tornando a esercitare una pressione importante sui costi di produzione. Le imprese devono spendere di più per alimentare macchinari, trasportare merci, riscaldare stabilimenti e acquistare materiali. Se non riescono ad assorbire questi aumenti riducendo i propri margini, possono trasferirli gradualmente sui prezzi pagati dai clienti.

Dal costo delle fabbriche allo scontrino delle famiglie

L’aumento dei prezzi alla produzione non si traduce automaticamente e immediatamente in un rincaro della stessa entità per i consumatori. Rappresenta però un segnale anticipatore. Prima che il prezzo salga nei negozi, l’incremento si manifesta generalmente nelle fabbriche, nei contratti energetici, nei trasporti e lungo le catene di approvvigionamento.

Le aziende si trovano davanti a una scelta difficile. Possono mantenere invariati i listini, accettando una riduzione dei profitti, oppure aumentare i prezzi per recuperare almeno una parte dei maggiori costi. Le imprese più grandi dispongono generalmente di una maggiore capacità negoziale e di riserve finanziarie più solide. Per le piccole e medie aziende, invece, anche pochi mesi di energia costosa possono compromettere liquidità e investimenti.

Le conseguenze potrebbero arrivare progressivamente anche alle famiglie. Non soltanto attraverso le bollette, ma tramite i prezzi dei beni prodotti e distribuiti utilizzando grandi quantità di energia. Alimentari, prodotti chimici, materiali da costruzione, trasporti e numerose lavorazioni industriali potrebbero risentire della nuova fase di tensione.

È proprio questo il motivo per cui il governo valuta la necessità di conservare un margine di intervento. Nuovi aiuti generalizzati avrebbero un costo molto elevato e rischierebbero di sostenere anche chi non ne ha realmente bisogno. Misure più selettive potrebbero invece concentrarsi sui nuclei economicamente fragili e sulle imprese maggiormente esposte.

Anticipare le tasse non equivale a trovare nuove entrate

L’ipotesi del contributo concordato presenta però un limite evidente. Se banche e società energetiche anticipassero oggi imposte che avrebbero dovuto versare domani, lo Stato avrebbe più risorse per la prossima manovra, ma meno entrate negli esercizi successivi.

Si tratta quindi di uno strumento utile per fronteggiare una necessità immediata, non di una soluzione strutturale. Il suo funzionamento può essere paragonato a quello di una famiglia che incassa in anticipo una parte dello stipendio: la liquidità disponibile aumenta nel presente, ma l’entrata futura sarà più bassa.

Per valutare realmente l’operazione sarà necessario conoscere le condizioni dell’eventuale accordo. Bisognerà capire se il contributo sarà completamente volontario, quali vantaggi fiscali potrebbero essere riconosciuti alle società e quale effetto produrrà sui bilanci pubblici degli anni successivi.

Un altro punto riguarda le possibili conseguenze per clienti e risparmiatori. Le banche potrebbero compensare il maggiore esborso riducendo la remunerazione dei depositi o modificando il costo di alcuni servizi. Le compagnie energetiche potrebbero tentare di recuperare almeno una parte delle somme attraverso le proprie politiche commerciali. Il governo dovrà quindi evitare che un contributo formalmente richiesto alle aziende venga indirettamente trasferito sulle famiglie.

Lo scontro politico sugli extraprofitti

Dietro la discussione tecnica si nasconde una divisione politica. Una parte della maggioranza considera legittimo imporre un prelievo straordinario sui guadagni eccezionali maturati durante le crisi. Un’altra teme che una tassa sugli extraprofitti possa creare incertezza, allontanare gli investimenti e provocare reazioni negative sui mercati.

Il tema è particolarmente delicato per le banche. Negli ultimi anni l’aumento dei tassi di interesse ha favorito una crescita dei margini ottenuti dalla differenza tra quanto gli istituti incassano sui prestiti e quanto riconoscono ai risparmiatori sui depositi. Questo andamento ha alimentato la richiesta di una maggiore partecipazione del settore finanziario alle spese pubbliche.

Una questione simile riguarda le società energetiche, che in determinate fasi hanno beneficiato dei forti aumenti dei prezzi di petrolio, gas ed elettricità. Stabilire quale parte dei profitti sia realmente “straordinaria”, tuttavia, è complesso. Le aziende ricordano di dover sostenere investimenti elevati, affrontare l’instabilità dei mercati e finanziare la transizione energetica.

L’accordo sugli anticipi fiscali tenta di superare questa contrapposizione. Il governo otterrebbe risorse rapidamente, mentre le società eviterebbero una tassa esplicitamente legata ai profitti. Il risultato potrebbe essere politicamente più facile da gestire, ma non elimina i dubbi sulla sostenibilità futura dell’operazione.

La decisione arriverà con la manovra 2027

Per il momento non esiste ancora un provvedimento definitivo. Il confronto entrerà nel vivo durante la preparazione della legge di Bilancio, quando il governo dovrà stabilire l’ammontare delle risorse necessarie e scegliere le misure da finanziare.

Molto dipenderà dall’andamento dei prezzi energetici durante l’autunno, dalla crescita economica e dalle entrate fiscali. Se la situazione dovesse peggiorare, la richiesta rivolta a banche, assicurazioni e compagnie energetiche diventerebbe più concreta. In uno scenario meno critico, l’intervento potrebbe essere ridotto o rinviato.

La partita riguarda direttamente cittadini e imprese. Dalla quantità di risorse disponibili dipenderanno infatti gli eventuali sostegni contro il caro energia, le modifiche fiscali e la possibilità di proteggere i redditi dall’aumento dei prezzi. La proposta di Tajani apre quindi un confronto destinato ad accompagnare i prossimi mesi: non una tassa già decisa, ma il primo segnale della complessa ricerca di coperture per la manovra 2027.

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Governo Meloni, è il più longevo della storia repubblicana: il discorso della Premier https://www.business.it/governo-meloni-e-il-piu-longevo-della-storia-repubblicana-il-discorso-della-premier/ Fri, 04 Sep 2026 17:15:39 +0000 https://www.business.it/?p=159130 Il governo Meloni taglia un traguardo senza precedenti nella storia della Repubblica. Oggi, venerdì 4 settembre, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni raggiunge i 1.413 giorni in carica, superando di un giorno il secondo governo Berlusconi e diventando così il più longevo della storia repubblicana. Un primato che la presidente del Consiglio celebra rivendicando soprattutto la… Read More »Governo Meloni, è il più longevo della storia repubblicana: il discorso della Premier

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Il governo Meloni taglia un traguardo senza precedenti nella storia della Repubblica. Oggi, venerdì 4 settembre, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni raggiunge i 1.413 giorni in carica, superando di un giorno il secondo governo Berlusconi e diventando così il più longevo della storia repubblicana.

Un primato che la presidente del Consiglio celebra rivendicando soprattutto la stabilità politica raggiunta dalla maggioranza, mentre dall’opposizione arriva la bocciatura della segretaria del Pd Elly Schlein, che sintetizza il giudizio sui quasi quattro anni di governo con poche parole: «Quattro anni buttati».

La giornata avrà anche un passaggio politico a Bari, dove Meloni è attesa in serata alla Festa di Fratelli d’Italia. Nella stessa città è prevista una contromanifestazione.

Meloni: «La stabilità non è un record da esibire»

La premier ha affidato ai social un lungo messaggio per commentare il sorpasso. «Oggi il nostro governo diventa il più longevo della storia della Repubblica italiana. È un dato che accolgo con gratitudine e con un forte senso di responsabilità. Perché la stabilità non è un record da esibire, ma la condizione che consente a una Nazione di programmare, decidere, mantenere gli impegni e farsi rispettare».

Meloni ha quindi tracciato un bilancio dell’azione dell’esecutivo, rivendicando quanto fatto su lavoro, economia, famiglie e politica internazionale.

«In questi anni abbiamo lavorato per aumentare l’occupazione, ridurre la disoccupazione, sostenere famiglie e imprese, rafforzare la sicurezza, governare i conti pubblici con serietà e restituire all’Italia peso e credibilità sulla scena internazionale. I risultati ci sono, ma sappiamo bene quante cose restino ancora da fare», ha scritto.

«Non è merito di una persona sola»

Nel suo intervento, la presidente del Consiglio attribuisce la durata dell’esecutivo alla tenuta dell’intera coalizione di centrodestra.

«Questa stabilità non è merito di una persona sola. È il risultato di una coalizione unita, che governa da quattro anni con una visione comune e che ha scelto di stare insieme non contro qualcuno, ma per realizzare un progetto per l’Italia».

Meloni sottolinea quindi un dato politico: «Non credo sia un caso che, da oggi, i tre governi più longevi della storia repubblicana siano tutti governi di centrodestra».

Secondo la premier, «la stabilità si costruisce quando un’alleanza condivide valori, obiettivi e una visione della Nazione, non quando l’unica ragione per stare insieme è impedire agli altri di governare».

Il messaggio in vista delle elezioni

Il record arriva quando davanti al governo rimangono gli ultimi mesi prima del ritorno alle urne. Ed è proprio alle prossime elezioni che Meloni dedica una parte del suo messaggio, tornando al voto del 2022 che portò il centrodestra alla guida del Paese.

«Questa stabilità esiste grazie agli italiani che nel 2022 ci hanno dato fiducia. Una fiducia che non abbiamo mai considerato un assegno in bianco e che non daremo mai per scontata».

Poi lo sguardo al prossimo appuntamento elettorale: «Il prossimo anno torneremo davanti ai cittadini con quello che abbiamo fatto, con quello che resta da fare e con la nostra idea di futuro. E saranno ancora una volta loro a decidere se meritiamo di continuare questo cammino».

Il record: 1.413 giorni per il governo Meloni

L’esecutivo è entrato in carica il 22 ottobre 2022 e il 4 settembre 2026 raggiunge 1.413 giorni, superando il precedente primato detenuto dal governo Berlusconi II, rimasto in carica per 1.412 giorni, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005.

Per Giorgia Meloni, prima donna nella storia italiana a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio, arriva così anche il primato di permanenza alla guida dello stesso esecutivo.

Al terzo posto nella graduatoria dei governi più longevi figura il Berlusconi IV, con 1.287 giorni, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011. Seguono il Craxi I, durato 1.093 giorni tra il 4 agosto 1983 e il 1° agosto 1986, e il governo Renzi, rimasto in carica per 1.024 giorni, dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016.

Schlein: «Quattro anni buttati»

Di segno opposto la lettura della leader del Partito democratico Elly Schlein, che al record di durata contrappone un giudizio negativo sui risultati ottenuti dall’esecutivo: «Quattro anni buttati».

Il primato diventa così anche terreno di confronto politico: da una parte Meloni rivendica la stabilità come condizione necessaria per programmare e governare, dall’altra l’opposizione sposta l’attenzione dalla durata ai risultati.

La presidente del Consiglio chiuderà simbolicamente la giornata a Bari, davanti alla comunità di Fratelli d’Italia. «Sarà l’occasione per guardarci negli occhi, fare il punto sulla strada percorsa e, soprattutto, parlare di quella che abbiamo ancora davanti», ha scritto. Con il record ormai raggiunto, per il governo comincia l’ultima parte della legislatura e, insieme, la lunga marcia verso il nuovo appuntamento con gli elettori.

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Drone russo contro il quartier generale dell’Sbu a Kiev, Zelensky: «Colpito direttamente l’ufficio del capo». Sybiha: «Grave escalation» https://www.business.it/drone-russo-contro-il-quartier-generale-dell-8217-sbu-a-kiev-zelensky-colpito-direttamente-l-8217-ufficio-del-capo-sybiha-grave-escalation/ Fri, 04 Sep 2026 15:33:19 +0000 https://www.business.it/?p=159124 Un drone russo ha colpito il quartier generale dei servizi di sicurezza ucraini, l’Sbu, a Kiev, prendendo di mira «direttamente» l’ufficio del capo dell’organizzazione. A denunciarlo è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha riferito anche della presenza di feriti e annunciato di aver ordinato una risposta all’attacco. Durissima anche la reazione del ministro… Read More »Drone russo contro il quartier generale dell’Sbu a Kiev, Zelensky: «Colpito direttamente l’ufficio del capo». Sybiha: «Grave escalation»

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zelensky e trump

Un drone russo ha colpito il quartier generale dei servizi di sicurezza ucraini, l’Sbu, a Kiev, prendendo di mira «direttamente» l’ufficio del capo dell’organizzazione. A denunciarlo è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha riferito anche della presenza di feriti e annunciato di aver ordinato una risposta all’attacco.

Durissima anche la reazione del ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha, secondo il quale il raid rappresenta una «grave escalation» da parte di Mosca, avvenuta proprio mentre sarebbe in corso un nuovo tentativo diplomatico per arrivare alla pace.

Zelensky: «Preso di mira direttamente lo studio del capo dell’Sbu»

A fornire i primi dettagli sull’obiettivo dell’attacco è stato Zelensky attraverso il proprio canale Telegram. Secondo il presidente ucraino, il drone avrebbe preso di mira «direttamente lo studio del capo» dell’Sbu.

Zelensky ha riferito della presenza di «feriti», senza fornire ulteriori dettagli sulle loro condizioni, e ha annunciato di aver già impartito disposizioni per reagire.

Il presidente ha spiegato di aver ordinato al capo dell’Sbu di «rispondere in modo adeguato, significativo e, se possibile, in modo proporzionale all’attacco russo». «Le nostre forze armate sosterranno questa risposta», ha aggiunto.

Sybiha: «Una grave escalation»

L’attacco ha provocato anche la reazione del ministro degli Esteri Andrij Sybiha, che in un messaggio pubblicato su X ha accusato Mosca di aver compiuto una nuova escalation.

«L’attacco russo al quartier generale dei servizi di sicurezza ucraini rappresenta una grave escalation che richiede risposte risolute», ha scritto il ministro.

Sybiha ha inoltre collegato il momento scelto per il raid ai nuovi sforzi diplomatici: «Mosca ha sferrato questo attacco proprio mentre era in corso un nuovo tentativo di pace, mettendo a nudo il suo reale rifiuto della diplomazia».

«A rischio anche la Cattedrale di Santa Sofia»

Secondo il ministro degli Esteri ucraino, l’attacco avrebbe rappresentato un pericolo anche per la vicina Cattedrale di Santa Sofia di Kiev, sito inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

«Anche la vicina Cattedrale di Santa Sofia, patrimonio mondiale dell’Unesco, è stata messa a rischio», ha affermato Sybiha.

Kiev ha quindi rivolto un appello ai propri alleati affinché reagiscano al raid aumentando la pressione sulla Russia. «Chiediamo ai partner internazionali di condannare senza riserve queste azioni e di intensificare la pressione sul regime di Putin», ha scritto il ministro.

L’Ucraina chiede inoltre un intervento dell’Unesco: «Esortiamo l’Unesco a reagire con decisione e a intensificare i propri sforzi per proteggere il patrimonio in pericolo in Ucraina».

Le dichiarazioni delle autorità ucraine descrivono dunque un attacco diretto contro uno dei principali apparati di sicurezza del Paese. Resta ora da capire quale sarà la risposta annunciata da Zelensky e quali conseguenze il nuovo episodio potrà avere sul piano militare e sui tentativi diplomatici in corso.

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Marco Rizzo lancia Italia Domani: «Basta destra e sinistra». E su Vannacci… https://www.business.it/marco-rizzo-lancia-italia-domani-basta-destra-e-sinistra-e-su-vannacci-8230/ Fri, 04 Sep 2026 15:09:10 +0000 https://www.business.it/?p=159120 Marco Rizzo torna in campo con un nuovo progetto politico e prova a rompere definitivamente gli schemi tradizionali. Si chiama Italia Domani e nasce con l’ambizione dichiarata di superare la contrapposizione tra destra e sinistra, rivolgendosi soprattutto a lavoratori, ceto medio, piccoli imprenditori e a quella vasta area di cittadini che negli ultimi anni ha… Read More »Marco Rizzo lancia Italia Domani: «Basta destra e sinistra». E su Vannacci…

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Marco Rizzo torna in campo con un nuovo progetto politico e prova a rompere definitivamente gli schemi tradizionali. Si chiama Italia Domani e nasce con l’ambizione dichiarata di superare la contrapposizione tra destra e sinistra, rivolgendosi soprattutto a lavoratori, ceto medio, piccoli imprenditori e a quella vasta area di cittadini che negli ultimi anni ha scelto di non andare più a votare.

L’ex dirigente comunista non rinnega la propria storia, ma considera ormai esaurita l’esperienza della sinistra contemporanea. «Con questa sinistra le cose sono totalmente chiuse. Con la destra dobbiamo vedere», afferma Rizzo, che individua nel distacco dai ceti popolari uno dei principali problemi del Partito democratico e dell’intero centrosinistra.

Il passaggio decisivo per il nuovo movimento sarà il 3 ottobre all’Eur di Roma, quando Italia Domani terrà la propria assemblea nazionale e definirà struttura e linea politica. Economia, sicurezza, politica estera e recupero dell’astensionismo sono già indicati come i terreni principali sui quali costruire la nuova proposta.

Rizzo rompe con la sinistra: «Non è più quella di Berlinguer»

Per spiegare la propria distanza dall’attuale centrosinistra, Rizzo utilizza un confronto molto netto con la sinistra nella quale si è formato politicamente.

«Io arrivo da una sinistra con Berlinguer ai cancelli della Fiat con gli operai. Oggi la sinistra sta sul carro del gay pride con Schlein», sostiene. Una contrapposizione evidentemente politica e polemica, attraverso la quale il leader di Italia Domani vuole rappresentare quella che considera una trasformazione delle priorità della sinistra italiana.

Secondo Rizzo, il problema centrale sarebbe l’allontanamento dal mondo del lavoro e dai ceti popolari, mentre il dibattito politico si sarebbe progressivamente spostato su temi identitari e culturali.

Italia Domani prova quindi a recuperare alcune questioni tradizionalmente associate alla sinistra sociale — salari, lavoro, tutela dei ceti più deboli e critica al potere finanziario — affiancandole ad altre che negli ultimi anni sono state soprattutto patrimonio della destra, come sicurezza, immigrazione, sovranità nazionale e critica alle istituzioni sovranazionali.

«Destra e sinistra sono categorie superate»

La tesi politica alla base del progetto è che la tradizionale divisione tra destra e sinistra non sia più sufficiente a descrivere i conflitti presenti nella società italiana.

Rizzo propone di sostituirla con una contrapposizione verticale: da una parte lavoratori, ceto medio, artigiani, agricoltori, professionisti e piccole imprese, dall’altra quelle che definisce élite economiche e finanziarie.

Secondo il leader di Italia Domani, il progressivo impoverimento del ceto medio avrebbe infatti avvicinato categorie che in passato votavano in modo molto diverso. Il piccolo imprenditore che fatica a sostenere i costi dell’attività e il lavoratore che vede diminuire il proprio potere d’acquisto avrebbero oggi, nella sua lettura, interessi più vicini di quanto suggeriscano le vecchie appartenenze politiche.

È questo il terreno sul quale Rizzo vuole costruire il nuovo movimento: non una nuova formazione della sinistra radicale, ma un soggetto che tenti di raccogliere consensi trasversalmente rispetto agli schieramenti esistenti.

Economia e declino industriale, la denuncia di Rizzo

Il primo tema indicato da Italia Domani è l’economia. Rizzo descrive un Paese che avrebbe progressivamente perso peso industriale e capacità di decidere autonomamente la propria strategia economica.

«Nel 1991 eravamo la quarta potenza industriale del mondo. Oggi siamo la nona e tra dieci anni saremo al ventiquattresimo posto», sostiene. Si tratta di numeri utilizzati da Rizzo nella sua analisi politica, più che di una graduatoria internazionale univoca: la posizione di un Paese può infatti cambiare notevolmente a seconda che si considerino Pil nominale, valore aggiunto manifatturiero, produzione industriale o altri indicatori.

Il punto politico che Italia Domani vuole mettere al centro è comunque il rischio di deindustrializzazione, insieme alle difficoltà delle piccole imprese, alla pressione fiscale e alla perdita di potere d’acquisto delle famiglie.

Rizzo accusa inoltre le grandi multinazionali e il sistema finanziario di godere di condizioni più favorevoli rispetto a lavoratori e piccole attività. Da qui la volontà di costruire un’alleanza sociale tra classe lavoratrice e ceto medio impoverito.

Sicurezza, carceri e immigrazione

Il secondo grande tema è la sicurezza, risultato insieme all’economia tra quelli maggiormente indicati nella consultazione organizzata dal movimento, alla quale secondo Italia Domani avrebbero partecipato circa 6.500 persone.

Su questo terreno le proposte di Rizzo assumono un’impostazione particolarmente rigida. Il movimento propone nuove strutture carcerarie, un maggiore ricorso al lavoro durante la detenzione e un intervento sulle soglie previste per l’esecuzione effettiva delle pene.

«Chi delinque in Italia deve andare in galera», sintetizza Rizzo, legando il principio della certezza della pena anche al tema dell’immigrazione.

È uno dei punti nei quali la nuova formazione si allontana maggiormente dalla tradizione della sinistra e cerca apertamente di rivolgersi anche a un elettorato che negli ultimi anni ha guardato soprattutto al centrodestra.

Ucraina, Rizzo chiede neutralità e stop alle armi

Sul fronte internazionale Italia Domani propone invece una linea basata su pace e neutralità, confermando una delle posizioni che Rizzo sostiene da tempo.

L’ex parlamentare è contrario all’invio di armi all’Ucraina e contesta il crescente coinvolgimento italiano nel conflitto con la Russia. Nella sua impostazione, Roma dovrebbe perseguire una politica estera maggiormente autonoma rispetto agli orientamenti di Nato e Unione europea.

È proprio su questo terreno che emerge una possibile convergenza con Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale.

«Un generale che dice no alla guerra mi piace», afferma Rizzo, pur precisando di non avere definito alcuna alleanza politica. L’obiettivo, almeno per il momento, sarebbe esclusivamente quello di verificare eventuali convergenze sui programmi.

Il rapporto con Vannacci è particolarmente significativo perché proprio le aperture dell’ex dirigente comunista nei confronti dell’ex generale avevano contribuito alla rottura maturata all’interno di Democrazia Sovrana Popolare.

Rizzo e Vannacci, nessuna alleanza per ora

Rizzo cerca quindi di mantenere aperta una porta senza trasformarla in un accordo elettorale. Le distanze restano numerose, a cominciare dalle differenti storie politiche dei due leader, ma la comune opposizione all’invio di armi e la critica alla tradizionale divisione tra destra e sinistra costituiscono possibili terreni di confronto.

«Puntiamo esclusivamente alla discussione programmatica», precisa il leader di Italia Domani.

Il punto sarà capire se la strategia resterà quella di una corsa autonoma oppure se, avvicinandosi alle prossime scadenze elettorali, il nuovo movimento cercherà intese con altre formazioni che si presentano come alternative agli schieramenti tradizionali.

Rizzo, per ora, sembra voler tenere aperte più possibilità. Alla domanda sul rapporto con la destra risponde infatti con un prudente: «Dobbiamo vedere».

Meloni «molto tattica, poco strategica»

Il giudizio sul governo di Giorgia Meloni resta comunque critico. Rizzo riconosce alla presidente del Consiglio capacità politica e abilità nella gestione degli equilibri, ma la definisce «molto tattica, poco strategica».

La critica riguarda soprattutto la politica estera e il rapporto con le istituzioni internazionali. Secondo il leader di Italia Domani esisterebbe una distanza tra la rivendicazione della sovranità nazionale presente nella comunicazione politica del centrodestra e alcune decisioni assunte concretamente dall’esecutivo.

La posizione non coincide quindi con quella dell’opposizione tradizionale. Rizzo contesta Meloni da un punto di vista differente da quello di Pd e centrosinistra, insistendo soprattutto su sovranità, rapporto con l’Unione europea, guerra in Ucraina e interessi economici nazionali.

Il principale bersaglio resta il Pd

Se con la destra il rapporto resta da verificare, sulla sinistra Rizzo non lascia invece molte aperture. Il Partito democratico è il principale bersaglio politico del nuovo movimento.

Nel mirino c’è anche il cosiddetto campo largo, cioè il tentativo di costruire un’alleanza alternativa al centrodestra che comprenda Pd, Movimento 5 Stelle e altre forze dell’opposizione.

Secondo Rizzo, un’alleanza costruita principalmente sulla necessità di battere Giorgia Meloni non sarebbe sufficiente a recuperare il rapporto con quella parte di società che si sente esclusa dalla politica.

La scommessa di Italia Domani è esattamente questa: provare a raggiungere chi non si riconosce né nel governo né nelle opposizioni.

La vera sfida è conquistare chi non vota più

Il bacino al quale Rizzo guarda con maggiore interesse è infatti quello dell’astensionismo, diventato negli ultimi anni uno dei fenomeni più rilevanti della politica italiana.

La nuova formazione vuole rivolgersi a lavoratori, pensionati, piccoli imprenditori e cittadini che hanno smesso di votare perché ritengono che nessun partito rappresenti più i loro interessi.

È una strategia ambiziosa e tutt’altro che semplice. Superare la distinzione tra destra e sinistra è una formula già utilizzata in passato da diversi movimenti politici, con risultati molto differenti. Per Italia Domani la prova sarà trasformare questa impostazione in una proposta riconoscibile e, soprattutto, in consenso elettorale.

Il primo test politico arriverà il 3 ottobre a Roma, con l’assemblea nazionale all’Eur. Sarà allora che il progetto di Marco Rizzo dovrà iniziare a chiarire organizzazione, classe dirigente e programma. E soprattutto se l’obiettivo di recuperare il «voto popolare» rimasto senza rappresentanza potrà tradursi in un nuovo spazio concreto nel sistema politico italiano.

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“Situazione preoccupante”. Mattarella, l’annuncio è appena arrivato: italiani in ansia https://www.business.it/situazione-preoccupante-mattarella-lannuncio-e-appena-arrivato-italiani-in-ansia/ Fri, 04 Sep 2026 09:03:39 +0000 https://www.business.it/?p=159092 Le crisi che attraversano il mondo non possono più essere affrontate entro i confini dei singoli Stati. Dal clima alla salute, dalle risorse strategiche all’Intelligenza Artificiale, cresce la necessità di decisioni condivise. Ma, mentre questa esigenza diventa più evidente, nelle relazioni internazionali riaffiorano spinte opposte: competizione, minacce e ricorso alla forza. È l’allarme lanciato dal… Read More »“Situazione preoccupante”. Mattarella, l’annuncio è appena arrivato: italiani in ansia

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Le crisi che attraversano il mondo non possono più essere affrontate entro i confini dei singoli Stati. Dal clima alla salute, dalle risorse strategiche all’Intelligenza Artificiale, cresce la necessità di decisioni condivise. Ma, mentre questa esigenza diventa più evidente, nelle relazioni internazionali riaffiorano spinte opposte: competizione, minacce e ricorso alla forza. È l’allarme lanciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti, il capo dello Stato ha richiamato l’attenzione delle istituzioni e del mondo economico su uno scenario globale sempre più complesso. Mattarella ha indicato la cooperazione tra Paesi come condizione essenziale per affrontare problemi che, per natura, superano le frontiere nazionali.

Il presidente ha citato il cambiamento climatico, le emergenze sanitarie di carattere pandemico, la disponibilità di energia, cibo e acqua, oltre alle conseguenze prodotte dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Questioni diverse ma legate fra loro, che richiedono strumenti comuni e una capacità di dialogo stabile tra gli Stati.

Mattarella al Forum Ambrosetti: le sfide globali richiedono cooperazione

«Si amplia repentinamente il novero delle sfide globali la cui soluzione richiede maggiore cooperazione tra gli Stati», ha osservato Mattarella. Nel suo messaggio, il Quirinale ha così posto al centro il tema dell’interdipendenza: le principali emergenze contemporanee non possono essere risolte attraverso iniziative isolate.

La necessità di una risposta internazionale coordinata riguarda tanto i beni materiali quanto quelli immateriali. L’accesso alle risorse energetiche, alimentari e idriche si intreccia infatti con la gestione delle nuove tecnologie e con gli effetti economici e sociali dell’innovazione digitale.

Accanto a questa esigenza, tuttavia, Mattarella ha evidenziato un segnale di segno contrario. Secondo il presidente della Repubblica, nello scenario internazionale sta tornando a manifestarsi una logica fondata sulla contrapposizione e sul controllo delle risorse.

«Preoccupante tendenza» al ritorno delle politiche di potenza

Il capo dello Stato ha parlato di una «pretesa predatoria» delle risorse disponibili, materiali e immateriali, collegandola a una preoccupante tendenza a ripristinare politiche di potenza. Un passaggio che descrive il rischio di controversie affrontate non attraverso il confronto diplomatico, ma con la minaccia o con l’uso della forza.

«Si affaccia nuovamente una pretesa predatoria delle risorse esistenti, materiali e immateriali, con una preoccupante tendenza a ripristinare politiche di potenza, con la minaccia, quando non l’uso, della forza».

Il ragionamento di Mattarella mette in luce una contraddizione che attraversa l’attuale quadro geopolitico. Da una parte aumentano i dossier che impongono collaborazione e responsabilità condivise; dall’altra riemergono dinamiche di competizione tra potenze, capaci di rendere più fragili gli equilibri internazionali.

Il riferimento riguarda la gestione delle risorse strategiche, ma anche il metodo con cui vengono affrontate le controversie tra Stati. Per il presidente, il ritorno della forza come strumento di pressione rappresenta un elemento di particolare criticità in un contesto già segnato da tensioni e instabilità.

Il ruolo dell’Unione Europea secondo Sergio Mattarella

Nel messaggio al Forum Ambrosetti, Mattarella ha dedicato un passaggio specifico all’Unione Europea, indicandola come una delle più rilevanti esperienze di condivisione della sovranità tra Paesi. Un modello costruito su valori comuni e sulla scelta di superare conflitti che, per secoli, hanno diviso il continente.

«L’Unione Europea costituisce tuttora la manifestazione più eclatante al mondo di condivisione di sovranità, sorretta da valori comuni, capace di assicurare pace, diritti, prosperità diffusi a un gruppo di Stati, adusi per secoli a combattersi l’un l’altro».

Il presidente della Repubblica ha sottolineato i risultati del processo di integrazione europea, ricordando come l’Unione abbia garantito pace, diritti e prosperità a Stati che hanno alle spalle una lunga storia di guerre e rivalità. Risultati che Mattarella ha definito indiscutibili.

Secondo il capo dello Stato, proprio questi successi spiegano anche la persistente attrattiva dell’Europa, nonostante le difficoltà e le pressioni che investono il progetto comunitario. Il messaggio si chiude dunque con un richiamo netto: davanti alle sfide globali, la cooperazione resta necessaria, mentre il ritorno alle politiche di potenza costituisce un rischio da non sottovalutare.

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Europa contro la concorrenza cinese: Germania, Francia e Italia preparano la svolta https://www.business.it/europa-contro-la-concorrenza-cinese-germania-francia-e-italia-preparano-la-svolta/ Tue, 01 Sep 2026 07:01:30 +0000 https://www.business.it/?p=158906 Per molto tempo l’Europa ha considerato la Cina un partner economico indispensabile. Le imprese del Vecchio Continente hanno trovato nel mercato cinese milioni di nuovi consumatori, costi di produzione contenuti e una rete industriale capace di fornire rapidamente componenti e tecnologie. Quel rapporto, però, sta cambiando. Quella che un tempo appariva come una grande opportunità… Read More »Europa contro la concorrenza cinese: Germania, Francia e Italia preparano la svolta

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Per molto tempo l’Europa ha considerato la Cina un partner economico indispensabile. Le imprese del Vecchio Continente hanno trovato nel mercato cinese milioni di nuovi consumatori, costi di produzione contenuti e una rete industriale capace di fornire rapidamente componenti e tecnologie. Quel rapporto, però, sta cambiando. Quella che un tempo appariva come una grande opportunità viene oggi percepita anche come una delle principali minacce per il futuro della manifattura europea.

A preoccupare non è soltanto la quantità di merci provenienti dalla Cina, ma soprattutto il modo in cui molti prodotti arrivano sul mercato europeo. Secondo governi e associazioni industriali, numerose aziende cinesi beneficerebbero di sovvenzioni pubbliche, finanziamenti agevolati e altri strumenti che consentono loro di vendere a prezzi difficilmente sostenibili per i concorrenti occidentali. Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, acciaio, prodotti chimici e apparecchiature tecnologiche sono ormai al centro di una competizione sempre più aspra.

La vera novità è che anche la Germania, tradizionalmente prudente nei rapporti con Pechino, sembra pronta a cambiare posizione. Berlino si sta avvicinando alla linea più severa già sostenuta da Francia e Italia. Se le tre principali potenze manifatturiere dell’Unione riuscissero a trovare un’intesa, la politica commerciale europea nei confronti della Cina potrebbe entrare in una fase completamente nuova.

La Germania scopre il prezzo della dipendenza dalla Cina

La Germania è stata per anni il Paese europeo maggiormente interessato a mantenere rapporti stabili con Pechino. Le grandi aziende tedesche, soprattutto quelle automobilistiche, hanno costruito una parte rilevante della propria crescita proprio grazie al mercato cinese. Volkswagen, Mercedes-Benz e Bmw hanno venduto milioni di vetture in Cina, mentre numerosi gruppi industriali hanno trasferito nel Paese stabilimenti, capitali e competenze.

Questo modello mostra però crepe sempre più evidenti. Nel 2025 la Germania ha importato dalla Cina beni per 170,6 miliardi di euro, con una crescita dell’8,8% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo le esportazioni tedesche verso la Repubblica popolare sono diminuite del 9,7%, fermandosi a 81,3 miliardi. Il disavanzo commerciale ha così raggiunto gli 89,3 miliardi di euro, contro i 66,9 miliardi registrati nel 2024.

Dietro questi numeri si nasconde un cambiamento profondo. La Cina continua a vendere sempre più prodotti alla Germania, mentre le imprese tedesche faticano a difendere le proprie posizioni sul mercato asiatico. Anche il settore automobilistico, per lungo tempo simbolo della superiorità industriale tedesca, deve ora confrontarsi con la crescita di gruppi come Byd, Geely, Chery e Leapmotor.

I nuovi marchi cinesi non si limitano più a competere nel proprio Paese. Stanno entrando rapidamente anche nel mercato europeo, soprattutto nel settore delle automobili elettriche, offrendo modelli tecnologicamente avanzati a prezzi contenuti. Per i produttori tedeschi la pressione è quindi doppia: perdono quote in Cina e, contemporaneamente, devono fronteggiare la concorrenza cinese in Europa.

È per questo che una parte crescente dell’industria tedesca chiede al cancelliere Friedrich Merz di assumere una posizione più netta. Le associazioni imprenditoriali non invocano necessariamente una chiusura dei rapporti commerciali, ma pretendono condizioni realmente paritarie. Tra le soluzioni proposte figurano controlli più rapidi sui sussidi stranieri, misure di salvaguardia, dazi compensativi e quote minime di produzione europea per i beni acquistati attraverso incentivi pubblici.

La Francia guida il fronte più severo

Se la Germania è arrivata lentamente a mettere in discussione il proprio rapporto con Pechino, la Francia sostiene da tempo la necessità di una maggiore protezione industriale. Parigi ritiene che l’Europa non possa finanziare la transizione ecologica e digitale per poi acquistare quasi tutte le tecnologie necessarie da aziende straniere.

Il rischio, secondo il governo francese, è evidente. Le risorse dei contribuenti europei potrebbero finire per sostenere automobili elettriche, batterie e pannelli solari realizzati prevalentemente in Cina. In questo modo l’Europa raggiungerebbe alcuni obiettivi ambientali, ma perderebbe stabilimenti, posti di lavoro e competenze strategiche.

Emmanuel Macron ha più volte sostenuto che l’Unione debba dotarsi di una vera politica industriale. La Francia è stata tra i Paesi maggiormente favorevoli all’inchiesta europea sui sussidi concessi ai produttori cinesi di veicoli elettrici e all’introduzione di dazi destinati a compensare gli aiuti ricevuti dalle aziende.

La posizione francese ha provocato tensioni con Pechino, che ha reagito avviando procedimenti commerciali su prodotti europei, compreso il brandy. Si tratta di un settore molto importante per l’economia francese e la risposta cinese ha dimostrato quanto possa essere difficile adottare una linea più dura senza esporsi a ritorsioni.

Parigi, tuttavia, non ha fatto marcia indietro. La strategia francese si è estesa anche alla moda a bassissimo costo e al commercio digitale. Dal primo settembre 2026 sono entrate in vigore nuove penalizzazioni ambientali destinate a colpire i modelli produttivi fondati sulla vendita continua di enormi quantità di abbigliamento economico. Le misure interessano soprattutto piattaforme come Shein e Temu.

Per la Francia la questione non riguarda soltanto la Cina. Parigi vuole impedire che l’Europa rimanga l’unico grande mercato mondiale aperto quasi senza condizioni. Gli Stati Uniti sostengono le proprie imprese attraverso incentivi e politiche protezionistiche, mentre Pechino difende la produzione nazionale con sovvenzioni e limiti all’accesso del proprio mercato. Di fronte a questo scenario, continuare ad applicare rigidamente le vecchie regole rischierebbe di trasformarsi in uno svantaggio per l’industria europea.

La scelta dell’Italia sul fotovoltaico

Anche l’Italia ha cominciato a muoversi in questa direzione. La decisione più significativa riguarda il fotovoltaico. Roma è stata la prima capitale europea a introdurre un’asta incentivata riservata a progetti che non impiegassero moduli, celle e inverter prodotti in Cina.

La procedura ha assegnato oltre 1,1 gigawatt di capacità fotovoltaica a 88 progetti. Non si tratta di un divieto generale contro le apparecchiature cinesi, ma di una condizione legata all’accesso agli incentivi pubblici. Chi vuole ottenere determinate agevolazioni deve utilizzare componenti provenienti da filiere alternative.

La scelta italiana nasce dalla necessità di ridurre una dipendenza diventata ormai quasi totale. Nel 2023 circa il 94% dei moduli fotovoltaici installati nell’Unione europea proveniva dalla Cina. Una concentrazione di questo tipo consente di abbassare i costi nel breve periodo, ma espone l’Europa a rischi enormi nel caso di tensioni geopolitiche, limitazioni alle esportazioni o nuove crisi nelle catene di approvvigionamento.

Utilizzare componenti non cinesi può comportare inizialmente costi superiori. Le tariffe riconosciute nell’asta italiana sono state infatti più alte rispetto a quelle delle precedenti procedure prive di restrizioni sull’origine delle apparecchiature. Il governo ritiene però che questa differenza possa essere compensata dai benefici industriali prodotti nel medio e lungo periodo.

La priorità è favorire la nascita di nuove fabbriche, attirare investimenti e impedire che la transizione energetica venga costruita interamente sulla dipendenza da un solo fornitore. Il fotovoltaico può quindi diventare il primo banco di prova di una strategia destinata a essere estesa anche ad altri comparti.

Per l’Italia la difesa della manifattura assume un’importanza particolare. Il sistema produttivo nazionale è composto in larga parte da piccole e medie imprese specializzate, spesso capaci di realizzare prodotti di alta qualità ma prive delle dimensioni necessarie per sostenere una lunga guerra dei prezzi. Quando la competizione avviene con aziende sostenute da ingenti risorse pubbliche, anche le imprese italiane più innovative rischiano di essere espulse dal mercato.

Francia e Italia aspettano la svolta di Berlino

Francia e Italia, insieme alla Spagna, hanno già sostenuto la necessità di rafforzare le difese commerciali europee. La Germania è rimasta più cauta perché molte delle sue aziende continuano ad avere interessi importanti in Cina e temono possibili ritorsioni da parte di Pechino.

La crescente insoddisfazione dell’industria tedesca potrebbe però cambiare gli equilibri. Se Berlino si schierasse stabilmente al fianco di Parigi e Roma, l’Unione europea avrebbe il peso politico necessario per rendere più efficace la propria strategia.

Bruxelles dispone già di diversi strumenti per contrastare le distorsioni provocate dagli aiuti pubblici concessi da governi stranieri. Il problema, secondo le imprese, è rappresentato soprattutto dai tempi di applicazione. Le indagini europee possono durare mesi, mentre i concorrenti cinesi riescono a conquistare rapidamente quote di mercato attraverso prezzi molto aggressivi.

La soluzione non può essere una chiusura totale. La Cina resta un partner commerciale fondamentale e un mercato importante per molte aziende europee. Una guerra economica generalizzata provocherebbe conseguenze pesanti anche per l’Europa, facendo aumentare i prezzi e interrompendo forniture essenziali.

Allo stesso tempo, però, l’apertura senza condizioni rischia di accelerare la scomparsa di interi settori produttivi. Francia, Italia e una parte crescente della Germania sembrano quindi orientate verso una terza strada: mantenere gli scambi con Pechino, ma pretendere reciprocità, trasparenza sugli aiuti pubblici e investimenti produttivi reali all’interno dell’Unione.

La battaglia per il futuro del Made in Europe

La questione cinese nasconde una domanda ancora più importante: quale ruolo industriale vuole avere l’Europa nei prossimi decenni? Il continente può limitarsi a progettare tecnologie e approvare regole, lasciando ad altri la produzione, oppure può investire per ricostruire le proprie filiere.

Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, semiconduttori, farmaci e infrastrutture digitali non sono più prodotti come tutti gli altri. Sono diventati elementi essenziali della sicurezza economica e dell’autonomia politica. Dipendere quasi completamente da un Paese esterno significa esporsi a decisioni che l’Europa non potrebbe controllare.

Germania, Francia e Italia arrivano a questo confronto partendo da situazioni differenti. Berlino deve ripensare un modello basato sulle esportazioni verso la Cina. Parigi vuole trasformare l’autonomia europea in una politica industriale concreta. Roma cerca di proteggere le proprie filiere e di utilizzare gli incentivi pubblici per ridurre le dipendenze più pericolose.

Nessuno dei tre Paesi, tuttavia, può affrontare da solo una potenza industriale delle dimensioni della Cina. Soltanto una risposta europea coordinata può avere effetti reali. La progressiva convergenza tra Germania, Francia e Italia potrebbe quindi rappresentare il passaggio decisivo.

Non si tratta di interrompere i rapporti con Pechino, ma di riequilibrarli. L’obiettivo è impedire che il “Made in Europe” diventi soltanto un’etichetta applicata a prodotti costruiti quasi interamente altrove. La partita con la Cina riguarda il commercio, ma soprattutto la capacità dell’Europa di continuare a produrre, innovare e difendere la propria indipendenza economica.

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Dalla Sco ai Brics, il tempo stringe. https://www.business.it/dalla-sco-ai-brics-il-tempo-stringe/ Mon, 31 Aug 2026 14:26:15 +0000 https://www.business.it/?p=158892 La diplomazia internazionale entra in una fase particolarmente delicata. Nel giro di meno di due settimane, prima il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai a Bishkek e poi quello dei Brics a Nuova Delhi riuniranno alcuni dei principali protagonisti dello scenario mondiale. Al centro degli incontri ci saranno la guerra in Ucraina, la crisi… Read More »Dalla Sco ai Brics, il tempo stringe.

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La diplomazia internazionale entra in una fase particolarmente delicata. Nel giro di meno di due settimane, prima il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai a Bishkek e poi quello dei Brics a Nuova Delhi riuniranno alcuni dei principali protagonisti dello scenario mondiale. Al centro degli incontri ci saranno la guerra in Ucraina, la crisi mediorientale, la sicurezza energetica e il futuro dei rapporti con gli Stati Uniti.

Il primo appuntamento è il vertice Sco in Kirghizistan

Il primo passaggio di questa intensa agenda diplomatica è rappresentato dal vertice della Sco, ospitato a Bishkek, capitale del Kirghizistan. All’appuntamento partecipano, tra gli altri, il presidente cinese Xi Jinping, quello russo Vladimir Putin, il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

Fondata nel 2001 da Cina, Russia e quattro Paesi dell’Asia centrale, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai nacque soprattutto come forum dedicato alla sicurezza regionale. Con il passare degli anni, tuttavia, ha ampliato la propria composizione e i propri obiettivi, includendo temi economici, energetici e diplomatici.

Oggi ne fanno parte dieci Stati: Cina, Russia, India, Iran, Pakistan, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Numerosi altri Paesi partecipano inoltre come osservatori o partner di dialogo. La Sco non costituisce un’alleanza militare paragonabile alla Nato, ma rappresenta uno dei principali luoghi di confronto tra potenze interessate a ridurre la dipendenza politica ed economica dalle istituzioni guidate dall’Occidente.

Putin, Xi e Modi: il peso degli incontri bilaterali

Una parte decisiva del vertice non si svolge durante le sessioni ufficiali, ma nei colloqui bilaterali organizzati a margine. Putin e Xi hanno già avuto un confronto, durante il quale il presidente russo ha manifestato la disponibilità di Mosca a rendere permanente il regime di esenzione dai visti con la Cina.

Il rapporto tra Russia e Cina rimane uno degli assi centrali della Sco. I due Paesi condividono l’obiettivo di costruire un ordine internazionale meno dipendente dagli Stati Uniti, pur mantenendo interessi economici e strategici non sempre perfettamente coincidenti.

Grande attenzione è riservata anche ai rapporti tra Russia e India. Nuova Delhi continua ad acquistare energia e armamenti da Mosca, ma nello stesso tempo coltiva una cooperazione crescente con Washington e con altri partner occidentali. La politica indiana resta quindi improntata a una marcata autonomia strategica: Modi non intende scegliere un unico schieramento, ma cerca di mantenere aperti più canali contemporaneamente.

La presenza di Modi alla Sco offre inoltre all’India la possibilità di osservare da vicino gli sviluppi in una regione condizionata dalla crescente influenza cinese. L’organizzazione comprende infatti sia Pechino sia Islamabad, i due principali rivali strategici di Nuova Delhi.

Il difficile riavvicinamento tra India e Cina

Uno dei dossier più importanti riguarda proprio il rapporto tra India e Cina. I due Paesi condividono circa 3.800 chilometri di frontiera himalayana, in larga parte contestata e priva di una delimitazione riconosciuta da entrambe le parti.

Le relazioni precipitarono dopo gli scontri del 2020, che provocarono vittime e diedero origine a un lungo confronto militare. Una prima distensione è arrivata nell’ottobre del 2024, con un accordo sul disimpegno delle forze in alcune aree sensibili.

Il 25 agosto 2026 il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere indiano per la sicurezza nazionale Ajit Doval si sono incontrati a Pechino. Le due parti hanno concordato di continuare il dialogo per raggiungere una soluzione definita “equa, ragionevole e reciprocamente accettabile”. Il prossimo ciclo di colloqui è previsto in India nel 2027.

Nonostante i progressi, la rivalità non è scomparsa. Cina e India competono per l’influenza politica, commerciale e infrastrutturale in Asia, ma condividono anche la necessità di evitare un nuovo deterioramento dei rapporti. La stabilità tra i due giganti asiatici sarà essenziale anche per attribuire maggiore efficacia alla Sco e ai Brics.

L’Iran cerca spazio diplomatico e sostegno politico

Per l’Iran, il doppio appuntamento rappresenta una delle occasioni diplomatiche più importanti dall’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele. Pezeshkian dovrebbe incontrare Putin durante il vertice della Sco, mentre Teheran punta a rafforzare i rapporti con Cina, Russia e India per ridurre gli effetti dell’isolamento e delle pressioni economiche occidentali.

Il dossier iraniano non riguarda soltanto la guerra e il programma nucleare. Una questione centrale è la sicurezza dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas. Qualsiasi interruzione prolungata della navigazione potrebbe provocare un aumento dei prezzi energetici e conseguenze sulle economie di numerosi Paesi.

Cina e India osservano la situazione con particolare attenzione, perché dipendono in misura considerevole dalle importazioni energetiche provenienti dal Golfo. Per questa ragione, entrambe hanno interesse a evitare un’ulteriore escalation militare.

Parallelamente, Oman e Iran stanno lavorando all’ipotesi di un corridoio marittimo temporaneo e a un progetto congiunto per lo sminamento. Mascate, che tradizionalmente svolge un ruolo di mediazione nella regione, può diventare uno dei principali canali di comunicazione tra Teheran e i suoi avversari.

Ucraina ed energia dominano l’agenda

L’altra grande crisi che attraversa il vertice è la guerra in Ucraina. La Russia resta direttamente coinvolta nel conflitto e le possibilità di una soluzione in tempi brevi appaiono ancora incerte. Putin utilizza incontri come quello della Sco per dimostrare che Mosca conserva una rete di relazioni politiche ed economiche nonostante le sanzioni occidentali.

Allo stesso tempo, né l’India né la Cina sembrano intenzionate ad allinearsi completamente alla strategia russa. Pechino continua a presentarsi come sostenitrice di una soluzione politica, mentre Nuova Delhi difende la libertà di mantenere rapporti con tutte le parti.

Queste differenze mostrano uno dei principali limiti della Sco. L’organizzazione può offrire uno spazio di confronto e produrre un’immagine di unità, ma al suo interno convivono Paesi con rivalità territoriali, alleanze internazionali e obiettivi profondamente differenti.

Il secondo passaggio sarà il vertice Brics a Nuova Delhi

Dopo Bishkek, l’attenzione si sposterà su Nuova Delhi, dove il 12 e il 13 settembre si terrà il vertice dei Brics. L’India, presidente di turno del gruppo nel 2026, ha organizzato durante l’anno oltre 350 incontri e appuntamenti di alto livello in più di 25 città.

I Brics riuniscono ormai undici Paesi e rappresentano oltre il 40 per cento della popolazione mondiale e più del 32 per cento del Pil globale. Nel 2025 il commercio interno al gruppo avrebbe superato il valore di mille miliardi di dollari.

L’agenda comprenderà il rafforzamento della cooperazione economica, il commercio in valute locali, i sistemi di pagamento internazionali, le tecnologie digitali e la riforma delle istituzioni multilaterali. Tra le ipotesi discusse figura anche una maggiore integrazione tra i sistemi di pagamento rapido e le valute digitali emesse dalle banche centrali.

Non si tratta ancora della nascita di una moneta comune dei Brics. L’obiettivo più realistico è costruire strumenti capaci di ridurre i costi delle transazioni internazionali e la dipendenza dal dollaro, senza obbligare i singoli Stati a rinunciare alle rispettive valute.

Gli Stati Uniti restano il grande interlocutore esterno

Pur non partecipando né alla Sco né ai Brics, gli Stati Uniti rimangono il principale interlocutore esterno. Le pressioni economiche contro l’Iran, la competizione strategica con la Cina, la guerra in Ucraina e le tensioni commerciali con l’India influenzeranno inevitabilmente i colloqui.

Definire Sco e Brics come un fronte compatto contro Washington sarebbe però riduttivo. L’India mantiene solide relazioni con gli Stati Uniti, la Turchia cerca un equilibrio tra appartenenza alla Nato e apertura verso l’Eurasia, mentre altri membri hanno interessi economici e militari divergenti.

Le due settimane tra Bishkek e Nuova Delhi serviranno quindi soprattutto a misurare la capacità delle potenze emergenti di trasformare il comune desiderio di un sistema multipolare in iniziative concrete. La fotografia dei leader riuniti avrà un forte valore simbolico, ma il vero risultato dipenderà dagli accordi su energia, sicurezza, commercio e gestione delle crisi

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Compra un gratta e vinci, lo gratta poi lo choc https://www.business.it/compra-un-gratta-e-vinci-lo-gratta-poi-lo-choc/ Mon, 31 Aug 2026 11:28:44 +0000 https://www.business.it/?p=158886 Sembrava un acquisto come tanti, uno di quei biglietti che si prendono quasi distrattamente prima di partire o durante una breve sosta. Invece, dietro quella patina argentata si nascondeva una cifra capace di cambiare completamente la vita di chi l’ha acquistato. È successo a Fabriano, dove un Gratta e Vinci costato appena 5 euro si… Read More »Compra un gratta e vinci, lo gratta poi lo choc

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Sembrava un acquisto come tanti, uno di quei biglietti che si prendono quasi distrattamente prima di partire o durante una breve sosta. Invece, dietro quella patina argentata si nascondeva una cifra capace di cambiare completamente la vita di chi l’ha acquistato. È successo a Fabriano, dove un Gratta e Vinci costato appena 5 euro si è trasformato in un premio da 500mila euro. Il biglietto appartiene alla serie “20X” e ha regalato la vincita massima prevista dal gioco.

Il colpo di fortuna alla stazione

Il biglietto fortunato è stato venduto alla Caffetteria Stazione di Fabriano, un punto vendita particolarmente frequentato proprio per la sua posizione all’interno della stazione ferroviaria. L’acquisto risale al 23 agosto, ma per alcuni giorni nessuno, almeno pubblicamente, sapeva ancora che proprio lì era stato centrato un premio così importante.

La conferma è arrivata soltanto nei giorni scorsi, facendo scattare immediatamente la curiosità. La notizia ha iniziato così a circolare tra chi frequenta abitualmente la stazione e conosce l’attività.

La telefonata che ha svelato tutto

A raccontare cosa è accaduto è stata Desirée Biancini, futura titolare dell’attività insieme al fratello Cristian. Il locale ha infatti ricevuto la telefonata di un uomo che ha voluto comunicare personalmente la straordinaria notizia.

Il vincitore, secondo quanto riferito, avrebbe chiamato per ringraziare il personale e raccontare che quella vincita gli avrebbe cambiato la vita. Poche parole, sufficienti però a confermare che dietro il biglietto da mezzo milione c’è una persona in carne e ossa che, dopo aver speso 5 euro, si è ritrovata davanti a una cifra completamente diversa.

Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva

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Sondaggi Winpoll, centrodestra in fibrillazione: Meloni scende e Vannacci supera Lega e Forza Italia https://www.business.it/sondaggi-winpoll-centrodestra-in-fibrillazione-meloni-scende-e-vannacci-supera-lega-e-forza-italia/ Sat, 29 Aug 2026 12:19:03 +0000 https://www.business.it/?p=158861 Il panorama politico italiano sta attraversando una fase di forte dinamismo e ridefinizione degli equilibri interni, come evidenziato dal più recente sondaggio condotto dall’istituto Winpoll. I dati mostrano chiaramente come i mesi di consenso incondizionato e le vette toccate in passato siano ormai un ricordo per le principali forze di governo. Il dato più rilevante… Read More »Sondaggi Winpoll, centrodestra in fibrillazione: Meloni scende e Vannacci supera Lega e Forza Italia

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Il panorama politico italiano sta attraversando una fase di forte dinamismo e ridefinizione degli equilibri interni, come evidenziato dal più recente sondaggio condotto dall’istituto Winpoll. I dati mostrano chiaramente come i mesi di consenso incondizionato e le vette toccate in passato siano ormai un ricordo per le principali forze di governo. Il dato più rilevante riguarda il calo progressivo di Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio, che scende al 25,7%, posizionandosi al di sotto delle percentuali registrate durante le ultime elezioni politiche. Questa flessione riduce drasticamente la distanza dalla principale forza di opposizione, il Partito Democratico, che mantiene una sostanziale stabilità attorno al 22%. Il restringimento del divario a meno di quattro punti percentuali riapre scenari competittivi che fino a pochi mesi fa sembravano del tutto improbabili, trasformando il quadro generale in vista dei futuri appuntamenti elettorali.

Il crollo della Lega e l’ascesa di Vannacci

All’interno dell’area di centrodestra si assiste a una profonda ristrutturazione dei consensi, caratterizzata in particolar modo dall’esplosione della formazione guidata da Roberto Vannacci. Futuro Nazionale raggiunge infatti il 7,5% delle preferenze, posizionandosi davanti a forze storiche della coalizione come Forza Italia e la Lega. Quest’ultima subisce una flessione particolarmente marcata, crollando al 5,5% dei voti, il punto più basso registrato negli ultimi anni. Il sondaggio evidenzia inoltre un possibile rifuso grafico nelle rilevazioni dell’istituto, dove i colori attribuiti ad Alleanza Verdi-Sinistra e Futuro Nazionale risultano invertiti rispetto ai dati precedenti. Qualora la percentuale del 7,8% fosse da attribuire a Vannacci anziché ad AVS, l’impatto politico del movimento risulterebbe ancora più dirompente. In ogni caso, la crescita costante di Futuro Nazionale rappresenta un fattore cruciale per le elezioni del 2027, poiché un’eventuale corsa solitaria fuori dalla coalizione di governo rischierebbe di sottrarre un bacino determinante di voti alla destra tradizionale.

Le opposizioni tra stabilità e dibattiti interni

Spostando l’attenzione sul fronte delle opposizioni, il Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte si stabilizza all’11,1%. Il partito ha fatto discutere di recente per aver preso una netta distanza dalla cultura woke, aprendo un dibattito articolato all’interno della sinistra italiana senza tuttavia registrare impennate significative sul piano elettorale. Più in basso nella graduatoria, Alleanza Verdi-Sinistra consolida la propria posizione al 7,8%, confermandosi una realtà solida del campo progressista. Per quanto riguarda le formazioni minori, nessuna di esse riesce al momento a superare la soglia di sbarramento necessaria per l’accesso parlamentare. Italia Viva si attesta al 2,5%, seguita da Azione al 2,3% e da +Europa all’1,5%, mentre chiude la lista la formazione Pace, Terra e Dignità con l’1,1% dei consensi complessivi.

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Bill Gates cambia tono sull’intelligenza artificiale: “Tassare i robot e proteggere il lavoro umano” https://www.business.it/bill-gates-cambia-tono-sullintelligenza-artificiale-tassare-i-robot-e-proteggere-il-lavoro-umano/ Thu, 27 Aug 2026 14:20:54 +0000 https://www.business.it/?p=158795 L’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno dei più potenti strumenti di progresso mai creati, ma senza nuove regole rischia anche di produrre una trasformazione traumatica del mercato del lavoro e di ampliare le disuguaglianze. A lanciare l’allarme è Bill Gates, che in un lungo intervento dedicato al futuro dell’Ai ha assunto toni decisamente più prudenti rispetto… Read More »Bill Gates cambia tono sull’intelligenza artificiale: “Tassare i robot e proteggere il lavoro umano”

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L’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno dei più potenti strumenti di progresso mai creati, ma senza nuove regole rischia anche di produrre una trasformazione traumatica del mercato del lavoro e di ampliare le disuguaglianze. A lanciare l’allarme è Bill Gates, che in un lungo intervento dedicato al futuro dell’Ai ha assunto toni decisamente più prudenti rispetto all’ottimismo con cui aveva accolto la nuova rivoluzione tecnologica pochi anni fa.

Il cofondatore di Microsoft non propone di fermare l’innovazione. Al contrario, continua a riconoscere le enormi opportunità offerte dall’intelligenza artificiale nella medicina, nell’istruzione, nell’agricoltura e nell’accesso ai servizi. Il punto, secondo Gates, è un altro: la tecnologia sta avanzando a una velocità superiore rispetto alla capacità delle istituzioni di governarne gli effetti economici e sociali.

La questione centrale diventa quindi stabilire quali decisioni prendere prima che gli effetti più dirompenti diventino difficili da correggere. E tra le proposte avanzate dal miliardario americano ce ne sono due destinate a far discutere: creare una sorta di “riserva” di lavori destinati agli esseri umani e introdurre una tassazione sull’utilizzo dell’Ai e dei robot.

L’allarme di Gates: l’Ai può cambiare completamente il mercato del lavoro

Il ragionamento parte dalla differenza tra l’attuale rivoluzione e le precedenti trasformazioni tecnologiche. La meccanizzazione, l’informatizzazione e la diffusione di Internet hanno cancellato alcune professioni, ma contemporaneamente ne hanno create altre. Soprattutto, questi cambiamenti si sono sviluppati nell’arco di molti anni, consentendo almeno in parte ai lavoratori e alle economie di adattarsi.

L’intelligenza artificiale introduce invece un elemento differente: può sostituire direttamente una parte delle capacità cognitive umane. È in grado di leggere, scrivere, ascoltare, elaborare informazioni e risolvere problemi e, combinata con la robotica, potrebbe progressivamente entrare anche nelle attività manuali.

Gates ritiene quindi che non siano esposti soltanto gli impieghi d’ufficio. Software, servizi professionali, assistenza clienti e attività amministrative rappresentano la prima linea della trasformazione, ma l’avanzamento dei robot potrebbe successivamente coinvolgere costruzioni, industria, ristorazione, ospitalità e numerosi altri settori.

Il rischio maggiore riguarda la velocità del processo. Quando un’impresa riuscirà a ridurre significativamente i costi utilizzando l’Ai, i concorrenti saranno spinti a fare altrettanto. Si potrebbe così creare una dinamica in cui l’automazione non rappresenta più semplicemente una scelta, ma una necessità per restare competitivi.

Il problema dei giovani e dei lavori di ingresso

Una delle preoccupazioni più rilevanti riguarda i lavoratori più giovani. Molte delle mansioni che l’intelligenza artificiale riesce già a svolgere sono infatti quelle affidate tradizionalmente a chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro.

Attività ripetitive, analisi preliminari, produzione di documenti, programmazione di base e gestione di informazioni possono essere automatizzate sempre più facilmente. Se le posizioni junior dovessero diminuire sensibilmente, il problema non sarebbe soltanto occupazionale: verrebbe compromesso anche il percorso attraverso il quale un lavoratore acquisisce esperienza per raggiungere successivamente ruoli più qualificati.

Per Gates non è quindi sufficiente confidare nella nascita spontanea di nuove professioni. Alcuni lavoratori potranno certamente essere riqualificati, ma altri potrebbero avere maggiori difficoltà a cambiare settore, soprattutto quando l’automazione riguarderà contemporaneamente numerose attività.

La proposta dei lavori “Human Reserved”

Da questa considerazione nasce una delle idee più originali avanzate da Gates: creare una categoria di attività “Human Reserved”, cioè deliberatamente riservate agli esseri umani.

Il concetto viene paragonato a quello delle riserve naturali. Su un territorio protetto sarebbe tecnicamente possibile costruire edifici o infrastrutture, ma la società sceglie di non farlo perché considera il valore da preservare superiore al vantaggio economico immediato.

Lo stesso principio potrebbe essere applicato al lavoro. Anche quando una macchina fosse tecnicamente capace di svolgere una determinata funzione, si potrebbe decidere che quella responsabilità debba continuare ad appartenere a una persona.

La scelta potrebbe essere motivata sia da ragioni occupazionali sia dalla particolare natura di alcune professioni. Gates cita soprattutto i settori nei quali il rapporto umano rappresenta una parte fondamentale del servizio.

Sanità e assistenza, dove l’efficienza non basta

Per spiegare il concetto, Gates ha ricordato l’esperienza personale vissuta con suo padre, morto nel 2020 dopo aver sofferto di Alzheimer. Negli ultimi anni della sua vita era assistito da professionisti capaci di comprenderne le esigenze anche quando lui non riusciva più a comunicarle chiaramente.

Per Gates quella relazione possedeva un valore impossibile da misurare esclusivamente in termini di produttività. Un sistema artificiale potrebbe un giorno essere perfettamente in grado di monitorare un paziente o formulare una diagnosi, ma questo non significa necessariamente che debba sostituire completamente una persona.

Lo stesso ragionamento potrebbe riguardare istruzione, assistenza all’infanzia e altri servizi nei quali empatia, responsabilità e relazione costituiscono una componente essenziale. L’Ai potrebbe affiancare medici, insegnanti e operatori, lasciando però agli esseri umani la responsabilità finale e il rapporto diretto con le persone.

Secondo quanto riferito anche da Reuters, Gates è arrivato a ipotizzare che fino al 40% degli attuali posti possa essere preservato per gli esseri umani. Non si tratta però di un piano normativo già definito, quanto di un ordine di grandezza inserito in una riflessione ancora aperta.

Perché Gates vuole tassare robot e intelligenza artificiale

La seconda proposta riguarda il sistema fiscale. Secondo Gates, oggi esiste una distorsione che può accelerare ulteriormente la sostituzione dei lavoratori.

Quando un’azienda assume un dipendente sostiene infatti non soltanto lo stipendio, ma anche imposte e contributi legati al lavoro. Quando acquista una macchina o un sistema automatizzato, invece, quell’investimento può beneficiare di un trattamento fiscale differente e in molti casi essere contabilizzato come costo aziendale.

In altre parole, il sistema potrebbe finire per incentivare economicamente l’automazione proprio nel momento in cui questa diventa tecnologicamente più conveniente.

Da qui la proposta di introdurre forme di tassazione sui robot e sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, comprese imposte legate ai token elaborati dai modelli. Non sarebbe semplicemente una misura punitiva nei confronti dell’innovazione: il gettito potrebbe finanziare programmi di riqualificazione professionale e rafforzare la protezione sociale dei lavoratori coinvolti dalla trasformazione.

C’è anche un problema di sostenibilità dei conti pubblici. Se una quota significativa della popolazione lavorasse meno o perdesse l’occupazione, diminuirebbero le entrate fiscali generate dal lavoro proprio mentre aumenterebbe la necessità di finanziare formazione, sostegni al reddito e politiche sociali.

Non solo occupazione: cybersecurity e bioterrorismo

Il lavoro rappresenta soltanto una delle aree individuate da Gates. Un secondo grande capitolo riguarda la sicurezza.

Sistemi sempre più potenti potrebbero consentire anche a persone con competenze limitate di organizzare attacchi informatici sofisticati. Ancora più delicato è il cosiddetto problema del “dual use”: tecnologie progettate per aiutare la ricerca scientifica possono teoricamente essere utilizzate anche per individuare sostanze tossiche o progettare minacce biologiche.

A questo si aggiunge il problema del controllo dei modelli più avanzati. Più i sistemi diventano autonomi e capaci di perseguire obiettivi complessi, maggiore diventa la necessità di verificare che il loro comportamento rimanga coerente con le intenzioni umane.

È anche per questo che Gates chiede un sistema di governance internazionale. In un’intervista a Reuters ha sostenuto la necessità di una cooperazione tra Stati Uniti, Cina e altre potenze, immaginando strutture sovranazionali ispirate, pur con caratteristiche differenti, ai meccanismi sviluppati in passato per il nucleare, l’aviazione internazionale e la protezione dell’ozono.

Il rischio per istruzione e relazioni umane

Il terzo fronte riguarda le conseguenze sociali dell’Ai, soprattutto sulle nuove generazioni. Gli strumenti di intelligenza artificiale possono diventare tutor estremamente efficaci e personalizzati, ma un utilizzo eccessivo potrebbe produrre l’effetto opposto, riducendo la necessità di ragionare autonomamente.

Gates richiama inoltre l’attenzione sui cosiddetti “Ai companion”, assistenti artificiali progettati per intrattenere relazioni continuative con gli utenti. Sono sempre disponibili, si adattano al modo di comunicare della persona e difficilmente producono quelle frizioni che caratterizzano invece i rapporti reali.

Proprio questa capacità potrebbe renderli particolarmente coinvolgenti. Il rischio, soprattutto per bambini e adolescenti, è che una parte delle esperienze attraverso le quali si imparano il confronto, il compromesso e la gestione delle emozioni venga progressivamente sostituita da interazioni artificiali costruite per essere accomodanti.

Servono regole internazionali prima che sia troppo tardi

Il messaggio complessivo di Gates non è quello di interrompere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La tecnologia potrebbe contribuire a migliorare l’accesso alle cure, ridurre i costi dell’istruzione, accelerare la ricerca e aumentare la produttività.

Ma proprio la dimensione delle opportunità rende necessario affrontare contemporaneamente i rischi.

L’ex numero uno di Microsoft chiede quindi istituzioni capaci di coordinare le politiche sull’Ai in settori che vanno dall’occupazione alla sicurezza nazionale, dalla sanità alla fiscalità, passando per istruzione, energia e sistema finanziario.

La questione economica resta probabilmente quella più immediata. Se le macchine riusciranno a produrre una quota crescente della ricchezza mentre diminuirà il numero delle persone necessarie per crearla, i sistemi costruiti intorno al lavoro dovranno essere ripensati.

La sfida indicata da Gates consiste quindi nel trovare un equilibrio: sfruttare la produttività dell’intelligenza artificiale senza trasformarla in un meccanismo che concentra i vantaggi economici nelle mani di pochi e scarica sul resto della società i costi della transizione.

Una corsa tecnologica che ora deve diventare anche politica

Per decenni l’innovazione digitale è stata governata soprattutto dalle imprese che riuscivano a svilupparla più rapidamente. L’Ai potrebbe obbligare i governi a cambiare approccio.

Tassare robot e token, finanziare la riqualificazione, rafforzare il welfare e stabilire attività riservate agli esseri umani sono proposte ancora tutte da tradurre in norme concrete. Ma indicano una trasformazione significativa nel dibattito: la domanda non è più soltanto quanto velocemente potrà crescere l’intelligenza artificiale, bensì quali limiti una società sarà disposta a imporle.

Gates continua a considerare l’Ai una straordinaria opportunità. Il suo nuovo intervento, però, segna un cambio di prospettiva: la tecnologia non viene più osservata soltanto per ciò che può fare, ma anche per ciò che potrebbe togliere. E la partita decisiva potrebbe giocarsi proprio sul lavoro, sul sistema fiscale e sulla scelta di stabilire quali attività, anche in un mondo dominato dalle macchine intelligenti, debbano continuare a essere affidate alle persone.

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    Trump sospende i visti per immigrati: cosa cambia per gli italiani https://www.business.it/trump-sospende-i-visti-per-immigrati-cosa-cambia-per-gli-italiani/ Wed, 26 Aug 2026 15:27:29 +0000 https://www.business.it/?p=158767 Nuova stretta sull’immigrazione negli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump ha temporaneamente sospeso a livello globale la gestione delle domande per i visti di immigrazione, con conseguenze immediate per chi aveva già un colloquio fissato presso ambasciate e consolati americani. La misura è legata a un programma di formazione destinato ai funzionari consolari e finalizzato,… Read More »Trump sospende i visti per immigrati: cosa cambia per gli italiani

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    Nuova stretta sull’immigrazione negli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump ha temporaneamente sospeso a livello globale la gestione delle domande per i visti di immigrazione, con conseguenze immediate per chi aveva già un colloquio fissato presso ambasciate e consolati americani. La misura è legata a un programma di formazione destinato ai funzionari consolari e finalizzato, in particolare, a rafforzare i controlli sui richiedenti che potrebbero diventare un «onere pubblico» una volta entrati negli Usa.

    La decisione riguarda i visti per immigrati, cioè quelli destinati a chi intende trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, e non comporta invece uno stop generalizzato ai visti temporanei per turismo, studio o lavoro. Chi, ad esempio, ha un appuntamento per un normale visto turistico non deve considerarlo automaticamente cancellato e dovrebbe presentarsi regolarmente, salvo diversa comunicazione da parte della sede consolare competente.

    La formazione globale dei funzionari

    A dare per primo la notizia è stato il Financial Times. Il Dipartimento di Stato ha spiegato di aver avviato questo mese un’iniziativa di formazione globale con l’obiettivo di fare in modo che i funzionari consolari siano preparati a esaminare ogni domanda in maniera completa e uniforme.

    Al centro della formazione c’è soprattutto l’applicazione del principio della public charge, previsto dalla normativa statunitense. La legge consente di considerare inammissibile uno straniero qualora il funzionario consolare ritenga che possa diventare in futuro un «onere pubblico». Nella valutazione possono entrare diversi elementi, tra cui età, stato di salute, situazione familiare, disponibilità economiche, istruzione e competenze professionali.

    Gli effetti della sospensione si stanno già facendo sentire. Richiedenti che avevano colloqui programmati presso ambasciate e consolati Usa in diversi Paesi hanno ricevuto comunicazioni con cui veniva annunciato il rinvio dell’appuntamento. Al momento non è stata indicata una data generale per il ritorno alla normale attività.

    Il nuovo giro di vite di Trump sull’immigrazione

    Il provvedimento si inserisce nella più ampia politica sull’immigrazione portata avanti dalla Casa Bianca. Trump ha fatto del contrasto all’immigrazione irregolare uno dei punti centrali della sua presidenza, affiancandolo a restrizioni sull’ingresso legale negli Stati Uniti e a controlli più severi per ottenere visti e green card.

    La nuova sospensione arriva inoltre pochi giorni dopo una battuta d’arresto giudiziaria per l’amministrazione. Una giudice federale di New York, Jeannette Vargas, ha annullato la precedente politica che aveva sospeso il rilascio dei visti di immigrazione ai cittadini di 75 Paesi, tra cui Iran, Afghanistan e Somalia. Secondo la giudice, quella misura oltrepassava i poteri attribuiti al Dipartimento di Stato e finiva per far dipendere l’accesso dal Paese di provenienza anziché dalla valutazione individuale affidata ai funzionari consolari.

    La nuova iniziativa ha una struttura diversa: non individua un gruppo di Paesi, ma interessa il sistema consolare su scala globale, mentre i funzionari vengono formati sulle modalità con cui valutare i singoli candidati.

    Cosa succede ora per gli italiani che aspettano il visto

    Anche i cittadini italiani che stanno seguendo una procedura per ottenere un visto di immigrazione possono subire ritardi. Gli appuntamenti già fissati possono essere rinviati e, fino allo svolgimento del colloquio e alla conclusione delle verifiche, il procedimento per l’ingresso permanente negli Stati Uniti non può essere completato.

    La distinzione fondamentale riguarda però il tipo di visto richiesto. La sospensione interessa i visti di immigrazione, utilizzati da chi punta alla residenza permanente negli Usa, per esempio attraverso determinati percorsi familiari o lavorativi. Non riguarda invece automaticamente i visti non immigranti, utilizzati per soggiorni temporanei come turismo, studio o alcune forme di lavoro.

    Per chi ha già ricevuto una comunicazione di rinvio, la domanda non deve quindi essere considerata automaticamente respinta: il problema riguarda in questa fase la riprogrammazione del colloquio e il conseguente allungamento dei tempi. La durata complessiva dello stop resta però incerta.

    Chi ha una pratica in corso dovrà quindi controllare le comunicazioni ricevute dalla sede diplomatica competente e gli aggiornamenti pubblicati attraverso i canali ufficiali statunitensi, soprattutto prima di affrontare spese o viaggi legati a un appuntamento consolare.

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    EssilorLuxottica, l’addio di Leonardo Maria Del Vecchio riapre la partita su Delfin https://www.business.it/essilorluxottica-laddio-di-leonardo-maria-del-vecchio-riapre-la-partita-su-delfin/ Wed, 26 Aug 2026 14:07:13 +0000 https://www.business.it/?p=158752 Leonardo Maria Del Vecchio lascia la gestione operativa di EssilorLuxottica e torna a indossare soltanto i panni dell’azionista. Dal 31 agosto non sarà più presidente di Ray-Ban né chief strategy officer del gruppo nato dalla fusione tra Essilor e la Luxottica fondata dal padre. La decisione apre un passaggio molto più ampio: lo scontro con… Read More »EssilorLuxottica, l’addio di Leonardo Maria Del Vecchio riapre la partita su Delfin

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    Leonardo Maria Del Vecchio lascia la gestione operativa di EssilorLuxottica e torna a indossare soltanto i panni dell’azionista. Dal 31 agosto non sarà più presidente di Ray-Ban né chief strategy officer del gruppo nato dalla fusione tra Essilor e la Luxottica fondata dal padre. La decisione apre un passaggio molto più ampio: lo scontro con Francesco Milleri, il riassetto ancora irrisolto di Delfin e la posizione finanziaria costruita attraverso Lmdv Capital.

    Lo strappo con Francesco Milleri

    Le dimissioni sono state comunicate con una lettera indirizzata al consiglio di amministrazione e allo stesso Milleri. Nel testo, anticipato dalla stampa finanziaria, Del Vecchio descrive una gestione diventata “distante” e “impersonale”, lontana dal modello che associa all’esperienza del padre. La critica non sembra riguardare un singolo progetto, ma il rapporto tra i vertici, i manager e le persone del gruppo.

    Milleri è il manager al quale Leonardo Del Vecchio aveva affidato la continuità di EssilorLuxottica e la presidenza di Delfin. Negli ultimi mesi, però, la sintonia con Leonardo Maria si sarebbe incrinata anche per le difficoltà incontrate dall’erede nel tentativo di modificare gli equilibri della holding familiare. EssilorLuxottica ha confermato l’uscita, ringraziandolo per il contributo alla crescita e alla realizzazione della visione strategica del fondatore.

    L’uscita dagli incarichi non è un disimpegno

    L’addio ai ruoli operativi non equivale a un’uscita dall’orbita del gruppo. Leonardo Maria conserva il 12,5% di Delfin e ha chiarito di voler continuare a esercitare le proprie responsabilità di azionista. La mossa separa quindi proprietà e gestione: Milleri resta alla guida industriale, mentre Del Vecchio potrà concentrarsi sul proprio family office e soprattutto sulla riorganizzazione della holding lussemburghese.

    Dopo le dimissioni presentate nel 2025 da Rocco Basilico, nessuno degli eredi mantiene più un incarico operativo in EssilorLuxottica. Questo può ridurre le sovrapposizioni nella governance, ma elimina anche un collegamento diretto tra la famiglia e la struttura manageriale.

    Delfin, la cassaforte al centro dello scontro

    Delfin detiene il 32,4% di EssilorLuxottica ed è uno dei principali poli finanziari privati italiani. Nel portafoglio figurano anche circa il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, quasi il 10% di Generali, una quota vicina al 2,7% di UniCredit e il 28% di Covivio. Alla morte di Leonardo Del Vecchio, nel 2022, il capitale della holding è stato ripartito in otto quote uguali del 12,5%.

    La struttura paritaria ha reso difficile raggiungere un’intesa sul futuro della società. Leonardo Maria aveva tentato di acquistare le partecipazioni dei fratelli Luca e Paola, pari complessivamente al 25%, per salire al 37,5%. L’operazione avrebbe richiesto un finanziamento bancario nell’ordine dei dieci-undici miliardi di euro, ma si è fermata quando gli istituti hanno chiesto garanzie riconducibili a Delfin e il consiglio della holding non ha autorizzato l’impegno.

    Restano così aperte la possibile uscita di alcuni soci e la definizione di una governance capace di decidere più rapidamente. Le tensioni hanno inoltre limitato la distribuzione dei dividendi, risorsa importante sia per gli eredi sia per le iniziative finanziarie sviluppate individualmente.

    Il peso del debito e il negoziato con Apollo

    Sul tavolo c’è anche l’esposizione finanziaria riconducibile alle attività di Leonardo Maria Del Vecchio, che secondo le ricostruzioni di stampa supererebbe 1,3 miliardi di euro. Il totale comprenderebbe circa 650 milioni verso UniCredit, 350 milioni riconducibili a Indosuez e altri 110 milioni di leasing. Il blocco dei dividendi di Delfin rende più delicata la gestione degli interessi e delle scadenze.

    Per questo sarebbe stato avviato un confronto con il fondo statunitense Apollo per rifinanziare il debito. L’intesa dipenderebbe anche dalla possibilità di trasferire il 12,5% detenuto in Delfin a un veicolo finanziario personale. La trasferibilità delle quote e la loro valutazione sono ormai tra i punti più sensibili del confronto tra gli eredi.

    Del Vecchio potrà inoltre dedicare maggiore attenzione a Lmdv Capital, attraverso cui ha costruito investimenti nell’editoria, nell’ospitalità e nella ristorazione. L’uscita da EssilorLuxottica gli consente di concentrarsi sul proprio percorso imprenditoriale, ma rende ancora più urgente trovare un equilibrio finanziario stabile.

    Conti in crescita, titolo sotto pressione

    Lo strappo arriva mentre i risultati industriali di EssilorLuxottica restano solidi. Nel primo semestre 2026 il gruppo ha registrato ricavi per circa 14,82 miliardi di euro, in aumento del 9,7% a cambi costanti, e un utile operativo adjusted di circa 2,75 miliardi, cresciuto del 15%. La spinta arriva anche dagli occhiali con intelligenza artificiale e dai prodotti per il controllo della miopia.

    La Borsa continua però a mostrare cautela. Rispetto ai massimi del novembre 2025 il titolo ha perso oltre la metà del proprio valore e nella seduta seguita alle dimissioni ha chiuso ancora in ribasso. Sulle valutazioni pesano i dubbi sulla redditività futura degli smart glasses, la concorrenza dei grandi gruppi tecnologici e l’incertezza legata alla governance di Delfin.

    I prossimi passaggi

    Nel breve periodo la gestione di EssilorLuxottica non dovrebbe subire scosse operative: Milleri conserva la guida e l’azienda ha ribadito la continuità della strategia. La vera partita si sposta nella holding, dove dovranno essere affrontati il riassetto delle quote, il tema dei dividendi, i trasferimenti verso veicoli personali e il ruolo di Delfin nelle partecipazioni bancarie e assicurative.

    L’uscita di Leonardo Maria Del Vecchio può essere letta come una rottura, ma anche come il tentativo di separare due piani diventati difficili da conciliare: quello del manager interno a EssilorLuxottica e quello dell’azionista impegnato a ridisegnare l’eredità industriale e finanziaria del padre. Da questo passaggio dipenderanno non soltanto gli equilibri familiari, ma anche la stabilità di una delle holding più influenti dell’economia italiana.

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      “Lo facciano adesso!”. Cacciari smonta Conte e Schlein, parole durissime https://www.business.it/lo-facciano-adesso-8221-cacciari-smonta-conte-e-schlein-parole-durissime/ Wed, 26 Aug 2026 12:26:10 +0000 https://www.business.it/?p=158736 Il centrosinistra non avrebbe ancora un programma politico in grado di tenere insieme le diverse anime del campo largo. A sostenerlo è Massimo Cacciari, che in un’intervista al Fatto Quotidiano rivolge critiche tanto al Partito Democratico quanto al progetto di alleanza tra le forze di opposizione. Secondo il filosofo, anche Elly Schlein sarebbe consapevole della… Read More »“Lo facciano adesso!”. Cacciari smonta Conte e Schlein, parole durissime

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      Il centrosinistra non avrebbe ancora un programma politico in grado di tenere insieme le diverse anime del campo largo. A sostenerlo è Massimo Cacciari, che in un’intervista al Fatto Quotidiano rivolge critiche tanto al Partito Democratico quanto al progetto di alleanza tra le forze di opposizione.

      Secondo il filosofo, anche Elly Schlein sarebbe consapevole della necessità di spostare il dibattito dalle questioni esclusivamente ideologiche alle emergenze sociali.

      «Dai diritti ai salari, al lavoro e alla sanità»

      Cacciari considera significativo anche il recente intervento di Giuseppe Conte, che ha preso le distanze dalla cultura woke. Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe concentrarsi maggiormente sui problemi concreti che riguardano la vita quotidiana degli elettori.

      «È giusto sottolineare che il centrosinistra e la cultura che afferisce a quel campo debbano passare da un discorso puramente ideologico sui diritti a uno incentrato sui problemi urgenti della gente: dai salari alle condizioni di lavoro, fino alla sanità», sostiene Cacciari.

      Il punto, però, non sarebbe soltanto quello di ridimensionare il peso del politically correct. «Il vero punto è che al centrosinistra mancano i programmi», afferma.

      «Cosa pensano sulla politica fiscale?»

      Per Cacciari, una sintesi sulle questioni legate ai diritti civili potrebbe essere facilmente elaborata dai partiti. Molto più complesso sarebbe invece trovare una posizione comune sui grandi temi di governo.

      «Cosa pensano rispetto a un tema centrale come quello della politica fiscale?», domanda il filosofo, che individua difficoltà ancora maggiori sulla politica estera, considerate le differenti sensibilità presenti nel Pd e nel resto del campo largo.

      Cacciari invita quindi le forze del centrosinistra a «ripassare i fondamentali», citando anche le analisi di Karl Marx, e contesta l’idea di costruire partiti di massa concentrandosi su temi che, a suo giudizio, interesserebbero soprattutto alcune élite.

      L’affondo sulle primarie: «Schlein e Conte si facciano da parte»

      La critica più dura arriva però quando il discorso si sposta sulle primarie del centrosinistra e sulla possibile leadership della coalizione.

      «Siamo al sovvertimento della logica. Come fai a fare il programma prima di scegliere il leader?», osserva Cacciari, secondo cui le primarie dovrebbero servire a confrontare «le diverse proposte», non a stabilire semplicemente chi debba guidare il campo largo.

      Da qui l’invito diretto a Schlein e Conte: «Il rischio è di farsi male. Quindi sia Conte che Schlein dovrebbero compiere un atto di generosità politica, facendosi da parte. Sarebbe una nobile uscita».

      «Di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno»

      Cacciari considera inoltre distante dalle preoccupazioni degli italiani il confronto interno sulla leadership.

      «Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese», afferma il filosofo, riportando il focus sulla questione che considera decisiva: le proposte di governo.

      Per Cacciari, prima ancora di scegliere un leader, il centrosinistra dovrebbe quindi chiarire quale progetto politico intenda proporre agli elettori e soprattutto come riuscire a conciliare le diverse posizioni presenti nel campo largo.

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      Trump, il figlio è nei guai seri! Cosa succede https://www.business.it/trump-il-figlio-e-nei-guai-seri-cosa-succede/ Mon, 24 Aug 2026 19:24:20 +0000 https://www.business.it/?p=158676 Nuove minacce dall’Iran contro la famiglia di Donald Trump. Questa volta nel mirino è finito Barron Trump, il figlio ventenne del presidente degli Stati Uniti. I media statali di Teheran hanno diffuso un video di circa tre minuti nel quale vengono rivolte minacce dirette al giovane e si sostiene di averne monitorato gli spostamenti. Il… Read More »Trump, il figlio è nei guai seri! Cosa succede

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      Nuove minacce dall’Iran contro la famiglia di Donald Trump. Questa volta nel mirino è finito Barron Trump, il figlio ventenne del presidente degli Stati Uniti. I media statali di Teheran hanno diffuso un video di circa tre minuti nel quale vengono rivolte minacce dirette al giovane e si sostiene di averne monitorato gli spostamenti.

      Il filmato, dal titolo “Dove e come uccidere Barron Trump?”, mostra anche immagini della sede della New York University frequentata dal ragazzo. Nel video viene inoltre affermato che sarebbero stati individuati alcuni suoi account online e quelli di alcuni compagni di università.

      “Questo è solo l’inizio. Barron Trump, aspettaci!”

      Il contenuto, tradotto da Euronews, si conclude con un messaggio esplicito rivolto al figlio del presidente americano: “Questo è solo l’inizio. Barron Trump, aspettaci!”.

      Secondo quanto riferito da Al Bawaba, il video sarebbe stato rilanciato da media legati ai Guardiani della Rivoluzione iraniani. Il New York Post ha inoltre riportato le dichiarazioni di alcune fonti vicine al regime secondo cui sarebbe stata fissata una presunta taglia da 10 milioni di dollari sulla testa del giovane.

      Non risultano, nel materiale riportato, ulteriori elementi che permettano di verificare autonomamente l’esistenza della presunta ricompensa.

      Nel mirino anche Melania Trump

      Non sarebbe la prima volta che media vicini a Teheran diffondono minacce contro componenti della famiglia Trump. Lo scorso luglio l’agenzia Tasnim, considerata vicina ai Pasdaran, aveva pubblicato un video intitolato “Dove uccidere Melania?”, sostenendo di conoscere la posizione della First Lady.

      Nello stesso periodo, a Teheran, in Piazza della Rivoluzione Islamica, era comparso un cartellone con un’immagine di Trump apparentemente morto in una bara e la scritta in inglese “We Kill Trump”.

      Un altro video dedicato a Trump, intitolato “Dove uccidere Trump?”, avrebbe inoltre ricostruito i percorsi utilizzati dal corteo presidenziale negli spostamenti tra le residenze del presidente in Florida e New York.

      Le minacce contro Trump dopo l’uccisione di Soleimani

      Le minacce iraniane contro Donald Trump si protraggono da anni e sono legate in particolare all’uccisione del generale Qassem Soleimani, morto nel gennaio 2020 in un raid americano ordinato dall’allora presidente Trump.

      Il nuovo episodio amplia quindi il bersaglio delle minacce alla famiglia del presidente, con un video che prende direttamente di mira il figlio Barron e che, secondo quanto riferito dalle fonti citate, sarebbe accompagnato dalla presunta offerta di una ricompensa milionaria.

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      Terremoto Amatrice: il gesto di Meloni lascia tutti a bocca aperta https://www.business.it/terremoto-amatrice-il-gesto-di-meloni-lascia-tutti-a-bocca-aperta/ Mon, 24 Aug 2026 18:06:56 +0000 https://www.business.it/?p=158671 A dieci anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 sconvolse il Centro Italia, Amatrice torna a ricordare le vittime di una delle tragedie più dolorose della storia recente italiana. Nel giorno dell’anniversario, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato alle commemorazioni nella città simbolo del sisma, rendendo omaggio ai caduti e incontrando in… Read More »Terremoto Amatrice: il gesto di Meloni lascia tutti a bocca aperta

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      A dieci anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 sconvolse il Centro Italia, Amatrice torna a ricordare le vittime di una delle tragedie più dolorose della storia recente italiana. Nel giorno dell’anniversario, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato alle commemorazioni nella città simbolo del sisma, rendendo omaggio ai caduti e incontrando in forma privata i familiari delle persone scomparse.

      La corona d’alloro al parco Padre Minozzi

      Meloni ha deposto una corona d’alloro ai piedi del monumento dedicato alle vittime all’interno del parco Padre Minozzi. Alla cerimonia hanno partecipato anche il commissario alla ricostruzione Guido Castelli e Paolo Trancassini, in una giornata dedicata alla memoria e al difficile percorso di ricostruzione.

      Il terremoto del 24 agosto 2016 colpì duramente Amatrice, Accumoli e numerosi altri comuni dell’area appenninica tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, provocando centinaia di vittime e lasciando profonde ferite nel tessuto urbano e sociale dei territori interessati.

      L’incontro con i familiari delle vittime

      Al termine della deposizione della corona, la presidente del Consiglio ha incontrato in forma privata i familiari delle persone morte nel sisma. Un momento riservato, nel quale il ricordo delle vittime ha accompagnato le celebrazioni per il decimo anniversario della tragedia.

      A distanza di dieci anni, Amatrice resta alle prese con un percorso di ricostruzione ancora complesso, ma la comunità continua a guardare alla rinascita del territorio.

      Il sindaco: “Tanta voglia di rinascere”

      Il sindaco Giorgio Cortellesi ha sottolineato la volontà degli abitanti di tornare a vivere pienamente il territorio, evidenziando il ruolo delle associazioni, delle attività locali e dei proprietari delle seconde case.

      “Questa terra in questo momento ha bisogno di crederci. Ci crede, le persone sono molto attive, proattive, abbiamo tantissime attività e associazioni e tanta è la voglia di rinascere”, ha dichiarato il primo cittadino.

      Prima del terremoto, ha ricordato Cortellesi, Amatrice contava circa 2.000 residenti, ma nei periodi di maggiore afflusso poteva arrivare a ospitare circa 40mila persone. Il ritorno dei proprietari delle seconde case e la ripresa delle iniziative culturali e delle feste rappresentano, secondo il sindaco, segnali importanti di una comunità che prova a riappropriarsi della propria dimensione sociale.

      Dieci anni dopo, tra memoria e ricostruzione

      L’anniversario del terremoto diventa così un momento sospeso tra il dolore per le vittime e la volontà di guardare avanti. La memoria resta al centro delle celebrazioni, mentre Amatrice continua a puntare sulla ricostruzione non soltanto degli edifici, ma anche del tessuto sociale e dell’identità della comunità.

      A dieci anni dal sisma, il messaggio che arriva dal territorio è quello di una città ancora segnata dalla tragedia, ma determinata a ripartire.

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      Robot umanoidi, la Cina domina il mercato: dietro i record si gioca il futuro del lavoro https://www.business.it/robot-umanoidi-la-cina-domina-il-mercato-dietro-i-record-si-gioca-il-futuro-del-lavoro/ Mon, 24 Aug 2026 18:05:43 +0000 https://www.business.it/?p=158667 Il robot che corre i 100 metri più velocemente di un essere umano è un’immagine perfetta per attirare l’attenzione, ma il dato economicamente rilevante non è quello del cronometro. Ai World Humanoid Robot Games di Pechino, Tiangong Ultra ha vinto in 9,39 secondi, mentre Lightning, sviluppato da Honor, era stato accreditato di 9,32 secondi in… Read More »Robot umanoidi, la Cina domina il mercato: dietro i record si gioca il futuro del lavoro

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      Il robot che corre i 100 metri più velocemente di un essere umano è un’immagine perfetta per attirare l’attenzione, ma il dato economicamente rilevante non è quello del cronometro. Ai World Humanoid Robot Games di Pechino, Tiangong Ultra ha vinto in 9,39 secondi, mentre Lightning, sviluppato da Honor, era stato accreditato di 9,32 secondi in un test. Dietro lo spettacolo c’è una strategia precisa: trasformare l’intelligenza artificiale in macchine da impiegare nelle fabbriche, nei magazzini e nei servizi.

      Un mercato ancora piccolo, ma quasi tutto cinese

      Nel primo semestre del 2026 le spedizioni mondiali di robot umanoidi sono state stimate in circa 19.100 unità, il 272% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. I produttori cinesi avrebbero coperto oltre il 97% dei volumi e la Cina più dell’85% della domanda. Un’altra rilevazione colloca le consegne sopra quota 22.000, quasi il 300% in più: le cifre cambiano in base alle definizioni e al conteggio di prototipi, unità di ricerca e prodotti commerciali, ma la tendenza è netta.

      AgiBot e Unitree rappresentano insieme circa tre quarti delle spedizioni. Oltre il 70% dei robot sarebbe destinato ad attività industriali o commerciali, contro circa il 50% di un anno prima. Per il 2026 si prevedono quasi 60.000 unità e ricavi vicini a 1,6 miliardi di dollari. Il mercato è ancora di nicchia, ma cresce abbastanza da attirare case automobilistiche, investitori e governi.

      Il vantaggio decisivo è nella filiera

      Nel 2024 la Cina ha installato 295.000 robot industriali, il 54% del totale globale, portando lo stock operativo oltre i due milioni. I produttori nazionali hanno conquistato il 57% del mercato interno, contro circa il 28% medio del decennio precedente. Componenti e impianti sviluppati per elettronica, batterie e auto elettriche possono così essere riutilizzati negli umanoidi.

      Motori, attuatori, riduttori armonici, sensori, batterie e sistemi di visione determinano gran parte del costo. Una simulazione su Optimus, il robot di Tesla, stima che senza fornitori cinesi la distinta base potrebbe salire da circa 46.000 a 131.000 dollari; i soli attuatori passerebbero da 22.000 a 58.000 dollari. Non è un prezzo commerciale, ma rende evidente il vantaggio della filiera cinese.

      I modelli più economici di Unitree partono da 4.900-5.900 dollari, al netto di tasse e spedizione, mentre il G1 è proposto a 13.500 dollari. Il listino, però, non coincide con il costo di una macchina pronta a lavorare. Gli umanoidi industriali completi possono costare tra 300.000 e 500.000 yuan. Per ripagarsi in due anni rispetto a un dipendente da 80.000 yuan annui, il costo totale dovrebbe scendere verso 160.000 yuan. La soglia decisiva è quindi il costo dell’ora produttiva.

      Il test più difficile è il ritorno sull’investimento

      Correre e ballare dimostra equilibrio e potenza, ma una fabbrica richiede precisione, sicurezza, autonomia e continuità. Si stima che tra il 50% e il 70% degli umanoidi prodotti nel 2026 possa finire nelle “fabbriche di dati”, dove le macchine vengono addestrate senza generare ancora valore diretto per un cliente. Il passaggio dalla dimostrazione al lavoro remunerativo resta il principale ostacolo.

      I primi casi industriali sono però misurabili. In undici mesi nello stabilimento Bmw di Spartanburg, Figure 02 ha lavorato per circa 1.250 ore, movimentato oltre 90.000 componenti e contribuito alla produzione di 30.000 veicoli. Toyota Canada ha scelto Digit di Agility Robotics con un contratto “robot-as-a-service”, mentre Hyundai prevede di introdurre Atlas di Boston Dynamics dal 2028. Il noleggio con assistenza riduce l’esborso iniziale e parte del rischio per il cliente.

      Politica industriale e finanza spingono la produzione

      L’intelligenza artificiale incarnata è entrata nel quindicesimo piano quinquennale cinese come nuovo motore di crescita. Fondi, sussidi e acquisti pubblici accompagnano gli investimenti privati. La spesa statale rilevata per robot umanoidi e tecnologie collegate è passata da 4,7 milioni di yuan nel 2023 a 214 milioni nel 2024.

      Unitree ha raccolto circa 900 milioni di dollari con la quotazione a Shanghai e ha chiuso il primo giorno con un rialzo del 460%, raggiungendo una valutazione vicina a 50 miliardi di dollari, nonostante l’impiego commerciale resti limitato. Il 24 agosto Xpeng ha annunciato oltre 900 milioni per la propria divisione robotica, valutata più di 6,3 miliardi, con l’obiettivo di arrivare a mille unità mensili entro la fine del 2026. I capitali accelerano la produzione, ma possono spingere le valutazioni oltre i ricavi reali.

      Il nodo del lavoro e la contraddizione demografica

      Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita di 3,39 milioni di persone. Gli over 60 rappresentano il 23% degli abitanti e la fascia tra 16 e 59 anni il 60,6%. L’automazione può quindi compensare la riduzione della forza lavoro e coprire mansioni pesanti o ripetitive. Eppure la disoccupazione urbana tra i 16 e i 24 anni ha raggiunto il 17,9% nel luglio 2026: la carenza di personale è settoriale e di lungo periodo, non un’assenza generale di lavoratori.

      Quasi un quarto dei posti di lavoro cinesi è formato da mansioni manuali routinarie esposte all’automazione. Le attività più standardizzate saranno le prime a cambiare, mentre crescerà la domanda di manutentori, integratori, addestratori, specialisti della sicurezza e gestori dei dati. La questione economica è chi incasserà i benefici della maggiore produttività e chi sosterrà i costi della transizione.

      La sfida per l’Europa e per l’Italia

      Nel 2024 l’Europa ha installato 85.000 robot industriali, l’8% in meno rispetto all’anno precedente. L’Italia, secondo mercato europeo, si è fermata a 8.783 installazioni, con un calo del 16%. Il confronto con le 295.000 unità cinesi mostra una differenza non soltanto di dimensione, ma anche di velocità nell’accumulare fornitori, competenze e capacità produttiva.

      La risposta europea non può essere fermare i robot, bensì partecipare alla creazione del valore attraverso componenti, software, sicurezza, integrazione nelle Pmi e formazione. Importare soltanto le macchine finite significa trasferire all’estero margini industriali e potere tecnologico. Il record sui 100 metri è marketing; la vera corsa si misura sull’affidabilità, sul rientro dell’investimento e sul controllo della catena del valore.

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      Meloni prende le distanze da Trump e difende il Patto Ue: la nuova linea dell’Italia tra Usa e migranti https://www.business.it/meloni-prende-le-distanze-da-trump-e-difende-il-patto-ue-la-nuova-linea-dellitalia-tra-usa-e-migranti/ Sat, 22 Aug 2026 17:38:42 +0000 https://www.business.it/?p=158583 Dall’intervista al New York Times alla polemica sui “dublinanti”, la presidente del Consiglio rivendica un’alleanza occidentale senza subordinazione e trasforma due fronti delicati in una prova di autonomia nazionale. Dalla sintonia promessa alla diplomazia reale Il rapporto con Donald Trump era nato sotto il segno di una convergenza che sembrava destinata a rendere Roma un… Read More »Meloni prende le distanze da Trump e difende il Patto Ue: la nuova linea dell’Italia tra Usa e migranti

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      Dall’intervista al New York Times alla polemica sui “dublinanti”, la presidente del Consiglio rivendica un’alleanza occidentale senza subordinazione e trasforma due fronti delicati in una prova di autonomia nazionale.

      Dalla sintonia promessa alla diplomazia reale

      Il rapporto con Donald Trump era nato sotto il segno di una convergenza che sembrava destinata a rendere Roma un interlocutore privilegiato della Casa Bianca in Europa. Immigrazione, identità nazionale e critica alla cultura woke avevano costruito l’immagine di due leader della stessa famiglia politica. Con il passare dei mesi, però, la vicinanza ideologica ha dovuto fare i conti con interessi nazionali non sempre coincidenti.

      È questo il significato dell’ammissione fatta da Giorgia Meloni nel ritratto pubblicato dal New York Times e firmato da Roger Cohen. “Pensavo sarebbe stato più facile”, ha riconosciuto la premier. Non è una rottura con Washington, né una sconfessione delle affinità originarie. È la presa d’atto che condividere un linguaggio politico non basta quando entrano in gioco guerre, basi militari, dazi e sicurezza europea.

      Lo strappo che ha cambiato il tono

      La distanza è diventata evidente nella prima metà del 2026. Alle divergenze sull’impiego delle basi italiane nelle operazioni legate al conflitto con l’Iran si sono aggiunte le critiche di Meloni agli attacchi rivolti da Trump a Papa Leone XIV. Il momento di maggiore tensione è arrivato dopo il G7 di Evian, quando il presidente americano ha raccontato che la premier lo avrebbe implorato per ottenere una fotografia. La risposta è stata immediata: “Io e l’Italia non imploriamo mai”.

      Da allora il rapporto personale, per mesi presentato come un vantaggio dell’Italia, è diventato un terreno più delicato. Meloni ha comunque escluso di essersi pentita dell’investimento sul dialogo con Trump. La sua linea resta quella dell’unità dell’Occidente, ma con un limite: le decisioni italiane non possono dipendere dalla simpatia o dalle tensioni tra i leader. Roma vuole restare alleata degli Stati Uniti senza diventare un esecutore automatico delle scelte americane.

      Alleata, non sottomessa

      L’intervista definisce così una nuova postura. Meloni non rinnega l’atlantismo e non sceglie l’equidistanza tra Washington e gli altri poli mondiali. Rivendica però il diritto dell’Italia a stare al tavolo in posizione politica, non subalterna. La “rivoluzione dell’orgoglio” diventa il filo che collega la sua storia, l’azione del governo e la politica estera.

      Il messaggio è rivolto agli Stati Uniti, ai partner europei e all’opinione pubblica italiana. Agli americani viene ricordato che un alleato conserva interessi propri. All’Europa viene offerta l’immagine di un’Italia più disposta a coordinarsi quando Washington esercita pressioni sui singoli Paesi. Sul piano interno, la premier propone un governo capace di mantenere le alleanze senza accettare umiliazioni. Una narrazione destinata a pesare anche verso le elezioni del 2027.

      Il secondo fronte: il Patto europeo sui migranti

      Quasi nelle stesse ore, Meloni ha aperto un altro scontro, questa volta con Elly Schlein e le opposizioni, sulla gestione dei “dublinanti”. Sono i richiedenti asilo che, dopo essere entrati nell’Unione attraverso un Paese, si spostano in un altro Stato e possono essere trasferiti nel territorio responsabile dell’esame della domanda.

      Il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, applicato dal 12 giugno 2026, ha sostituito il sistema di Dublino, ma non ha cancellato il criterio del primo ingresso. Ha introdotto però una solidarietà obbligatoria e flessibile: gli Stati possono contribuire con ricollocamenti, sostegno finanziario o misure alternative.

      Per il 2026 il riferimento è di 21 mila ricollocamenti, altre forme di sostegno oppure 420 milioni di euro. Italia, Grecia, Spagna e Cipro sono state riconosciute come Paesi sottoposti a pressione migratoria e possono quindi beneficiare del meccanismo europeo.

      Dublinanti, numeri e scontro politico

      Germania, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi hanno annunciato la ripresa delle procedure per trasferire verso l’Italia persone entrate originariamente dal nostro territorio. Nel 2025 Roma ha ricevuto oltre 24 mila richieste nell’ambito del vecchio sistema, ma il dato non coincide con i trasferimenti realmente eseguiti.

      Il governo sostiene di avere respinto dal 2023 circa 80 mila richieste di presa in carico. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha riferito che, per i casi successivi al 12 giugno, sarebbero arrivate circa cinquanta richieste e che soltanto tre persone si sarebbero effettivamente presentate in Italia.

      Sono numeri usati dall’esecutivo per respingere l’accusa di un “boomerang”. Le opposizioni osservano invece che il Patto mantiene responsabilità importanti in capo ai Paesi di primo ingresso e che il vero bilancio potrà essere tracciato soltanto quando le nuove procedure saranno pienamente operative.

      Le due letture vanno tenute distinte. Il sistema offre strumenti di solidarietà più strutturati, ma non libera automaticamente l’Italia dall’obbligo di esaminare le domande collegate agli ingressi sul suo territorio. Presentarlo come una vittoria definitiva sarebbe prematuro; descriverlo già come un fallimento certo lo sarebbe altrettanto.

      Il risultato dipenderà dai trasferimenti effettivi, dai ricollocamenti ottenuti, dai contributi degli altri Stati, dalla capacità di eseguire i rimpatri e dal controllo delle frontiere esterne. Soltanto questi elementi permetteranno di stabilire se il Patto abbia davvero ridotto il peso sostenuto dai Paesi mediterranei.

      Due negoziati, una sola strategia

      Il confronto con Trump e quello sui migranti appartengono a dossier differenti, ma nella comunicazione di Meloni convergono. In entrambi i casi la presidente del Consiglio costruisce la stessa immagine: un’Italia alleata, ma non subordinata; europea, ma non disponibile a sopportare da sola il peso delle decisioni comuni; atlantica, ma capace di dire no quando ritiene in gioco l’interesse nazionale.

      È una linea che consente alla premier di prendere le distanze sia dall’idea di una dipendenza politica dalla Casa Bianca sia dalla rappresentazione di un’Italia condannata ad accettare ogni richiesta proveniente dagli altri governi europei. L’obiettivo è presentare Roma come un interlocutore capace di collaborare, negoziare e, quando necessario, opporsi.

      La sfida sarà trasformare questa postura in risultati verificabili. Sul fronte americano conteranno le crisi internazionali, i rapporti commerciali e la sicurezza della Nato. Su quello europeo peseranno i numeri reali dei dublinanti, l’attuazione della solidarietà e la collaborazione con i Paesi di origine e transito.

      L’intervista al New York Times fotografa quindi qualcosa di più di un chiarimento personale. Segna il tentativo di passare dalla stagione della vicinanza ideologica a quella dell’autonomia politica. Meloni continua a considerarsi parte dello stesso Occidente di Trump, ma chiarisce che essere alleati non significa rinunciare a una propria strategia. È su questa promessa di indipendenza, molto più che sui rapporti personali tra i leader, che verrà misurata la nuova linea internazionale dell’Italia.

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      Mps rilancia contro Intesa: doppia offerta da 34 miliardi e maxi dividendo ai soci https://www.business.it/mps-rilancia-contro-intesa-doppia-offerta-da-34-miliardi-e-maxi-dividendo-ai-soci/ Fri, 21 Aug 2026 18:40:54 +0000 https://www.business.it/?p=158551 Monte dei Paschi di Siena prova a trasformare la difesa in un’offensiva. Per contrastare l’Opas da 30,6 miliardi lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo, il consiglio di amministrazione della banca senese ha approvato due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di circa 34 miliardi di euro.  Il… Read More »Mps rilancia contro Intesa: doppia offerta da 34 miliardi e maxi dividendo ai soci

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      Monte dei Paschi di Siena prova a trasformare la difesa in un’offensiva. Per contrastare l’Opas da 30,6 miliardi lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo, il consiglio di amministrazione della banca senese ha approvato due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di circa 34 miliardi di euro. 

      Il progetto dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta a conservare l’autonomia del Monte e a creare un gruppo capace di riunire credito commerciale, investment banking, consulenza e gestione del risparmio. 

      Due offerte interamente in azioni

      La proposta su Banco Bpm vale circa 25,3 miliardi. Mps offre 1,567 nuove azioni proprie per ogni titolo del Banco, con un prezzo implicito di 16,729 euro e senza premio rispetto alle quotazioni ufficiali del 19 agosto. Siena presenta il rapporto come una combinazione tra pari.

      Per Banca Generali il controvalore è invece di 8,72 miliardi: il rapporto è di 6,958 azioni Mps per ogni azione della società, con una valutazione implicita di 74,284 euro e un premio del 10 per cento. Le offerte sono state lanciate in parallelo e puntano alla totalità dei titoli delle due società. 

      La maxi distribuzione da quattro miliardi

      L’incentivo più immediato per gli azionisti del Monte è una distribuzione straordinaria da 4 miliardi, pari a 1,208 euro lordi per azione. Un miliardo verrebbe pagato in contanti, mentre gli altri tre sarebbero corrisposti attraverso azioni Assicurazioni Generali detenute indirettamente da Mps tramite Mediobanca.

      La quota distribuita corrisponderebbe a circa il 4,5 per cento del capitale del Leone. Il beneficio è riservato ai soci Mps presenti prima del regolamento e scatterebbe soltanto qualora almeno una delle due operazioni diventasse efficace. 

      Il progetto di un nuovo campione nazionale

      Nei calcoli di Rocca Salimbeni, l’aggregazione darebbe vita al terzo gruppo bancario italiano per totale attivo, con un bilancio pro forma di circa 466 miliardi e oltre 810 miliardi di attività finanziarie complessive.

      Lovaglio ha indicato una capitalizzazione potenziale vicina agli 80 miliardi, che collocherebbe il nuovo soggetto tra le prime dieci banche europee. In caso di adesione integrale, gli attuali azionisti Mps conserverebbero il 50,1 per cento del gruppo, quelli di Banco Bpm il 37,2 per cento e quelli di Banca Generali il 12,7 per cento. 

      Il piano stima sinergie ante imposte a regime per 2,6 miliardi l’anno, di cui 800 milioni collegati all’integrazione di Mediobanca. I costi una tantum sono quantificati in 2,5 miliardi tra il 2027 e il 2029. Banco Bpm rafforzerebbe la presenza nel Nord Italia, mentre Banca Generali porterebbe una piattaforma di primo piano nel wealth management. 

      Il voto dei soci è il primo ostacolo

      Il via libera del consiglio non è stato unanime: quattro amministratori di minoranza si sono astenuti. La decisione finale passerà dall’assemblea convocata per il 29 ottobre, dove serviranno i due terzi dei voti. Saranno decisivi gli orientamenti dei grandi soci di Mps, a partire da Delfin, dal gruppo Caltagirone e dal ministero dell’Economia. 

      Peseranno anche le scelte degli azionisti delle società obiettivo. Crédit Agricole possiede una quota determinante in Banco Bpm, mentre Assicurazioni Generali controlla il 50,17 per cento di Banca Generali. Per ciascuna offerta occorrerà superare il 50 per cento del capitale più un’azione e ottenere le autorizzazioni regolamentari. Mps punta a completare il progetto entro metà febbraio 2027. 

      Banca Generali ha già precisato che l’offerta non era stata sollecitata né concordata preventivamente. Banco Bpm riunirà il proprio consiglio nei primi giorni della prossima settimana. Piazza Affari ha accolto il progetto con prudenza, segnalando i dubbi del mercato sulla complessità dell’esecuzione. 

      Intesa non arretra e valuta la strada Consob

      La controffensiva di Siena non modifica, almeno per ora, il piano di Intesa Sanpaolo. L’offerta guidata da Carlo Messina prevede 16 azioni Intesa ogni 10 azioni Mps, più un euro in contanti per ciascun titolo, per un valore iniziale di 30,6 miliardi.

      In caso di successo, Intesa manterrebbe Mediobanca e circa 625 filiali del Monte, mentre un’entità autonoma comprendente altre 635 filiali, il marchio storico e parte delle strutture centrali verrebbe ceduta a Unipol. 

      Intesa sta inoltre valutando un esposto alla Consob sulle comunicazioni relative alla doppia offerta, per tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione degli azionisti. 

      Il dossier ha assunto anche un peso politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso l’auspicio che Mps non venga smembrata, riportando al centro la tutela del marchio, della sede senese e del radicamento territoriale. 

      La sfida non riguarda quindi soltanto il controllo di una banca. In gioco ci sono gli equilibri del sistema finanziario italiano, il ruolo di Mediobanca e Generali, la distribuzione del credito nei territori e il futuro di uno dei marchi bancari più antichi del mondo.

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      Pentola di acqua bollente rovesciata su un bimbo di 18 mesi. Orrore in Italia https://www.business.it/pentola-di-acqua-bollente-rovesciata-su-un-bimbo-di-18-mesi-orrore-in-italia/ Fri, 21 Aug 2026 17:49:15 +0000 https://www.business.it/?p=158546 Grave incidente domestico nel pomeriggio di giovedì 20 agosto a San Martino Siccomario, alle porte di Pavia, dove un bambino di 18 mesi ha riportato ustioni al volto, al torace e alle braccia dopo essere stato raggiunto dall’acqua calda fuoriuscita da una pentola. Il piccolo è stato soccorso e trasferito d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano,… Read More »Pentola di acqua bollente rovesciata su un bimbo di 18 mesi. Orrore in Italia

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      Grave incidente domestico nel pomeriggio di giovedì 20 agosto a San Martino Siccomario, alle porte di Pavia, dove un bambino di 18 mesi ha riportato ustioni al volto, al torace e alle braccia dopo essere stato raggiunto dall’acqua calda fuoriuscita da una pentola.

      Il piccolo è stato soccorso e trasferito d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano, dove è stato affidato alle cure dei medici del Centro grandi ustionati. Ha riportato ustioni di primo e secondo grado e le sue condizioni sono state considerate gravi.

      L’incidente in casa

      Secondo quanto ricostruito, il bambino era in casa con la madre. La donna aveva scaldato una pentola d’acqua e, dopo averla presa, stava attraversando la casa per raggiungere un’altra stanza.

      Il piccolo avrebbe seguito la madre e si sarebbe aggrappato ai suoi vestiti. La donna avrebbe così perso l’equilibrio, facendo rovesciare l’acqua calda che ha investito il bambino.

      I soccorsi dopo le urla della madre

      La madre, spaventata, ha iniziato a chiedere aiuto. Le sue grida hanno attirato l’attenzione dei vicini, che sono entrati nell’abitazione e hanno prestato i primi soccorsi, mentre venivano allertati gli operatori sanitari.

      La centrale operativa dell’Areu Lombardia ha inviato sul posto un’ambulanza, un’automedica e un elicottero. Considerata la gravità delle ustioni, il bambino è stato trasportato in elicottero al Niguarda.

      Dopo la valutazione da parte dei medici del Centro grandi ustionati, il piccolo è stato ricoverato nel reparto di pediatria.

      I carabinieri ricostruiscono la dinamica

      Sul luogo dell’incidente sono intervenuti anche i carabinieri, che hanno effettuato gli accertamenti necessari per ricostruire quanto accaduto.

      Dai primi rilievi è emerso che si è trattato di un incidente domestico.

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      “È una spia di Putin”. Politica sotto shock, la premier finisce nei guai https://www.business.it/8220-e-una-spia-di-putin-8221-politica-sotto-shock-la-premier-finisce-nei-guai/ Fri, 21 Aug 2026 16:32:03 +0000 https://www.business.it/?p=158521 Un grave caso politico e istituzionale sta scuotendo l’equilibrio di un Paese confessionale e di confine, sollevando interrogativi cruciali sulla sicurezza nazionale, sulle relazioni internazionali e sulla vulnerabilità delle figure ai vertici dello Stato. Al centro della bufera vi sono gravi sospetti e accuse di possibili contatti con una rete di spionaggio russa, scaturiti a… Read More »“È una spia di Putin”. Politica sotto shock, la premier finisce nei guai

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      Un grave caso politico e istituzionale sta scuotendo l’equilibrio di un Paese confessionale e di confine, sollevando interrogativi cruciali sulla sicurezza nazionale, sulle relazioni internazionali e sulla vulnerabilità delle figure ai vertici dello Stato. Al centro della bufera vi sono gravi sospetti e accuse di possibili contatti con una rete di spionaggio russa, scaturiti a seguito di una serie di approfondimenti giornalistici e di successive prese di posizione da parte dell’opposizione parlamentare. La vicenda trae origine da un banale quanto sfortunato evento di cronaca automobilistica, ma ha saputo rapidamente trasformarsi in una crisi politica di primissimo piano. Il dibattito infiamma il parlamento e mette a dura prova gli apparati di intelligence, chiamati a fare chiarezza su relazioni personali, viaggi passati e verifiche di sicurezza per fugare ogni dubbio sulla tutela della sovranità nazionale.

      Il caso di sicurezza nazionale

      La figura chiave al centro di queste pesanti illazioni è la presidente della Repubblica in Slovenia, Natasa Pirc Musar, finita nell’occhio del ciclone a causa delle sue frequentazioni e di una complessa rete di contatti che toccherebbe ambienti legati ai servizi segreti di Mosca. Le accuse più severe sono giunte da Zan Mahnic, deputato dell’Sds, il Partito democratico sloveno di destra. L’esponente politico ha formalmente richiesto al governo di sospendere la trasmissione dei rapporti riservati alla capo di Stato da parte degli apparati d’intelligence, ipotizzando il rischio che tali informazioni possano essere filtrate a forze straniere. L’ufficio presidenziale ha reagito con estrema fermezza, respingendo categoricamente ogni insinuazione e bollando come del tutto infondate le ricostruzioni sulle presunte manovre e sugli incontri attribuiti alla presidente.

      L’incidente stradale e le rivelazioni

      A far scattare le indagini e l’attenzione dei media è stato un incidente d’auto avvenuto il 31 luglio all’interno del tunnel di Kastelec, lungo la rete autostradale slovena. In quell’occasione la presidente ha riportato la frattura di una clavicola. A bordo del veicolo ufficiale viaggiavano tuttavia anche due sue amiche, tra le quali spicca Viktorija Krivolucka, cittadina di origine russa naturalizzata slovena e legata alla presidente da un lungo rapporto d’amicizia. Un’inchiesta congiunta condotta dal quotidiano Dnevnik e dall’agenzia di stampa austriaca Apa ha scandagliato il passato di Krivolucka nei database russi, portando alla luce un legame sentimentale vissuto in passato con Roman Jeglic, ex vice direttore dei servizi d’intelligence sloveni che poi visse a lungo in Russia. Krivolucka ha confermato tale relazione conclusasi da oltre quindici anni, negando però con decisione qualsiasi tipo di collaborazione con apparati informativi stranieri.

      L’attenzione degli inquirenti e della stampa si è focalizzata anche sugli spostamenti internazionali compiuti da Natasa Pirc Musar negli anni precedenti alla sua elezione alla presidenza della Slovenia. Tra il 2015 e il 2022 la presidente avrebbe effettuato diversi viaggi privati verso Mosca e San Pietroburgo, spesso proprio in compagnia di Krivolucka. Particolare rilievo politico assume l’ultimo di questi soggiorni, collocato tra la fine di dicembre 2021 e i primi giorni di gennaio 2022, ovvero pochissime settimane prima che scoppiasse l’invasione russa in Ucraina. Oltre a ciò, l’opposizione ha ipotizzato l’esistenza di un contatto personale tra la presidente ed l’ex alto funzionario Jeglic, circostanza che lo staff presidenziale ha bollato come una pura falsità, ribadendo che la presidente non ha mai conosciuto né incontrato l’uomo.

      Le verifiche dei servizi d’intelligence

      Nel mezzo della tempesta politica è intervenuta la Sova, l’agenzia di intelligence slovena, per chiarire la posizione di Viktorija Krivolucka. L’apparato di sicurezza ha precisato di aver già effettuato un approfondito controllo di sicurezza sulla donna nel 2016, durante il processo di naturalizzazione straordinaria che le ha permesso di ottenere la cittadinanza slovena. All’epoca non emersero elementi critici o anomalie sotto il profilo della sicurezza nazionale. L’agenzia ha comunque sottolineato come le verifiche svolte per la cittadinanza non costituiscano un monitoraggio permanente, riservandosi la possibilità di acquisire e valutare nuovi dati qualora dovessero emergere elementi di rischio per la sicurezza della presidente o dello Stato.

      Gli sviluppi nella commissione parlamentare

      La controversia resta tutt’altro che risolta e si avvia verso un cruciale passaggio istituzionale. La presidente della Knovs, la commissione parlamentare slovena incaricata del controllo sui servizi di sicurezza e intelligence, Janja Sluga, ha deciso di convocare una riunione d’urgenza. Nel corso dell’audizione, la Sova sarà chiamata a riferire ufficialmente sulla sussistenza di eventuali ingerenze o influenze da parte di Paesi stranieri sulla sovranità e sulla sicurezza nazionale della Slovenia, prestando un’attenzione particolare alle attività riconducibili ad ambienti di Russia e Israele.

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      Turchia, mandato d’arresto per Netanyahu dopo l’assalto alla Flotilla https://www.business.it/turchia-mandato-d-8217-arresto-per-netanyahu-dopo-l-8217-assalto-alla-flotilla/ Fri, 21 Aug 2026 13:49:59 +0000 https://www.business.it/?p=158511 La Turchia ha chiesto all’Interpol di inserire il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella lista delle persone ricercate a livello internazionale. L’iniziativa arriva dopo il mandato d’arresto emesso a luglio da un tribunale turco nell’ambito dell’inchiesta sull’intervento contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in una missione per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ad… Read More »Turchia, mandato d’arresto per Netanyahu dopo l’assalto alla Flotilla

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      La Turchia ha chiesto all’Interpol di inserire il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella lista delle persone ricercate a livello internazionale. L’iniziativa arriva dopo il mandato d’arresto emesso a luglio da un tribunale turco nell’ambito dell’inchiesta sull’intervento contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in una missione per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

      Ad annunciare l’avvio della procedura è stato il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek, attraverso un messaggio pubblicato sui social. La richiesta di una “red notice” riguarda anche il funzionario israeliano Afek Moskovitch.

      I mandati d’arresto emessi il 14 luglio

      Secondo quanto riferito dal ministro turco, i mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e Moskovitch erano stati emessi il 14 luglio dall’11esima Corte penale di Istanbul, nell’ambito del procedimento giudiziario aperto sull’operazione contro gli attivisti della Flotilla.

      Successivamente il ministero della Giustizia avrebbe trasmesso al ministero dell’Interno la richiesta di avviare le procedure necessarie per ottenere dall’Interpol la segnalazione internazionale. La documentazione è stata inviata anche al ministero degli Esteri turco.

      La vicenda riguarda l’intervento contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla e la loro successiva detenzione. La missione aveva l’obiettivo dichiarato di raggiungere Gaza trasportando aiuti umanitari.

      Trentacinque imputati nel procedimento

      Il procedimento aperto dalle autorità giudiziarie turche coinvolge complessivamente 35 imputati. Secondo quanto dichiarato da Gurlek, le contestazioni formulate nell’inchiesta comprendono, tra le altre, accuse di crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, lesioni intenzionali, tortura e danneggiamento di proprietà.

      La richiesta turca non comporta automaticamente l’emissione della red notice da parte dell’Interpol. Sarà infatti l’organizzazione internazionale a dover valutare la documentazione trasmessa e la compatibilità della richiesta con le proprie regole prima di decidere sull’eventuale pubblicazione della segnalazione.

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      È morto il grande politico italiano! Annuncio arrivato ora https://www.business.it/e-morto-il-grande-politico-italiano-annuncio-arrivato-ora/ Fri, 21 Aug 2026 08:03:01 +0000 https://www.business.it/?p=158501 È morto a 95 anni Michele Pinto, già senatore, vicepresidente di Palazzo Madama e ministro delle Politiche agricole nel primo Governo Prodi. La notizia della scomparsa ha suscitato cordoglio a Salerno e nel territorio che ne aveva accompagnato il lungo percorso nelle istituzioni. Avvocato, esponente prima della Democrazia Cristiana e poi del Partito Popolare Italiano,… Read More »È morto il grande politico italiano! Annuncio arrivato ora

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      È morto a 95 anni Michele Pinto, già senatore, vicepresidente di Palazzo Madama e ministro delle Politiche agricole nel primo Governo Prodi. La notizia della scomparsa ha suscitato cordoglio a Salerno e nel territorio che ne aveva accompagnato il lungo percorso nelle istituzioni. Avvocato, esponente prima della Democrazia Cristiana e poi del Partito Popolare Italiano, Pinto lascia anche un’importante eredità giuridica: la legge sull’equa riparazione per i processi di durata irragionevole che porta il suo nome.

      Nato a Teggiano il 2 gennaio 1931, Michele Pinto è stato una delle figure di riferimento della politica salernitana. Nel corso della sua attività pubblica ha ricoperto incarichi parlamentari e amministrativi, mantenendo un ruolo centrale nel confronto sulle questioni del Mezzogiorno, del lavoro e dell’agricoltura.

      La sua scomparsa chiude una lunga stagione di impegno istituzionale, sviluppata tra amministrazioni locali, Senato della Repubblica e Governo. Il ricordo espresso nelle ultime ore dalle istituzioni locali richiama sia il suo profilo politico sia l’attenzione riservata alle esigenze del territorio.

      Michele Pinto, la carriera in Senato e al Governo

      La carriera parlamentare di Michele Pinto si è svolta al Senato dal 1983 al 2001, in una fase segnata da profondi cambiamenti negli assetti della politica italiana. Eletto nelle file della Democrazia Cristiana, proseguì successivamente il proprio impegno nel Partito Popolare Italiano.

      Tra il 1994 e il 1996 fu vicepresidente del Senato della Repubblica. Iniziň quindi a ricoprire, dal 1996 al 1998, l’incarico di ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali nel Governo guidato da Romano Prodi. Nel suo percorso figurano inoltre la presidenza della Commissione Giustizia, l’esperienza da assessore regionale e gli incarichi di consigliere provinciale e comunale a Salerno.

      Il suo nome resta legato anche alle iniziative e alle battaglie condotte a sostegno dei lavoratori, delle imprese agricole e delle istanze del Sud. Temi che hanno accompagnato una presenza pubblica durata diversi decenni.

      Legge Pinto: che cosa prevede la norma sull’equa riparazione

      Tra i principali lasciti dell’ex senatore vi è la Legge Pinto, la legge n. 89 del 2001, della quale fu estensore. Il provvedimento disciplina il diritto a chiedere un’equa riparazione per il danno patrimoniale o non patrimoniale causato dall’irragionevole durata di un processo.

      La normativa individua come ragionevole una durata di tre anni per il giudizio di primo grado, due anni per il secondo grado e un anno per il procedimento in Cassazione. Al ricorrere dei presupposti fissati dalla legge, il diritto all’indennizzo opera indipendentemente dall’esito della causa o da un’eventuale conciliazione.

      La disciplina riconosce una somma per ogni anno eccedente la durata considerata ragionevole. Per questo la legge continua a rappresentare un riferimento nel quadro delle tutele previste per i cittadini coinvolti in procedimenti giudiziari eccessivamente lunghi.

      Il cordoglio di Vincenzo De Luca e i funerali a Salerno

      I funerali di Michele Pinto sono in programma venerdì 21 agosto, alle ore 15, nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Salerno. Alla cerimonia è attesa la partecipazione di quanti hanno condiviso una parte del suo cammino umano, politico e istituzionale.

      Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, ha espresso il cordoglio personale e dell’amministrazione comunale, ricordando Pinto come un esponente politico distinto da passione e profondi valori umani. Nel messaggio ha richiamato la sua lunga carriera, dagli incarichi in Senato e al Governo fino alle esperienze nelle istituzioni territoriali.

      «Ricordiamo tra le tante azioni che hanno lasciato il segno le sue battaglie a sostegno dei lavoratori e delle aziende agricole, sempre vicino a questo comparto nella nostra provincia, e in generale per il Sud e per l’intero territorio nazionale», ha dichiarato De Luca.

      Nel ricordo dell’ex ministro restano dunque le responsabilità assunte nelle istituzioni e il contributo offerto sul piano legislativo con la norma che porta il suo nome. La morte di Michele Pinto segna un lutto per la politica salernitana e per quanti ne hanno seguito l’attività pubblica.

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      Meta sotto processo: la causa che può cambiare Instagram e Facebook https://www.business.it/meta-sotto-processo-la-causa-che-puo-cambiare-instagram-e-facebook/ Wed, 19 Aug 2026 17:11:17 +0000 https://www.business.it/?p=158418 Ventinove Stati americani accusano il gruppo di Mark Zuckerberg di aver trasformato l’attenzione dei più giovani in una risorsa economica, progettando Facebook e Instagram per favorire un uso compulsivo e minimizzando i rischi. Meta respinge le contestazioni. Il processo civile federale iniziato a Oakland potrebbe incidere sulle finanze della società e sul futuro delle sue… Read More »Meta sotto processo: la causa che può cambiare Instagram e Facebook

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      Ventinove Stati americani accusano il gruppo di Mark Zuckerberg di aver trasformato l’attenzione dei più giovani in una risorsa economica, progettando Facebook e Instagram per favorire un uso compulsivo e minimizzando i rischi. Meta respinge le contestazioni. Il processo civile federale iniziato a Oakland potrebbe incidere sulle finanze della società e sul futuro delle sue piattaforme.

      Un fronte bipartisan contro Meta

      La causa riunisce 29 Stati, con California, Colorado, Kentucky e New Jersey in prima linea. Il procedimento è presieduto dalla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers e dovrebbe durare circa sei settimane. La giuria esprimerà un verdetto consultivo, mentre la decisione finale sulla responsabilità di Meta spetterà alla giudice.

      L’azione deriva dalla denuncia presentata nel 2023. Secondo i procuratori generali, l’azienda avrebbe mantenuto funzioni capaci di prolungare il tempo trascorso sulle app, pur conoscendone la forza sui minori. Nel mirino ci sono lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche continue e il sistema dei “mi piace”, meccanismi che, secondo l’accusa, favorirebbero un ritorno continuo online.

      L’accusa: l’attenzione trasformata in ricavi

      Il punto economico è centrale. Meta guadagna soprattutto dalla pubblicità e il suo modello beneficia della permanenza degli utenti e della precisione con cui gli annunci possono essere personalizzati. Nel secondo trimestre del 2026 il gruppo ha registrato ricavi per 60,8 miliardi di dollari, dei quali 59,36 miliardi provenienti dalla pubblicità. Le persone attive ogni giorno sulle app erano in media 3,6 miliardi.

      Per gli Stati, questa struttura avrebbe creato un incentivo a trattenere il pubblico più giovane. L’accusa dovrà dimostrare che l’ottimizzazione dei servizi non si è limitata a renderli più attraenti, ma si è trasformata in una pratica commerciale ingannevole o sleale. Il processo dovrà stabilire il confine tra progettazione persuasiva e sfruttamento delle vulnerabilità legate all’età.

      Il nodo dei bambini sotto i 13 anni

      Un secondo capitolo riguarda la privacy. I 29 Stati sostengono che Meta abbia raccolto e utilizzato dati personali di bambini sotto i 13 anni senza il consenso verificabile dei genitori, violando, secondo l’accusa, la legge federale Coppa. Le condizioni d’uso vietano formalmente l’accesso ai più piccoli, ma i procuratori affermano che la società fosse consapevole della loro presenza o avesse scelto di non approfondirla.

      Nel giugno 2026 la giudice ha respinto la richiesta di Meta di chiudere il caso prima del dibattimento, rilevando questioni di fatto da affidare al processo. Tra queste rientrano il modo in cui gli account sospettati di appartenere a minori venivano identificati e disabilitati e l’eventuale conservazione dei dati.

      La difesa e una scienza non univoca

      Meta nega di aver cercato di rendere dipendenti bambini e adolescenti. La difesa sostiene che l’azienda abbia investito in strumenti di sicurezza, limiti per gli account degli adolescenti e sistemi per rimuovere gli utenti troppo giovani. Contesta inoltre l’esistenza di un rapporto causale chiaro tra uso dei social e peggioramento del benessere psicologico.

      Anche la ricerca invita alla cautela. Il Surgeon General statunitense ritiene che i social presentino rischi significativi e che non possano ancora essere considerati sufficientemente sicuri per i minori. Le National Academies osservano però che le prove disponibili non consentono di affermare, in generale, che i social causino da soli un deterioramento della salute mentale. Contenuti e vulnerabilità individuali possono produrre effetti diversi.

      Multe e possibili modifiche alle piattaforme

      Le cifre circolate sono enormi, ma non rappresentano una sanzione già decisa. Meta ha stimato che l’applicazione più severa delle penalità potrebbe teoricamente arrivare a circa 1.400 miliardi di dollari; gli Stati hanno indicato come scenario più realistico una somma vicina ai 200 miliardi. L’importo dipenderà dalle violazioni riconosciute e dai criteri scelti dalla corte.

      La posta in gioco non è soltanto finanziaria. Gli Stati chiedono limiti di tempo per i minori, controlli più efficaci sull’età e la modifica o rimozione di funzioni considerate capaci di alimentare l’uso compulsivo. Mark Zuckerberg e il responsabile di Instagram, Adam Mosseri, sono attesi tra i testimoni.

      Il primo a deporre è stato l’ex dirigente Arturo Béjar, che ha accusato il gruppo di aver sottovalutato le segnalazioni interne sui danni vissuti dai giovani utenti. Meta contesta la ricostruzione e sostiene che le sue dichiarazioni non rappresentino correttamente il lavoro svolto dall’azienda per rendere le piattaforme più sicure.

      Un precedente per tutta l’economia digitale

      Il processo mette sotto esame il rapporto tra design, dati, pubblicità e sicurezza. Qualunque sia l’esito, il modello dell’attenzione viene valutato non soltanto come questione etica o sanitaria, ma come possibile problema di responsabilità commerciale.

      Una condanna potrebbe obbligare Meta a ripensare alcune leve della crescita e offrire un modello per nuove azioni contro altre società tecnologiche. Un’assoluzione rafforzerebbe invece la tesi secondo cui i rischi dei social non possono essere attribuiti direttamente alle scelte di una singola azienda. Il verdetto, in ogni caso, sarà osservato da tutta l’industria digitale.

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      Campo largo, la bomba clamorosa su Matteo Renzi: cosa succede https://www.business.it/campo-largo-la-bomba-clamorosa-su-matteo-renzi-cosa-succede/ Wed, 19 Aug 2026 15:06:19 +0000 https://www.business.it/?p=158409 Matteo Renzi potrebbe entrare direttamente nella discussione sulle eventuali primarie del campo largo. Non c’è alcun annuncio ufficiale e il percorso della coalizione resta ancora da definire, ma il nome del leader di Italia Viva viene indicato tra le ipotesi in campo accanto a quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Un possibile terzo candidato… Read More »Campo largo, la bomba clamorosa su Matteo Renzi: cosa succede

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      Matteo Renzi potrebbe entrare direttamente nella discussione sulle eventuali primarie del campo largo. Non c’è alcun annuncio ufficiale e il percorso della coalizione resta ancora da definire, ma il nome del leader di Italia Viva viene indicato tra le ipotesi in campo accanto a quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Un possibile terzo candidato che cambierebbe il confronto nell’opposizione.

      Primarie del campo largo, nessuna candidatura ufficiale

      L’ipotesi di una candidatura dell’ex presidente del Consiglio è stata rilanciata anche dal Foglio. Dagli ambienti di Italia Viva, secondo quanto riportato, non sarebbero arrivate conferme formali ma neppure una smentita definitiva. Al momento, tuttavia, non sono state stabilite né le regole né il calendario di eventuali primarie per individuare la guida della coalizione alternativa al centrodestra.

      Prima dei nomi, le forze dell’opposizione dovranno chiarire il perimetro dell’alleanza, il programma comune e il meccanismo con cui scegliere la leadership. In questo quadro, parlare di candidatura già definita sarebbe prematuro. La possibilità che Renzi decida di partecipare resta quindi un retroscena politico, legato anche alla difficoltà di individuare una figura condivisa dall’area centrista e riformista.

      Schlein e Conte, il nodo del terzo nome riformista

      Nella prospettiva delle primarie, Elly Schlein e Giuseppe Conte vengono considerati i due riferimenti naturali, rispettivamente, del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle. Attorno a questa possibile sfida è proseguita la ricerca di una candidatura in grado di rappresentare un’area diversa, più vicina alle posizioni liberali, europeiste e riformiste.

      Nel dibattito delle ultime settimane sono emersi diversi nomi, soprattutto provenienti dall’esperienza amministrativa e civica. Tra quelli indicati figurano la sindaca di Genova Silvia Salis, l’eurodeputato Giorgio Gori, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini. Nessuna di queste opzioni, però, risulta al momento consolidata come candidatura unitaria.

      Renzi ha finora sostenuto in particolare la possibilità di valorizzare Salis, muovendosi come interlocutore e organizzatore dell’area riformista. L’obiettivo politico sarebbe quello di garantire una presenza autonoma dentro il campo largo, senza una sovrapposizione con il Pd e senza un allineamento all’asse tra Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

      Perché la candidatura di Matteo Renzi cambierebbe la partita

      Un ingresso diretto di Renzi nella competizione modificherebbe i termini del confronto. La consultazione non sarebbe soltanto una contesa tra Schlein e Conte per la candidatura alla presidenza del Consiglio, ma assumerebbe il profilo di un confronto esplicito tra diverse idee di coalizione e di programma.

      L’ex premier potrebbe presentare una proposta centrata su riformismo, europeismo e ruolo del centro, distinguendola dalle posizioni del Pd guidato da Schlein e da quelle del Movimento 5 Stelle. I temi della politica estera, del sostegno all’Ucraina, del rapporto con l’Unione europea, delle politiche economiche e delle imprese entrerebbero con maggiore evidenza nella campagna.

      La questione principale, in questo scenario, riguarderebbe la compatibilità delle forze che dovrebbero comporre l’alleanza. Le differenze tra Italia Viva e M5S sono note e investono vari dossier. Le primarie potrebbero diventare, se organizzate, anche il luogo in cui definire il compromesso programmatico necessario per rendere praticabile un’intesa di governo.

      Il peso politico di Italia Viva e il fattore primarie

      Renzi dispone di un elemento che distinguerebbe la sua eventuale candidatura da quella di un profilo civico: una riconoscibilità nazionale già consolidata. La sua esperienza di governo, le posizioni politiche e il progetto di Italia Viva sono conosciuti dall’elettorato, così come è presente una struttura organizzativa capace di sostenere una campagna.

      Italia Viva, secondo i sondaggi citati nel dibattito politico, attraversa una fase complessa ed è attestata intorno o al di sotto del 3 per cento. Una partecipazione alle primarie rappresenterebbe dunque una scelta con margini di rischio, ma potrebbe anche offrire all’area riformista una vetrina nazionale e una verifica diretta del proprio consenso.

      Un risultato significativo, anche senza una vittoria finale, rafforzerebbe il potere negoziale di Italia Viva nel percorso verso le elezioni. Al contrario, una prova debole avrebbe inevitabili conseguenze politiche per il leader e per il progetto centrista. Proprio per questo l’eventuale decisione avrebbe una portata che andrebbe oltre la semplice partecipazione a una consultazione.

      La posizione di Schlein e il possibile voto diviso

      La presenza di Renzi potrebbe rendere più articolata anche la posizione della segretaria del Pd. Schlein si confronterebbe da un lato con Conte, riferimento di un elettorato progressista e pentastellato, e dall’altro con una candidatura rivolta ai moderati e ai riformisti, inclusa una parte dell’area democratica.

      Una pluralità di candidati potrebbe dividere il voto del Pd e del centrosinistra, mentre il Movimento 5 Stelle potrebbe presentarsi più compatto attorno al proprio presidente. Gli equilibri, in ogni caso, dipenderebbero dalle modalità della votazione: platea degli aventi diritto, eventuale registrazione, soglie di partecipazione e possibile doppio turno sono elementi decisivi per valutare i rapporti di forza.

      Il precedente delle primarie vinte da Renzi nel Pd

      Renzi conosce il meccanismo delle primarie per esperienza diretta. Nel 2012 sfidò Pier Luigi Bersani per la candidatura alla guida del governo, venendo sconfitto al ballottaggio. L’anno successivo conquistò invece la segreteria del Partito Democratico attraverso le primarie, risultato poi replicato nel 2017.

      Quel percorso dimostra come una consultazione aperta possa incidere sul peso di un leader oltre i confini organizzativi del suo partito. Ma il contesto attuale è diverso: le primarie del campo largo non sono state formalizzate e la coalizione stessa deve ancora sciogliere nodi politici rilevanti. Per ora, quindi, la candidatura di Renzi resta soltanto una delle possibilità sul tavolo dell’opposizione.

      La ricerca di un candidato riformista continua mentre il confronto tra Pd, Movimento 5 Stelle e alleati resta aperto. Se l’ex premier dovesse scegliere di scendere in campo, la partita per la leadership del campo largo assumerebbe un carattere più competitivo e metterebbe al centro, oltre ai nomi, l’identità politica della futura alleanza.

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      Intelligenza artificiale, l’allarme della Bce: il boom dei mercati può diventare una nuova bolla https://www.business.it/intelligenza-artificiale-lallarme-della-bce-il-boom-dei-mercati-puo-diventare-una-nuova-bolla/ Tue, 18 Aug 2026 10:24:35 +0000 https://www.business.it/?p=158370 L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il modo di lavorare delle imprese, gli investimenti e le abitudini dei consumatori. La corsa verso questa nuova tecnologia, però, ha aperto anche un fronte finanziario sempre più delicato. Un’analisi pubblicata sul blog della Banca centrale europea avverte che le valutazioni del settore tecnologico statunitense sono tornate su livelli paragonabili… Read More »Intelligenza artificiale, l’allarme della Bce: il boom dei mercati può diventare una nuova bolla

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      L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il modo di lavorare delle imprese, gli investimenti e le abitudini dei consumatori. La corsa verso questa nuova tecnologia, però, ha aperto anche un fronte finanziario sempre più delicato. Un’analisi pubblicata sul blog della Banca centrale europea avverte che le valutazioni del settore tecnologico statunitense sono tornate su livelli paragonabili a quelli raggiunti durante la bolla delle dot-com.

      Uno degli indicatori osservati è il rapporto Cape, utilizzato per confrontare i prezzi delle azioni con gli utili reali medi registrati dalle società negli ultimi dieci anni. Il valore si trova oggi vicino ai massimi storici, segnalando quanto siano elevate le aspettative incorporate nelle quotazioni delle grandi aziende tecnologiche.

      Il documento non rappresenta una posizione ufficiale del Consiglio direttivo della Bce, ma è stato firmato da cinque economisti dell’istituzione. Il punto centrale dell’analisi è che una correzione dei mercati potrebbe verificarsi anche qualora l’entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale fosse fondato e la tecnologia riuscisse davvero a produrre importanti aumenti della produttività.

      Perché i prezzi possono scendere anche se l’Ia funziona

      Il confronto con la fine degli anni Novanta non significa che l’intelligenza artificiale sia priva di valore o destinata a fallire. Anche innovazioni come internet, l’elettricità e le ferrovie hanno trasformato profondamente l’economia mondiale. Il loro sviluppo, tuttavia, è stato spesso accompagnato da fasi di entusiasmo eccessivo, seguite da forti ridimensionamenti delle quotazioni finanziarie.

      Nelle prime fasi di una rivoluzione tecnologica, gli investitori tendono ad attribuire un valore molto elevato alle imprese considerate capaci di conquistare una posizione dominante. I prezzi delle azioni iniziano così a riflettere guadagni futuri enormi, che devono ancora essere realizzati e che potrebbero richiedere molti anni per concretizzarsi.

      Quando l’innovazione si diffonde, il rischio non resta più concentrato soltanto su poche aziende. Gli investimenti aumentano, le aspettative coinvolgono un numero crescente di titoli e un eventuale rallentamento può propagarsi all’intero sistema finanziario. In quel momento gli investitori possono iniziare a chiedere un premio più alto per il rischio, provocando una discesa delle quotazioni persino in presenza di utili ancora positivi.

      L’esposizione europea ai colossi americani

      Uno degli aspetti più delicati riguarda le cosiddette Magnifiche Sette: Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Queste società hanno assunto un peso sempre maggiore all’interno dei principali indici azionari statunitensi, diventando una componente fondamentale di numerosi fondi comuni e prodotti finanziari acquistati anche dai risparmiatori europei.

      Secondo i calcoli citati dagli economisti della Bce, le famiglie dell’area euro deterrebbero circa 440 miliardi di euro in titoli tecnologici statunitensi. Una parte rilevante di questa esposizione non avviene attraverso l’acquisto diretto delle azioni, ma tramite fondi ed Etf che replicano l’andamento dei grandi indici internazionali. Anche compagnie assicurative e fondi pensione risultano esposti al settore.

      La diversificazione promessa da questi strumenti potrebbe quindi nascondere una concentrazione significativa su un numero ristretto di grandi aziende. In caso di ribasso, le richieste di rimborso da parte degli investitori potrebbero costringere i fondi a vendere le attività più liquide, alimentando nuove perdite e ulteriori riscatti. È questo il meccanismo che potrebbe trasformare una normale flessione di Borsa in un problema più ampio per la stabilità finanziaria.

      L’Europa è meno euforica, ma non è al riparo

      I listini europei mostrano valutazioni generalmente più contenute rispetto a quelli statunitensi e continuano a essere dominati da imprese appartenenti ai settori tradizionali dell’economia. Gli investimenti digitali e la produttività dell’area euro stanno crescendo, ma senza mostrare la stessa intensità speculativa osservata negli Stati Uniti.

      Il rischio che una nuova bolla tecnologica nasca direttamente in Europa appare quindi più basso. Questa protezione, tuttavia, è soltanto relativa. I mercati finanziari europei e americani sono fortemente collegati e tendono a muoversi nella stessa direzione soprattutto durante le fasi di maggiore instabilità.

      Un crollo dei grandi titoli tecnologici statunitensi potrebbe ridurre la fiducia degli investitori, irrigidire le condizioni di finanziamento e frenare gli investimenti e le assunzioni anche nel Vecchio Continente. Rispetto all’epoca della bolla dot-com, inoltre, governi e banche centrali dispongono oggi di margini più limitati per sostenere l’economia attraverso nuovi tagli dei tassi o un forte aumento della spesa pubblica.

      Il successo della tecnologia non garantisce quello degli investimenti

      L’avvertimento degli economisti non equivale a una previsione di un crollo imminente. Stabilire quando potrebbe avvenire una correzione resta estremamente difficile e le quotazioni potrebbero continuare a crescere qualora l’intelligenza artificiale producesse risultati superiori alle attese.

      Il messaggio della Bce è però chiaro: il successo industriale e tecnologico dell’Ia non garantisce che qualsiasi prezzo pagato dagli investitori sia sostenibile. Una tecnologia può trasformare l’economia e, nello stesso tempo, generare valutazioni finanziarie eccessive. Per questo il boom dell’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto l’innovazione, ma è diventato anche una questione di stabilità economica e finanziaria per l’Europa.

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      “Li hanno uccisi”. Viviana e Gioele, choc a sei anni dal dramma di Caronia di madre e figlio: cosa si scopre ora https://www.business.it/8220-li-hanno-uccisi-8221-viviana-e-gioele-choc-a-sei-anni-dal-dramma-di-caronia-di-madre-e-figlio-cosa-si-scopre-ora/ Sat, 15 Aug 2026 09:58:06 +0000 https://www.business.it/?p=158299 Sei anni dopo la scomparsa di Viviana Parisi e Gioele Mondello, madre e figlio ritrovati senza vita nelle campagne di Caronia, la vicenda continua a dividere. L’inchiesta è stata archiviata, ma la famiglia del piccolo non ha mai condiviso la ricostruzione giudiziaria e prosegue nella richiesta di nuovi accertamenti. Era l’estate del 2020 quando il… Read More »“Li hanno uccisi”. Viviana e Gioele, choc a sei anni dal dramma di Caronia di madre e figlio: cosa si scopre ora

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      Sei anni dopo la scomparsa di Viviana Parisi e Gioele Mondello, madre e figlio ritrovati senza vita nelle campagne di Caronia, la vicenda continua a dividere. L’inchiesta è stata archiviata, ma la famiglia del piccolo non ha mai condiviso la ricostruzione giudiziaria e prosegue nella richiesta di nuovi accertamenti.

      Era l’estate del 2020 quando il caso sconvolse il Messinese e attirò l’attenzione nazionale. Per giorni si cercarono una donna di 41 anni e il figlio di appena 4, scomparsi dopo un incidente lungo l’autostrada A20, nel territorio di Caronia.

      Il ritrovamento dei due corpi, avvenuto in momenti diversi e a pochi giorni di distanza, aprì una complessa fase di indagini, consulenze e perizie. Secondo la Procura e il giudice per le indagini preliminari, non sarebbero emersi elementi per attribuire la morte del bambino a terze persone, mentre quella della madre sarebbe riconducibile a un gesto suicidario.

      Viviana Parisi e Gioele Mondello, la scomparsa del 3 agosto 2020

      La mattina del 3 agosto 2020 Viviana Parisi lasciò la sua abitazione di Venetico, nel Messinese, insieme a Gioele. Al marito Daniele Mondello aveva spiegato di voler andare a Milazzo per comprare un paio di scarpe al figlio, ma l’auto prese l’autostrada A20 in direzione Palermo.

      All’altezza della galleria Pizzo Turda, a Caronia, la vettura entrò in collisione con un furgone impegnato in lavori di manutenzione. Dopo l’impatto, secondo quanto ricostruito, Viviana Parisi fermò l’auto, oltrepassò il guardrail e si addentrò nella vegetazione con il bambino.

      Da quel momento non vi furono più notizie di loro. Le autorità avviarono una vasta operazione di ricerca alla quale parteciparono vigili del fuoco, forze dell’ordine, volontari della Protezione civile e soccorritori, anche attraverso droni ed elicotteri.

      L’8 agosto venne trovato il corpo della donna, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione, non lontano dal punto dell’incidente. Il 19 agosto, dodici giorni dopo la scomparsa, Giuseppe Di Francesco, volontario ed ex carabiniere, individuò a qualche centinaio di metri i resti del piccolo Gioele, gravemente compromessi dagli animali e dagli agenti naturali.

      Indagini sulla morte di Viviana e Gioele: l’archiviazione

      L’inchiesta della Procura di Patti, guidata dal procuratore Angelo Cavallo, si basò su accertamenti medico-legali, autoptici e scientifici. Il 10 novembre 2021 il gip Eugenio Aliquò accolse la richiesta di archiviazione con un provvedimento di 495 pagine.

      Secondo la ricostruzione giudiziaria, Viviana Parisi, in una situazione di fragilità psicologica, avrebbe ucciso il figlio e poi si sarebbe lanciata dal traliccio. Per Gioele, tuttavia, gli investigatori non riuscirono a definire con certezza la precisa modalità della morte, escludendo al tempo stesso un coinvolgimento, anche indiretto, di altre persone.

      La Procura collegò il gesto della donna a segnali di disagio che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati sottovalutati in ambito familiare. Una conclusione respinta fin dall’inizio da Daniele Mondello, assistito dai propri legali e affiancato dal criminologo Carmelo Lavorino.

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      “Chi guiderà la sinistra alle elezioni”. Sondaggi, clamoroso: gli italiani hanno scelto lo sfidante di Giorgia Meloni https://www.business.it/chi-guidera-la-sinistra-alle-elezioni-sondaggi-clamoroso-gli-italiani-hanno-scelto-lo-sfidante-di-giorgia-meloni/ Thu, 13 Aug 2026 11:26:04 +0000 https://www.business.it/?p=158242 Nel confronto sempre più acceso sul futuro della sinistra, anche il monitoraggio dei social network offre una fotografia che merita attenzione. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, né di una previsione per le prossime elezioni, ma dei dati che misurano visibilità, reazioni e capacità dei leader di animare il dibattito online.… Read More »“Chi guiderà la sinistra alle elezioni”. Sondaggi, clamoroso: gli italiani hanno scelto lo sfidante di Giorgia Meloni

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      meloni contro schlein o conte

      Nel confronto sempre più acceso sul futuro della sinistra, anche il monitoraggio dei social network offre una fotografia che merita attenzione. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, né di una previsione per le prossime elezioni, ma dei dati che misurano visibilità, reazioni e capacità dei leader di animare il dibattito online. Nel periodo analizzato, il protagonista del campo largo è Giuseppe Conte.

      Secondo il rapporto realizzato da Spin Factor per Adnkronos, il presidente del Movimento 5 Stelle è il nome che registra la quota più elevata di sentiment favorevole tra gli esponenti dell’area progressista e centrista presi in esame. Il risultato arriva in una fase segnata da posizioni divergenti nella coalizione, soprattutto sui temi della politica estera e della guerra in Ucraina.

      I dati digitali richiedono comunque cautela. Un commento positivo, una condivisione o un like non equivalgono automaticamente a una scelta nell’urna: le piattaforme raccolgono reazioni immediate e spesso polarizzate, mentre il consenso elettorale viene misurato con metodologie differenti. Il monitoraggio, però, consente di osservare quali figure riescano a ottenere maggiore attenzione e a coinvolgere un numero più alto di utenti.

      L’analisi si concentra sull’intervallo compreso tra l’11 luglio e il 10 agosto, valutando sia il volume totale delle interazioni sia la loro connotazione positiva o negativa. In questo quadro, Conte precede Elly Schlein e Silvia Salis, mentre gli altri protagonisti del campo largo si distribuiscono a distanza. Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva.

      Giuseppe Conte primo nel sentiment social

      Il dato più rilevante del report riguarda Giuseppe Conte, che raggiunge un sentiment positivo del 32,2%. In termini concreti, quasi un’interazione su tre relativa al leader pentastellato è stata classificata come favorevole. Un risultato significativo in un ambiente, quello dei social, dove il confronto politico tende frequentemente a tradursi in critiche, repliche e commenti contrapposti.

      Al peso percentuale si aggiunge quello dei numeri assoluti. Nel mese oggetto del monitoraggio Conte ha raccolto circa 2 milioni e 225mila interazioni, un volume nettamente superiore rispetto agli altri esponenti inclusi nella rilevazione. La combinazione tra ampia esposizione e quota di reazioni positive consolida la sua centralità nel dibattito digitale dell’area di opposizione.

      La situazione è stata influenzata anche da una serie di appuntamenti politici e mediatici. Il 9 luglio, intervenendo dal palco unitario del campo largo, Conte aveva definito la “minaccia russa” come una costruzione. Le parole hanno aperto un confronto interno alla coalizione, evidenziando differenze che nelle settimane successive sono rimaste al centro dell’attenzione.

      Il tema è tornato con forza quando l’ex presidente del Consiglio ha sostenuto che la linea sull’Ucraina dovrebbe essere affidata alle primarie. Una proposta accolta con rilievi critici da altri leader del centrosinistra. Il confronto sulle alleanze e sulla politica internazionale, quindi, non ha riguardato soltanto i rapporti tra partiti, ma ha contribuito a incrementare la presenza di Conte nelle conversazioni online.

      Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva

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      Tassa sulle banche, Salvini punta al 5% degli utili: i numeri dietro la proposta https://www.business.it/tassa-sulle-banche-salvini-punta-al-5-degli-utili-i-numeri-dietro-la-proposta/ Wed, 12 Aug 2026 08:33:27 +0000 https://www.business.it/?p=158161 Le banche italiane tornano al centro della partita sulla prossima legge di Bilancio. Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione della Lega di proporre un contributo straordinario a carico dei dieci maggiori istituti di credito italiani: il prelievo ipotizzato sarebbe pari al 5% degli utili ogni anno e avrebbe una durata di tre anni. Una misura che… Read More »Tassa sulle banche, Salvini punta al 5% degli utili: i numeri dietro la proposta

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      Le banche italiane tornano al centro della partita sulla prossima legge di Bilancio. Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione della Lega di proporre un contributo straordinario a carico dei dieci maggiori istituti di credito italiani: il prelievo ipotizzato sarebbe pari al 5% degli utili ogni anno e avrebbe una durata di tre anni. Una misura che il vicepremier considera uno degli strumenti con cui recuperare nuove risorse senza intervenire direttamente sulla generalità dei contribuenti.

      Il punto di partenza del ragionamento è rappresentato dai risultati raggiunti dal settore bancario. Salvini ha parlato di circa 30 miliardi di utili come base sulla quale applicare il contributo e ha ricordato che soltanto Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno registrato complessivamente quasi 12 miliardi di profitti nel primo semestre del 2026. Mantenendo risultati analoghi nella seconda parte dell’anno, i due maggiori gruppi potrebbero quindi superare insieme i 20 miliardi di utile.

      Quanto potrebbe incassare lo Stato

      I numeri permettono di comprendere meglio la dimensione della proposta. Applicando un’aliquota del 5% a 30 miliardi di profitti, il gettito teorico sarebbe di circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Se gli utili complessivi dei maggiori istituti raggiungessero i 33 miliardi, la cifra salirebbe a circa 1,65 miliardi. Nell’arco di tre anni si potrebbe quindi arrivare, a condizioni invariate, vicino ai 5 miliardi.

      Non si tratterebbe di un intervento rivolto all’intero sistema creditizio. L’ipotesi avanzata dalla Lega riguarda infatti i dieci maggiori gruppi e punta a lasciare fuori le centinaia di banche di dimensioni più contenute. Una distinzione importante anche perché la redditività non è uniforme: la Banca d’Italia ha sottolineato come gli istituti maggiori presentino risultati particolarmente positivi, mentre quelli più piccoli mostrano livelli di redditività più contenuti.

      Perché gli utili delle banche sono cresciuti tanto

      Dietro la proposta c’è soprattutto l’andamento eccezionalmente favorevole degli ultimi anni. Nel 2024 il rendimento del capitale delle banche italiane, il cosiddetto Roe, era salito dal 12,3 al 12,8%. Nel 2025 la redditività del settore è ulteriormente aumentata, raggiungendo i livelli più elevati dal 2008.

      La stagione dei tassi elevati ha contribuito inizialmente a sostenere il margine di interesse, cioè, semplificando, la differenza tra quanto una banca ricava dai prestiti e quanto sostiene per remunerare la raccolta. Con la successiva riduzione dei tassi questo vantaggio ha iniziato a ridimensionarsi, ma gli istituti hanno compensato attraverso l’aumento delle commissioni, i ricavi da negoziazione e il contenimento dei costi. Il risultato è un sistema che la stessa Banca d’Italia continua a descrivere come caratterizzato da elevata redditività e forte patrimonializzazione.

      La logica politica della tassa

      È proprio questa solidità a spiegare la scelta della Lega. L’idea è chiedere un contributo aggiuntivo a un settore che negli ultimi esercizi ha prodotto profitti particolarmente elevati, destinando il gettito alle priorità della manovra. Salvini ha indicato, tra gli obiettivi, anche il rafforzamento della sicurezza e l’aumento delle risorse per le forze dell’ordine.

      C’è poi una ragione più generale: reperire diversi miliardi attraverso tagli alla spesa o aumenti delle imposte sui redditi avrebbe conseguenze politiche e sociali molto più diffuse. Concentrare il prelievo sui maggiori gruppi bancari permetterebbe invece di raccogliere risorse da una platea estremamente circoscritta. Salvini ha richiamato esplicitamente anche l’esperienza spagnola, dove il settore finanziario è già stato interessato da forme di tassazione straordinaria.

      Il precedente e i dubbi sulla misura

      L’Italia, del resto, ha già sperimentato interventi sul settore. Nel 2023 il governo aveva introdotto una tassa sugli extraprofitti bancari, successivamente modificata consentendo agli istituti di destinare somme a riserva invece di versare materialmente l’imposta. Anche le successive manovre hanno chiesto contributi al comparto finanziario attraverso differenti meccanismi fiscali.

      La nuova proposta dovrà però superare diversi ostacoli. Bisognerà stabilire con precisione quale sia la base imponibile, evitare problemi di costituzionalità e valutare gli eventuali effetti sull’offerta di credito, sugli azionisti e sulla capacità delle banche di accumulare capitale. Il confronto nella maggioranza è quindi destinato a proseguire. Dietro il dibattito politico resta però un dato economico difficilmente ignorabile: dopo anni di profitti molto elevati, le grandi banche rappresentano una delle poche aree dalle quali lo Stato potrebbe cercare risorse consistenti senza aumentare direttamente la pressione fiscale su milioni di famiglie.

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      “Nausea, vomito e febbre alta”. Muore due giorni dopo il ricovero in ospedale: il sospetto dei medici https://www.business.it/8220-nausea-vomito-e-febbre-alta-8221-muore-due-giorni-dopo-il-ricovero-in-ospedale-il-sospetto-dei-medici/ Tue, 11 Aug 2026 12:41:05 +0000 https://www.business.it/?p=158140 Nella capitale si è verificato un episodio drammatico che ha visto protagonista un uomo di 67 anni, deceduto presso il Policlinico Gemelli di Roma dopo un rapido peggioramento delle condizioni cliniche. Il paziente è stato trasportato in ospedale il 16 agosto, già in condizioni critiche: accusavo febbre alta, dissenteria e disidratazione severa. Nonostante l’intervento tempestivo… Read More »“Nausea, vomito e febbre alta”. Muore due giorni dopo il ricovero in ospedale: il sospetto dei medici

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      Nella capitale si è verificato un episodio drammatico che ha visto protagonista un uomo di 67 anni, deceduto presso il Policlinico Gemelli di Roma dopo un rapido peggioramento delle condizioni cliniche. Il paziente è stato trasportato in ospedale il 16 agosto, già in condizioni critiche: accusavo febbre alta, dissenteria e disidratazione severa. Nonostante l’intervento tempestivo dei sanitari, la situazione è degenerata e il decesso è sopraggiunto dopo soli due giorni dal ricovero, il 18 agosto.

      Leggi anche: Fatto a pezzi e trovato nel bosco, emerge una terribile ipotesi: di chi potrebbe trattarsi

      Il rapido peggioramento delle condizioni

      Il decorso della malattia è stato particolarmente veloce, anche a causa delle patologie preesistenti che avevano già compromesso la salute del paziente. Le condizioni cliniche sono precipitate in poche ore dal ricovero, nonostante i tentativi del personale sanitario di contrastare l’infezione e stabilizzare i parametri vitali.

      Il sospetto dei medici

      I medici hanno escluso il contagio in ambiente ospedaliero, specificando che all’arrivo l’uomo presentava già sintomi compatibili con la salmonella. Per determinare le cause della morte, la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ha disposto l’autopsia sul corpo del paziente.

      Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva

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      Migranti, il nuovo equilibrio europeo tra rimpatri, solidarietà e il rapporto con Berlino https://www.business.it/migranti-il-nuovo-equilibrio-europeo-tra-rimpatri-solidarieta-e-il-rapporto-con-berlino/ Tue, 11 Aug 2026 09:49:14 +0000 https://www.business.it/?p=158121 La gestione dei migranti torna al centro del confronto tra Italia, Germania e Unione europea. Il nodo non riguarda più soltanto gli sbarchi nel Mediterraneo, ma l’intero sistema che stabilisce chi deve esaminare le domande di asilo, come distribuire le responsabilità tra gli Stati membri e quanto rapidamente sia possibile rimpatriare chi non possiede i… Read More »Migranti, il nuovo equilibrio europeo tra rimpatri, solidarietà e il rapporto con Berlino

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      La gestione dei migranti torna al centro del confronto tra Italia, Germania e Unione europea. Il nodo non riguarda più soltanto gli sbarchi nel Mediterraneo, ma l’intero sistema che stabilisce chi deve esaminare le domande di asilo, come distribuire le responsabilità tra gli Stati membri e quanto rapidamente sia possibile rimpatriare chi non possiede i requisiti per restare in Europa.

      Dal 12 giugno 2026 è infatti pienamente applicabile il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Il sistema introduce procedure più uniformi alle frontiere, controlli preliminari più rapidi e una procedura accelerata per alcune categorie di richiedenti asilo. L’obiettivo dichiarato è ridurre i tempi di valutazione delle domande e rendere più efficaci i rimpatri, senza eliminare le garanzie individuali previste dal diritto europeo.

      Roma e Berlino, il nodo dei trasferimenti

      Su questo nuovo quadro si innesta il confronto tra Roma e Berlino. La Germania punta a riattivare i trasferimenti verso l’Italia di migranti entrati inizialmente nel territorio europeo attraverso il nostro Paese. Roma, però, considera profondamente cambiata la situazione rispetto agli anni precedenti e rivendica il peso sostenuto dagli Stati di frontiera.

      Il tema è particolarmente delicato perché per anni il sistema europeo ha affidato principalmente al Paese di primo ingresso la responsabilità dell’esame delle richieste di protezione. Il nuovo Patto cerca invece di affiancare alla responsabilità nazionale un meccanismo di solidarietà europea, permettendo agli Stati sottoposti a maggiore pressione migratoria di ricevere sostegno attraverso ricollocamenti, contributi finanziari o altre forme di compensazione.

      Il ruolo delle Ong nel Mediterraneo

      Parallelamente resta aperto il confronto politico sulle Ong impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo. Le ricostruzioni pubblicate dalla stampa italiana hanno riportato l’attenzione sui finanziamenti concessi negli ultimi anni dalla Germania ad alcune organizzazioni impegnate nel soccorso in mare.

      Documenti ufficiali del Bundestag confermano, ad esempio, finanziamenti pubblici destinati a organizzazioni attive nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. È però necessario distinguere tra le diverse associazioni, le differenti fonti di finanziamento e i singoli programmi: non tutte le Ong ricevono fondi pubblici tedeschi e le organizzazioni interessate hanno più volte rivendicato la propria autonomia operativa.

      Il punto politico rimane comunque evidente: l’Italia sostiene da tempo che l’attività di soccorso non possa trasformarsi in una responsabilità quasi esclusiva dei Paesi mediterranei nei quali avvengono gli sbarchi. Dall’altra parte, le Ong ricordano che il salvataggio delle persone in pericolo in mare rappresenta un obbligo previsto dalle norme internazionali.

      Rimpatri più rapidi, ma resta il ruolo dei giudici

      Un altro terreno decisivo sarà quello delle espulsioni. Le nuove norme europee consentono procedure di frontiera più rapide, soprattutto nei confronti di persone provenienti da Paesi considerati sicuri o la cui domanda presenta scarse probabilità di accoglimento.

      La semplificazione amministrativa, tuttavia, non significa automatismo. Ogni richiesta deve continuare a essere valutata secondo le garanzie previste dal diritto europeo e resta possibile l’intervento dei tribunali. Proprio qui si concentra una delle principali incognite: la capacità degli Stati di accelerare realmente le procedure senza entrare in conflitto con le decisioni dei giudici nazionali ed europei.

      La vera sfida è trasformare le regole in risultati

      Il nuovo sistema europeo nasce quindi per superare una contraddizione che per anni ha alimentato tensioni tra gli Stati membri: i Paesi di frontiera chiedono una maggiore condivisione degli oneri, mentre quelli dell’Europa centrale e settentrionale pretendono che vengano rispettate le responsabilità connesse al primo ingresso.

      Il Patto prova a tenere insieme entrambe le esigenze. Procedure più rapide, maggiore solidarietà, controlli alle frontiere e rimpatri più efficaci costituiscono i quattro pilastri della nuova fase. La partita, però, non si giocherà soltanto sui regolamenti approvati a Bruxelles. Saranno la capacità amministrativa degli Stati, le decisioni dei tribunali e la collaborazione tra governi a stabilire se l’Europa riuscirà davvero a costruire un sistema migratorio comune oppure se il confronto tra Roma, Berlino e gli altri Paesi continuerà a riproporre le divisioni degli ultimi anni.

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      Pesce straniero sulle tavole italiane: il vero problema è una filiera che perde valore https://www.business.it/pesce-straniero-sulle-tavole-italiane-il-vero-problema-e-una-filiera-che-perde-valore/ Mon, 10 Aug 2026 08:59:36 +0000 https://www.business.it/?p=158102 L’Italia è circondata dal mare, ma dipende in larga parte dalle importazioni per rifornire pescherie, supermercati e ristoranti. Il dato secondo cui circa l’80% del pesce consumato arriverebbe dall’estero fotografa un paradosso reale. Spiegarlo soltanto con le regole europee, però, sarebbe riduttivo. I vincoli Ue e i conti dei pescatori La riduzione delle giornate in… Read More »Pesce straniero sulle tavole italiane: il vero problema è una filiera che perde valore

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      L’Italia è circondata dal mare, ma dipende in larga parte dalle importazioni per rifornire pescherie, supermercati e ristoranti. Il dato secondo cui circa l’80% del pesce consumato arriverebbe dall’estero fotografa un paradosso reale. Spiegarlo soltanto con le regole europee, però, sarebbe riduttivo.

      I vincoli Ue e i conti dei pescatori

      La riduzione delle giornate in mare, i limiti alle reti e le misure introdotte per proteggere alcune specie incidono sui bilanci delle imprese. Carburante, manutenzione e personale restano costi elevati anche quando le uscite diminuiscono. Per molti operatori, la tutela ambientale rischia così di trasformarsi in una perdita di redditività.

      Le restrizioni servono però anche a evitare che lo sfruttamento eccessivo impoverisca il Mediterraneo. La vera sfida consiste nel trovare un equilibrio tra conservazione delle risorse e sopravvivenza delle aziende, soprattutto quando il mercato viene rifornito da Paesi con costi di produzione e sistemi di controllo differenti.

      Una debolezza industriale, non soltanto geografica

      La dipendenza dall’estero deriva anche da una flotta frammentata e spesso anziana, da un’acquacoltura che fatica a crescere e da procedure autorizzative troppo lente. A questo si aggiungono le abitudini dei consumatori, che chiedono durante tutto l’anno salmone, tonno, merluzzo e gamberi, mentre la pesca mediterranea è stagionale e non può offrire ogni specie con continuità.

      Anche la grande distribuzione privilegia forniture regolari, prezzi prevedibili e pezzature standard. Il prodotto importato diventa quindi più semplice da programmare, mentre quello locale rischia di rimanere più costoso, discontinuo e destinato a una fascia limitata del mercato.

      Ricostruire valore lungo la filiera

      La risposta non può essere soltanto pescare di più. Servono investimenti nell’acquacoltura sostenibile, in attrezzi più selettivi, porti efficienti, trasformazione, tracciabilità e indicazioni di origine più chiare. L’obiettivo dovrebbe essere aumentare il valore prodotto in Italia, tutelando nello stesso tempo il mare e il futuro delle imprese.

      Gli oltre 8.000 chilometri di coste rappresentano una risorsa, non una garanzia di autosufficienza. Senza una politica industriale capace di unire sostenibilità e redditività, continueremo ad avere pescatori in difficoltà e banchi del pesce sempre più dipendenti dalle importazioni.

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      Conte, sul tavolo della commissione Covid la gestione della pandemia https://www.business.it/conte-sul-tavolo-della-commissione-covid-la-gestione-della-pandemia/ Fri, 07 Aug 2026 07:22:13 +0000 https://www.business.it/?p=158012 A più di sei anni dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la gestione italiana della pandemia torna al centro dello scontro politico. Questa volta il confronto si consuma davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, dove Giuseppe Conte, presidente del Consiglio durante la fase più drammatica del 2020, è stato chiamato a ricostruire le decisioni prese dal suo… Read More »Conte, sul tavolo della commissione Covid la gestione della pandemia

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      A più di sei anni dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la gestione italiana della pandemia torna al centro dello scontro politico. Questa volta il confronto si consuma davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, dove Giuseppe Conte, presidente del Consiglio durante la fase più drammatica del 2020, è stato chiamato a ricostruire le decisioni prese dal suo governo e a rispondere alle contestazioni maturate nel corso dei lavori parlamentari.

      L’audizione si è rapidamente trasformata in un confronto molto più ampio rispetto alla semplice ricostruzione degli eventi. Conte ha difeso l’impianto delle scelte adottate durante l’emergenza, rivendicando di aver operato in un quadro caratterizzato da informazioni scientifiche limitate e continuamente aggiornate. Dall’altra parte, gli esponenti della maggioranza hanno insistito sulle questioni rimaste controverse: Dpcm, restrizioni, approvvigionamento delle mascherine, rapporti con la struttura commissariale e decisioni adottate durante i mesi più difficili della pandemia.

      Conte difende il governo del 2020: “Decisioni in una situazione senza precedenti”

      Uno dei punti centrali dell’audizione è stato inevitabilmente il giudizio sull’operato dell’esecutivo Conte durante la prima ondata. L’ex presidente del Consiglio ha ricordato il contesto nel quale il governo fu costretto a intervenire: un virus nuovo, conoscenze scientifiche ancora incomplete e una situazione sanitaria che, nel giro di poche settimane, aveva messo sotto pressione ospedali e istituzioni.

      Conte ha respinto l’idea che le misure adottate fossero il risultato di un modello prestabilito. La linea sostenuta dall’ex premier è che le restrizioni venissero progressivamente modificate sulla base dell’evoluzione epidemiologica e delle conoscenze disponibili.

      È proprio su questo punto che si concentra una delle questioni ancora oggi più discusse. Durante l’emergenza, infatti, il governo utilizzò in maniera estesa i Dpcm, strumenti che consentivano interventi particolarmente rapidi, ma che provocarono anche un forte dibattito sulla compressione delle libertà individuali e sul rapporto tra governo e Parlamento.

      Secondo Conte, tuttavia, le decisioni finali non potevano essere attribuite agli scienziati. Gli esperti fornivano valutazioni e indicazioni tecniche, mentre la responsabilità politica rimaneva nelle mani dell’esecutivo, chiamato a trovare un equilibrio tra tutela della salute, economia e diritti.

      Dpcm, lockdown e libertà: il nodo delle restrizioni

      È uno dei passaggi destinati a rimanere maggiormente controversi. La Commissione sta cercando di ricostruire non soltanto quali decisioni furono prese, ma come vennero elaborate e quali alternative fossero state considerate.

      Conte ha rivendicato la necessità di intervenire rapidamente, sostenendo che l’Italia si trovò ad affrontare per prima, tra i grandi Paesi occidentali, una crisi sanitaria di dimensioni imprevedibili.

      L’ex premier ha inoltre rivendicato il ruolo assunto dall’Italia nella prima fase della pandemia, sostenendo che alcune delle misure adottate furono successivamente riprese anche da altri governi europei.

      La maggioranza legge invece quella stagione con un’impostazione differente. Secondo gli esponenti di centrodestra presenti nella Commissione, l’obiettivo dell’inchiesta parlamentare è verificare se tutte le decisioni fossero proporzionate, se fossero stati valutati adeguatamente i loro effetti e se vi siano stati errori nella gestione politica e amministrativa dell’emergenza.

      La distinzione è importante: la Commissione parlamentare non è un tribunale e Conte non è imputato. Il suo compito è politico e istituzionale: acquisire documenti, ascoltare i protagonisti della gestione della pandemia e ricostruire le responsabilità decisionali e organizzative.

      Vaccini e Green pass, Conte distingue la sua gestione da quella di Draghi

      Nel corso dell’audizione è tornato anche il tema della campagna vaccinale e delle misure introdotte per aumentare la copertura della popolazione.

      Conte ha voluto distinguere nettamente le diverse fasi. Il suo governo terminò nel febbraio del 2021, quando la campagna vaccinale era appena iniziata. L’ex premier ha ricordato che durante il suo esecutivo non venne introdotto l’obbligo generalizzato, mentre Green pass e obblighi per determinate categorie e fasce d’età furono sviluppati successivamente durante il governo guidato da Mario Draghi.

      Un chiarimento che assume un peso politico rilevante, perché nel dibattito pubblico le diverse fasi dell’emergenza vengono spesso sovrapposte.

      L’audizione, quindi, ha avuto anche l’effetto di riportare al centro la cronologia delle decisioni: il primo lockdown, la riapertura dell’estate 2020, la seconda ondata, il sistema delle zone a colori, l’arrivo dei primi vaccini e, successivamente, il cambio di governo.

      Lo scontro politico: Conte accusa la Commissione, FdI replica

      Se sul piano storico l’audizione dovrebbe servire a chiarire le modalità attraverso le quali venne affrontata la pandemia, sul piano politico il confronto è ormai durissimo.

      Conte contesta da tempo l’impostazione della Commissione e ha utilizzato espressioni molto nette nei suoi confronti, arrivando a definirla un “plotone d’esecuzione” costruito politicamente contro la sua esperienza di governo.

      Durante l’audizione il leader del Movimento 5 Stelle ha quindi alternato la ricostruzione delle decisioni assunte nel 2020 a un contrattacco nei confronti del centrodestra, mettendo in discussione l’impostazione stessa dell’inchiesta parlamentare.

      Fratelli d’Italia respinge completamente questa lettura. Per gli esponenti della maggioranza, la Commissione deve invece andare fino in fondo proprio perché la pandemia rappresentò uno degli eventi più traumatici della storia recente italiana e produsse conseguenze sanitarie, economiche e sociali enormi.

      Sul fondo resta anche il confronto con Giorgia Meloni. Conte ha rivolto direttamente alla presidente del Consiglio alcune delle sue critiche, mentre dal centrodestra è arrivata la replica secondo cui la ricerca delle responsabilità sulla pandemia non dovrebbe essere interpretata come uno scontro personale tra l’attuale premier e il suo predecessore.

      Il capitolo delle mascherine e il caso JC Electronics

      Tra le vicende più delicate esaminate dalla Commissione c’è poi quella delle forniture di dispositivi di protezione durante l’emergenza, un settore nel quale nel 2020 lo Stato fu costretto ad acquistare enormi quantitativi di materiale in tempi estremamente ridotti.

      Particolare attenzione è stata dedicata alla vicenda della JC Electronics, società coinvolta in una complessa controversia relativa alla fornitura di mascherine.

      Al centro della discussione ci sono la conformità dei dispositivi, le modalità attraverso le quali vennero effettuate le verifiche e il successivo contenzioso con lo Stato. Negli anni la vicenda è passata dalle strutture amministrative alle aule giudiziarie, producendo decisioni che hanno riaperto il dibattito sulle procedure utilizzate durante l’emergenza.

      Conte ha portato in Commissione anche documentazione ricevuta attraverso una lettera anonima, annunciando di averla trasmessa alla Procura. Uno dei documenti riguarda una riunione nella quale sarebbero state affrontate proprio questioni relative alle mascherine della JC Electronics.

      L’ex premier ha utilizzato la vicenda per respingere alcune delle ricostruzioni avanzate contro il suo governo e per sostenere che la documentazione dovesse essere valutata nella sua interezza.

      Il contenzioso economico e la transazione con lo Stato

      Il caso JC Electronics non riguarda soltanto la gestione sanitaria. Ha anche una dimensione economica particolarmente rilevante.

      Dopo la risoluzione della fornitura, la società ha avviato un contenzioso contro lo Stato. Le successive decisioni giudiziarie hanno rimesso in discussione alcuni degli elementi sui quali era stata fondata la contestazione dei dispositivi.

      La vicenda si è quindi trascinata negli anni fino alla successiva soluzione del contenzioso attraverso una transazione, diventata a sua volta terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.

      Ed è proprio questo uno degli aspetti che rendono l’inchiesta parlamentare particolarmente complessa: molti degli eventi iniziati nel 2020 hanno infatti prodotto conseguenze giudiziarie e finanziarie proseguite sotto governi completamente diversi.

      Conte ha utilizzato questo elemento per sostenere che eventuali valutazioni sulla vicenda non possano fermarsi esclusivamente alla fase nella quale era presidente del Consiglio.

      Dalle mascherine al piano pandemico: le domande ancora aperte

      La Commissione non sta esaminando soltanto singoli episodi. Sul tavolo rimane il problema più generale della preparazione dell’Italia all’arrivo del virus.

      Una delle questioni riguarda il piano pandemico e la capacità delle strutture pubbliche di reagire a un’emergenza di quelle dimensioni. Un altro capitolo riguarda il sistema di approvvigionamento: mascherine, dispositivi sanitari, attrezzature e materiali che nei primi mesi del 2020 erano diventati improvvisamente difficilissimi da reperire in tutto il mondo.

      Poi c’è la gestione della comunicazione istituzionale, il rapporto con gli organismi tecnico-scientifici e la necessità di comprendere fino a che punto le decisioni politiche siano state condizionate dalle indicazioni degli esperti.

      Sono interrogativi che spiegano perché l’audizione di Conte fosse una delle più attese dall’inizio dei lavori della Commissione.

      Sei anni dopo, il Covid torna al centro della battaglia politica

      A distanza di oltre sei anni, quindi, la pandemia continua a dividere profondamente il Paese e la politica.

      Per Giuseppe Conte, le decisioni devono essere giudicate tenendo conto di ciò che si conosceva in quel preciso momento storico, evitando di applicare retroattivamente informazioni acquisite soltanto successivamente. Per la maggioranza, invece, proprio la distanza temporale consente oggi di analizzare con maggiore freddezza le decisioni e individuare eventuali errori.

      È questa la vera posta in gioco dei prossimi lavori della Commissione: capire se l’inchiesta riuscirà a produrre una ricostruzione condivisa di uno dei periodi più difficili della storia repubblicana oppure se continuerà a essere soprattutto il terreno di una resa dei conti politica tra il governo di allora e la maggioranza di oggi.

      L’audizione di Conte non chiude dunque il capitolo. Al contrario, lo riapre: dalle restrizioni alle mascherine, dai Dpcm al piano pandemico, dalla gestione delle forniture alle responsabilità politiche, sono ancora numerosi i passaggi sui quali la Commissione dovrà cercare risposte.

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      Morte Guccini, Vannacci sorprende tutti: ma cosa ha fatto! https://www.business.it/morte-guccini-vannacci-sorprende-tutti-ma-cosa-ha-fatto/ Thu, 06 Aug 2026 14:44:52 +0000 https://www.business.it/?p=157993 Nel giorno della scomparsa di Francesco Guccini, Roberto Vannacci ha ricordato il cantautore emiliano attraverso L’Avvelenata, una delle sue composizioni più note. Il leader di Futuro nazionale ha spiegato di aver cantato quel brano fin dall’infanzia, quando nella sua abitazione ascoltava i dischi dell’artista, soffermandosi sul tema della libertà di espressione contenuto nel testo. Vannacci… Read More »Morte Guccini, Vannacci sorprende tutti: ma cosa ha fatto!

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      Nel giorno della scomparsa di Francesco Guccini, Roberto Vannacci ha ricordato il cantautore emiliano attraverso L’Avvelenata, una delle sue composizioni più note. Il leader di Futuro nazionale ha spiegato di aver cantato quel brano fin dall’infanzia, quando nella sua abitazione ascoltava i dischi dell’artista, soffermandosi sul tema della libertà di espressione contenuto nel testo.

      Vannacci e il ricordo di Francesco Guccini

      In dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos, Vannacci ha affermato di avere un legame personale con L’Avvelenata, canzone pubblicata nel 1976 nell’album Via Paolo Fabbri 43. L’ex generale della Folgore ha anche accennato alcuni versi del brano.

      «Questa è una delle canzoni che ho sempre cantato da quando ero bambino», ha dichiarato, ricordando la presenza in casa dei dischi di Guccini e, in particolare, dell’album che include la celebre canzone.

      L’Avvelenata, la libertà artistica e il paragone con i libri

      L’Avvelenata è uno dei brani più rappresentativi del repertorio di Guccini. Il testo contiene una critica rivolta ai detrattori, ai recensori e a quella parte del mondo culturale che il cantautore contestava, rivendicando al tempo stesso la propria indipendenza artistica.

      Vannacci ha richiamato proprio una strofa legata alla libertà di esprimersi senza inseguire l’approvazione del pubblico o della critica. A suo giudizio, quel passaggio potrebbe essere accostato anche alla sua esperienza personale.

      «Proprio questa strofa potrebbe essere anche adatta alla mia stessa realtà», ha spiegato Vannacci, aggiungendo che al posto dell’invito a non comprare i dischi si potrebbe inserire il riferimento ai suoi libri.

      Il riferimento alle critiche ricevute da Roberto Vannacci

      Il parallelismo indicato dal leader di Futuro nazionale riguarda le contestazioni e le critiche che hanno accompagnato la pubblicazione dei suoi volumi e le posizioni espresse nel dibattito pubblico. Vannacci ha così associato la sua esperienza alla rivendicazione di autonomia contenuta nella canzone di Guccini.

      La citazione è arrivata nella giornata dedicata al ricordo del cantautore emiliano, figura centrale della musica italiana. Nel corso della sua carriera, Francesco Guccini ha costruito un repertorio segnato da impegno civile, narrazioni generazionali e riflessioni sulla società contemporanea.

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      Trentasei miliardi per energia e Difesa, l’Italia apre il negoziato con l’Ue https://www.business.it/trentasei-miliardi-per-energia-e-difesa-litalia-apre-il-negoziato-con-lue/ Thu, 06 Aug 2026 08:53:31 +0000 https://www.business.it/?p=157962 Il passaggio parlamentare si è concluso con il via libera della maggioranza in entrambe le Camere. A Montecitorio la risoluzione ha ottenuto 181 voti favorevoli, 126 contrari e 12 astensioni. Il voto, tuttavia, non equivale ancora all’autorizzazione a spendere l’intera somma. Il governo ha ottenuto il mandato per avviare la trattativa con la Commissione europea… Read More »Trentasei miliardi per energia e Difesa, l’Italia apre il negoziato con l’Ue

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      Il passaggio parlamentare si è concluso con il via libera della maggioranza in entrambe le Camere. A Montecitorio la risoluzione ha ottenuto 181 voti favorevoli, 126 contrari e 12 astensioni. Il voto, tuttavia, non equivale ancora all’autorizzazione a spendere l’intera somma. Il governo ha ottenuto il mandato per avviare la trattativa con la Commissione europea e chiedere l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. La quantificazione definitiva dello scostamento, la distribuzione delle risorse e le misure da finanziare arriveranno soltanto in una fase successiva.

      La richiesta italiana: 14 miliardi per l’energia e 21-22 per la Difesa

      Il piano illustrato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti prevede di utilizzare il massimo margine concesso per la sicurezza energetica, pari complessivamente allo 0,6 per cento del Pil, e di fermarsi allo 0,9 per cento per la Difesa. Prendendo come riferimento il Pil nominale tendenziale del triennio 2026-2028, il valore corrisponderebbe a circa 14 miliardi per l’energia e a 21-22 miliardi per le spese militari.

      Per la componente energetica, il nuovo quadro permette di destinare fino allo 0,3 per cento del Pil in ciascun anno, entro il tetto complessivo dello 0,6 per cento. Giorgetti ha rivendicato come un risultato italiano l’estensione della flessibilità a questo settore, considerato strategico per ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti esteri e rendere più resistente il sistema nazionale.

      Il ministro ha riconosciuto la delicatezza politica della scelta, soprattutto sul fronte militare. “Non è semplice, è anche sicuramente impopolare venire a chiedere lo scostamento per la difesa”, ha dichiarato in Aula, collegando la decisione alla responsabilità del governo e agli obblighi costituzionali dello Stato.

      La clausola non cancella deficit e debito

      Il punto centrale è che la flessibilità europea non rappresenta un “liberi tutti” sui conti pubblici. Bruxelles può consentire all’Italia di deviare temporaneamente dal percorso di spesa concordato, ma le somme utilizzate continueranno a incidere sul deficit e sul debito. Il vincolo viene attenuato, non eliminato.

      Per l’energia sono inoltre previsti criteri molto stringenti. Non potranno essere finanziati interventi temporanei come riduzioni delle accise, sussidi ai prodotti di origine fossile o aiuti al settore privato privi di effetti strutturali. Saranno ammesse misure aggiuntive, decise a partire dal 28 febbraio 2026, capaci di rafforzare in modo duraturo la sicurezza del sistema energetico, favorire la transizione verde e ridurre la dipendenza dalle forniture estere.

      Anche per la Difesa esiste una condizione di partenza: la nuova spesa dovrà superare il livello registrato nell’anno di riferimento, individuato per l’Italia nel 2024, quando gli stanziamenti si erano attestati intorno all’1,3 per cento del Pil. La clausola coprirà quindi l’incremento rispetto a quella base e non l’intero bilancio militare.

      Il quadro resta delicato perché l’Italia è ancora alle prese con la procedura europea per deficit eccessivo. Un eventuale superamento prolungato della soglia del 3 per cento potrebbe allungare la permanenza sotto la vigilanza rafforzata di Bruxelles. Le stime richiamate nel dibattito indicano una crescita reale contenuta, tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento, un deficit vicino al 2,9 per cento nei prossimi anni e un rapporto debito-Pil attorno al 137 per cento.

      Il percorso europeo e il nuovo voto in autunno

      La Commissione europea ha invitato gli Stati interessati a presentare la richiesta di attivazione della clausola entro la metà di agosto. Dopo il confronto con Bruxelles, la procedura dovrebbe arrivare a un passaggio decisivo nella riunione dell’Ecofin prevista per ottobre.

      Soltanto allora sarà possibile stabilire l’ammontare effettivo dello scostamento. Il Parlamento dovrà pronunciarsi nuovamente, questa volta con la maggioranza assoluta richiesta per autorizzare la deviazione dagli obiettivi di bilancio. La ripartizione delle risorse nei diversi esercizi finanziari e gli interventi concreti confluiranno poi nella prossima manovra.

      Giorgetti ha così cercato di frenare l’idea che i 36 miliardi possano trasformarsi in una disponibilità immediata da distribuire tra ministeri e categorie. La vera discussione inizierà quando dovranno essere selezionati i progetti, stabiliti i tempi di spesa e valutato l’impatto sui saldi pubblici. Da qui l’avvertimento contro una manovra di carattere elettorale o un nuovo “assalto alla diligenza”.

      La Lega fa correggere il passaggio sul programma Safe

      Il voto ha mostrato tensioni anche dentro la maggioranza. Il punto più controverso è stato il riferimento al programma europeo Safe, che può finanziare investimenti nella Difesa attraverso prestiti. La formulazione iniziale della risoluzione sembrava attribuire allo strumento una convenienza già accertata, ma la Lega ha chiesto e ottenuto una modifica.

      Nel testo finale, l’eventuale ricorso al Safe viene subordinato alla verifica della sua effettiva convenienza rispetto ad altre soluzioni di finanziamento. È stato inoltre rafforzato il riferimento all’impiego delle risorse per sistemi tecnologici difensivi e per la sicurezza nazionale.

      Claudio Borghi ha rivendicato la correzione, sostenendo che non fosse possibile esprimere in anticipo un giudizio positivo senza conoscere condizioni, tassi e costi dei prestiti. La mediazione ha permesso al centrodestra di ricompattarsi. Giorgetti ha liquidato lo scontro con una battuta: “Adesso sono tutti contenti. Meglio, no?”.

      Dietro l’ironia rimane però una divergenza politica reale tra chi considera il Safe uno strumento utile per accelerare gli investimenti europei e chi teme che possa tradursi in nuovo debito, ulteriori vincoli esterni e una spinta alla corsa agli armamenti.

      Il cappio in Aula e la protesta di Futuro Nazionale

      La contestazione più dura è arrivata dai deputati di Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. Durante le dichiarazioni di voto, Edoardo Ziello ha mostrato una corda annodata a cappio, mentre altri parlamentari esponevano cartelli con la scritta “No Safe”.

      Il gesto ha richiamato quanto avvenuto a Montecitorio nel marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo esibì un cappio durante la stagione di Tangentopoli. Ziello ha accusato il governo di cedere sovranità e ha dichiarato che il suo gruppo non sarebbe stato complice della “svendita” del Paese.

      La protesta si è inserita nella strategia politica di Vannacci, che ha rivendicato il ruolo del proprio movimento nel condizionare il centrodestra. Secondo il generale, la modifica ottenuta sul Safe dimostrerebbe come la maggioranza stia inseguendo le posizioni più critiche verso il programma europeo.

      Le opposizioni si dividono sul riarmo

      Se il centrodestra ha trovato una sintesi, il voto ha fatto emergere fratture profonde anche tra le opposizioni. Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra avevano predisposto una risoluzione comune contraria alla corsa al riarmo, ma il documento non è stato messo ai voti perché dichiarato precluso dopo l’approvazione della risoluzione di maggioranza.

      Giuseppe Conte ha ribadito il rifiuto di nuove spese militari e ha accusato il governo di perseguire una politica di riarmo. Il testo dei progressisti contestava anche l’ipotesi di portare al 5 per cento del Pil gli impegni legati alla Nato, distinguendo però tra la corsa agli armamenti dei singoli Stati e la costruzione di una difesa comune europea.

      Proprio su questo punto si è riaperta la divisione interna al Pd. Il responsabile Esteri dem Peppe Provenzano ha difeso la linea concordata con M5s e Avs, sostenendo che il partito è contrario a nuove spese militari nazionali ma favorevole a una politica europea condivisa. Una parte dell’area riformista ha tuttavia scelto una condotta differente.

      Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Nicola Carè e Piero Fassino hanno sostenuto gli impegni favorevoli al Safe contenuti nei documenti di Italia Viva e +Europa, discostandosi dalle indicazioni ufficiali del partito, e si sono astenuti sul testo di Azione. La vicenda ha così reso evidente la presenza di due sensibilità: una più vicina alla linea pacifista e al rapporto con Conte, l’altra più europeista e atlantista.

      La partita vera si giocherà sulla prossima manovra

      Il voto autorizza il governo a negoziare, ma non risolve la questione più importante: come utilizzare il margine ottenuto senza compromettere il percorso di risanamento dei conti. I 36 miliardi rappresentano un tetto potenziale, non un assegno già disponibile. Ogni intervento dovrà rispettare le condizioni europee, produrre effetti strutturali e trovare posto nella programmazione di bilancio.

      Per l’esecutivo, la flessibilità può diventare uno strumento per rafforzare due settori considerati decisivi, evitando che le nuove priorità vengano finanziate comprimendo altre voci di spesa. Per le opposizioni e per una parte della stessa maggioranza, invece, rimangono aperti i dubbi sulla sostenibilità finanziaria e sull’indirizzo politico degli investimenti militari.

      La discussione si sposta ora a Bruxelles e tornerà a Roma in autunno, quando il governo dovrà indicare progetti, cifre e tempi. Sarà allora che la promessa di evitare una manovra elettorale verrà messa alla prova e che i 36 miliardi passeranno dalla dimensione politica a quella concreta dei conti pubblici.

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      oggi in aula il voto per Delmastro https://www.business.it/oggi-in-aula-il-voto-per-delmastro/ Tue, 04 Aug 2026 20:22:43 +0000 https://www.business.it/?p=157864 Un cd arrivato dalla Procura di Roma, custodito negli uffici della Camera e rimasto inaccessibile persino ai componenti della Giunta competente. Un voto prima fissato, poi rinviato. Due organismi parlamentari chiamati a intervenire su questioni differenti e, infine, la decisione di portare rapidamente il caso davanti all’Assemblea. Negli ultimi giorni la vicenda delle chat tra… Read More »oggi in aula il voto per Delmastro

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      Un cd arrivato dalla Procura di Roma, custodito negli uffici della Camera e rimasto inaccessibile persino ai componenti della Giunta competente. Un voto prima fissato, poi rinviato. Due organismi parlamentari chiamati a intervenire su questioni differenti e, infine, la decisione di portare rapidamente il caso davanti all’Assemblea. Negli ultimi giorni la vicenda delle chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia si è trasformata in uno dei più delicati scontri istituzionali della legislatura.

      La Camera dovrebbe pronunciarsi il 5 agosto, dopo che la Giunta per le autorizzazioni ha respinto la proposta di svolgere un supplemento istruttorio. I deputati dovranno decidere se confermare la relazione della maggioranza, contraria all’acquisizione dei messaggi, oppure consentire alla magistratura di esaminarli. Sullo sfondo resta anche la possibilità di uno scrutinio segreto, che potrebbe rendere meno prevedibile il comportamento dei singoli parlamentari.

      Non è un voto sulla colpevolezza di Delmastro

      Il primo elemento da chiarire è che la Camera non sta decidendo se Delmastro debba essere processato. Parlare genericamente di “autorizzazione a procedere” può quindi risultare fuorviante. Quella sottoposta a Montecitorio è un’autorizzazione ad acta, relativa al sequestro e all’acquisizione della corrispondenza di un deputato ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione.

      Delmastro non risulta indagato nel procedimento romano. La richiesta della Procura nasce da un fascicolo che riguarda Mauro Caroccia e altri soggetti, in relazione a ipotesi di riciclaggio, intestazione fittizia di beni e agevolazione mafiosa. La magistratura vuole comprendere quale fosse l’effettiva gestione dell’attività commerciale finita sotto osservazione, da dove provenissero i capitali investiti, come fossero distribuiti gli eventuali proventi e se esistessero accordi diversi da quelli formalmente dichiarati.

      Il voto della Camera, dunque, non stabilirà se Delmastro abbia commesso un reato, né comporterà automaticamente la pubblicazione delle conversazioni. Deciderà esclusivamente se quei messaggi potranno entrare formalmente nel materiale a disposizione degli inquirenti.

      Il breve riepilogo: dal caso Cospito alla vicenda della società

      Il nome di Delmastro è già legato a un altro procedimento giudiziario, completamente distinto da quello attuale. Si tratta del caso Cospito, nato dalla trasmissione al deputato Giovanni Donzelli di informazioni provenienti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sui colloqui in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito. Per quella vicenda Delmastro è stato condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, pena confermata in appello nel maggio 2026 e destinata ora al vaglio della Cassazione.

      La battaglia parlamentare di questi giorni riguarda invece la società Le 5 Forchette srl, costituita a Biella nel dicembre 2024 e collegata alla gestione di un ristorante romano. Al momento della nascita della società Delmastro deteneva il 25 per cento delle quote, mentre il 50 per cento apparteneva a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia.

      Quest’ultimo era stato coinvolto in un precedente procedimento giudiziario e nel febbraio 2026 aveva riportato una condanna definitiva per intestazione fittizia, aggravata dalla finalità di agevolare il clan camorristico dei Senese. La posizione societaria di Delmastro, i successivi trasferimenti delle quote e i rapporti con la famiglia Caroccia alimentarono una forte polemica politica, fino alle dimissioni dell’esponente di Fratelli d’Italia dall’incarico di sottosegretario alla Giustizia nel marzo scorso.

      Questi elementi spiegano l’origine politica della vicenda, ma non devono essere confusi con l’oggetto del voto attuale. La Camera non sta giudicando la precedente partecipazione societaria di Delmastro: sta decidendo se la Procura possa accedere ai messaggi che potrebbero contribuire a ricostruire la gestione dell’impresa.

      Che cosa cerca la Procura nelle conversazioni

      Nel cellulare sequestrato a Mauro Caroccia sarebbe stata individuata l’esistenza di una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale avrebbero partecipato anche alcuni soci piemontesi e lo stesso Delmastro. Gli investigatori, tuttavia, non hanno proceduto liberamente alla lettura e all’acquisizione dei messaggi che coinvolgevano il deputato.

      La Procura ha infatti applicato il meccanismo stabilito dalla Corte costituzionale: una volta individuata la corrispondenza di un parlamentare all’interno del dispositivo di un terzo, l’attività di analisi deve fermarsi e l’autorità giudiziaria deve chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.

      È importante comprendere anche il significato materiale del termine “sequestro”. La magistratura non sta chiedendo di impossessarsi del telefono di Delmastro. Il dispositivo era già stato sequestrato a Caroccia. L’autorizzazione riguarda la possibilità di estrarre, esaminare e acquisire i messaggi nei quali il deputato figura come mittente, destinatario o partecipante alla conversazione.

      Secondo la Procura, quelle comunicazioni sarebbero necessarie per verificare le dichiarazioni rese dagli indagati, chiarire il ruolo effettivo dei diversi soci e ricostruire gli aspetti economici dell’operazione. Delmastro, dal canto suo, ha dichiarato di avere trasmesso personalmente le chat ai magistrati e di non avere nulla da nascondere. Anche questa consegna spontanea, però, non risolve automaticamente il problema costituzionale: la tutela prevista dall’articolo 68 non viene considerata un semplice diritto alla riservatezza del singolo, liberamente rinunciabile, ma una garanzia collegata alla funzione parlamentare.

      Dal primo no della Giunta al cd chiuso in cassaforte

      Il passaggio decisivo è avvenuto il 22 luglio, quando la Giunta per le autorizzazioni ha approvato la relazione del deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, favorevole a negare l’acquisizione delle conversazioni. Il voto definitivo dell’Aula era stato inizialmente fissato per il 30 luglio.

      Poco prima del passaggio a Montecitorio, però, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha trasmesso alla Camera una nuova lettera accompagnata da un cd contenente la documentazione. Il presidente della Giunta per le autorizzazioni, Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, aveva inizialmente consentito ai componenti dell’organismo di consultare il materiale. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha poi bloccato l’accesso, ritenendo necessario un chiarimento preventivo sulle procedure da seguire.

      Il voto dell’Aula è stato quindi rinviato e la questione è passata alla Giunta per il Regolamento, chiamata non a decidere sull’utilizzabilità giudiziaria delle chat, ma a stabilire quale organismo parlamentare fosse competente a pronunciarsi sulla loro consultazione. Con una votazione terminata sette a sei, il dossier è stato restituito alla Giunta per le autorizzazioni.

      Il 4 agosto la maggioranza ha infine respinto la proposta di aprire una nuova istruttoria e ha scelto di tornare direttamente in Aula. La conseguenza è che i documenti inviati dalla Procura resteranno inaccessibili ai componenti della Giunta. Dori ha denunciato il rischio che i deputati siano chiamati a votare senza avere potuto conoscere il materiale sul quale dovrebbero pronunciarsi e ha annunciato approfondimenti sulla possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale.

      Le ragioni della maggioranza: richiesta troppo ampia e poco delimitata

      Per il centrodestra, il rifiuto non rappresenta uno scudo politico costruito intorno a Delmastro, ma l’applicazione rigorosa di una garanzia costituzionale. La richiesta della Procura sarebbe eccessivamente generica, priva di una delimitazione temporale sufficientemente precisa e non accompagnata dalla dimostrazione che gli stessi risultati non possano essere ottenuti attraverso strumenti investigativi meno invasivi.

      Secondo questa impostazione, consentire l’accesso a una chat di gruppo senza filtri adeguati rischierebbe di produrre un’acquisizione indiscriminata di conversazioni estranee all’indagine. Nei messaggi potrebbero comparire rapporti politici e istituzionali riguardanti altri amministratori o consiglieri regionali, con il pericolo di trasformare una richiesta specifica in una ricerca esplorativa molto più ampia.

      La maggioranza richiama inoltre il precedente della sentenza costituzionale sul caso Open e accusa le opposizioni di utilizzare criteri diversi a seconda dell’appartenenza politica del parlamentare coinvolto. La tesi è che le garanzie debbano valere anche quando l’interessato dichiara di voler collaborare o non è formalmente indagato.

      La posizione delle opposizioni: il Parlamento non può scegliere come indagare

      Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sostengono invece che la richiesta della Procura sia sufficientemente circoscritta. L’autorità giudiziaria avrebbe indicato il dispositivo interessato, gli interlocutori, il contesto societario e le finalità dell’acquisizione. Pretendere che i magistrati dimostrino in anticipo il valore probatorio di messaggi che non hanno ancora potuto leggere significherebbe imporre una condizione impossibile.

      Il Parlamento, secondo le relazioni di minoranza, può verificare che non esistano intenti persecutori e che la richiesta sia collegata a un’indagine reale e determinata. Non può però sostituirsi al pubblico ministero nella scelta degli strumenti investigativi, né anticipare un giudizio sull’utilità delle prove.

      La polemica è diventata ancora più dura dopo la decisione di impedire la consultazione del cd. Per le opposizioni, chiedere all’Aula di confermare il diniego senza consentire alla Giunta di conoscere i nuovi documenti significa trasformare una tutela costituzionale in una protezione politica. Il centrodestra replica che il contenuto delle conversazioni non potrebbe comunque correggere i difetti originari della richiesta e che la questione deve essere valutata sulla base della sua legittimità, non sulla curiosità suscitata dai messaggi.

      Occorre inoltre distinguere tre piani che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti: la possibilità dei componenti della Giunta di leggere la documentazione, l’autorizzazione concessa alla magistratura per acquisirla e l’eventuale pubblicazione delle conversazioni. Il voto della Camera riguarda soltanto il secondo punto.

      L’articolo 68 e il confine tra garanzia e immunità

      Il terzo comma dell’articolo 68 della Costituzione stabilisce che, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, un parlamentare non possa essere sottoposto a intercettazioni e non possa esserne sequestrata la corrispondenza. La legge numero 140 del 2003 disciplina la procedura attraverso la quale l’autorità giudiziaria deve presentare la richiesta e indicare i fatti e gli elementi che la giustificano.

      Con la sentenza numero 170 del 2023, la Corte costituzionale ha chiarito che anche email, sms e messaggi WhatsApp rientrano nella nozione di corrispondenza. La protezione continua a operare dopo la ricezione e vale anche quando i messaggi vengono trovati nel telefono di una persona che non appartiene al Parlamento.

      La garanzia non nasce per attribuire al deputato un privilegio personale, ma per evitare che un altro potere dello Stato possa interferire indebitamente con l’attività politica e rappresentativa. Proprio per questo, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in un’immunità assoluta o in un ostacolo generalizzato all’acquisizione delle prove.

      Il vero contrasto riguarda quindi l’intensità del controllo esercitabile dalla Camera. La maggioranza ritiene di poter verificare in maniera approfondita necessità, proporzionalità, selettività e precisione dell’atto investigativo. Le opposizioni sostengono che un simile controllo non possa spingersi fino a giudicare la strategia della Procura o a pretendere la prova anticipata dell’utilità delle conversazioni.

      Che cosa può accadere dopo il voto

      Se l’Aula approverà la relazione della maggioranza, l’autorizzazione sarà negata e la Procura non potrà acquisire formalmente i messaggi coperti dalla prerogativa parlamentare. L’indagine potrà proseguire attraverso altri elementi, ma resterà privata di una parte della documentazione ritenuta rilevante dagli inquirenti.

      La Procura di Roma ha già valutato la possibilità di promuovere un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che la Camera abbia oltrepassato i limiti del proprio controllo e sia entrata nel merito dell’attività investigativa. Un eventuale giudizio della Consulta non stabilirebbe responsabilità penali, ma definirebbe il confine tra i poteri del Parlamento e quelli della magistratura.

      Un secondo e differente conflitto potrebbe essere sollevato dal presidente della Giunta Devis Dori, che ritiene compromesse le prerogative dei componenti dell’organismo ai quali è stato impedito di consultare il materiale. In questo caso la questione riguarderebbe il diritto dei parlamentari a esercitare consapevolmente le proprie funzioni, non l’utilizzabilità delle chat da parte della Procura.

      Se invece l’Aula respingesse la relazione della maggioranza e autorizzasse l’acquisizione, i magistrati potrebbero esaminare i messaggi e valutarne la rilevanza. Questo non comporterebbe alcuna automatica iscrizione di Delmastro nel registro degli indagati, né dimostrerebbe l’esistenza di condotte illecite. Significherebbe soltanto permettere all’autorità giudiziaria di verificare il contenuto delle conversazioni.

      Il voto di Montecitorio potrebbe quindi non rappresentare l’ultimo capitolo del caso. Dietro la disputa sulle chat si confrontano due esigenze entrambe costituzionalmente rilevanti: proteggere il libero esercizio del mandato parlamentare e impedire che quella protezione diventi un veto politico sull’acquisizione delle prove. È questo equilibrio, più ancora della posizione personale di Delmastro, che la Camera è chiamata a definire.

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      Vannacci, questa non ci voleva: arriva la brutta notizia per lui https://www.business.it/vannacci-questa-non-ci-voleva-arriva-la-brutta-notizia-per-lui/ Tue, 04 Aug 2026 13:06:49 +0000 https://www.business.it/?p=157844 Il quadro politico italiano continua a muoversi attraverso piccoli spostamenti nelle intenzioni di voto degli elettori. In una fase in cui gli equilibri tra partiti restano molto delicati, anche variazioni apparentemente contenute possono diventare segnali da osservare con attenzione, soprattutto quando riguardano forze politiche capaci di modificare gli assetti delle coalizioni. Negli ultimi mesi l’ingresso… Read More »Vannacci, questa non ci voleva: arriva la brutta notizia per lui

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      Il quadro politico italiano continua a muoversi attraverso piccoli spostamenti nelle intenzioni di voto degli elettori. In una fase in cui gli equilibri tra partiti restano molto delicati, anche variazioni apparentemente contenute possono diventare segnali da osservare con attenzione, soprattutto quando riguardano forze politiche capaci di modificare gli assetti delle coalizioni.

      Negli ultimi mesi l’ingresso sulla scena politica di nuovi soggetti ha rappresentato uno degli elementi più osservati dagli analisti. La crescita di alcuni movimenti ha infatti avuto conseguenze dirette sugli altri partiti, modificando gli equilibri soprattutto all’interno del centrodestra. La nuova rilevazione della media dei sondaggi realizzata da Termometro politico fotografa ora una fase di maggiore stabilità, con alcuni cambiamenti nelle percentuali dei principali schieramenti.
      Leggi anche: Sondaggi, Vannacci vola. E Meloni cambia tutto

      Futuro nazionale rallenta dopo mesi di crescita

      Il dato più significativo riguarda Roberto Vannacci e il movimento Futuro nazionale, che per la prima volta da marzo mostrerebbe un rallentamento nella crescita registrata nei mesi precedenti.

      Secondo la media dei sondaggi, il partito si attesterebbe al 6,8%, facendo registrare una lieve flessione rispetto alle settimane precedenti. Si tratta comunque di un calo contenuto, interpretato più come una fase di assestamento che come una vera inversione di tendenza.

      Il movimento guidato dall’europarlamentare resta comunque una delle variabili più importanti dello scenario politico attuale. La sua capacità di consolidarsi intorno a percentuali vicine al 7% potrebbe renderlo un elemento competitivo rispetto ad altri partiti di centrodestra, mentre eventuali ulteriori crescite o cali potrebbero modificare nuovamente gli equilibri.

      Fratelli d’Italia e Lega recuperano qualche decimo

      Tra i partiti che avevano maggiormente risentito della crescita di Futuro nazionale ci sono Fratelli d’Italia e Lega, che nella nuova rilevazione tornano a guadagnare terreno.

      Il partito guidato da Giorgia Meloni raggiunge il 27,5%, registrando un recupero rispetto alle rilevazioni precedenti. Un dato che consente alla forza politica di mantenere una posizione dominante all’interno della maggioranza di governo.

      La crescita arriva in una fase in cui l’esecutivo sta concentrando parte della propria comunicazione su temi come sicurezza e immigrazione, mentre restano centrali per gli elettori anche questioni economiche come il costo dell’energia e l’aumento dei prezzi.

      Anche la Lega registra un lieve miglioramento, salendo al 6,1%. Il risultato, pur rappresentando un segnale positivo rispetto alle perdite degli ultimi mesi, non modifica una situazione ancora complessa per il partito guidato da Matteo Salvini, che continua a essere distante dai livelli elettorali raggiunti in passato.

      Diverso il quadro per Forza Italia, che scende al 7,7%.

      Il centrodestra e la sfida degli equilibri interni

      Considerando complessivamente i partiti della coalizione di governo, il centrodestra si attesterebbe intorno al 42-43% dei consensi.

      Il dato resta significativo, ma secondo la rilevazione non garantirebbe automaticamente un successo elettorale, anche perché molto dipenderà dalle dinamiche future e dal posizionamento delle forze che oggi si collocano fuori dagli schieramenti tradizionali.

      In questo scenario, il ruolo di Roberto Vannacci rimane uno degli elementi più osservati. La crescita di Futuro nazionale ha infatti inciso sugli equilibri soprattutto tra gli elettori dell’area conservatrice, creando una nuova competizione interna.

      La prossima fase sarà decisiva per capire se il movimento riuscirà a consolidarsi oppure se la crescita iniziale lascerà spazio a un ridimensionamento.

      Pd in risalita, Movimento 5 stelle stabile

      Nel centrosinistra il quadro appare caratterizzato da movimenti alternati.

      Il Partito democratico torna a crescere, raggiungendo il 21,1% nella media dei sondaggi. Il dato rappresenta un recupero, anche se il partito resta sotto i risultati ottenuti in precedenti appuntamenti elettorali, comprese le ultime elezioni europee.

      Il Movimento 5 stelle mantiene invece una posizione stabile al 13%, senza variazioni significative.

      Scende invece Alleanza Verdi-Sinistra, che si attesta al 6,2%.

      Per quanto riguarda le forze centriste, Italia Viva di Matteo Renzi cresce al 2,5%, mentre +Europa scende all’1,4%.

      Il futuro del campo largo e i partiti fuori dalle coalizioni

      La somma delle forze che potrebbero comporre il cosiddetto campo largo porterebbe l’opposizione intorno al 44% dei consensi secondo la rilevazione.

      Il dato, però, non si traduce automaticamente in una coalizione elettorale competitiva. Restano infatti aperte numerose differenze tra i partiti, soprattutto su temi considerati sensibili come la politica estera, oltre a tensioni interne che potrebbero rendere complessa una sintesi comune.

      Fuori dai due principali schieramenti rimane invece Azione, il partito guidato da Carlo Calenda, indicato al 3%.

      Proprio il confronto tra forze indipendenti come Azione e Futuro nazionale e i due grandi blocchi politici sarà uno degli elementi da seguire nei prossimi mesi. In vista delle prossime elezioni, infatti, saranno le alleanze e gli spostamenti degli elettori a determinare il nuovo equilibrio della politica italiana.

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      Marito Roccella disperso nel lago: colpo di scena! Lacrime e disperazione https://www.business.it/marito-roccella-disperso-nel-lago-colpo-di-scena-lacrime-e-disperazione/ Tue, 04 Aug 2026 11:43:56 +0000 https://www.business.it/?p=157826 Dopo oltre un mese di ricerche nel lago di Vico, è stato ritrovato il corpo di Luigi Cavallari, 84 anni, marito della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella. L’uomo risultava disperso dal 27 giugno, quando era entrato in acqua durante una gita in barca con la moglie. Il recupero, avvenuto il 4 agosto, pone fine… Read More »Marito Roccella disperso nel lago: colpo di scena! Lacrime e disperazione

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      Dopo oltre un mese di ricerche nel lago di Vico, è stato ritrovato il corpo di Luigi Cavallari, 84 anni, marito della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella. L’uomo risultava disperso dal 27 giugno, quando era entrato in acqua durante una gita in barca con la moglie. Il recupero, avvenuto il 4 agosto, pone fine alle lunghe operazioni di soccorso nel bacino viterbese.

      Luigi Cavallari disperso dal 27 giugno nel lago di Vico

      Secondo quanto ricostruito, Cavallari si trovava sul lago insieme alla ministra Roccella e si era tuffato per fare il bagno. Dopo essere entrato in acqua non è più riemerso. L’allarme era stato dato immediatamente dalla stessa ministra, facendo scattare l’intervento dei soccorsi e l’avvio delle ricerche.

      Le attività sono proseguite per settimane, con il coordinamento dei vigili del fuoco e l’impiego di squadre specializzate. Il ritrovamento della salma ha definitivamente chiuso la fase delle ricerche, durata più di un mese.

      Ricerche complesse: sommozzatori, sonar e robot subacquei

      Le operazioni nel lago di Vico sono state rese difficili dalle condizioni dei fondali. La scarsa visibilità sott’acqua, insieme alla presenza di fango, limo e alghe, ha complicato la perlustrazione dell’area e richiesto l’utilizzo di strumenti specifici.

      Ai nuclei sommozzatori, arrivati anche da diverse regioni, si sono affiancati soccorritori acquatici, specialisti fluviali, topografi e operatori di droni. Per individuare eventuali tracce sono stati impiegati anche sonar e robot subacquei, con verifiche sulle anomalie rilevate durante l’esplorazione del fondale.

      La salma affidata all’autorità giudiziaria

      Il corpo di Luigi Cavallari è stato recuperato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti previsti. Al momento, la vicenda si conclude con il ritrovamento dell’84enne dopo le incessanti ricerche avviate nel pomeriggio del 27 giugno.

      La notizia ha suscitato cordoglio per la ministra Eugenia Roccella e per i familiari di Cavallari, dopo settimane segnate dall’attesa e dalle operazioni dei soccorritori nel lago viterbese.

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