Politica – Business.it https://www.business.it I segreti del potere - Notizie e retroscena Sat, 22 Aug 2026 17:38:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.4 https://www.business.it/wp-content/uploads/2023/01/cropped-Favicon_Business.it_-32x32.jpg Politica – Business.it https://www.business.it 32 32 Meloni prende le distanze da Trump e difende il Patto Ue: la nuova linea dell’Italia tra Usa e migranti https://www.business.it/meloni-prende-le-distanze-da-trump-e-difende-il-patto-ue-la-nuova-linea-dellitalia-tra-usa-e-migranti/ Sat, 22 Aug 2026 17:38:42 +0000 https://www.business.it/?p=158583 Dall’intervista al New York Times alla polemica sui “dublinanti”, la presidente del Consiglio rivendica un’alleanza occidentale senza subordinazione e trasforma due fronti delicati in una prova di autonomia nazionale. Dalla sintonia promessa alla diplomazia reale Il rapporto con Donald Trump era nato sotto il segno di una convergenza che sembrava destinata a rendere Roma un… Read More »Meloni prende le distanze da Trump e difende il Patto Ue: la nuova linea dell’Italia tra Usa e migranti

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Dall’intervista al New York Times alla polemica sui “dublinanti”, la presidente del Consiglio rivendica un’alleanza occidentale senza subordinazione e trasforma due fronti delicati in una prova di autonomia nazionale.

Dalla sintonia promessa alla diplomazia reale

Il rapporto con Donald Trump era nato sotto il segno di una convergenza che sembrava destinata a rendere Roma un interlocutore privilegiato della Casa Bianca in Europa. Immigrazione, identità nazionale e critica alla cultura woke avevano costruito l’immagine di due leader della stessa famiglia politica. Con il passare dei mesi, però, la vicinanza ideologica ha dovuto fare i conti con interessi nazionali non sempre coincidenti.

È questo il significato dell’ammissione fatta da Giorgia Meloni nel ritratto pubblicato dal New York Times e firmato da Roger Cohen. “Pensavo sarebbe stato più facile”, ha riconosciuto la premier. Non è una rottura con Washington, né una sconfessione delle affinità originarie. È la presa d’atto che condividere un linguaggio politico non basta quando entrano in gioco guerre, basi militari, dazi e sicurezza europea.

Lo strappo che ha cambiato il tono

La distanza è diventata evidente nella prima metà del 2026. Alle divergenze sull’impiego delle basi italiane nelle operazioni legate al conflitto con l’Iran si sono aggiunte le critiche di Meloni agli attacchi rivolti da Trump a Papa Leone XIV. Il momento di maggiore tensione è arrivato dopo il G7 di Evian, quando il presidente americano ha raccontato che la premier lo avrebbe implorato per ottenere una fotografia. La risposta è stata immediata: “Io e l’Italia non imploriamo mai”.

Da allora il rapporto personale, per mesi presentato come un vantaggio dell’Italia, è diventato un terreno più delicato. Meloni ha comunque escluso di essersi pentita dell’investimento sul dialogo con Trump. La sua linea resta quella dell’unità dell’Occidente, ma con un limite: le decisioni italiane non possono dipendere dalla simpatia o dalle tensioni tra i leader. Roma vuole restare alleata degli Stati Uniti senza diventare un esecutore automatico delle scelte americane.

Alleata, non sottomessa

L’intervista definisce così una nuova postura. Meloni non rinnega l’atlantismo e non sceglie l’equidistanza tra Washington e gli altri poli mondiali. Rivendica però il diritto dell’Italia a stare al tavolo in posizione politica, non subalterna. La “rivoluzione dell’orgoglio” diventa il filo che collega la sua storia, l’azione del governo e la politica estera.

Il messaggio è rivolto agli Stati Uniti, ai partner europei e all’opinione pubblica italiana. Agli americani viene ricordato che un alleato conserva interessi propri. All’Europa viene offerta l’immagine di un’Italia più disposta a coordinarsi quando Washington esercita pressioni sui singoli Paesi. Sul piano interno, la premier propone un governo capace di mantenere le alleanze senza accettare umiliazioni. Una narrazione destinata a pesare anche verso le elezioni del 2027.

Il secondo fronte: il Patto europeo sui migranti

Quasi nelle stesse ore, Meloni ha aperto un altro scontro, questa volta con Elly Schlein e le opposizioni, sulla gestione dei “dublinanti”. Sono i richiedenti asilo che, dopo essere entrati nell’Unione attraverso un Paese, si spostano in un altro Stato e possono essere trasferiti nel territorio responsabile dell’esame della domanda.

Il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, applicato dal 12 giugno 2026, ha sostituito il sistema di Dublino, ma non ha cancellato il criterio del primo ingresso. Ha introdotto però una solidarietà obbligatoria e flessibile: gli Stati possono contribuire con ricollocamenti, sostegno finanziario o misure alternative.

Per il 2026 il riferimento è di 21 mila ricollocamenti, altre forme di sostegno oppure 420 milioni di euro. Italia, Grecia, Spagna e Cipro sono state riconosciute come Paesi sottoposti a pressione migratoria e possono quindi beneficiare del meccanismo europeo.

Dublinanti, numeri e scontro politico

Germania, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi hanno annunciato la ripresa delle procedure per trasferire verso l’Italia persone entrate originariamente dal nostro territorio. Nel 2025 Roma ha ricevuto oltre 24 mila richieste nell’ambito del vecchio sistema, ma il dato non coincide con i trasferimenti realmente eseguiti.

Il governo sostiene di avere respinto dal 2023 circa 80 mila richieste di presa in carico. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha riferito che, per i casi successivi al 12 giugno, sarebbero arrivate circa cinquanta richieste e che soltanto tre persone si sarebbero effettivamente presentate in Italia.

Sono numeri usati dall’esecutivo per respingere l’accusa di un “boomerang”. Le opposizioni osservano invece che il Patto mantiene responsabilità importanti in capo ai Paesi di primo ingresso e che il vero bilancio potrà essere tracciato soltanto quando le nuove procedure saranno pienamente operative.

Le due letture vanno tenute distinte. Il sistema offre strumenti di solidarietà più strutturati, ma non libera automaticamente l’Italia dall’obbligo di esaminare le domande collegate agli ingressi sul suo territorio. Presentarlo come una vittoria definitiva sarebbe prematuro; descriverlo già come un fallimento certo lo sarebbe altrettanto.

Il risultato dipenderà dai trasferimenti effettivi, dai ricollocamenti ottenuti, dai contributi degli altri Stati, dalla capacità di eseguire i rimpatri e dal controllo delle frontiere esterne. Soltanto questi elementi permetteranno di stabilire se il Patto abbia davvero ridotto il peso sostenuto dai Paesi mediterranei.

Due negoziati, una sola strategia

Il confronto con Trump e quello sui migranti appartengono a dossier differenti, ma nella comunicazione di Meloni convergono. In entrambi i casi la presidente del Consiglio costruisce la stessa immagine: un’Italia alleata, ma non subordinata; europea, ma non disponibile a sopportare da sola il peso delle decisioni comuni; atlantica, ma capace di dire no quando ritiene in gioco l’interesse nazionale.

È una linea che consente alla premier di prendere le distanze sia dall’idea di una dipendenza politica dalla Casa Bianca sia dalla rappresentazione di un’Italia condannata ad accettare ogni richiesta proveniente dagli altri governi europei. L’obiettivo è presentare Roma come un interlocutore capace di collaborare, negoziare e, quando necessario, opporsi.

La sfida sarà trasformare questa postura in risultati verificabili. Sul fronte americano conteranno le crisi internazionali, i rapporti commerciali e la sicurezza della Nato. Su quello europeo peseranno i numeri reali dei dublinanti, l’attuazione della solidarietà e la collaborazione con i Paesi di origine e transito.

L’intervista al New York Times fotografa quindi qualcosa di più di un chiarimento personale. Segna il tentativo di passare dalla stagione della vicinanza ideologica a quella dell’autonomia politica. Meloni continua a considerarsi parte dello stesso Occidente di Trump, ma chiarisce che essere alleati non significa rinunciare a una propria strategia. È su questa promessa di indipendenza, molto più che sui rapporti personali tra i leader, che verrà misurata la nuova linea internazionale dell’Italia.

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Mps rilancia contro Intesa: doppia offerta da 34 miliardi e maxi dividendo ai soci https://www.business.it/mps-rilancia-contro-intesa-doppia-offerta-da-34-miliardi-e-maxi-dividendo-ai-soci/ Fri, 21 Aug 2026 18:40:54 +0000 https://www.business.it/?p=158551 Monte dei Paschi di Siena prova a trasformare la difesa in un’offensiva. Per contrastare l’Opas da 30,6 miliardi lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo, il consiglio di amministrazione della banca senese ha approvato due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di circa 34 miliardi di euro.  Il… Read More »Mps rilancia contro Intesa: doppia offerta da 34 miliardi e maxi dividendo ai soci

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Monte dei Paschi di Siena prova a trasformare la difesa in un’offensiva. Per contrastare l’Opas da 30,6 miliardi lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo, il consiglio di amministrazione della banca senese ha approvato due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di circa 34 miliardi di euro. 

Il progetto dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta a conservare l’autonomia del Monte e a creare un gruppo capace di riunire credito commerciale, investment banking, consulenza e gestione del risparmio. 

Due offerte interamente in azioni

La proposta su Banco Bpm vale circa 25,3 miliardi. Mps offre 1,567 nuove azioni proprie per ogni titolo del Banco, con un prezzo implicito di 16,729 euro e senza premio rispetto alle quotazioni ufficiali del 19 agosto. Siena presenta il rapporto come una combinazione tra pari.

Per Banca Generali il controvalore è invece di 8,72 miliardi: il rapporto è di 6,958 azioni Mps per ogni azione della società, con una valutazione implicita di 74,284 euro e un premio del 10 per cento. Le offerte sono state lanciate in parallelo e puntano alla totalità dei titoli delle due società. 

La maxi distribuzione da quattro miliardi

L’incentivo più immediato per gli azionisti del Monte è una distribuzione straordinaria da 4 miliardi, pari a 1,208 euro lordi per azione. Un miliardo verrebbe pagato in contanti, mentre gli altri tre sarebbero corrisposti attraverso azioni Assicurazioni Generali detenute indirettamente da Mps tramite Mediobanca.

La quota distribuita corrisponderebbe a circa il 4,5 per cento del capitale del Leone. Il beneficio è riservato ai soci Mps presenti prima del regolamento e scatterebbe soltanto qualora almeno una delle due operazioni diventasse efficace. 

Il progetto di un nuovo campione nazionale

Nei calcoli di Rocca Salimbeni, l’aggregazione darebbe vita al terzo gruppo bancario italiano per totale attivo, con un bilancio pro forma di circa 466 miliardi e oltre 810 miliardi di attività finanziarie complessive.

Lovaglio ha indicato una capitalizzazione potenziale vicina agli 80 miliardi, che collocherebbe il nuovo soggetto tra le prime dieci banche europee. In caso di adesione integrale, gli attuali azionisti Mps conserverebbero il 50,1 per cento del gruppo, quelli di Banco Bpm il 37,2 per cento e quelli di Banca Generali il 12,7 per cento. 

Il piano stima sinergie ante imposte a regime per 2,6 miliardi l’anno, di cui 800 milioni collegati all’integrazione di Mediobanca. I costi una tantum sono quantificati in 2,5 miliardi tra il 2027 e il 2029. Banco Bpm rafforzerebbe la presenza nel Nord Italia, mentre Banca Generali porterebbe una piattaforma di primo piano nel wealth management. 

Il voto dei soci è il primo ostacolo

Il via libera del consiglio non è stato unanime: quattro amministratori di minoranza si sono astenuti. La decisione finale passerà dall’assemblea convocata per il 29 ottobre, dove serviranno i due terzi dei voti. Saranno decisivi gli orientamenti dei grandi soci di Mps, a partire da Delfin, dal gruppo Caltagirone e dal ministero dell’Economia. 

Peseranno anche le scelte degli azionisti delle società obiettivo. Crédit Agricole possiede una quota determinante in Banco Bpm, mentre Assicurazioni Generali controlla il 50,17 per cento di Banca Generali. Per ciascuna offerta occorrerà superare il 50 per cento del capitale più un’azione e ottenere le autorizzazioni regolamentari. Mps punta a completare il progetto entro metà febbraio 2027. 

Banca Generali ha già precisato che l’offerta non era stata sollecitata né concordata preventivamente. Banco Bpm riunirà il proprio consiglio nei primi giorni della prossima settimana. Piazza Affari ha accolto il progetto con prudenza, segnalando i dubbi del mercato sulla complessità dell’esecuzione. 

Intesa non arretra e valuta la strada Consob

La controffensiva di Siena non modifica, almeno per ora, il piano di Intesa Sanpaolo. L’offerta guidata da Carlo Messina prevede 16 azioni Intesa ogni 10 azioni Mps, più un euro in contanti per ciascun titolo, per un valore iniziale di 30,6 miliardi.

In caso di successo, Intesa manterrebbe Mediobanca e circa 625 filiali del Monte, mentre un’entità autonoma comprendente altre 635 filiali, il marchio storico e parte delle strutture centrali verrebbe ceduta a Unipol. 

Intesa sta inoltre valutando un esposto alla Consob sulle comunicazioni relative alla doppia offerta, per tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione degli azionisti. 

Il dossier ha assunto anche un peso politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso l’auspicio che Mps non venga smembrata, riportando al centro la tutela del marchio, della sede senese e del radicamento territoriale. 

La sfida non riguarda quindi soltanto il controllo di una banca. In gioco ci sono gli equilibri del sistema finanziario italiano, il ruolo di Mediobanca e Generali, la distribuzione del credito nei territori e il futuro di uno dei marchi bancari più antichi del mondo.

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Pentola di acqua bollente rovesciata su un bimbo di 18 mesi. Orrore in Italia https://www.business.it/pentola-di-acqua-bollente-rovesciata-su-un-bimbo-di-18-mesi-orrore-in-italia/ Fri, 21 Aug 2026 17:49:15 +0000 https://www.business.it/?p=158546 Grave incidente domestico nel pomeriggio di giovedì 20 agosto a San Martino Siccomario, alle porte di Pavia, dove un bambino di 18 mesi ha riportato ustioni al volto, al torace e alle braccia dopo essere stato raggiunto dall’acqua calda fuoriuscita da una pentola. Il piccolo è stato soccorso e trasferito d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano,… Read More »Pentola di acqua bollente rovesciata su un bimbo di 18 mesi. Orrore in Italia

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Grave incidente domestico nel pomeriggio di giovedì 20 agosto a San Martino Siccomario, alle porte di Pavia, dove un bambino di 18 mesi ha riportato ustioni al volto, al torace e alle braccia dopo essere stato raggiunto dall’acqua calda fuoriuscita da una pentola.

Il piccolo è stato soccorso e trasferito d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano, dove è stato affidato alle cure dei medici del Centro grandi ustionati. Ha riportato ustioni di primo e secondo grado e le sue condizioni sono state considerate gravi.

L’incidente in casa

Secondo quanto ricostruito, il bambino era in casa con la madre. La donna aveva scaldato una pentola d’acqua e, dopo averla presa, stava attraversando la casa per raggiungere un’altra stanza.

Il piccolo avrebbe seguito la madre e si sarebbe aggrappato ai suoi vestiti. La donna avrebbe così perso l’equilibrio, facendo rovesciare l’acqua calda che ha investito il bambino.

I soccorsi dopo le urla della madre

La madre, spaventata, ha iniziato a chiedere aiuto. Le sue grida hanno attirato l’attenzione dei vicini, che sono entrati nell’abitazione e hanno prestato i primi soccorsi, mentre venivano allertati gli operatori sanitari.

La centrale operativa dell’Areu Lombardia ha inviato sul posto un’ambulanza, un’automedica e un elicottero. Considerata la gravità delle ustioni, il bambino è stato trasportato in elicottero al Niguarda.

Dopo la valutazione da parte dei medici del Centro grandi ustionati, il piccolo è stato ricoverato nel reparto di pediatria.

I carabinieri ricostruiscono la dinamica

Sul luogo dell’incidente sono intervenuti anche i carabinieri, che hanno effettuato gli accertamenti necessari per ricostruire quanto accaduto.

Dai primi rilievi è emerso che si è trattato di un incidente domestico.

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“È una spia di Putin”. Politica sotto shock, la premier finisce nei guai https://www.business.it/8220-e-una-spia-di-putin-8221-politica-sotto-shock-la-premier-finisce-nei-guai/ Fri, 21 Aug 2026 16:32:03 +0000 https://www.business.it/?p=158521 Un grave caso politico e istituzionale sta scuotendo l’equilibrio di un Paese confessionale e di confine, sollevando interrogativi cruciali sulla sicurezza nazionale, sulle relazioni internazionali e sulla vulnerabilità delle figure ai vertici dello Stato. Al centro della bufera vi sono gravi sospetti e accuse di possibili contatti con una rete di spionaggio russa, scaturiti a… Read More »“È una spia di Putin”. Politica sotto shock, la premier finisce nei guai

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Un grave caso politico e istituzionale sta scuotendo l’equilibrio di un Paese confessionale e di confine, sollevando interrogativi cruciali sulla sicurezza nazionale, sulle relazioni internazionali e sulla vulnerabilità delle figure ai vertici dello Stato. Al centro della bufera vi sono gravi sospetti e accuse di possibili contatti con una rete di spionaggio russa, scaturiti a seguito di una serie di approfondimenti giornalistici e di successive prese di posizione da parte dell’opposizione parlamentare. La vicenda trae origine da un banale quanto sfortunato evento di cronaca automobilistica, ma ha saputo rapidamente trasformarsi in una crisi politica di primissimo piano. Il dibattito infiamma il parlamento e mette a dura prova gli apparati di intelligence, chiamati a fare chiarezza su relazioni personali, viaggi passati e verifiche di sicurezza per fugare ogni dubbio sulla tutela della sovranità nazionale.

Il caso di sicurezza nazionale

La figura chiave al centro di queste pesanti illazioni è la presidente della Repubblica in Slovenia, Natasa Pirc Musar, finita nell’occhio del ciclone a causa delle sue frequentazioni e di una complessa rete di contatti che toccherebbe ambienti legati ai servizi segreti di Mosca. Le accuse più severe sono giunte da Zan Mahnic, deputato dell’Sds, il Partito democratico sloveno di destra. L’esponente politico ha formalmente richiesto al governo di sospendere la trasmissione dei rapporti riservati alla capo di Stato da parte degli apparati d’intelligence, ipotizzando il rischio che tali informazioni possano essere filtrate a forze straniere. L’ufficio presidenziale ha reagito con estrema fermezza, respingendo categoricamente ogni insinuazione e bollando come del tutto infondate le ricostruzioni sulle presunte manovre e sugli incontri attribuiti alla presidente.

L’incidente stradale e le rivelazioni

A far scattare le indagini e l’attenzione dei media è stato un incidente d’auto avvenuto il 31 luglio all’interno del tunnel di Kastelec, lungo la rete autostradale slovena. In quell’occasione la presidente ha riportato la frattura di una clavicola. A bordo del veicolo ufficiale viaggiavano tuttavia anche due sue amiche, tra le quali spicca Viktorija Krivolucka, cittadina di origine russa naturalizzata slovena e legata alla presidente da un lungo rapporto d’amicizia. Un’inchiesta congiunta condotta dal quotidiano Dnevnik e dall’agenzia di stampa austriaca Apa ha scandagliato il passato di Krivolucka nei database russi, portando alla luce un legame sentimentale vissuto in passato con Roman Jeglic, ex vice direttore dei servizi d’intelligence sloveni che poi visse a lungo in Russia. Krivolucka ha confermato tale relazione conclusasi da oltre quindici anni, negando però con decisione qualsiasi tipo di collaborazione con apparati informativi stranieri.

L’attenzione degli inquirenti e della stampa si è focalizzata anche sugli spostamenti internazionali compiuti da Natasa Pirc Musar negli anni precedenti alla sua elezione alla presidenza della Slovenia. Tra il 2015 e il 2022 la presidente avrebbe effettuato diversi viaggi privati verso Mosca e San Pietroburgo, spesso proprio in compagnia di Krivolucka. Particolare rilievo politico assume l’ultimo di questi soggiorni, collocato tra la fine di dicembre 2021 e i primi giorni di gennaio 2022, ovvero pochissime settimane prima che scoppiasse l’invasione russa in Ucraina. Oltre a ciò, l’opposizione ha ipotizzato l’esistenza di un contatto personale tra la presidente ed l’ex alto funzionario Jeglic, circostanza che lo staff presidenziale ha bollato come una pura falsità, ribadendo che la presidente non ha mai conosciuto né incontrato l’uomo.

Le verifiche dei servizi d’intelligence

Nel mezzo della tempesta politica è intervenuta la Sova, l’agenzia di intelligence slovena, per chiarire la posizione di Viktorija Krivolucka. L’apparato di sicurezza ha precisato di aver già effettuato un approfondito controllo di sicurezza sulla donna nel 2016, durante il processo di naturalizzazione straordinaria che le ha permesso di ottenere la cittadinanza slovena. All’epoca non emersero elementi critici o anomalie sotto il profilo della sicurezza nazionale. L’agenzia ha comunque sottolineato come le verifiche svolte per la cittadinanza non costituiscano un monitoraggio permanente, riservandosi la possibilità di acquisire e valutare nuovi dati qualora dovessero emergere elementi di rischio per la sicurezza della presidente o dello Stato.

Gli sviluppi nella commissione parlamentare

La controversia resta tutt’altro che risolta e si avvia verso un cruciale passaggio istituzionale. La presidente della Knovs, la commissione parlamentare slovena incaricata del controllo sui servizi di sicurezza e intelligence, Janja Sluga, ha deciso di convocare una riunione d’urgenza. Nel corso dell’audizione, la Sova sarà chiamata a riferire ufficialmente sulla sussistenza di eventuali ingerenze o influenze da parte di Paesi stranieri sulla sovranità e sulla sicurezza nazionale della Slovenia, prestando un’attenzione particolare alle attività riconducibili ad ambienti di Russia e Israele.

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Turchia, mandato d’arresto per Netanyahu dopo l’assalto alla Flotilla https://www.business.it/turchia-mandato-d-8217-arresto-per-netanyahu-dopo-l-8217-assalto-alla-flotilla/ Fri, 21 Aug 2026 13:49:59 +0000 https://www.business.it/?p=158511 La Turchia ha chiesto all’Interpol di inserire il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella lista delle persone ricercate a livello internazionale. L’iniziativa arriva dopo il mandato d’arresto emesso a luglio da un tribunale turco nell’ambito dell’inchiesta sull’intervento contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in una missione per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ad… Read More »Turchia, mandato d’arresto per Netanyahu dopo l’assalto alla Flotilla

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La Turchia ha chiesto all’Interpol di inserire il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella lista delle persone ricercate a livello internazionale. L’iniziativa arriva dopo il mandato d’arresto emesso a luglio da un tribunale turco nell’ambito dell’inchiesta sull’intervento contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in una missione per portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

Ad annunciare l’avvio della procedura è stato il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek, attraverso un messaggio pubblicato sui social. La richiesta di una “red notice” riguarda anche il funzionario israeliano Afek Moskovitch.

I mandati d’arresto emessi il 14 luglio

Secondo quanto riferito dal ministro turco, i mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e Moskovitch erano stati emessi il 14 luglio dall’11esima Corte penale di Istanbul, nell’ambito del procedimento giudiziario aperto sull’operazione contro gli attivisti della Flotilla.

Successivamente il ministero della Giustizia avrebbe trasmesso al ministero dell’Interno la richiesta di avviare le procedure necessarie per ottenere dall’Interpol la segnalazione internazionale. La documentazione è stata inviata anche al ministero degli Esteri turco.

La vicenda riguarda l’intervento contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla e la loro successiva detenzione. La missione aveva l’obiettivo dichiarato di raggiungere Gaza trasportando aiuti umanitari.

Trentacinque imputati nel procedimento

Il procedimento aperto dalle autorità giudiziarie turche coinvolge complessivamente 35 imputati. Secondo quanto dichiarato da Gurlek, le contestazioni formulate nell’inchiesta comprendono, tra le altre, accuse di crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, lesioni intenzionali, tortura e danneggiamento di proprietà.

La richiesta turca non comporta automaticamente l’emissione della red notice da parte dell’Interpol. Sarà infatti l’organizzazione internazionale a dover valutare la documentazione trasmessa e la compatibilità della richiesta con le proprie regole prima di decidere sull’eventuale pubblicazione della segnalazione.

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È morto il grande politico italiano! Annuncio arrivato ora https://www.business.it/e-morto-il-grande-politico-italiano-annuncio-arrivato-ora/ Fri, 21 Aug 2026 08:03:01 +0000 https://www.business.it/?p=158501 È morto a 95 anni Michele Pinto, già senatore, vicepresidente di Palazzo Madama e ministro delle Politiche agricole nel primo Governo Prodi. La notizia della scomparsa ha suscitato cordoglio a Salerno e nel territorio che ne aveva accompagnato il lungo percorso nelle istituzioni. Avvocato, esponente prima della Democrazia Cristiana e poi del Partito Popolare Italiano,… Read More »È morto il grande politico italiano! Annuncio arrivato ora

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È morto a 95 anni Michele Pinto, già senatore, vicepresidente di Palazzo Madama e ministro delle Politiche agricole nel primo Governo Prodi. La notizia della scomparsa ha suscitato cordoglio a Salerno e nel territorio che ne aveva accompagnato il lungo percorso nelle istituzioni. Avvocato, esponente prima della Democrazia Cristiana e poi del Partito Popolare Italiano, Pinto lascia anche un’importante eredità giuridica: la legge sull’equa riparazione per i processi di durata irragionevole che porta il suo nome.

Nato a Teggiano il 2 gennaio 1931, Michele Pinto è stato una delle figure di riferimento della politica salernitana. Nel corso della sua attività pubblica ha ricoperto incarichi parlamentari e amministrativi, mantenendo un ruolo centrale nel confronto sulle questioni del Mezzogiorno, del lavoro e dell’agricoltura.

La sua scomparsa chiude una lunga stagione di impegno istituzionale, sviluppata tra amministrazioni locali, Senato della Repubblica e Governo. Il ricordo espresso nelle ultime ore dalle istituzioni locali richiama sia il suo profilo politico sia l’attenzione riservata alle esigenze del territorio.

Michele Pinto, la carriera in Senato e al Governo

La carriera parlamentare di Michele Pinto si è svolta al Senato dal 1983 al 2001, in una fase segnata da profondi cambiamenti negli assetti della politica italiana. Eletto nelle file della Democrazia Cristiana, proseguì successivamente il proprio impegno nel Partito Popolare Italiano.

Tra il 1994 e il 1996 fu vicepresidente del Senato della Repubblica. Iniziň quindi a ricoprire, dal 1996 al 1998, l’incarico di ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali nel Governo guidato da Romano Prodi. Nel suo percorso figurano inoltre la presidenza della Commissione Giustizia, l’esperienza da assessore regionale e gli incarichi di consigliere provinciale e comunale a Salerno.

Il suo nome resta legato anche alle iniziative e alle battaglie condotte a sostegno dei lavoratori, delle imprese agricole e delle istanze del Sud. Temi che hanno accompagnato una presenza pubblica durata diversi decenni.

Legge Pinto: che cosa prevede la norma sull’equa riparazione

Tra i principali lasciti dell’ex senatore vi è la Legge Pinto, la legge n. 89 del 2001, della quale fu estensore. Il provvedimento disciplina il diritto a chiedere un’equa riparazione per il danno patrimoniale o non patrimoniale causato dall’irragionevole durata di un processo.

La normativa individua come ragionevole una durata di tre anni per il giudizio di primo grado, due anni per il secondo grado e un anno per il procedimento in Cassazione. Al ricorrere dei presupposti fissati dalla legge, il diritto all’indennizzo opera indipendentemente dall’esito della causa o da un’eventuale conciliazione.

La disciplina riconosce una somma per ogni anno eccedente la durata considerata ragionevole. Per questo la legge continua a rappresentare un riferimento nel quadro delle tutele previste per i cittadini coinvolti in procedimenti giudiziari eccessivamente lunghi.

Il cordoglio di Vincenzo De Luca e i funerali a Salerno

I funerali di Michele Pinto sono in programma venerdì 21 agosto, alle ore 15, nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Salerno. Alla cerimonia è attesa la partecipazione di quanti hanno condiviso una parte del suo cammino umano, politico e istituzionale.

Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, ha espresso il cordoglio personale e dell’amministrazione comunale, ricordando Pinto come un esponente politico distinto da passione e profondi valori umani. Nel messaggio ha richiamato la sua lunga carriera, dagli incarichi in Senato e al Governo fino alle esperienze nelle istituzioni territoriali.

«Ricordiamo tra le tante azioni che hanno lasciato il segno le sue battaglie a sostegno dei lavoratori e delle aziende agricole, sempre vicino a questo comparto nella nostra provincia, e in generale per il Sud e per l’intero territorio nazionale», ha dichiarato De Luca.

Nel ricordo dell’ex ministro restano dunque le responsabilità assunte nelle istituzioni e il contributo offerto sul piano legislativo con la norma che porta il suo nome. La morte di Michele Pinto segna un lutto per la politica salernitana e per quanti ne hanno seguito l’attività pubblica.

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Meta sotto processo: la causa che può cambiare Instagram e Facebook https://www.business.it/meta-sotto-processo-la-causa-che-puo-cambiare-instagram-e-facebook/ Wed, 19 Aug 2026 17:11:17 +0000 https://www.business.it/?p=158418 Ventinove Stati americani accusano il gruppo di Mark Zuckerberg di aver trasformato l’attenzione dei più giovani in una risorsa economica, progettando Facebook e Instagram per favorire un uso compulsivo e minimizzando i rischi. Meta respinge le contestazioni. Il processo civile federale iniziato a Oakland potrebbe incidere sulle finanze della società e sul futuro delle sue… Read More »Meta sotto processo: la causa che può cambiare Instagram e Facebook

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Ventinove Stati americani accusano il gruppo di Mark Zuckerberg di aver trasformato l’attenzione dei più giovani in una risorsa economica, progettando Facebook e Instagram per favorire un uso compulsivo e minimizzando i rischi. Meta respinge le contestazioni. Il processo civile federale iniziato a Oakland potrebbe incidere sulle finanze della società e sul futuro delle sue piattaforme.

Un fronte bipartisan contro Meta

La causa riunisce 29 Stati, con California, Colorado, Kentucky e New Jersey in prima linea. Il procedimento è presieduto dalla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers e dovrebbe durare circa sei settimane. La giuria esprimerà un verdetto consultivo, mentre la decisione finale sulla responsabilità di Meta spetterà alla giudice.

L’azione deriva dalla denuncia presentata nel 2023. Secondo i procuratori generali, l’azienda avrebbe mantenuto funzioni capaci di prolungare il tempo trascorso sulle app, pur conoscendone la forza sui minori. Nel mirino ci sono lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche continue e il sistema dei “mi piace”, meccanismi che, secondo l’accusa, favorirebbero un ritorno continuo online.

L’accusa: l’attenzione trasformata in ricavi

Il punto economico è centrale. Meta guadagna soprattutto dalla pubblicità e il suo modello beneficia della permanenza degli utenti e della precisione con cui gli annunci possono essere personalizzati. Nel secondo trimestre del 2026 il gruppo ha registrato ricavi per 60,8 miliardi di dollari, dei quali 59,36 miliardi provenienti dalla pubblicità. Le persone attive ogni giorno sulle app erano in media 3,6 miliardi.

Per gli Stati, questa struttura avrebbe creato un incentivo a trattenere il pubblico più giovane. L’accusa dovrà dimostrare che l’ottimizzazione dei servizi non si è limitata a renderli più attraenti, ma si è trasformata in una pratica commerciale ingannevole o sleale. Il processo dovrà stabilire il confine tra progettazione persuasiva e sfruttamento delle vulnerabilità legate all’età.

Il nodo dei bambini sotto i 13 anni

Un secondo capitolo riguarda la privacy. I 29 Stati sostengono che Meta abbia raccolto e utilizzato dati personali di bambini sotto i 13 anni senza il consenso verificabile dei genitori, violando, secondo l’accusa, la legge federale Coppa. Le condizioni d’uso vietano formalmente l’accesso ai più piccoli, ma i procuratori affermano che la società fosse consapevole della loro presenza o avesse scelto di non approfondirla.

Nel giugno 2026 la giudice ha respinto la richiesta di Meta di chiudere il caso prima del dibattimento, rilevando questioni di fatto da affidare al processo. Tra queste rientrano il modo in cui gli account sospettati di appartenere a minori venivano identificati e disabilitati e l’eventuale conservazione dei dati.

La difesa e una scienza non univoca

Meta nega di aver cercato di rendere dipendenti bambini e adolescenti. La difesa sostiene che l’azienda abbia investito in strumenti di sicurezza, limiti per gli account degli adolescenti e sistemi per rimuovere gli utenti troppo giovani. Contesta inoltre l’esistenza di un rapporto causale chiaro tra uso dei social e peggioramento del benessere psicologico.

Anche la ricerca invita alla cautela. Il Surgeon General statunitense ritiene che i social presentino rischi significativi e che non possano ancora essere considerati sufficientemente sicuri per i minori. Le National Academies osservano però che le prove disponibili non consentono di affermare, in generale, che i social causino da soli un deterioramento della salute mentale. Contenuti e vulnerabilità individuali possono produrre effetti diversi.

Multe e possibili modifiche alle piattaforme

Le cifre circolate sono enormi, ma non rappresentano una sanzione già decisa. Meta ha stimato che l’applicazione più severa delle penalità potrebbe teoricamente arrivare a circa 1.400 miliardi di dollari; gli Stati hanno indicato come scenario più realistico una somma vicina ai 200 miliardi. L’importo dipenderà dalle violazioni riconosciute e dai criteri scelti dalla corte.

La posta in gioco non è soltanto finanziaria. Gli Stati chiedono limiti di tempo per i minori, controlli più efficaci sull’età e la modifica o rimozione di funzioni considerate capaci di alimentare l’uso compulsivo. Mark Zuckerberg e il responsabile di Instagram, Adam Mosseri, sono attesi tra i testimoni.

Il primo a deporre è stato l’ex dirigente Arturo Béjar, che ha accusato il gruppo di aver sottovalutato le segnalazioni interne sui danni vissuti dai giovani utenti. Meta contesta la ricostruzione e sostiene che le sue dichiarazioni non rappresentino correttamente il lavoro svolto dall’azienda per rendere le piattaforme più sicure.

Un precedente per tutta l’economia digitale

Il processo mette sotto esame il rapporto tra design, dati, pubblicità e sicurezza. Qualunque sia l’esito, il modello dell’attenzione viene valutato non soltanto come questione etica o sanitaria, ma come possibile problema di responsabilità commerciale.

Una condanna potrebbe obbligare Meta a ripensare alcune leve della crescita e offrire un modello per nuove azioni contro altre società tecnologiche. Un’assoluzione rafforzerebbe invece la tesi secondo cui i rischi dei social non possono essere attribuiti direttamente alle scelte di una singola azienda. Il verdetto, in ogni caso, sarà osservato da tutta l’industria digitale.

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Campo largo, la bomba clamorosa su Matteo Renzi: cosa succede https://www.business.it/campo-largo-la-bomba-clamorosa-su-matteo-renzi-cosa-succede/ Wed, 19 Aug 2026 15:06:19 +0000 https://www.business.it/?p=158409 Matteo Renzi potrebbe entrare direttamente nella discussione sulle eventuali primarie del campo largo. Non c’è alcun annuncio ufficiale e il percorso della coalizione resta ancora da definire, ma il nome del leader di Italia Viva viene indicato tra le ipotesi in campo accanto a quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Un possibile terzo candidato… Read More »Campo largo, la bomba clamorosa su Matteo Renzi: cosa succede

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Matteo Renzi potrebbe entrare direttamente nella discussione sulle eventuali primarie del campo largo. Non c’è alcun annuncio ufficiale e il percorso della coalizione resta ancora da definire, ma il nome del leader di Italia Viva viene indicato tra le ipotesi in campo accanto a quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Un possibile terzo candidato che cambierebbe il confronto nell’opposizione.

Primarie del campo largo, nessuna candidatura ufficiale

L’ipotesi di una candidatura dell’ex presidente del Consiglio è stata rilanciata anche dal Foglio. Dagli ambienti di Italia Viva, secondo quanto riportato, non sarebbero arrivate conferme formali ma neppure una smentita definitiva. Al momento, tuttavia, non sono state stabilite né le regole né il calendario di eventuali primarie per individuare la guida della coalizione alternativa al centrodestra.

Prima dei nomi, le forze dell’opposizione dovranno chiarire il perimetro dell’alleanza, il programma comune e il meccanismo con cui scegliere la leadership. In questo quadro, parlare di candidatura già definita sarebbe prematuro. La possibilità che Renzi decida di partecipare resta quindi un retroscena politico, legato anche alla difficoltà di individuare una figura condivisa dall’area centrista e riformista.

Schlein e Conte, il nodo del terzo nome riformista

Nella prospettiva delle primarie, Elly Schlein e Giuseppe Conte vengono considerati i due riferimenti naturali, rispettivamente, del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle. Attorno a questa possibile sfida è proseguita la ricerca di una candidatura in grado di rappresentare un’area diversa, più vicina alle posizioni liberali, europeiste e riformiste.

Nel dibattito delle ultime settimane sono emersi diversi nomi, soprattutto provenienti dall’esperienza amministrativa e civica. Tra quelli indicati figurano la sindaca di Genova Silvia Salis, l’eurodeputato Giorgio Gori, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini. Nessuna di queste opzioni, però, risulta al momento consolidata come candidatura unitaria.

Renzi ha finora sostenuto in particolare la possibilità di valorizzare Salis, muovendosi come interlocutore e organizzatore dell’area riformista. L’obiettivo politico sarebbe quello di garantire una presenza autonoma dentro il campo largo, senza una sovrapposizione con il Pd e senza un allineamento all’asse tra Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Perché la candidatura di Matteo Renzi cambierebbe la partita

Un ingresso diretto di Renzi nella competizione modificherebbe i termini del confronto. La consultazione non sarebbe soltanto una contesa tra Schlein e Conte per la candidatura alla presidenza del Consiglio, ma assumerebbe il profilo di un confronto esplicito tra diverse idee di coalizione e di programma.

L’ex premier potrebbe presentare una proposta centrata su riformismo, europeismo e ruolo del centro, distinguendola dalle posizioni del Pd guidato da Schlein e da quelle del Movimento 5 Stelle. I temi della politica estera, del sostegno all’Ucraina, del rapporto con l’Unione europea, delle politiche economiche e delle imprese entrerebbero con maggiore evidenza nella campagna.

La questione principale, in questo scenario, riguarderebbe la compatibilità delle forze che dovrebbero comporre l’alleanza. Le differenze tra Italia Viva e M5S sono note e investono vari dossier. Le primarie potrebbero diventare, se organizzate, anche il luogo in cui definire il compromesso programmatico necessario per rendere praticabile un’intesa di governo.

Il peso politico di Italia Viva e il fattore primarie

Renzi dispone di un elemento che distinguerebbe la sua eventuale candidatura da quella di un profilo civico: una riconoscibilità nazionale già consolidata. La sua esperienza di governo, le posizioni politiche e il progetto di Italia Viva sono conosciuti dall’elettorato, così come è presente una struttura organizzativa capace di sostenere una campagna.

Italia Viva, secondo i sondaggi citati nel dibattito politico, attraversa una fase complessa ed è attestata intorno o al di sotto del 3 per cento. Una partecipazione alle primarie rappresenterebbe dunque una scelta con margini di rischio, ma potrebbe anche offrire all’area riformista una vetrina nazionale e una verifica diretta del proprio consenso.

Un risultato significativo, anche senza una vittoria finale, rafforzerebbe il potere negoziale di Italia Viva nel percorso verso le elezioni. Al contrario, una prova debole avrebbe inevitabili conseguenze politiche per il leader e per il progetto centrista. Proprio per questo l’eventuale decisione avrebbe una portata che andrebbe oltre la semplice partecipazione a una consultazione.

La posizione di Schlein e il possibile voto diviso

La presenza di Renzi potrebbe rendere più articolata anche la posizione della segretaria del Pd. Schlein si confronterebbe da un lato con Conte, riferimento di un elettorato progressista e pentastellato, e dall’altro con una candidatura rivolta ai moderati e ai riformisti, inclusa una parte dell’area democratica.

Una pluralità di candidati potrebbe dividere il voto del Pd e del centrosinistra, mentre il Movimento 5 Stelle potrebbe presentarsi più compatto attorno al proprio presidente. Gli equilibri, in ogni caso, dipenderebbero dalle modalità della votazione: platea degli aventi diritto, eventuale registrazione, soglie di partecipazione e possibile doppio turno sono elementi decisivi per valutare i rapporti di forza.

Il precedente delle primarie vinte da Renzi nel Pd

Renzi conosce il meccanismo delle primarie per esperienza diretta. Nel 2012 sfidò Pier Luigi Bersani per la candidatura alla guida del governo, venendo sconfitto al ballottaggio. L’anno successivo conquistò invece la segreteria del Partito Democratico attraverso le primarie, risultato poi replicato nel 2017.

Quel percorso dimostra come una consultazione aperta possa incidere sul peso di un leader oltre i confini organizzativi del suo partito. Ma il contesto attuale è diverso: le primarie del campo largo non sono state formalizzate e la coalizione stessa deve ancora sciogliere nodi politici rilevanti. Per ora, quindi, la candidatura di Renzi resta soltanto una delle possibilità sul tavolo dell’opposizione.

La ricerca di un candidato riformista continua mentre il confronto tra Pd, Movimento 5 Stelle e alleati resta aperto. Se l’ex premier dovesse scegliere di scendere in campo, la partita per la leadership del campo largo assumerebbe un carattere più competitivo e metterebbe al centro, oltre ai nomi, l’identità politica della futura alleanza.

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Intelligenza artificiale, l’allarme della Bce: il boom dei mercati può diventare una nuova bolla https://www.business.it/intelligenza-artificiale-lallarme-della-bce-il-boom-dei-mercati-puo-diventare-una-nuova-bolla/ Tue, 18 Aug 2026 10:24:35 +0000 https://www.business.it/?p=158370 L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il modo di lavorare delle imprese, gli investimenti e le abitudini dei consumatori. La corsa verso questa nuova tecnologia, però, ha aperto anche un fronte finanziario sempre più delicato. Un’analisi pubblicata sul blog della Banca centrale europea avverte che le valutazioni del settore tecnologico statunitense sono tornate su livelli paragonabili… Read More »Intelligenza artificiale, l’allarme della Bce: il boom dei mercati può diventare una nuova bolla

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L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il modo di lavorare delle imprese, gli investimenti e le abitudini dei consumatori. La corsa verso questa nuova tecnologia, però, ha aperto anche un fronte finanziario sempre più delicato. Un’analisi pubblicata sul blog della Banca centrale europea avverte che le valutazioni del settore tecnologico statunitense sono tornate su livelli paragonabili a quelli raggiunti durante la bolla delle dot-com.

Uno degli indicatori osservati è il rapporto Cape, utilizzato per confrontare i prezzi delle azioni con gli utili reali medi registrati dalle società negli ultimi dieci anni. Il valore si trova oggi vicino ai massimi storici, segnalando quanto siano elevate le aspettative incorporate nelle quotazioni delle grandi aziende tecnologiche.

Il documento non rappresenta una posizione ufficiale del Consiglio direttivo della Bce, ma è stato firmato da cinque economisti dell’istituzione. Il punto centrale dell’analisi è che una correzione dei mercati potrebbe verificarsi anche qualora l’entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale fosse fondato e la tecnologia riuscisse davvero a produrre importanti aumenti della produttività.

Perché i prezzi possono scendere anche se l’Ia funziona

Il confronto con la fine degli anni Novanta non significa che l’intelligenza artificiale sia priva di valore o destinata a fallire. Anche innovazioni come internet, l’elettricità e le ferrovie hanno trasformato profondamente l’economia mondiale. Il loro sviluppo, tuttavia, è stato spesso accompagnato da fasi di entusiasmo eccessivo, seguite da forti ridimensionamenti delle quotazioni finanziarie.

Nelle prime fasi di una rivoluzione tecnologica, gli investitori tendono ad attribuire un valore molto elevato alle imprese considerate capaci di conquistare una posizione dominante. I prezzi delle azioni iniziano così a riflettere guadagni futuri enormi, che devono ancora essere realizzati e che potrebbero richiedere molti anni per concretizzarsi.

Quando l’innovazione si diffonde, il rischio non resta più concentrato soltanto su poche aziende. Gli investimenti aumentano, le aspettative coinvolgono un numero crescente di titoli e un eventuale rallentamento può propagarsi all’intero sistema finanziario. In quel momento gli investitori possono iniziare a chiedere un premio più alto per il rischio, provocando una discesa delle quotazioni persino in presenza di utili ancora positivi.

L’esposizione europea ai colossi americani

Uno degli aspetti più delicati riguarda le cosiddette Magnifiche Sette: Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Queste società hanno assunto un peso sempre maggiore all’interno dei principali indici azionari statunitensi, diventando una componente fondamentale di numerosi fondi comuni e prodotti finanziari acquistati anche dai risparmiatori europei.

Secondo i calcoli citati dagli economisti della Bce, le famiglie dell’area euro deterrebbero circa 440 miliardi di euro in titoli tecnologici statunitensi. Una parte rilevante di questa esposizione non avviene attraverso l’acquisto diretto delle azioni, ma tramite fondi ed Etf che replicano l’andamento dei grandi indici internazionali. Anche compagnie assicurative e fondi pensione risultano esposti al settore.

La diversificazione promessa da questi strumenti potrebbe quindi nascondere una concentrazione significativa su un numero ristretto di grandi aziende. In caso di ribasso, le richieste di rimborso da parte degli investitori potrebbero costringere i fondi a vendere le attività più liquide, alimentando nuove perdite e ulteriori riscatti. È questo il meccanismo che potrebbe trasformare una normale flessione di Borsa in un problema più ampio per la stabilità finanziaria.

L’Europa è meno euforica, ma non è al riparo

I listini europei mostrano valutazioni generalmente più contenute rispetto a quelli statunitensi e continuano a essere dominati da imprese appartenenti ai settori tradizionali dell’economia. Gli investimenti digitali e la produttività dell’area euro stanno crescendo, ma senza mostrare la stessa intensità speculativa osservata negli Stati Uniti.

Il rischio che una nuova bolla tecnologica nasca direttamente in Europa appare quindi più basso. Questa protezione, tuttavia, è soltanto relativa. I mercati finanziari europei e americani sono fortemente collegati e tendono a muoversi nella stessa direzione soprattutto durante le fasi di maggiore instabilità.

Un crollo dei grandi titoli tecnologici statunitensi potrebbe ridurre la fiducia degli investitori, irrigidire le condizioni di finanziamento e frenare gli investimenti e le assunzioni anche nel Vecchio Continente. Rispetto all’epoca della bolla dot-com, inoltre, governi e banche centrali dispongono oggi di margini più limitati per sostenere l’economia attraverso nuovi tagli dei tassi o un forte aumento della spesa pubblica.

Il successo della tecnologia non garantisce quello degli investimenti

L’avvertimento degli economisti non equivale a una previsione di un crollo imminente. Stabilire quando potrebbe avvenire una correzione resta estremamente difficile e le quotazioni potrebbero continuare a crescere qualora l’intelligenza artificiale producesse risultati superiori alle attese.

Il messaggio della Bce è però chiaro: il successo industriale e tecnologico dell’Ia non garantisce che qualsiasi prezzo pagato dagli investitori sia sostenibile. Una tecnologia può trasformare l’economia e, nello stesso tempo, generare valutazioni finanziarie eccessive. Per questo il boom dell’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto l’innovazione, ma è diventato anche una questione di stabilità economica e finanziaria per l’Europa.

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“Li hanno uccisi”. Viviana e Gioele, choc a sei anni dal dramma di Caronia di madre e figlio: cosa si scopre ora https://www.business.it/8220-li-hanno-uccisi-8221-viviana-e-gioele-choc-a-sei-anni-dal-dramma-di-caronia-di-madre-e-figlio-cosa-si-scopre-ora/ Sat, 15 Aug 2026 09:58:06 +0000 https://www.business.it/?p=158299 Sei anni dopo la scomparsa di Viviana Parisi e Gioele Mondello, madre e figlio ritrovati senza vita nelle campagne di Caronia, la vicenda continua a dividere. L’inchiesta è stata archiviata, ma la famiglia del piccolo non ha mai condiviso la ricostruzione giudiziaria e prosegue nella richiesta di nuovi accertamenti. Era l’estate del 2020 quando il… Read More »“Li hanno uccisi”. Viviana e Gioele, choc a sei anni dal dramma di Caronia di madre e figlio: cosa si scopre ora

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Sei anni dopo la scomparsa di Viviana Parisi e Gioele Mondello, madre e figlio ritrovati senza vita nelle campagne di Caronia, la vicenda continua a dividere. L’inchiesta è stata archiviata, ma la famiglia del piccolo non ha mai condiviso la ricostruzione giudiziaria e prosegue nella richiesta di nuovi accertamenti.

Era l’estate del 2020 quando il caso sconvolse il Messinese e attirò l’attenzione nazionale. Per giorni si cercarono una donna di 41 anni e il figlio di appena 4, scomparsi dopo un incidente lungo l’autostrada A20, nel territorio di Caronia.

Il ritrovamento dei due corpi, avvenuto in momenti diversi e a pochi giorni di distanza, aprì una complessa fase di indagini, consulenze e perizie. Secondo la Procura e il giudice per le indagini preliminari, non sarebbero emersi elementi per attribuire la morte del bambino a terze persone, mentre quella della madre sarebbe riconducibile a un gesto suicidario.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, la scomparsa del 3 agosto 2020

La mattina del 3 agosto 2020 Viviana Parisi lasciò la sua abitazione di Venetico, nel Messinese, insieme a Gioele. Al marito Daniele Mondello aveva spiegato di voler andare a Milazzo per comprare un paio di scarpe al figlio, ma l’auto prese l’autostrada A20 in direzione Palermo.

All’altezza della galleria Pizzo Turda, a Caronia, la vettura entrò in collisione con un furgone impegnato in lavori di manutenzione. Dopo l’impatto, secondo quanto ricostruito, Viviana Parisi fermò l’auto, oltrepassò il guardrail e si addentrò nella vegetazione con il bambino.

Da quel momento non vi furono più notizie di loro. Le autorità avviarono una vasta operazione di ricerca alla quale parteciparono vigili del fuoco, forze dell’ordine, volontari della Protezione civile e soccorritori, anche attraverso droni ed elicotteri.

L’8 agosto venne trovato il corpo della donna, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione, non lontano dal punto dell’incidente. Il 19 agosto, dodici giorni dopo la scomparsa, Giuseppe Di Francesco, volontario ed ex carabiniere, individuò a qualche centinaio di metri i resti del piccolo Gioele, gravemente compromessi dagli animali e dagli agenti naturali.

Indagini sulla morte di Viviana e Gioele: l’archiviazione

L’inchiesta della Procura di Patti, guidata dal procuratore Angelo Cavallo, si basò su accertamenti medico-legali, autoptici e scientifici. Il 10 novembre 2021 il gip Eugenio Aliquò accolse la richiesta di archiviazione con un provvedimento di 495 pagine.

Secondo la ricostruzione giudiziaria, Viviana Parisi, in una situazione di fragilità psicologica, avrebbe ucciso il figlio e poi si sarebbe lanciata dal traliccio. Per Gioele, tuttavia, gli investigatori non riuscirono a definire con certezza la precisa modalità della morte, escludendo al tempo stesso un coinvolgimento, anche indiretto, di altre persone.

La Procura collegò il gesto della donna a segnali di disagio che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati sottovalutati in ambito familiare. Una conclusione respinta fin dall’inizio da Daniele Mondello, assistito dai propri legali e affiancato dal criminologo Carmelo Lavorino.

Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva

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“Chi guiderà la sinistra alle elezioni”. Sondaggi, clamoroso: gli italiani hanno scelto lo sfidante di Giorgia Meloni https://www.business.it/chi-guidera-la-sinistra-alle-elezioni-sondaggi-clamoroso-gli-italiani-hanno-scelto-lo-sfidante-di-giorgia-meloni/ Thu, 13 Aug 2026 11:26:04 +0000 https://www.business.it/?p=158242 Nel confronto sempre più acceso sul futuro della sinistra, anche il monitoraggio dei social network offre una fotografia che merita attenzione. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, né di una previsione per le prossime elezioni, ma dei dati che misurano visibilità, reazioni e capacità dei leader di animare il dibattito online.… Read More »“Chi guiderà la sinistra alle elezioni”. Sondaggi, clamoroso: gli italiani hanno scelto lo sfidante di Giorgia Meloni

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meloni contro schlein o conte

Nel confronto sempre più acceso sul futuro della sinistra, anche il monitoraggio dei social network offre una fotografia che merita attenzione. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, né di una previsione per le prossime elezioni, ma dei dati che misurano visibilità, reazioni e capacità dei leader di animare il dibattito online. Nel periodo analizzato, il protagonista del campo largo è Giuseppe Conte.

Secondo il rapporto realizzato da Spin Factor per Adnkronos, il presidente del Movimento 5 Stelle è il nome che registra la quota più elevata di sentiment favorevole tra gli esponenti dell’area progressista e centrista presi in esame. Il risultato arriva in una fase segnata da posizioni divergenti nella coalizione, soprattutto sui temi della politica estera e della guerra in Ucraina.

I dati digitali richiedono comunque cautela. Un commento positivo, una condivisione o un like non equivalgono automaticamente a una scelta nell’urna: le piattaforme raccolgono reazioni immediate e spesso polarizzate, mentre il consenso elettorale viene misurato con metodologie differenti. Il monitoraggio, però, consente di osservare quali figure riescano a ottenere maggiore attenzione e a coinvolgere un numero più alto di utenti.

L’analisi si concentra sull’intervallo compreso tra l’11 luglio e il 10 agosto, valutando sia il volume totale delle interazioni sia la loro connotazione positiva o negativa. In questo quadro, Conte precede Elly Schlein e Silvia Salis, mentre gli altri protagonisti del campo largo si distribuiscono a distanza. Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva.

Giuseppe Conte primo nel sentiment social

Il dato più rilevante del report riguarda Giuseppe Conte, che raggiunge un sentiment positivo del 32,2%. In termini concreti, quasi un’interazione su tre relativa al leader pentastellato è stata classificata come favorevole. Un risultato significativo in un ambiente, quello dei social, dove il confronto politico tende frequentemente a tradursi in critiche, repliche e commenti contrapposti.

Al peso percentuale si aggiunge quello dei numeri assoluti. Nel mese oggetto del monitoraggio Conte ha raccolto circa 2 milioni e 225mila interazioni, un volume nettamente superiore rispetto agli altri esponenti inclusi nella rilevazione. La combinazione tra ampia esposizione e quota di reazioni positive consolida la sua centralità nel dibattito digitale dell’area di opposizione.

La situazione è stata influenzata anche da una serie di appuntamenti politici e mediatici. Il 9 luglio, intervenendo dal palco unitario del campo largo, Conte aveva definito la “minaccia russa” come una costruzione. Le parole hanno aperto un confronto interno alla coalizione, evidenziando differenze che nelle settimane successive sono rimaste al centro dell’attenzione.

Il tema è tornato con forza quando l’ex presidente del Consiglio ha sostenuto che la linea sull’Ucraina dovrebbe essere affidata alle primarie. Una proposta accolta con rilievi critici da altri leader del centrosinistra. Il confronto sulle alleanze e sulla politica internazionale, quindi, non ha riguardato soltanto i rapporti tra partiti, ma ha contribuito a incrementare la presenza di Conte nelle conversazioni online.

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Tassa sulle banche, Salvini punta al 5% degli utili: i numeri dietro la proposta https://www.business.it/tassa-sulle-banche-salvini-punta-al-5-degli-utili-i-numeri-dietro-la-proposta/ Wed, 12 Aug 2026 08:33:27 +0000 https://www.business.it/?p=158161 Le banche italiane tornano al centro della partita sulla prossima legge di Bilancio. Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione della Lega di proporre un contributo straordinario a carico dei dieci maggiori istituti di credito italiani: il prelievo ipotizzato sarebbe pari al 5% degli utili ogni anno e avrebbe una durata di tre anni. Una misura che… Read More »Tassa sulle banche, Salvini punta al 5% degli utili: i numeri dietro la proposta

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Le banche italiane tornano al centro della partita sulla prossima legge di Bilancio. Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione della Lega di proporre un contributo straordinario a carico dei dieci maggiori istituti di credito italiani: il prelievo ipotizzato sarebbe pari al 5% degli utili ogni anno e avrebbe una durata di tre anni. Una misura che il vicepremier considera uno degli strumenti con cui recuperare nuove risorse senza intervenire direttamente sulla generalità dei contribuenti.

Il punto di partenza del ragionamento è rappresentato dai risultati raggiunti dal settore bancario. Salvini ha parlato di circa 30 miliardi di utili come base sulla quale applicare il contributo e ha ricordato che soltanto Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno registrato complessivamente quasi 12 miliardi di profitti nel primo semestre del 2026. Mantenendo risultati analoghi nella seconda parte dell’anno, i due maggiori gruppi potrebbero quindi superare insieme i 20 miliardi di utile.

Quanto potrebbe incassare lo Stato

I numeri permettono di comprendere meglio la dimensione della proposta. Applicando un’aliquota del 5% a 30 miliardi di profitti, il gettito teorico sarebbe di circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Se gli utili complessivi dei maggiori istituti raggiungessero i 33 miliardi, la cifra salirebbe a circa 1,65 miliardi. Nell’arco di tre anni si potrebbe quindi arrivare, a condizioni invariate, vicino ai 5 miliardi.

Non si tratterebbe di un intervento rivolto all’intero sistema creditizio. L’ipotesi avanzata dalla Lega riguarda infatti i dieci maggiori gruppi e punta a lasciare fuori le centinaia di banche di dimensioni più contenute. Una distinzione importante anche perché la redditività non è uniforme: la Banca d’Italia ha sottolineato come gli istituti maggiori presentino risultati particolarmente positivi, mentre quelli più piccoli mostrano livelli di redditività più contenuti.

Perché gli utili delle banche sono cresciuti tanto

Dietro la proposta c’è soprattutto l’andamento eccezionalmente favorevole degli ultimi anni. Nel 2024 il rendimento del capitale delle banche italiane, il cosiddetto Roe, era salito dal 12,3 al 12,8%. Nel 2025 la redditività del settore è ulteriormente aumentata, raggiungendo i livelli più elevati dal 2008.

La stagione dei tassi elevati ha contribuito inizialmente a sostenere il margine di interesse, cioè, semplificando, la differenza tra quanto una banca ricava dai prestiti e quanto sostiene per remunerare la raccolta. Con la successiva riduzione dei tassi questo vantaggio ha iniziato a ridimensionarsi, ma gli istituti hanno compensato attraverso l’aumento delle commissioni, i ricavi da negoziazione e il contenimento dei costi. Il risultato è un sistema che la stessa Banca d’Italia continua a descrivere come caratterizzato da elevata redditività e forte patrimonializzazione.

La logica politica della tassa

È proprio questa solidità a spiegare la scelta della Lega. L’idea è chiedere un contributo aggiuntivo a un settore che negli ultimi esercizi ha prodotto profitti particolarmente elevati, destinando il gettito alle priorità della manovra. Salvini ha indicato, tra gli obiettivi, anche il rafforzamento della sicurezza e l’aumento delle risorse per le forze dell’ordine.

C’è poi una ragione più generale: reperire diversi miliardi attraverso tagli alla spesa o aumenti delle imposte sui redditi avrebbe conseguenze politiche e sociali molto più diffuse. Concentrare il prelievo sui maggiori gruppi bancari permetterebbe invece di raccogliere risorse da una platea estremamente circoscritta. Salvini ha richiamato esplicitamente anche l’esperienza spagnola, dove il settore finanziario è già stato interessato da forme di tassazione straordinaria.

Il precedente e i dubbi sulla misura

L’Italia, del resto, ha già sperimentato interventi sul settore. Nel 2023 il governo aveva introdotto una tassa sugli extraprofitti bancari, successivamente modificata consentendo agli istituti di destinare somme a riserva invece di versare materialmente l’imposta. Anche le successive manovre hanno chiesto contributi al comparto finanziario attraverso differenti meccanismi fiscali.

La nuova proposta dovrà però superare diversi ostacoli. Bisognerà stabilire con precisione quale sia la base imponibile, evitare problemi di costituzionalità e valutare gli eventuali effetti sull’offerta di credito, sugli azionisti e sulla capacità delle banche di accumulare capitale. Il confronto nella maggioranza è quindi destinato a proseguire. Dietro il dibattito politico resta però un dato economico difficilmente ignorabile: dopo anni di profitti molto elevati, le grandi banche rappresentano una delle poche aree dalle quali lo Stato potrebbe cercare risorse consistenti senza aumentare direttamente la pressione fiscale su milioni di famiglie.

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“Nausea, vomito e febbre alta”. Muore due giorni dopo il ricovero in ospedale: il sospetto dei medici https://www.business.it/8220-nausea-vomito-e-febbre-alta-8221-muore-due-giorni-dopo-il-ricovero-in-ospedale-il-sospetto-dei-medici/ Tue, 11 Aug 2026 12:41:05 +0000 https://www.business.it/?p=158140 Nella capitale si è verificato un episodio drammatico che ha visto protagonista un uomo di 67 anni, deceduto presso il Policlinico Gemelli di Roma dopo un rapido peggioramento delle condizioni cliniche. Il paziente è stato trasportato in ospedale il 16 agosto, già in condizioni critiche: accusavo febbre alta, dissenteria e disidratazione severa. Nonostante l’intervento tempestivo… Read More »“Nausea, vomito e febbre alta”. Muore due giorni dopo il ricovero in ospedale: il sospetto dei medici

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Nella capitale si è verificato un episodio drammatico che ha visto protagonista un uomo di 67 anni, deceduto presso il Policlinico Gemelli di Roma dopo un rapido peggioramento delle condizioni cliniche. Il paziente è stato trasportato in ospedale il 16 agosto, già in condizioni critiche: accusavo febbre alta, dissenteria e disidratazione severa. Nonostante l’intervento tempestivo dei sanitari, la situazione è degenerata e il decesso è sopraggiunto dopo soli due giorni dal ricovero, il 18 agosto.

Leggi anche: Fatto a pezzi e trovato nel bosco, emerge una terribile ipotesi: di chi potrebbe trattarsi

Il rapido peggioramento delle condizioni

Il decorso della malattia è stato particolarmente veloce, anche a causa delle patologie preesistenti che avevano già compromesso la salute del paziente. Le condizioni cliniche sono precipitate in poche ore dal ricovero, nonostante i tentativi del personale sanitario di contrastare l’infezione e stabilizzare i parametri vitali.

Il sospetto dei medici

I medici hanno escluso il contagio in ambiente ospedaliero, specificando che all’arrivo l’uomo presentava già sintomi compatibili con la salmonella. Per determinare le cause della morte, la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ha disposto l’autopsia sul corpo del paziente.

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Migranti, il nuovo equilibrio europeo tra rimpatri, solidarietà e il rapporto con Berlino https://www.business.it/migranti-il-nuovo-equilibrio-europeo-tra-rimpatri-solidarieta-e-il-rapporto-con-berlino/ Tue, 11 Aug 2026 09:49:14 +0000 https://www.business.it/?p=158121 La gestione dei migranti torna al centro del confronto tra Italia, Germania e Unione europea. Il nodo non riguarda più soltanto gli sbarchi nel Mediterraneo, ma l’intero sistema che stabilisce chi deve esaminare le domande di asilo, come distribuire le responsabilità tra gli Stati membri e quanto rapidamente sia possibile rimpatriare chi non possiede i… Read More »Migranti, il nuovo equilibrio europeo tra rimpatri, solidarietà e il rapporto con Berlino

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La gestione dei migranti torna al centro del confronto tra Italia, Germania e Unione europea. Il nodo non riguarda più soltanto gli sbarchi nel Mediterraneo, ma l’intero sistema che stabilisce chi deve esaminare le domande di asilo, come distribuire le responsabilità tra gli Stati membri e quanto rapidamente sia possibile rimpatriare chi non possiede i requisiti per restare in Europa.

Dal 12 giugno 2026 è infatti pienamente applicabile il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Il sistema introduce procedure più uniformi alle frontiere, controlli preliminari più rapidi e una procedura accelerata per alcune categorie di richiedenti asilo. L’obiettivo dichiarato è ridurre i tempi di valutazione delle domande e rendere più efficaci i rimpatri, senza eliminare le garanzie individuali previste dal diritto europeo.

Roma e Berlino, il nodo dei trasferimenti

Su questo nuovo quadro si innesta il confronto tra Roma e Berlino. La Germania punta a riattivare i trasferimenti verso l’Italia di migranti entrati inizialmente nel territorio europeo attraverso il nostro Paese. Roma, però, considera profondamente cambiata la situazione rispetto agli anni precedenti e rivendica il peso sostenuto dagli Stati di frontiera.

Il tema è particolarmente delicato perché per anni il sistema europeo ha affidato principalmente al Paese di primo ingresso la responsabilità dell’esame delle richieste di protezione. Il nuovo Patto cerca invece di affiancare alla responsabilità nazionale un meccanismo di solidarietà europea, permettendo agli Stati sottoposti a maggiore pressione migratoria di ricevere sostegno attraverso ricollocamenti, contributi finanziari o altre forme di compensazione.

Il ruolo delle Ong nel Mediterraneo

Parallelamente resta aperto il confronto politico sulle Ong impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo. Le ricostruzioni pubblicate dalla stampa italiana hanno riportato l’attenzione sui finanziamenti concessi negli ultimi anni dalla Germania ad alcune organizzazioni impegnate nel soccorso in mare.

Documenti ufficiali del Bundestag confermano, ad esempio, finanziamenti pubblici destinati a organizzazioni attive nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. È però necessario distinguere tra le diverse associazioni, le differenti fonti di finanziamento e i singoli programmi: non tutte le Ong ricevono fondi pubblici tedeschi e le organizzazioni interessate hanno più volte rivendicato la propria autonomia operativa.

Il punto politico rimane comunque evidente: l’Italia sostiene da tempo che l’attività di soccorso non possa trasformarsi in una responsabilità quasi esclusiva dei Paesi mediterranei nei quali avvengono gli sbarchi. Dall’altra parte, le Ong ricordano che il salvataggio delle persone in pericolo in mare rappresenta un obbligo previsto dalle norme internazionali.

Rimpatri più rapidi, ma resta il ruolo dei giudici

Un altro terreno decisivo sarà quello delle espulsioni. Le nuove norme europee consentono procedure di frontiera più rapide, soprattutto nei confronti di persone provenienti da Paesi considerati sicuri o la cui domanda presenta scarse probabilità di accoglimento.

La semplificazione amministrativa, tuttavia, non significa automatismo. Ogni richiesta deve continuare a essere valutata secondo le garanzie previste dal diritto europeo e resta possibile l’intervento dei tribunali. Proprio qui si concentra una delle principali incognite: la capacità degli Stati di accelerare realmente le procedure senza entrare in conflitto con le decisioni dei giudici nazionali ed europei.

La vera sfida è trasformare le regole in risultati

Il nuovo sistema europeo nasce quindi per superare una contraddizione che per anni ha alimentato tensioni tra gli Stati membri: i Paesi di frontiera chiedono una maggiore condivisione degli oneri, mentre quelli dell’Europa centrale e settentrionale pretendono che vengano rispettate le responsabilità connesse al primo ingresso.

Il Patto prova a tenere insieme entrambe le esigenze. Procedure più rapide, maggiore solidarietà, controlli alle frontiere e rimpatri più efficaci costituiscono i quattro pilastri della nuova fase. La partita, però, non si giocherà soltanto sui regolamenti approvati a Bruxelles. Saranno la capacità amministrativa degli Stati, le decisioni dei tribunali e la collaborazione tra governi a stabilire se l’Europa riuscirà davvero a costruire un sistema migratorio comune oppure se il confronto tra Roma, Berlino e gli altri Paesi continuerà a riproporre le divisioni degli ultimi anni.

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Pesce straniero sulle tavole italiane: il vero problema è una filiera che perde valore https://www.business.it/pesce-straniero-sulle-tavole-italiane-il-vero-problema-e-una-filiera-che-perde-valore/ Mon, 10 Aug 2026 08:59:36 +0000 https://www.business.it/?p=158102 L’Italia è circondata dal mare, ma dipende in larga parte dalle importazioni per rifornire pescherie, supermercati e ristoranti. Il dato secondo cui circa l’80% del pesce consumato arriverebbe dall’estero fotografa un paradosso reale. Spiegarlo soltanto con le regole europee, però, sarebbe riduttivo. I vincoli Ue e i conti dei pescatori La riduzione delle giornate in… Read More »Pesce straniero sulle tavole italiane: il vero problema è una filiera che perde valore

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L’Italia è circondata dal mare, ma dipende in larga parte dalle importazioni per rifornire pescherie, supermercati e ristoranti. Il dato secondo cui circa l’80% del pesce consumato arriverebbe dall’estero fotografa un paradosso reale. Spiegarlo soltanto con le regole europee, però, sarebbe riduttivo.

I vincoli Ue e i conti dei pescatori

La riduzione delle giornate in mare, i limiti alle reti e le misure introdotte per proteggere alcune specie incidono sui bilanci delle imprese. Carburante, manutenzione e personale restano costi elevati anche quando le uscite diminuiscono. Per molti operatori, la tutela ambientale rischia così di trasformarsi in una perdita di redditività.

Le restrizioni servono però anche a evitare che lo sfruttamento eccessivo impoverisca il Mediterraneo. La vera sfida consiste nel trovare un equilibrio tra conservazione delle risorse e sopravvivenza delle aziende, soprattutto quando il mercato viene rifornito da Paesi con costi di produzione e sistemi di controllo differenti.

Una debolezza industriale, non soltanto geografica

La dipendenza dall’estero deriva anche da una flotta frammentata e spesso anziana, da un’acquacoltura che fatica a crescere e da procedure autorizzative troppo lente. A questo si aggiungono le abitudini dei consumatori, che chiedono durante tutto l’anno salmone, tonno, merluzzo e gamberi, mentre la pesca mediterranea è stagionale e non può offrire ogni specie con continuità.

Anche la grande distribuzione privilegia forniture regolari, prezzi prevedibili e pezzature standard. Il prodotto importato diventa quindi più semplice da programmare, mentre quello locale rischia di rimanere più costoso, discontinuo e destinato a una fascia limitata del mercato.

Ricostruire valore lungo la filiera

La risposta non può essere soltanto pescare di più. Servono investimenti nell’acquacoltura sostenibile, in attrezzi più selettivi, porti efficienti, trasformazione, tracciabilità e indicazioni di origine più chiare. L’obiettivo dovrebbe essere aumentare il valore prodotto in Italia, tutelando nello stesso tempo il mare e il futuro delle imprese.

Gli oltre 8.000 chilometri di coste rappresentano una risorsa, non una garanzia di autosufficienza. Senza una politica industriale capace di unire sostenibilità e redditività, continueremo ad avere pescatori in difficoltà e banchi del pesce sempre più dipendenti dalle importazioni.

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Conte, sul tavolo della commissione Covid la gestione della pandemia https://www.business.it/conte-sul-tavolo-della-commissione-covid-la-gestione-della-pandemia/ Fri, 07 Aug 2026 07:22:13 +0000 https://www.business.it/?p=158012 A più di sei anni dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la gestione italiana della pandemia torna al centro dello scontro politico. Questa volta il confronto si consuma davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, dove Giuseppe Conte, presidente del Consiglio durante la fase più drammatica del 2020, è stato chiamato a ricostruire le decisioni prese dal suo… Read More »Conte, sul tavolo della commissione Covid la gestione della pandemia

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A più di sei anni dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la gestione italiana della pandemia torna al centro dello scontro politico. Questa volta il confronto si consuma davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, dove Giuseppe Conte, presidente del Consiglio durante la fase più drammatica del 2020, è stato chiamato a ricostruire le decisioni prese dal suo governo e a rispondere alle contestazioni maturate nel corso dei lavori parlamentari.

L’audizione si è rapidamente trasformata in un confronto molto più ampio rispetto alla semplice ricostruzione degli eventi. Conte ha difeso l’impianto delle scelte adottate durante l’emergenza, rivendicando di aver operato in un quadro caratterizzato da informazioni scientifiche limitate e continuamente aggiornate. Dall’altra parte, gli esponenti della maggioranza hanno insistito sulle questioni rimaste controverse: Dpcm, restrizioni, approvvigionamento delle mascherine, rapporti con la struttura commissariale e decisioni adottate durante i mesi più difficili della pandemia.

Conte difende il governo del 2020: “Decisioni in una situazione senza precedenti”

Uno dei punti centrali dell’audizione è stato inevitabilmente il giudizio sull’operato dell’esecutivo Conte durante la prima ondata. L’ex presidente del Consiglio ha ricordato il contesto nel quale il governo fu costretto a intervenire: un virus nuovo, conoscenze scientifiche ancora incomplete e una situazione sanitaria che, nel giro di poche settimane, aveva messo sotto pressione ospedali e istituzioni.

Conte ha respinto l’idea che le misure adottate fossero il risultato di un modello prestabilito. La linea sostenuta dall’ex premier è che le restrizioni venissero progressivamente modificate sulla base dell’evoluzione epidemiologica e delle conoscenze disponibili.

È proprio su questo punto che si concentra una delle questioni ancora oggi più discusse. Durante l’emergenza, infatti, il governo utilizzò in maniera estesa i Dpcm, strumenti che consentivano interventi particolarmente rapidi, ma che provocarono anche un forte dibattito sulla compressione delle libertà individuali e sul rapporto tra governo e Parlamento.

Secondo Conte, tuttavia, le decisioni finali non potevano essere attribuite agli scienziati. Gli esperti fornivano valutazioni e indicazioni tecniche, mentre la responsabilità politica rimaneva nelle mani dell’esecutivo, chiamato a trovare un equilibrio tra tutela della salute, economia e diritti.

Dpcm, lockdown e libertà: il nodo delle restrizioni

È uno dei passaggi destinati a rimanere maggiormente controversi. La Commissione sta cercando di ricostruire non soltanto quali decisioni furono prese, ma come vennero elaborate e quali alternative fossero state considerate.

Conte ha rivendicato la necessità di intervenire rapidamente, sostenendo che l’Italia si trovò ad affrontare per prima, tra i grandi Paesi occidentali, una crisi sanitaria di dimensioni imprevedibili.

L’ex premier ha inoltre rivendicato il ruolo assunto dall’Italia nella prima fase della pandemia, sostenendo che alcune delle misure adottate furono successivamente riprese anche da altri governi europei.

La maggioranza legge invece quella stagione con un’impostazione differente. Secondo gli esponenti di centrodestra presenti nella Commissione, l’obiettivo dell’inchiesta parlamentare è verificare se tutte le decisioni fossero proporzionate, se fossero stati valutati adeguatamente i loro effetti e se vi siano stati errori nella gestione politica e amministrativa dell’emergenza.

La distinzione è importante: la Commissione parlamentare non è un tribunale e Conte non è imputato. Il suo compito è politico e istituzionale: acquisire documenti, ascoltare i protagonisti della gestione della pandemia e ricostruire le responsabilità decisionali e organizzative.

Vaccini e Green pass, Conte distingue la sua gestione da quella di Draghi

Nel corso dell’audizione è tornato anche il tema della campagna vaccinale e delle misure introdotte per aumentare la copertura della popolazione.

Conte ha voluto distinguere nettamente le diverse fasi. Il suo governo terminò nel febbraio del 2021, quando la campagna vaccinale era appena iniziata. L’ex premier ha ricordato che durante il suo esecutivo non venne introdotto l’obbligo generalizzato, mentre Green pass e obblighi per determinate categorie e fasce d’età furono sviluppati successivamente durante il governo guidato da Mario Draghi.

Un chiarimento che assume un peso politico rilevante, perché nel dibattito pubblico le diverse fasi dell’emergenza vengono spesso sovrapposte.

L’audizione, quindi, ha avuto anche l’effetto di riportare al centro la cronologia delle decisioni: il primo lockdown, la riapertura dell’estate 2020, la seconda ondata, il sistema delle zone a colori, l’arrivo dei primi vaccini e, successivamente, il cambio di governo.

Lo scontro politico: Conte accusa la Commissione, FdI replica

Se sul piano storico l’audizione dovrebbe servire a chiarire le modalità attraverso le quali venne affrontata la pandemia, sul piano politico il confronto è ormai durissimo.

Conte contesta da tempo l’impostazione della Commissione e ha utilizzato espressioni molto nette nei suoi confronti, arrivando a definirla un “plotone d’esecuzione” costruito politicamente contro la sua esperienza di governo.

Durante l’audizione il leader del Movimento 5 Stelle ha quindi alternato la ricostruzione delle decisioni assunte nel 2020 a un contrattacco nei confronti del centrodestra, mettendo in discussione l’impostazione stessa dell’inchiesta parlamentare.

Fratelli d’Italia respinge completamente questa lettura. Per gli esponenti della maggioranza, la Commissione deve invece andare fino in fondo proprio perché la pandemia rappresentò uno degli eventi più traumatici della storia recente italiana e produsse conseguenze sanitarie, economiche e sociali enormi.

Sul fondo resta anche il confronto con Giorgia Meloni. Conte ha rivolto direttamente alla presidente del Consiglio alcune delle sue critiche, mentre dal centrodestra è arrivata la replica secondo cui la ricerca delle responsabilità sulla pandemia non dovrebbe essere interpretata come uno scontro personale tra l’attuale premier e il suo predecessore.

Il capitolo delle mascherine e il caso JC Electronics

Tra le vicende più delicate esaminate dalla Commissione c’è poi quella delle forniture di dispositivi di protezione durante l’emergenza, un settore nel quale nel 2020 lo Stato fu costretto ad acquistare enormi quantitativi di materiale in tempi estremamente ridotti.

Particolare attenzione è stata dedicata alla vicenda della JC Electronics, società coinvolta in una complessa controversia relativa alla fornitura di mascherine.

Al centro della discussione ci sono la conformità dei dispositivi, le modalità attraverso le quali vennero effettuate le verifiche e il successivo contenzioso con lo Stato. Negli anni la vicenda è passata dalle strutture amministrative alle aule giudiziarie, producendo decisioni che hanno riaperto il dibattito sulle procedure utilizzate durante l’emergenza.

Conte ha portato in Commissione anche documentazione ricevuta attraverso una lettera anonima, annunciando di averla trasmessa alla Procura. Uno dei documenti riguarda una riunione nella quale sarebbero state affrontate proprio questioni relative alle mascherine della JC Electronics.

L’ex premier ha utilizzato la vicenda per respingere alcune delle ricostruzioni avanzate contro il suo governo e per sostenere che la documentazione dovesse essere valutata nella sua interezza.

Il contenzioso economico e la transazione con lo Stato

Il caso JC Electronics non riguarda soltanto la gestione sanitaria. Ha anche una dimensione economica particolarmente rilevante.

Dopo la risoluzione della fornitura, la società ha avviato un contenzioso contro lo Stato. Le successive decisioni giudiziarie hanno rimesso in discussione alcuni degli elementi sui quali era stata fondata la contestazione dei dispositivi.

La vicenda si è quindi trascinata negli anni fino alla successiva soluzione del contenzioso attraverso una transazione, diventata a sua volta terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che rendono l’inchiesta parlamentare particolarmente complessa: molti degli eventi iniziati nel 2020 hanno infatti prodotto conseguenze giudiziarie e finanziarie proseguite sotto governi completamente diversi.

Conte ha utilizzato questo elemento per sostenere che eventuali valutazioni sulla vicenda non possano fermarsi esclusivamente alla fase nella quale era presidente del Consiglio.

Dalle mascherine al piano pandemico: le domande ancora aperte

La Commissione non sta esaminando soltanto singoli episodi. Sul tavolo rimane il problema più generale della preparazione dell’Italia all’arrivo del virus.

Una delle questioni riguarda il piano pandemico e la capacità delle strutture pubbliche di reagire a un’emergenza di quelle dimensioni. Un altro capitolo riguarda il sistema di approvvigionamento: mascherine, dispositivi sanitari, attrezzature e materiali che nei primi mesi del 2020 erano diventati improvvisamente difficilissimi da reperire in tutto il mondo.

Poi c’è la gestione della comunicazione istituzionale, il rapporto con gli organismi tecnico-scientifici e la necessità di comprendere fino a che punto le decisioni politiche siano state condizionate dalle indicazioni degli esperti.

Sono interrogativi che spiegano perché l’audizione di Conte fosse una delle più attese dall’inizio dei lavori della Commissione.

Sei anni dopo, il Covid torna al centro della battaglia politica

A distanza di oltre sei anni, quindi, la pandemia continua a dividere profondamente il Paese e la politica.

Per Giuseppe Conte, le decisioni devono essere giudicate tenendo conto di ciò che si conosceva in quel preciso momento storico, evitando di applicare retroattivamente informazioni acquisite soltanto successivamente. Per la maggioranza, invece, proprio la distanza temporale consente oggi di analizzare con maggiore freddezza le decisioni e individuare eventuali errori.

È questa la vera posta in gioco dei prossimi lavori della Commissione: capire se l’inchiesta riuscirà a produrre una ricostruzione condivisa di uno dei periodi più difficili della storia repubblicana oppure se continuerà a essere soprattutto il terreno di una resa dei conti politica tra il governo di allora e la maggioranza di oggi.

L’audizione di Conte non chiude dunque il capitolo. Al contrario, lo riapre: dalle restrizioni alle mascherine, dai Dpcm al piano pandemico, dalla gestione delle forniture alle responsabilità politiche, sono ancora numerosi i passaggi sui quali la Commissione dovrà cercare risposte.

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Morte Guccini, Vannacci sorprende tutti: ma cosa ha fatto! https://www.business.it/morte-guccini-vannacci-sorprende-tutti-ma-cosa-ha-fatto/ Thu, 06 Aug 2026 14:44:52 +0000 https://www.business.it/?p=157993 Nel giorno della scomparsa di Francesco Guccini, Roberto Vannacci ha ricordato il cantautore emiliano attraverso L’Avvelenata, una delle sue composizioni più note. Il leader di Futuro nazionale ha spiegato di aver cantato quel brano fin dall’infanzia, quando nella sua abitazione ascoltava i dischi dell’artista, soffermandosi sul tema della libertà di espressione contenuto nel testo. Vannacci… Read More »Morte Guccini, Vannacci sorprende tutti: ma cosa ha fatto!

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Nel giorno della scomparsa di Francesco Guccini, Roberto Vannacci ha ricordato il cantautore emiliano attraverso L’Avvelenata, una delle sue composizioni più note. Il leader di Futuro nazionale ha spiegato di aver cantato quel brano fin dall’infanzia, quando nella sua abitazione ascoltava i dischi dell’artista, soffermandosi sul tema della libertà di espressione contenuto nel testo.

Vannacci e il ricordo di Francesco Guccini

In dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos, Vannacci ha affermato di avere un legame personale con L’Avvelenata, canzone pubblicata nel 1976 nell’album Via Paolo Fabbri 43. L’ex generale della Folgore ha anche accennato alcuni versi del brano.

«Questa è una delle canzoni che ho sempre cantato da quando ero bambino», ha dichiarato, ricordando la presenza in casa dei dischi di Guccini e, in particolare, dell’album che include la celebre canzone.

L’Avvelenata, la libertà artistica e il paragone con i libri

L’Avvelenata è uno dei brani più rappresentativi del repertorio di Guccini. Il testo contiene una critica rivolta ai detrattori, ai recensori e a quella parte del mondo culturale che il cantautore contestava, rivendicando al tempo stesso la propria indipendenza artistica.

Vannacci ha richiamato proprio una strofa legata alla libertà di esprimersi senza inseguire l’approvazione del pubblico o della critica. A suo giudizio, quel passaggio potrebbe essere accostato anche alla sua esperienza personale.

«Proprio questa strofa potrebbe essere anche adatta alla mia stessa realtà», ha spiegato Vannacci, aggiungendo che al posto dell’invito a non comprare i dischi si potrebbe inserire il riferimento ai suoi libri.

Il riferimento alle critiche ricevute da Roberto Vannacci

Il parallelismo indicato dal leader di Futuro nazionale riguarda le contestazioni e le critiche che hanno accompagnato la pubblicazione dei suoi volumi e le posizioni espresse nel dibattito pubblico. Vannacci ha così associato la sua esperienza alla rivendicazione di autonomia contenuta nella canzone di Guccini.

La citazione è arrivata nella giornata dedicata al ricordo del cantautore emiliano, figura centrale della musica italiana. Nel corso della sua carriera, Francesco Guccini ha costruito un repertorio segnato da impegno civile, narrazioni generazionali e riflessioni sulla società contemporanea.

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Trentasei miliardi per energia e Difesa, l’Italia apre il negoziato con l’Ue https://www.business.it/trentasei-miliardi-per-energia-e-difesa-litalia-apre-il-negoziato-con-lue/ Thu, 06 Aug 2026 08:53:31 +0000 https://www.business.it/?p=157962 Il passaggio parlamentare si è concluso con il via libera della maggioranza in entrambe le Camere. A Montecitorio la risoluzione ha ottenuto 181 voti favorevoli, 126 contrari e 12 astensioni. Il voto, tuttavia, non equivale ancora all’autorizzazione a spendere l’intera somma. Il governo ha ottenuto il mandato per avviare la trattativa con la Commissione europea… Read More »Trentasei miliardi per energia e Difesa, l’Italia apre il negoziato con l’Ue

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Il passaggio parlamentare si è concluso con il via libera della maggioranza in entrambe le Camere. A Montecitorio la risoluzione ha ottenuto 181 voti favorevoli, 126 contrari e 12 astensioni. Il voto, tuttavia, non equivale ancora all’autorizzazione a spendere l’intera somma. Il governo ha ottenuto il mandato per avviare la trattativa con la Commissione europea e chiedere l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. La quantificazione definitiva dello scostamento, la distribuzione delle risorse e le misure da finanziare arriveranno soltanto in una fase successiva.

La richiesta italiana: 14 miliardi per l’energia e 21-22 per la Difesa

Il piano illustrato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti prevede di utilizzare il massimo margine concesso per la sicurezza energetica, pari complessivamente allo 0,6 per cento del Pil, e di fermarsi allo 0,9 per cento per la Difesa. Prendendo come riferimento il Pil nominale tendenziale del triennio 2026-2028, il valore corrisponderebbe a circa 14 miliardi per l’energia e a 21-22 miliardi per le spese militari.

Per la componente energetica, il nuovo quadro permette di destinare fino allo 0,3 per cento del Pil in ciascun anno, entro il tetto complessivo dello 0,6 per cento. Giorgetti ha rivendicato come un risultato italiano l’estensione della flessibilità a questo settore, considerato strategico per ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti esteri e rendere più resistente il sistema nazionale.

Il ministro ha riconosciuto la delicatezza politica della scelta, soprattutto sul fronte militare. “Non è semplice, è anche sicuramente impopolare venire a chiedere lo scostamento per la difesa”, ha dichiarato in Aula, collegando la decisione alla responsabilità del governo e agli obblighi costituzionali dello Stato.

La clausola non cancella deficit e debito

Il punto centrale è che la flessibilità europea non rappresenta un “liberi tutti” sui conti pubblici. Bruxelles può consentire all’Italia di deviare temporaneamente dal percorso di spesa concordato, ma le somme utilizzate continueranno a incidere sul deficit e sul debito. Il vincolo viene attenuato, non eliminato.

Per l’energia sono inoltre previsti criteri molto stringenti. Non potranno essere finanziati interventi temporanei come riduzioni delle accise, sussidi ai prodotti di origine fossile o aiuti al settore privato privi di effetti strutturali. Saranno ammesse misure aggiuntive, decise a partire dal 28 febbraio 2026, capaci di rafforzare in modo duraturo la sicurezza del sistema energetico, favorire la transizione verde e ridurre la dipendenza dalle forniture estere.

Anche per la Difesa esiste una condizione di partenza: la nuova spesa dovrà superare il livello registrato nell’anno di riferimento, individuato per l’Italia nel 2024, quando gli stanziamenti si erano attestati intorno all’1,3 per cento del Pil. La clausola coprirà quindi l’incremento rispetto a quella base e non l’intero bilancio militare.

Il quadro resta delicato perché l’Italia è ancora alle prese con la procedura europea per deficit eccessivo. Un eventuale superamento prolungato della soglia del 3 per cento potrebbe allungare la permanenza sotto la vigilanza rafforzata di Bruxelles. Le stime richiamate nel dibattito indicano una crescita reale contenuta, tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento, un deficit vicino al 2,9 per cento nei prossimi anni e un rapporto debito-Pil attorno al 137 per cento.

Il percorso europeo e il nuovo voto in autunno

La Commissione europea ha invitato gli Stati interessati a presentare la richiesta di attivazione della clausola entro la metà di agosto. Dopo il confronto con Bruxelles, la procedura dovrebbe arrivare a un passaggio decisivo nella riunione dell’Ecofin prevista per ottobre.

Soltanto allora sarà possibile stabilire l’ammontare effettivo dello scostamento. Il Parlamento dovrà pronunciarsi nuovamente, questa volta con la maggioranza assoluta richiesta per autorizzare la deviazione dagli obiettivi di bilancio. La ripartizione delle risorse nei diversi esercizi finanziari e gli interventi concreti confluiranno poi nella prossima manovra.

Giorgetti ha così cercato di frenare l’idea che i 36 miliardi possano trasformarsi in una disponibilità immediata da distribuire tra ministeri e categorie. La vera discussione inizierà quando dovranno essere selezionati i progetti, stabiliti i tempi di spesa e valutato l’impatto sui saldi pubblici. Da qui l’avvertimento contro una manovra di carattere elettorale o un nuovo “assalto alla diligenza”.

La Lega fa correggere il passaggio sul programma Safe

Il voto ha mostrato tensioni anche dentro la maggioranza. Il punto più controverso è stato il riferimento al programma europeo Safe, che può finanziare investimenti nella Difesa attraverso prestiti. La formulazione iniziale della risoluzione sembrava attribuire allo strumento una convenienza già accertata, ma la Lega ha chiesto e ottenuto una modifica.

Nel testo finale, l’eventuale ricorso al Safe viene subordinato alla verifica della sua effettiva convenienza rispetto ad altre soluzioni di finanziamento. È stato inoltre rafforzato il riferimento all’impiego delle risorse per sistemi tecnologici difensivi e per la sicurezza nazionale.

Claudio Borghi ha rivendicato la correzione, sostenendo che non fosse possibile esprimere in anticipo un giudizio positivo senza conoscere condizioni, tassi e costi dei prestiti. La mediazione ha permesso al centrodestra di ricompattarsi. Giorgetti ha liquidato lo scontro con una battuta: “Adesso sono tutti contenti. Meglio, no?”.

Dietro l’ironia rimane però una divergenza politica reale tra chi considera il Safe uno strumento utile per accelerare gli investimenti europei e chi teme che possa tradursi in nuovo debito, ulteriori vincoli esterni e una spinta alla corsa agli armamenti.

Il cappio in Aula e la protesta di Futuro Nazionale

La contestazione più dura è arrivata dai deputati di Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. Durante le dichiarazioni di voto, Edoardo Ziello ha mostrato una corda annodata a cappio, mentre altri parlamentari esponevano cartelli con la scritta “No Safe”.

Il gesto ha richiamato quanto avvenuto a Montecitorio nel marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo esibì un cappio durante la stagione di Tangentopoli. Ziello ha accusato il governo di cedere sovranità e ha dichiarato che il suo gruppo non sarebbe stato complice della “svendita” del Paese.

La protesta si è inserita nella strategia politica di Vannacci, che ha rivendicato il ruolo del proprio movimento nel condizionare il centrodestra. Secondo il generale, la modifica ottenuta sul Safe dimostrerebbe come la maggioranza stia inseguendo le posizioni più critiche verso il programma europeo.

Le opposizioni si dividono sul riarmo

Se il centrodestra ha trovato una sintesi, il voto ha fatto emergere fratture profonde anche tra le opposizioni. Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra avevano predisposto una risoluzione comune contraria alla corsa al riarmo, ma il documento non è stato messo ai voti perché dichiarato precluso dopo l’approvazione della risoluzione di maggioranza.

Giuseppe Conte ha ribadito il rifiuto di nuove spese militari e ha accusato il governo di perseguire una politica di riarmo. Il testo dei progressisti contestava anche l’ipotesi di portare al 5 per cento del Pil gli impegni legati alla Nato, distinguendo però tra la corsa agli armamenti dei singoli Stati e la costruzione di una difesa comune europea.

Proprio su questo punto si è riaperta la divisione interna al Pd. Il responsabile Esteri dem Peppe Provenzano ha difeso la linea concordata con M5s e Avs, sostenendo che il partito è contrario a nuove spese militari nazionali ma favorevole a una politica europea condivisa. Una parte dell’area riformista ha tuttavia scelto una condotta differente.

Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Nicola Carè e Piero Fassino hanno sostenuto gli impegni favorevoli al Safe contenuti nei documenti di Italia Viva e +Europa, discostandosi dalle indicazioni ufficiali del partito, e si sono astenuti sul testo di Azione. La vicenda ha così reso evidente la presenza di due sensibilità: una più vicina alla linea pacifista e al rapporto con Conte, l’altra più europeista e atlantista.

La partita vera si giocherà sulla prossima manovra

Il voto autorizza il governo a negoziare, ma non risolve la questione più importante: come utilizzare il margine ottenuto senza compromettere il percorso di risanamento dei conti. I 36 miliardi rappresentano un tetto potenziale, non un assegno già disponibile. Ogni intervento dovrà rispettare le condizioni europee, produrre effetti strutturali e trovare posto nella programmazione di bilancio.

Per l’esecutivo, la flessibilità può diventare uno strumento per rafforzare due settori considerati decisivi, evitando che le nuove priorità vengano finanziate comprimendo altre voci di spesa. Per le opposizioni e per una parte della stessa maggioranza, invece, rimangono aperti i dubbi sulla sostenibilità finanziaria e sull’indirizzo politico degli investimenti militari.

La discussione si sposta ora a Bruxelles e tornerà a Roma in autunno, quando il governo dovrà indicare progetti, cifre e tempi. Sarà allora che la promessa di evitare una manovra elettorale verrà messa alla prova e che i 36 miliardi passeranno dalla dimensione politica a quella concreta dei conti pubblici.

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oggi in aula il voto per Delmastro https://www.business.it/oggi-in-aula-il-voto-per-delmastro/ Tue, 04 Aug 2026 20:22:43 +0000 https://www.business.it/?p=157864 Un cd arrivato dalla Procura di Roma, custodito negli uffici della Camera e rimasto inaccessibile persino ai componenti della Giunta competente. Un voto prima fissato, poi rinviato. Due organismi parlamentari chiamati a intervenire su questioni differenti e, infine, la decisione di portare rapidamente il caso davanti all’Assemblea. Negli ultimi giorni la vicenda delle chat tra… Read More »oggi in aula il voto per Delmastro

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Un cd arrivato dalla Procura di Roma, custodito negli uffici della Camera e rimasto inaccessibile persino ai componenti della Giunta competente. Un voto prima fissato, poi rinviato. Due organismi parlamentari chiamati a intervenire su questioni differenti e, infine, la decisione di portare rapidamente il caso davanti all’Assemblea. Negli ultimi giorni la vicenda delle chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia si è trasformata in uno dei più delicati scontri istituzionali della legislatura.

La Camera dovrebbe pronunciarsi il 5 agosto, dopo che la Giunta per le autorizzazioni ha respinto la proposta di svolgere un supplemento istruttorio. I deputati dovranno decidere se confermare la relazione della maggioranza, contraria all’acquisizione dei messaggi, oppure consentire alla magistratura di esaminarli. Sullo sfondo resta anche la possibilità di uno scrutinio segreto, che potrebbe rendere meno prevedibile il comportamento dei singoli parlamentari.

Non è un voto sulla colpevolezza di Delmastro

Il primo elemento da chiarire è che la Camera non sta decidendo se Delmastro debba essere processato. Parlare genericamente di “autorizzazione a procedere” può quindi risultare fuorviante. Quella sottoposta a Montecitorio è un’autorizzazione ad acta, relativa al sequestro e all’acquisizione della corrispondenza di un deputato ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione.

Delmastro non risulta indagato nel procedimento romano. La richiesta della Procura nasce da un fascicolo che riguarda Mauro Caroccia e altri soggetti, in relazione a ipotesi di riciclaggio, intestazione fittizia di beni e agevolazione mafiosa. La magistratura vuole comprendere quale fosse l’effettiva gestione dell’attività commerciale finita sotto osservazione, da dove provenissero i capitali investiti, come fossero distribuiti gli eventuali proventi e se esistessero accordi diversi da quelli formalmente dichiarati.

Il voto della Camera, dunque, non stabilirà se Delmastro abbia commesso un reato, né comporterà automaticamente la pubblicazione delle conversazioni. Deciderà esclusivamente se quei messaggi potranno entrare formalmente nel materiale a disposizione degli inquirenti.

Il breve riepilogo: dal caso Cospito alla vicenda della società

Il nome di Delmastro è già legato a un altro procedimento giudiziario, completamente distinto da quello attuale. Si tratta del caso Cospito, nato dalla trasmissione al deputato Giovanni Donzelli di informazioni provenienti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sui colloqui in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito. Per quella vicenda Delmastro è stato condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, pena confermata in appello nel maggio 2026 e destinata ora al vaglio della Cassazione.

La battaglia parlamentare di questi giorni riguarda invece la società Le 5 Forchette srl, costituita a Biella nel dicembre 2024 e collegata alla gestione di un ristorante romano. Al momento della nascita della società Delmastro deteneva il 25 per cento delle quote, mentre il 50 per cento apparteneva a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia.

Quest’ultimo era stato coinvolto in un precedente procedimento giudiziario e nel febbraio 2026 aveva riportato una condanna definitiva per intestazione fittizia, aggravata dalla finalità di agevolare il clan camorristico dei Senese. La posizione societaria di Delmastro, i successivi trasferimenti delle quote e i rapporti con la famiglia Caroccia alimentarono una forte polemica politica, fino alle dimissioni dell’esponente di Fratelli d’Italia dall’incarico di sottosegretario alla Giustizia nel marzo scorso.

Questi elementi spiegano l’origine politica della vicenda, ma non devono essere confusi con l’oggetto del voto attuale. La Camera non sta giudicando la precedente partecipazione societaria di Delmastro: sta decidendo se la Procura possa accedere ai messaggi che potrebbero contribuire a ricostruire la gestione dell’impresa.

Che cosa cerca la Procura nelle conversazioni

Nel cellulare sequestrato a Mauro Caroccia sarebbe stata individuata l’esistenza di una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale avrebbero partecipato anche alcuni soci piemontesi e lo stesso Delmastro. Gli investigatori, tuttavia, non hanno proceduto liberamente alla lettura e all’acquisizione dei messaggi che coinvolgevano il deputato.

La Procura ha infatti applicato il meccanismo stabilito dalla Corte costituzionale: una volta individuata la corrispondenza di un parlamentare all’interno del dispositivo di un terzo, l’attività di analisi deve fermarsi e l’autorità giudiziaria deve chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.

È importante comprendere anche il significato materiale del termine “sequestro”. La magistratura non sta chiedendo di impossessarsi del telefono di Delmastro. Il dispositivo era già stato sequestrato a Caroccia. L’autorizzazione riguarda la possibilità di estrarre, esaminare e acquisire i messaggi nei quali il deputato figura come mittente, destinatario o partecipante alla conversazione.

Secondo la Procura, quelle comunicazioni sarebbero necessarie per verificare le dichiarazioni rese dagli indagati, chiarire il ruolo effettivo dei diversi soci e ricostruire gli aspetti economici dell’operazione. Delmastro, dal canto suo, ha dichiarato di avere trasmesso personalmente le chat ai magistrati e di non avere nulla da nascondere. Anche questa consegna spontanea, però, non risolve automaticamente il problema costituzionale: la tutela prevista dall’articolo 68 non viene considerata un semplice diritto alla riservatezza del singolo, liberamente rinunciabile, ma una garanzia collegata alla funzione parlamentare.

Dal primo no della Giunta al cd chiuso in cassaforte

Il passaggio decisivo è avvenuto il 22 luglio, quando la Giunta per le autorizzazioni ha approvato la relazione del deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, favorevole a negare l’acquisizione delle conversazioni. Il voto definitivo dell’Aula era stato inizialmente fissato per il 30 luglio.

Poco prima del passaggio a Montecitorio, però, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha trasmesso alla Camera una nuova lettera accompagnata da un cd contenente la documentazione. Il presidente della Giunta per le autorizzazioni, Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, aveva inizialmente consentito ai componenti dell’organismo di consultare il materiale. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha poi bloccato l’accesso, ritenendo necessario un chiarimento preventivo sulle procedure da seguire.

Il voto dell’Aula è stato quindi rinviato e la questione è passata alla Giunta per il Regolamento, chiamata non a decidere sull’utilizzabilità giudiziaria delle chat, ma a stabilire quale organismo parlamentare fosse competente a pronunciarsi sulla loro consultazione. Con una votazione terminata sette a sei, il dossier è stato restituito alla Giunta per le autorizzazioni.

Il 4 agosto la maggioranza ha infine respinto la proposta di aprire una nuova istruttoria e ha scelto di tornare direttamente in Aula. La conseguenza è che i documenti inviati dalla Procura resteranno inaccessibili ai componenti della Giunta. Dori ha denunciato il rischio che i deputati siano chiamati a votare senza avere potuto conoscere il materiale sul quale dovrebbero pronunciarsi e ha annunciato approfondimenti sulla possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale.

Le ragioni della maggioranza: richiesta troppo ampia e poco delimitata

Per il centrodestra, il rifiuto non rappresenta uno scudo politico costruito intorno a Delmastro, ma l’applicazione rigorosa di una garanzia costituzionale. La richiesta della Procura sarebbe eccessivamente generica, priva di una delimitazione temporale sufficientemente precisa e non accompagnata dalla dimostrazione che gli stessi risultati non possano essere ottenuti attraverso strumenti investigativi meno invasivi.

Secondo questa impostazione, consentire l’accesso a una chat di gruppo senza filtri adeguati rischierebbe di produrre un’acquisizione indiscriminata di conversazioni estranee all’indagine. Nei messaggi potrebbero comparire rapporti politici e istituzionali riguardanti altri amministratori o consiglieri regionali, con il pericolo di trasformare una richiesta specifica in una ricerca esplorativa molto più ampia.

La maggioranza richiama inoltre il precedente della sentenza costituzionale sul caso Open e accusa le opposizioni di utilizzare criteri diversi a seconda dell’appartenenza politica del parlamentare coinvolto. La tesi è che le garanzie debbano valere anche quando l’interessato dichiara di voler collaborare o non è formalmente indagato.

La posizione delle opposizioni: il Parlamento non può scegliere come indagare

Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sostengono invece che la richiesta della Procura sia sufficientemente circoscritta. L’autorità giudiziaria avrebbe indicato il dispositivo interessato, gli interlocutori, il contesto societario e le finalità dell’acquisizione. Pretendere che i magistrati dimostrino in anticipo il valore probatorio di messaggi che non hanno ancora potuto leggere significherebbe imporre una condizione impossibile.

Il Parlamento, secondo le relazioni di minoranza, può verificare che non esistano intenti persecutori e che la richiesta sia collegata a un’indagine reale e determinata. Non può però sostituirsi al pubblico ministero nella scelta degli strumenti investigativi, né anticipare un giudizio sull’utilità delle prove.

La polemica è diventata ancora più dura dopo la decisione di impedire la consultazione del cd. Per le opposizioni, chiedere all’Aula di confermare il diniego senza consentire alla Giunta di conoscere i nuovi documenti significa trasformare una tutela costituzionale in una protezione politica. Il centrodestra replica che il contenuto delle conversazioni non potrebbe comunque correggere i difetti originari della richiesta e che la questione deve essere valutata sulla base della sua legittimità, non sulla curiosità suscitata dai messaggi.

Occorre inoltre distinguere tre piani che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti: la possibilità dei componenti della Giunta di leggere la documentazione, l’autorizzazione concessa alla magistratura per acquisirla e l’eventuale pubblicazione delle conversazioni. Il voto della Camera riguarda soltanto il secondo punto.

L’articolo 68 e il confine tra garanzia e immunità

Il terzo comma dell’articolo 68 della Costituzione stabilisce che, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, un parlamentare non possa essere sottoposto a intercettazioni e non possa esserne sequestrata la corrispondenza. La legge numero 140 del 2003 disciplina la procedura attraverso la quale l’autorità giudiziaria deve presentare la richiesta e indicare i fatti e gli elementi che la giustificano.

Con la sentenza numero 170 del 2023, la Corte costituzionale ha chiarito che anche email, sms e messaggi WhatsApp rientrano nella nozione di corrispondenza. La protezione continua a operare dopo la ricezione e vale anche quando i messaggi vengono trovati nel telefono di una persona che non appartiene al Parlamento.

La garanzia non nasce per attribuire al deputato un privilegio personale, ma per evitare che un altro potere dello Stato possa interferire indebitamente con l’attività politica e rappresentativa. Proprio per questo, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in un’immunità assoluta o in un ostacolo generalizzato all’acquisizione delle prove.

Il vero contrasto riguarda quindi l’intensità del controllo esercitabile dalla Camera. La maggioranza ritiene di poter verificare in maniera approfondita necessità, proporzionalità, selettività e precisione dell’atto investigativo. Le opposizioni sostengono che un simile controllo non possa spingersi fino a giudicare la strategia della Procura o a pretendere la prova anticipata dell’utilità delle conversazioni.

Che cosa può accadere dopo il voto

Se l’Aula approverà la relazione della maggioranza, l’autorizzazione sarà negata e la Procura non potrà acquisire formalmente i messaggi coperti dalla prerogativa parlamentare. L’indagine potrà proseguire attraverso altri elementi, ma resterà privata di una parte della documentazione ritenuta rilevante dagli inquirenti.

La Procura di Roma ha già valutato la possibilità di promuovere un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che la Camera abbia oltrepassato i limiti del proprio controllo e sia entrata nel merito dell’attività investigativa. Un eventuale giudizio della Consulta non stabilirebbe responsabilità penali, ma definirebbe il confine tra i poteri del Parlamento e quelli della magistratura.

Un secondo e differente conflitto potrebbe essere sollevato dal presidente della Giunta Devis Dori, che ritiene compromesse le prerogative dei componenti dell’organismo ai quali è stato impedito di consultare il materiale. In questo caso la questione riguarderebbe il diritto dei parlamentari a esercitare consapevolmente le proprie funzioni, non l’utilizzabilità delle chat da parte della Procura.

Se invece l’Aula respingesse la relazione della maggioranza e autorizzasse l’acquisizione, i magistrati potrebbero esaminare i messaggi e valutarne la rilevanza. Questo non comporterebbe alcuna automatica iscrizione di Delmastro nel registro degli indagati, né dimostrerebbe l’esistenza di condotte illecite. Significherebbe soltanto permettere all’autorità giudiziaria di verificare il contenuto delle conversazioni.

Il voto di Montecitorio potrebbe quindi non rappresentare l’ultimo capitolo del caso. Dietro la disputa sulle chat si confrontano due esigenze entrambe costituzionalmente rilevanti: proteggere il libero esercizio del mandato parlamentare e impedire che quella protezione diventi un veto politico sull’acquisizione delle prove. È questo equilibrio, più ancora della posizione personale di Delmastro, che la Camera è chiamata a definire.

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Vannacci, questa non ci voleva: arriva la brutta notizia per lui https://www.business.it/vannacci-questa-non-ci-voleva-arriva-la-brutta-notizia-per-lui/ Tue, 04 Aug 2026 13:06:49 +0000 https://www.business.it/?p=157844 Il quadro politico italiano continua a muoversi attraverso piccoli spostamenti nelle intenzioni di voto degli elettori. In una fase in cui gli equilibri tra partiti restano molto delicati, anche variazioni apparentemente contenute possono diventare segnali da osservare con attenzione, soprattutto quando riguardano forze politiche capaci di modificare gli assetti delle coalizioni. Negli ultimi mesi l’ingresso… Read More »Vannacci, questa non ci voleva: arriva la brutta notizia per lui

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Il quadro politico italiano continua a muoversi attraverso piccoli spostamenti nelle intenzioni di voto degli elettori. In una fase in cui gli equilibri tra partiti restano molto delicati, anche variazioni apparentemente contenute possono diventare segnali da osservare con attenzione, soprattutto quando riguardano forze politiche capaci di modificare gli assetti delle coalizioni.

Negli ultimi mesi l’ingresso sulla scena politica di nuovi soggetti ha rappresentato uno degli elementi più osservati dagli analisti. La crescita di alcuni movimenti ha infatti avuto conseguenze dirette sugli altri partiti, modificando gli equilibri soprattutto all’interno del centrodestra. La nuova rilevazione della media dei sondaggi realizzata da Termometro politico fotografa ora una fase di maggiore stabilità, con alcuni cambiamenti nelle percentuali dei principali schieramenti.
Leggi anche: Sondaggi, Vannacci vola. E Meloni cambia tutto

Futuro nazionale rallenta dopo mesi di crescita

Il dato più significativo riguarda Roberto Vannacci e il movimento Futuro nazionale, che per la prima volta da marzo mostrerebbe un rallentamento nella crescita registrata nei mesi precedenti.

Secondo la media dei sondaggi, il partito si attesterebbe al 6,8%, facendo registrare una lieve flessione rispetto alle settimane precedenti. Si tratta comunque di un calo contenuto, interpretato più come una fase di assestamento che come una vera inversione di tendenza.

Il movimento guidato dall’europarlamentare resta comunque una delle variabili più importanti dello scenario politico attuale. La sua capacità di consolidarsi intorno a percentuali vicine al 7% potrebbe renderlo un elemento competitivo rispetto ad altri partiti di centrodestra, mentre eventuali ulteriori crescite o cali potrebbero modificare nuovamente gli equilibri.

Fratelli d’Italia e Lega recuperano qualche decimo

Tra i partiti che avevano maggiormente risentito della crescita di Futuro nazionale ci sono Fratelli d’Italia e Lega, che nella nuova rilevazione tornano a guadagnare terreno.

Il partito guidato da Giorgia Meloni raggiunge il 27,5%, registrando un recupero rispetto alle rilevazioni precedenti. Un dato che consente alla forza politica di mantenere una posizione dominante all’interno della maggioranza di governo.

La crescita arriva in una fase in cui l’esecutivo sta concentrando parte della propria comunicazione su temi come sicurezza e immigrazione, mentre restano centrali per gli elettori anche questioni economiche come il costo dell’energia e l’aumento dei prezzi.

Anche la Lega registra un lieve miglioramento, salendo al 6,1%. Il risultato, pur rappresentando un segnale positivo rispetto alle perdite degli ultimi mesi, non modifica una situazione ancora complessa per il partito guidato da Matteo Salvini, che continua a essere distante dai livelli elettorali raggiunti in passato.

Diverso il quadro per Forza Italia, che scende al 7,7%.

Il centrodestra e la sfida degli equilibri interni

Considerando complessivamente i partiti della coalizione di governo, il centrodestra si attesterebbe intorno al 42-43% dei consensi.

Il dato resta significativo, ma secondo la rilevazione non garantirebbe automaticamente un successo elettorale, anche perché molto dipenderà dalle dinamiche future e dal posizionamento delle forze che oggi si collocano fuori dagli schieramenti tradizionali.

In questo scenario, il ruolo di Roberto Vannacci rimane uno degli elementi più osservati. La crescita di Futuro nazionale ha infatti inciso sugli equilibri soprattutto tra gli elettori dell’area conservatrice, creando una nuova competizione interna.

La prossima fase sarà decisiva per capire se il movimento riuscirà a consolidarsi oppure se la crescita iniziale lascerà spazio a un ridimensionamento.

Pd in risalita, Movimento 5 stelle stabile

Nel centrosinistra il quadro appare caratterizzato da movimenti alternati.

Il Partito democratico torna a crescere, raggiungendo il 21,1% nella media dei sondaggi. Il dato rappresenta un recupero, anche se il partito resta sotto i risultati ottenuti in precedenti appuntamenti elettorali, comprese le ultime elezioni europee.

Il Movimento 5 stelle mantiene invece una posizione stabile al 13%, senza variazioni significative.

Scende invece Alleanza Verdi-Sinistra, che si attesta al 6,2%.

Per quanto riguarda le forze centriste, Italia Viva di Matteo Renzi cresce al 2,5%, mentre +Europa scende all’1,4%.

Il futuro del campo largo e i partiti fuori dalle coalizioni

La somma delle forze che potrebbero comporre il cosiddetto campo largo porterebbe l’opposizione intorno al 44% dei consensi secondo la rilevazione.

Il dato, però, non si traduce automaticamente in una coalizione elettorale competitiva. Restano infatti aperte numerose differenze tra i partiti, soprattutto su temi considerati sensibili come la politica estera, oltre a tensioni interne che potrebbero rendere complessa una sintesi comune.

Fuori dai due principali schieramenti rimane invece Azione, il partito guidato da Carlo Calenda, indicato al 3%.

Proprio il confronto tra forze indipendenti come Azione e Futuro nazionale e i due grandi blocchi politici sarà uno degli elementi da seguire nei prossimi mesi. In vista delle prossime elezioni, infatti, saranno le alleanze e gli spostamenti degli elettori a determinare il nuovo equilibrio della politica italiana.

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Marito Roccella disperso nel lago: colpo di scena! Lacrime e disperazione https://www.business.it/marito-roccella-disperso-nel-lago-colpo-di-scena-lacrime-e-disperazione/ Tue, 04 Aug 2026 11:43:56 +0000 https://www.business.it/?p=157826 Dopo oltre un mese di ricerche nel lago di Vico, è stato ritrovato il corpo di Luigi Cavallari, 84 anni, marito della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella. L’uomo risultava disperso dal 27 giugno, quando era entrato in acqua durante una gita in barca con la moglie. Il recupero, avvenuto il 4 agosto, pone fine… Read More »Marito Roccella disperso nel lago: colpo di scena! Lacrime e disperazione

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Dopo oltre un mese di ricerche nel lago di Vico, è stato ritrovato il corpo di Luigi Cavallari, 84 anni, marito della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella. L’uomo risultava disperso dal 27 giugno, quando era entrato in acqua durante una gita in barca con la moglie. Il recupero, avvenuto il 4 agosto, pone fine alle lunghe operazioni di soccorso nel bacino viterbese.

Luigi Cavallari disperso dal 27 giugno nel lago di Vico

Secondo quanto ricostruito, Cavallari si trovava sul lago insieme alla ministra Roccella e si era tuffato per fare il bagno. Dopo essere entrato in acqua non è più riemerso. L’allarme era stato dato immediatamente dalla stessa ministra, facendo scattare l’intervento dei soccorsi e l’avvio delle ricerche.

Le attività sono proseguite per settimane, con il coordinamento dei vigili del fuoco e l’impiego di squadre specializzate. Il ritrovamento della salma ha definitivamente chiuso la fase delle ricerche, durata più di un mese.

Ricerche complesse: sommozzatori, sonar e robot subacquei

Le operazioni nel lago di Vico sono state rese difficili dalle condizioni dei fondali. La scarsa visibilità sott’acqua, insieme alla presenza di fango, limo e alghe, ha complicato la perlustrazione dell’area e richiesto l’utilizzo di strumenti specifici.

Ai nuclei sommozzatori, arrivati anche da diverse regioni, si sono affiancati soccorritori acquatici, specialisti fluviali, topografi e operatori di droni. Per individuare eventuali tracce sono stati impiegati anche sonar e robot subacquei, con verifiche sulle anomalie rilevate durante l’esplorazione del fondale.

La salma affidata all’autorità giudiziaria

Il corpo di Luigi Cavallari è stato recuperato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti previsti. Al momento, la vicenda si conclude con il ritrovamento dell’84enne dopo le incessanti ricerche avviate nel pomeriggio del 27 giugno.

La notizia ha suscitato cordoglio per la ministra Eugenia Roccella e per i familiari di Cavallari, dopo settimane segnate dall’attesa e dalle operazioni dei soccorritori nel lago viterbese.

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Piantedosi zittisce il governo Sanchez con i numeri https://www.business.it/piantedosi-zittisce-il-governo-sanchez-con-i-numeri/ Mon, 03 Aug 2026 14:15:03 +0000 https://www.business.it/?p=157785 Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha scelto la vigilia del vertice europeo sull’emergenza Ceuta per attaccare frontalmente il governo italiano, accusandolo di «non essere stato all’altezza» della crisi migratoria e sostenendo che Roma dovrebbe imparare da Madrid come si gestisce un confine. Un’uscita che suona, più che come un’analisi, come un tentativo… Read More »Piantedosi zittisce il governo Sanchez con i numeri

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Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha scelto la vigilia del vertice europeo sull’emergenza Ceuta per attaccare frontalmente il governo italiano, accusandolo di «non essere stato all’altezza» della crisi migratoria e sostenendo che Roma dovrebbe imparare da Madrid come si gestisce un confine. Un’uscita che suona, più che come un’analisi, come un tentativo di spostare l’attenzione da un fallimento clamoroso, quello dello stesso governo Sánchez, che si è fatto sorprendere da un’ondata di decine di migliaia di persone entrate in poche ore in territorio europeo.

Prima l’invasione, poi la corsa ai rimedi

I fatti raccontano una sequenza diversa da quella che Albares vorrebbe accreditare. Il governo spagnolo ha ammesso, per bocca delle stesse fonti citate da El País, di non avere avuto alcuna informazione di intelligence sull’arrivo di massa. Solo dopo che Ceuta è stata travolta — con i residenti costretti a erigere barricate nei quartieri per proteggersi e con un bilancio di vittime che le stesse autorità spagnole non sono riuscite a quantificare con precisione, oscillando tra le decine e le quasi novanta salme recuperate — Madrid ha reagito, schierando l’esercito e organizzando rimpatri d’urgenza. Non gestione preventiva, dunque, ma pura emergenza rincorsa a cose fatte, con una popolazione locale lasciata sola ad affrontare la crisi e a manifestare, anche apertamente, il proprio disagio nei confronti dell’esecutivo di Pedro Sánchez.
Un premier che, va detto, si presenta a questo confronto europeo in una posizione politica quanto mai fragile: tra la condanna del fratello David, la sentenza nei confronti dell’ex ministro Ábalos nel caso mascherine e il rinvio a giudizio della moglie Begoña Gómez, accusata di traffico di influenze e appropriazione indebita, il fronte giudiziario che circonda La Moncloa è quanto di più lontano si possa immaginare da un esempio di buon governo da esportare in Europa.

I numeri del Viminale smontano l’accusa

Alle accuse di Albares ha risposto seccamente il Viminale, che ha respinto la narrazione di un’Italia «sommersa» e fuori controllo, richiamando i dati ufficiali: un calo degli sbarchi del 55% da gennaio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e dell’82% rispetto al 2023, anno in cui l’attuale esecutivo aveva ereditato una situazione che lo stesso ministero definisce «completamente fuori controllo». Sul fronte specifico di Lampedusa, spesso evocato dalla propaganda avversaria come simbolo dell’emergenza permanente, il ministero sottolinea che l’isola non vive più da tempo alcuna situazione critica. Sono numeri che raccontano una gestione impostata su prevenzione, accordi con i Paesi di origine e transito e un lavoro sui rimpatri che il governo italiano intende ora rilanciare anche a livello europeo.

La sospensione di Schengen non è un caso isolato italiano

Va inoltre ricordato, contro la vulgata di un’Italia isolata e “cinica”, che la richiesta di misure straordinarie verso la Spagna non è arrivata da Roma in solitaria: è stata la Danimarca ad affiancare l’Italia nella richiesta di sospensione, mentre la ministra dell’Interno finlandese si è pubblicamente schierata a sostegno della linea Meloni-Piantedosi, invitando gli altri governi europei a fare lo stesso. Una misura di responsabilità nazionale, temporanea e motivata da un’emergenza di sicurezza, non un capriccio isolato.

Il modello Albania non convince più solo l’Italia

Proprio nel vertice straordinario dei ministri dell’Interno convocato per affrontare la crisi, l’Italia — con Matteo Piantedosi in prima linea — porterà sul tavolo la proposta di estendere il “modello Albania” a nuovi hub per il rimpatrio dei migranti irregolari, finanziati con fondi europei e localizzati in Paesi terzi. Una strada che non piace all’opposizione e ad una parte di magistrati che ne hanno contestato duramente i costi e l’efficacia nella fase di avvio. Ma è un fatto che l’impostazione italiana sta trovando interlocutori sempre più numerosi: da marzo, Austria, Germania, Paesi Bassi, Grecia e proprio la Danimarca lavorano già su ipotesi di hub esterni di rimpatrio sullo stesso schema, segno che la linea rigorosa proposta da Roma non è più un’eccezione isolata ma un punto di riferimento condiviso da governi di orientamento politico anche diverso tra loro.

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“Inciucio per fermarla!”. Meloni al Quirinale: retroscena bomba https://www.business.it/inciucio-per-fermarla-meloni-al-quirinale-retroscena-bomba/ Mon, 03 Aug 2026 13:09:05 +0000 https://www.business.it/?p=157772 La partita per il Quirinale non è ancora entrata nella sua fase decisiva, ma i movimenti politici attorno alla successione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella iniziano già a delineare possibili scenari. Come spesso accade nelle grandi sfide istituzionali, le strategie non si costruiscono soltanto nei momenti ufficiali, ma attraverso dialoghi, contatti e valutazioni che coinvolgono entrambi gli schieramenti.… Read More »“Inciucio per fermarla!”. Meloni al Quirinale: retroscena bomba

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La partita per il Quirinale non è ancora entrata nella sua fase decisiva, ma i movimenti politici attorno alla successione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella iniziano già a delineare possibili scenari. Come spesso accade nelle grandi sfide istituzionali, le strategie non si costruiscono soltanto nei momenti ufficiali, ma attraverso dialoghi, contatti e valutazioni che coinvolgono entrambi gli schieramenti.

Molto dipenderà anche dal quadro politico che emergerà dalle prossime elezioni politiche. L’esito delle urne potrebbe infatti influenzare profondamente gli equilibri istituzionali e determinare il tipo di percorso necessario per arrivare alla scelta del nuovo capo dello Stato. La variabile più osservata è quella di un possibile risultato senza una maggioranza netta, uno scenario che aprirebbe la strada a soluzioni condivise.
Leggi anche: “Sconfina nel ridicolo!”, Quirinale indignato col fedelissimo della Meloni: scena imbarazzante

Lo scenario del pareggio e il ruolo del premier

Al centro delle analisi politiche c’è il cosiddetto partito del “pareggio”, sostenuto da esponenti presenti sia nell’area del centrodestra sia in quella del centrosinistra. L’ipotesi è quella di un Parlamento senza una chiara maggioranza, con la conseguente necessità di costruire un esecutivo sostenuto da forze diverse.

In questo scenario potrebbe emergere la figura di un premier di garanzia, capace di raccogliere consensi trasversali. Una soluzione di questo tipo avrebbe inevitabilmente riflessi anche sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, perché potrebbe favorire un profilo istituzionale condiviso.

Tuttavia, anche nel caso in cui dalle urne arrivasse un risultato chiaro, la partita del Colle richiederebbe comunque un confronto tra le diverse aree politiche. L’elezione del capo dello Stato, infatti, passa attraverso il Parlamento e necessita tradizionalmente di un dialogo tra maggioranza e opposizione.

Il centrosinistra e il tentativo di costruire un’alternativa

Nel centrosinistra uno degli obiettivi indicati è evitare che al Quirinale possa arrivare una figura direttamente riconducibile a Giorgia Meloni o alla sua area politica.

Per questo motivo sarebbe iniziato un lavoro di confronto anche con settori del centrodestra disponibili a valutare una soluzione diversa. Un dialogo che si sviluppa parallelamente allo scontro politico quotidiano e che punta a individuare un nome con caratteristiche di equilibrio istituzionale.

Tra le figure impegnate in questo percorso viene indicato Dario Franceschini, considerato uno degli esponenti più attivi nel tentativo di favorire una candidatura capace di raccogliere consensi più ampi.

Anche Matteo Renzi ha espresso più volte attenzione sul tema, evidenziando il possibile scenario di una candidatura di Meloni al Quirinale dopo il suo percorso politico ai vertici del governo.

I possibili nomi per il Quirinale

La rosa dei possibili candidati alla presidenza della Repubblica resta ampia e comprende profili differenti per storia politica, istituzionale e culturale.

Tra i nomi che circolano negli ambienti politici viene citato anche Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro della Cooperazione internazionale nel governo guidato da Mario Monti.

Riccardi rappresenta una figura vicina al mondo cattolico e dell’associazionismo, con rapporti consolidati anche in ambienti istituzionali e religiosi. Un profilo che, secondo alcuni osservatori, potrebbe avere caratteristiche trasversali proprio per la capacità di dialogare con aree politiche differenti.

Non sarebbe comunque l’unico nome preso in considerazione. La lista delle possibili candidature è destinata a rimanere ampia e a evolversi in base agli equilibri politici dei prossimi mesi.

Il dialogo istituzionale in vista del Colle

La costruzione di un profilo condiviso per il Quirinale richiede tempi lunghi e una rete di relazioni politiche che viene preparata molto prima del voto dei grandi elettori.

Anche il dibattito sulla legge elettorale, tema che continua a dividere le forze politiche, si inserisce in questo quadro più generale. Le discussioni sulle regole del sistema politico possono infatti influenzare gli scenari futuri e gli equilibri tra i diversi schieramenti.

La corsa al Quirinale è quindi già iniziata, anche se il percorso resta ancora lungo. Molto dipenderà dal risultato delle prossime elezioni e dalla capacità dei partiti di trovare un punto di incontro su una figura in grado di rappresentare l’intero Paese.

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Flotte ombra, il business che aggira le sanzioni: cosa rivela la petroliera abbordata a Pantelleria https://www.business.it/flotte-ombra-il-business-che-aggira-le-sanzioni-cosa-rivela-la-petroliera-abbordata-a-pantelleria/ Mon, 03 Aug 2026 10:03:47 +0000 https://www.business.it/?p=157745 Nelle acque internazionali a ovest di Pantelleria, una questione solitamente confinata nei regolamenti europei ha assunto la forma concreta di un’operazione militare. Il 2 agosto la nave italiana Thaon di Revel, ammiraglia della missione europea Eunavfor Med Irini, ha intercettato e controllato la petroliera Toa Payoh, inserita dall’Unione europea tra le unità riconducibili alla cosiddetta… Read More »Flotte ombra, il business che aggira le sanzioni: cosa rivela la petroliera abbordata a Pantelleria

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Nelle acque internazionali a ovest di Pantelleria, una questione solitamente confinata nei regolamenti europei ha assunto la forma concreta di un’operazione militare. Il 2 agosto la nave italiana Thaon di Revel, ammiraglia della missione europea Eunavfor Med Irini, ha intercettato e controllato la petroliera Toa Payoh, inserita dall’Unione europea tra le unità riconducibili alla cosiddetta “flotta ombra” russa.

La nave, partita il 16 luglio da Cotonou, in Benin, e formalmente diretta a Istanbul, dichiarava di battere bandiera del Camerun. Dopo un’iniziale mancata collaborazione del comandante, una squadra italiana ha raggiunto la petroliera con un elicottero, sostenuta da un’unità greca e da un velivolo polacco da pattugliamento marittimo. L’operazione, durata circa due ore, si è conclusa senza incidenti e i documenti acquisiti sono al vaglio delle autorità.

La Toa Payoh, però, non è stata sequestrata. Il controllo serviva soprattutto ad accertare la nazionalità della nave e la validità della bandiera dichiarata. È una distinzione decisiva: a Pantelleria è stato verificato uno degli ingranaggi dell’economia costruita per rendere più difficile l’applicazione delle sanzioni.

Non una flotta militare, ma una rete commerciale

L’espressione “flotta ombra” può far pensare a un’organizzazione unitaria composta da navi russe. È invece un arcipelago commerciale formato da petroliere, società di gestione, broker, registri navali, assicuratori e proprietari distribuiti in numerosi Paesi. Molte unità non battono bandiera russa e possono cambiare nome, società proprietaria o Stato di registrazione.

Non esiste quindi un conteggio condiviso. Le stime variano a seconda che si considerino soltanto le navi già sanzionate oppure il più ampio insieme di petroliere anziane, opache e prive dei tradizionali legami assicurativi occidentali. Il Servizio europeo per l’azione esterna parla di oltre 800 unità al di sotto degli standard utilizzate da Mosca, mentre l’Unione europea ha ormai vietato l’accesso ai porti e la fornitura di servizi a più di 670 navi.

Lo scopo economico è spezzare il collegamento tra il petrolio russo e i servizi occidentali indispensabili al commercio marittimo: trasporto, assicurazione, finanziamento, certificazione e intermediazione. Nasce così una catena logistica alternativa, più costosa e rischiosa, ma meno esposta ai controlli dell’Europa e dei Paesi del G7.

Il mercato nato attorno al price cap

Il price cap, cioè il tetto imposto al prezzo del petrolio, non è un embargo tradizionale. Consente agli operatori europei e dei Paesi aderenti al sistema di fornire trasporto e servizi collegati soltanto quando il greggio russo viene venduto entro il limite stabilito. L’obiettivo è mantenere sul mercato una parte dell’offerta, evitando uno shock globale dei prezzi, e nello stesso tempo comprimere i ricavi di Mosca.

Dal 1° febbraio 2026 il limite europeo per il greggio russo è stato portato a 44,10 dollari al barile. Nel luglio successivo Bruxelles ha sospeso fino al 15 luglio 2027 il suo adeguamento automatico, ma il sistema continua a fare leva soprattutto su assicuratori, armatori, banche e società di servizi.

La flotta ombra aggira questo collo di bottiglia. Una petroliera anziana può essere acquistata da una società creata appositamente, registrata in una giurisdizione poco trasparente e assicurata fuori dai principali circuiti internazionali. Ogni nave diventa un bene quasi isolato: se finisce in una lista nera, perde la bandiera o viene fermata, il danno può restare confinato alla società proprietaria senza compromettere formalmente l’intera rete.

Il risultato è un mercato a due velocità. Da una parte opera la flotta conforme agli standard occidentali, con proprietari identificabili e coperture riconosciute. Dall’altra cresce un segmento ad alto rischio, nel quale maggiori costi di nolo, manutenzione e assicurazione vengono accettati in cambio della possibilità di trasportare petrolio fuori dalle condizioni imposte dalle sanzioni.

Navi vecchie, profitti privati e rischi pubblici

Le petroliere più anziane, che nel mercato ordinario sarebbero vicine alla demolizione, acquistano in questo modo un nuovo valore. Costano meno delle unità moderne e il capitale investito può essere recuperato più rapidamente grazie a noli elevati. La minore vita residua diventa quasi un vantaggio: il proprietario ha meno patrimonio da perdere in caso di sanzione, cancellazione dal registro o fermo della nave.

Nel giugno 2026 il 54% del petrolio russo trasportato via mare ha viaggiato su petroliere “ombra” già sottoposte a sanzioni. Un ulteriore 43% è stato movimentato da navi riconducibili ai Paesi che applicano il tetto al prezzo, a dimostrazione di come il commercio russo continui a servirsi contemporaneamente di circuiti differenti. A maggio, secondo il Kyiv School of Economics Institute, il 92% delle unità ombra impiegate nel trasporto di greggio e prodotti petroliferi aveva più di quindici anni.

Il rischio, dunque, non scompare: viene trasferito. Navi vecchie, manutenzione poco trasparente, cambi frequenti di bandiera, alterazioni dei sistemi di identificazione e trasferimenti di carico da nave a nave aumentano la probabilità di collisioni, avarie e sversamenti. I ricavi restano privati, mentre una parte delle conseguenze ambientali e finanziarie può ricadere sugli Stati costieri.

Perché il Mediterraneo riguarda direttamente l’Italia

Il Mediterraneo collega il Mar Nero agli stretti turchi, il canale di Suez alle rotte asiatiche e Gibilterra all’Atlantico. Una ricognizione giornalistica pubblicata nel giugno 2026 ha stimato in almeno 80 le navi riconducibili alla flotta ombra russa presenti o attive nel bacino.

Pantelleria si trova al centro di questa geografia. Per l’Italia la questione riguarda la sicurezza della navigazione, la protezione delle coste, il funzionamento dei porti, la pesca e il turismo. Una petroliera con assicurazione insufficiente e proprietà nascosta dietro società-schermo può lasciare un vuoto enorme dopo un incidente: bonifiche, recupero del carico e risarcimenti rischiano di trasformarsi in costi difficili da recuperare.

È la principale esternalità economica del sistema. Il risparmio ottenuto attraverso coperture meno solide, manutenzione ridotta e strutture proprietarie opache viene pagato sotto forma di maggiore rischio collettivo. Il vantaggio commerciale rimane nelle mani dei gestori della nave, mentre il possibile conto ambientale può ricadere sui Paesi attraversati.

Il dato sul gas: cosa significa davvero quel 12%

Nel dibattito viene spesso sovrapposta la questione del petrolio a quella del gas naturale liquefatto. Le due partite, però, non hanno la stessa dimensione. Il fenomeno delle flotte ombra riguarda soprattutto il greggio e i prodotti petroliferi. Esistono anche metaniere inserite in circuiti sanzionati o opachi, ma non è corretto attribuire loro l’intero commercio di Gnl russo con l’Europa.

Il dato del 12% riferito al 2025 è corretto solamente se comprende tutto il gas russo importato dall’Unione europea, sommando quello arrivato attraverso i gasdotti e il Gnl. Il solo gas naturale liquefatto russo ha rappresentato circa il 16% delle importazioni europee di Gnl.

Una parte consistente di quei volumi è arrivata attraverso contratti e canali commerciali che, nel periodo considerato, non erano ancora sottoposti a un divieto totale di importazione. Confondere questi flussi con quelli delle flotte ombra significa sovrastimare la componente clandestina e perdere di vista il cuore economico del problema, che continua a essere rappresentato dal trasporto marittimo del petrolio.

Dalle liste nere ai controlli in mare

Bruxelles ha progressivamente vietato alle navi individuate l’accesso ai porti e numerosi servizi europei, rafforzando anche i controlli sulle vendite di petroliere, sui trasbordi in mare e sulle interferenze con i sistemi automatici di identificazione. Tuttavia, l’inserimento in una lista non equivale automaticamente al diritto di sequestrare un mercantile nelle acque internazionali.

Il controllo sulla Toa Payoh è stato condotto nel quadro del mandato europeo e dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La missione Irini non disponeva, in quella circostanza, del potere di confiscare la nave. I documenti raccolti potranno però sostenere ulteriori accertamenti ed eventuali iniziative delle autorità nazionali.

Anche un’ispezione senza sequestro può avere effetti economici. Ogni controllo aumenta il rischio di ritardi, fermo amministrativo, perdita della bandiera, esclusione dai porti e difficoltà nel trovare assicuratori o finanziatori. Quando questi costi diventano sistematici, l’opacità smette di essere una scorciatoia redditizia.

La vera partita dopo Pantelleria

La flotta ombra non si indebolisce soltanto aggiungendo nuovi nomi alle liste nere. La sua forza deriva dalla capacità di sostituire rapidamente proprietari, registri navali e intermediari. Per questa ragione il controllo deve seguire l’intera rotta economica: vendita della nave, proprietà effettiva, bandiera, classificazione tecnica, assicurazione, finanziamento, trasbordi e destinazione finale.

L’abbordaggio al largo di Pantelleria è stato, in questo senso, una verifica di bilancio effettuata in mare. Non occorre bloccare ogni barile: occorre rendere l’opacità più costosa della conformità alle regole.

La vicenda della Toa Payoh mostra perché il Mediterraneo è il luogo nel quale le sanzioni finanziarie incontrano la sicurezza marittima e l’economia reale. È qui che si decide chi incassa i profitti del commercio energetico e chi, invece, rischia di pagare il conto di un sistema costruito per rendere più difficile l’individuazione delle responsabilità.

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Caldo in Italia, quando cambia tutto: l’annuncio dell’esperto https://www.business.it/ecco-quando-finira-il-caldo-le-rivelazioni-dell-esperto/ Mon, 03 Aug 2026 08:04:33 +0000 https://www.business.it/?p=157734 Le ondate di calore in Italia non possono più essere considerate episodi isolati o eccezionali. Per il climatologo Luca Mercalli, l’aumento delle temperature è il segnale di una tendenza già in corso, destinata a proseguire senza un’effettiva riduzione delle emissioni di gas serra. Un richiamo che riguarda non solo le giornate più torride, ma il… Read More »Caldo in Italia, quando cambia tutto: l’annuncio dell’esperto

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Le ondate di calore in Italia non possono più essere considerate episodi isolati o eccezionali. Per il climatologo Luca Mercalli, l’aumento delle temperature è il segnale di una tendenza già in corso, destinata a proseguire senza un’effettiva riduzione delle emissioni di gas serra. Un richiamo che riguarda non solo le giornate più torride, ma il modo in cui istituzioni e cittadini affrontano un cambiamento destinato a incidere sulla vita quotidiana.

Mercalli definisce il cambiamento climatico come una delle questioni più gravi mai affrontate dall’umanità e invita a mantenere alta l’attenzione anche quando il caldo lascerà spazio a temperature più miti. Il rischio, secondo il climatologo, è che l’emergenza venga riconosciuta soltanto nei periodi di forte disagio, mentre il riscaldamento globale continua ad avanzare con effetti sempre più evidenti. Già dopo l’estate del 2003, caratterizzata da temperature eccezionali e da gravi conseguenze sanitarie in Europa, la comunità scientifica aveva segnalato un incremento nella frequenza e nell’intensità degli episodi di caldo. Per Mercalli, quindi, non dovrebbe più sorprendere la ricorrenza di masse d’aria molto calda sull’Italia: l’attenzione dovrebbe concentrarsi sulle cause del fenomeno e sulle risposte necessarie.

La risposta al riscaldamento globale, secondo Mercalli, deve seguire due direttrici complementari. La prima è la mitigazione, cioè il contenimento delle emissioni attraverso la diffusione delle energie rinnovabili, il risparmio energetico, lo sviluppo della mobilità elettrica e il rafforzamento della green economy. Si tratta di interventi indispensabili per limitare l’aggravarsi della crisi climatica nel lungo periodo. Il secondo fronte è quello dell’adattamento. Le città, in particolare, dovranno essere progettate e trasformate per affrontare estati più lunghe e temperature elevate. Tra le misure richiamate dal climatologo figurano l’incremento del verde urbano, la predisposizione di spazi freschi destinati alle persone più vulnerabili e una pianificazione capace di ridurre gli effetti del caldo intenso e degli altri eventi meteorologici estremi.

Secondo Mercalli, gli interventi sul clima vengono spesso discussi solo quando si verifica un’emergenza. Tuttavia, per affrontare il problema in modo efficace, sarebbe necessario applicare con continuità gli impegni e gli obiettivi indicati dagli accordi internazionali, evitando che il tema scompaia dal dibattito pubblico con la fine delle ondate di calore. Sulla possibilità di un settembre ancora segnato da valori eccezionalmente alti, Mercalli mantiene un approccio prudente. Le previsioni meteorologiche, spiega, possono essere considerate attendibili soltanto entro un orizzonte di circa dieci giorni. Formulare valutazioni su uno o due mesi di distanza, al momento, non sarebbe quindi possibile senza scivolare nella speculazione.

Resta invece concreto il tema degli effetti sanitari legati alle alte temperature. Il corpo umano dispone di limiti fisiologici precisi e l’esposizione prolungata al caldo può provocare stress termico, con conseguenze particolarmente severe per anziani, persone fragili e soggetti con patologie pregresse. I dati relativi alla mortalità associata alle temperature elevate vengono spesso elaborati con mesi di ritardo e, secondo Mercalli, rischiano per questo di ricevere un’attenzione limitata. Non esistono soluzioni immediate per invertire l’andamento del clima, osserva il climatologo. La riduzione del rischio richiede una trasformazione strutturale dei modelli energetici, economici e produttivi, insieme a misure concrete per tagliare le emissioni. Solo un cambiamento stabile e verificabile, conclude Mercalli, potrà offrire elementi reali per guardare al futuro con maggiore fiducia.

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“Chi vincerebbe oggi”. Sondaggi, colpo di scena: lo dicono i numeri, chi votano gli italiani https://www.business.it/chi-vincerebbe-oggi-sondaggi-colpo-di-scena-lo-dicono-i-numeri-chi-votano-gli-italiani/ Sun, 02 Aug 2026 10:58:28 +0000 https://www.business.it/?p=157709 Gli ultimi sondaggi politici ridisegnano gli equilibri tra maggioranza e opposizione. La Supermedia YouTrend per Agi segnala una flessione per Fratelli d’Italia, mentre il dato più rilevante riguarda la crescita della lista guidata da Roberto Vannacci. Nella somma delle forze considerate nel campo largo, il centrosinistra risulta davanti al centrodestra, ma la traduzione dei numeri… Read More »“Chi vincerebbe oggi”. Sondaggi, colpo di scena: lo dicono i numeri, chi votano gli italiani

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Gli ultimi sondaggi politici ridisegnano gli equilibri tra maggioranza e opposizione. La Supermedia YouTrend per Agi segnala una flessione per Fratelli d’Italia, mentre il dato più rilevante riguarda la crescita della lista guidata da Roberto Vannacci. Nella somma delle forze considerate nel campo largo, il centrosinistra risulta davanti al centrodestra, ma la traduzione dei numeri in un’alleanza resta un passaggio tutt’altro che automatico.

Sondaggi politici: Fratelli d’Italia al 26,7%

Secondo la rilevazione, Fratelli d’Italia si attesta al 26,7%. Il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna così sotto il 27%, livello che non registrava da circa quattro anni.

Nel centrodestra, Forza Italia è indicata all’8%, mentre la Lega raccoglie il 5,9%. Noi Moderati si colloca all’1%. Considerando insieme queste forze, la coalizione raggiungerebbe il 41,6%.

La crescita di Futuro Nazionale e gli equilibri nel centrodestra

Il dato più significativo della Supermedia riguarda Futuro Nazionale, la formazione associata a Roberto Vannacci, stimata al 7,1%. In poche settimane il partito avrebbe ottenuto un incremento dello 0,6%, superando la Lega nei consensi rilevati.

Questa dinamica incide sugli assetti dell’area di centrodestra. Il totale del 41,6% risulta inoltre al di sotto del 42%, percentuale indicata nella proposta di nuova legge elettorale all’esame del Senato come soglia per l’eventuale premio di maggioranza.

Partito Democratico, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra

Sul versante delle opposizioni, il Partito Democratico viene rilevato al 21,2%, senza variazioni sostanziali. Il Movimento 5 Stelle sale invece al 13%, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si ferma al 6,4%.

Nell’area progressista figurano anche Italia Viva, al 2,3%, e +Europa, all’1,4%. Azione, che non è inclusa nel campo largo, viene stimata al 3,1%.

Campo largo al 44,3%, ma resta il nodo dell’alleanza

La somma dei consensi attribuiti a Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa porta il campo largo al 44,3%. Si tratta di un valore superiore a quello complessivo del centrodestra rilevato dalla stessa Supermedia.

Il confronto, tuttavia, rappresenta la somma delle singole forze e non fotografa una coalizione già definita. La costruzione di un’intesa elettorale, l’individuazione di una leadership condivisa e la definizione di un programma comune restano gli elementi centrali per trasformare questi dati in un progetto unitario.

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“Facciamo come in Colombia”. L’incredibile piano anti-caldo di Elly Schlein: è polemica https://www.business.it/piano-caldo-del-pd-schlein-rilancia-il-modello-medellin/ Sun, 02 Aug 2026 08:52:31 +0000 https://www.business.it/?p=157701 «Questo caldo non è normale e non dobbiamo abituarci». Con questo messaggio Elly Schlein ha presentato il Piano Caldo del Partito Democratico, un pacchetto di proposte rivolto a città e istituzioni per rispondere alle temperature estreme. Al centro del progetto ci sono la protezione delle persone fragili, il raffrescamento degli edifici pubblici e una trasformazione… Read More »“Facciamo come in Colombia”. L’incredibile piano anti-caldo di Elly Schlein: è polemica

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«Questo caldo non è normale e non dobbiamo abituarci». Con questo messaggio Elly Schlein ha presentato il Piano Caldo del Partito Democratico, un pacchetto di proposte rivolto a città e istituzioni per rispondere alle temperature estreme. Al centro del progetto ci sono la protezione delle persone fragili, il raffrescamento degli edifici pubblici e una trasformazione urbana affidata anche al verde.

Piano Caldo del Pd: la presentazione a Roma

L’iniziativa è stata illustrata a Roma, al Giardino Galafati nel quartiere Pigneto. Insieme alla segretaria del Pd sono intervenute la deputata Chiara Braga, l’europarlamentare Annalisa Corrado, l’ex presidente di Legambiente Rossella Muroni e Caterina Sarfatti di C40 Cities. All’incontro ha partecipato anche il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri.

Nel suo intervento, Schlein ha richiamato la necessità di predisporre misure stabili davanti a ondate di calore considerate sempre più frequenti. L’attenzione è stata rivolta soprattutto agli anziani, alle persone con condizioni di salute più delicate e ai cittadini maggiormente esposti ai rischi provocati dalle alte temperature.

Quindici proposte e 500 milioni per l’adattamento climatico

Il documento elaborato dal Pd si articola in 15 punti. Tra le indicazioni figura la creazione di una cabina di regia nazionale sull’emergenza caldo, con il coinvolgimento di Stato, Regioni ed enti locali, allo scopo di coordinare prevenzione, interventi territoriali e assistenza.

Il piano indica inoltre uno stanziamento di circa 500 milioni di euro nel triennio 2027-2029 per le politiche di adattamento climatico. Le risorse, secondo la proposta, dovrebbero arrivare da una quota dei proventi del sistema europeo Ets, il meccanismo di scambio delle quote di emissione.

Verde urbano e il riferimento a Medellín

Uno degli assi del Piano Caldo riguarda la riorganizzazione degli spazi urbani. Il Pd propone corridoi verdi, nuove piantumazioni e interventi di riqualificazione nelle zone più soggette alle isole di calore, con l’obiettivo di contenere le temperature e rendere le città più vivibili durante i periodi di caldo intenso.

Nel corso della presentazione è stato citato il caso di Medellín, in Colombia, dove programmi di riforestazione e infrastrutture verdi urbane hanno contribuito a ridurre le temperature locali. Il riferimento viene indicato come esempio di un modello che mette il verde al centro delle strategie di adattamento.

Scuole, case popolari e tutela dei cittadini più vulnerabili

Le proposte comprendono misure per favorire sistemi di raffrescamento nelle scuole e nell’edilizia residenziale pubblica, oltre a strumenti dedicati alla prevenzione e all’assistenza delle fasce vulnerabili della popolazione. L’impostazione mira a intervenire sia sull’emergenza sia sulla pianificazione di lungo periodo.

La presentazione del piano si inserisce nel confronto politico sulle conseguenze del cambiamento climatico e sulle modalità per affrontarle. Resta aperto il dibattito tra le forze del centrosinistra, in particolare sulle politiche energetiche e sul ruolo dei sistemi di climatizzazione. Il Pd punta a portare l’emergenza caldo tra le priorità dell’agenda istituzionale.

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Operazione capillare della polizia: locale sequestrato e 9 indagati per reati gravissimi https://www.business.it/operazione-capillare-della-polizia-locale-sequestrato-e-9-indagati-per-reati-gravissimi/ Thu, 30 Jul 2026 17:41:35 +0000 https://www.business.it/?p=157590 Dalle prime ore di questa mattina oltre 50 agenti della Polizia di Stato e militari della Guardia di Finanza sono impegnati in un’operazione condotta tra le province di Brescia, Mantova, Verona e Alessandria. I provvedimenti riguardano nove persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere finalizzata alla gestione di una presunta casa di prostituzione… Read More »Operazione capillare della polizia: locale sequestrato e 9 indagati per reati gravissimi

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Dalle prime ore di questa mattina oltre 50 agenti della Polizia di Stato e militari della Guardia di Finanza sono impegnati in un’operazione condotta tra le province di Brescia, Mantova, Verona e Alessandria. I provvedimenti riguardano nove persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere finalizzata alla gestione di una presunta casa di prostituzione e al reclutamento, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Per due indagati sono stati disposti gli arresti domiciliari, mentre agli altri sette è stato imposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Al centro dell’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Brescia, c’è un locale di Lonato del Garda, sottoposto a sequestro preventivo. Le indagini, svolte dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Mobile della Guardia di Finanza di Desenzano del Garda anche attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, si sono concentrate sul periodo compreso tra febbraio e ottobre 2024.

Secondo l’ipotesi investigativa, dietro due enti formalmente non commerciali sarebbe stata nascosta una vera e propria attività imprenditoriale. Le strutture sarebbero state utilizzate anche per reimpiegare i profitti ottenuti dall’attività illecita tra il 2021 e il 2024. Alcuni degli indagati devono inoltre rispondere di truffa ai danni dello Stato e di violazioni fiscali relative alle imposte sui redditi e all’Iva.

Gli inquirenti ritengono che l’attività sia proseguita anche dopo la convocazione degli indagati per l’interrogatorio preventivo, attraverso la modifica della ragione sociale del locale. Da qui la decisione dell’autorità giudiziaria di applicare le misure cautelari personali e patrimoniali. Le accuse dovranno comunque essere verificate nel corso del procedimento: la responsabilità degli indagati potrà essere accertata definitivamente soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.

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Marco Rizzo messo in minoranza per gli elogi a Vannacci: lascia Democrazia Sovrana Popolare e lancia “L’Italia del domani” https://www.business.it/marco-rizzo-messo-in-minoranza-per-gli-elogi-a-vannacci-lascia-democrazia-sovrana-popolare-e-lancia-8220-l-8217-italia-del-domani-8221/ Thu, 30 Jul 2026 17:09:28 +0000 https://www.business.it/?p=157585 C’è un nuovo capitolo nella lunga scia di terremoti politici innescati da Roberto Vannacci. Il generale, con il suo partito Futuro Nazionale in piena ascesa nei sondaggi, non sta agitando soltanto il centrodestra: l’ultima vittima illustre del suo magnetismo politico è Marco Rizzo, volto storico del comunismo italiano ed ex parlamentare di Rifondazione, appena messo… Read More »Marco Rizzo messo in minoranza per gli elogi a Vannacci: lascia Democrazia Sovrana Popolare e lancia “L’Italia del domani”

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C’è un nuovo capitolo nella lunga scia di terremoti politici innescati da Roberto Vannacci. Il generale, con il suo partito Futuro Nazionale in piena ascesa nei sondaggi, non sta agitando soltanto il centrodestra: l’ultima vittima illustre del suo magnetismo politico è Marco Rizzo, volto storico del comunismo italiano ed ex parlamentare di Rifondazione, appena messo in minoranza da Democrazia Sovrana Popolare, il partito che lui stesso aveva fondato e guidato come coordinatore.

Il motivo della rottura è tanto semplice quanto clamoroso: gli elogi ripetuti a Vannacci. Frasi come “un generale che dice no alla guerra mi piace” hanno fatto infuriare una parte consistente degli iscritti, che al congresso della scorsa settimana hanno voltato le spalle al fondatore. E Rizzo, dal canto suo, ha risposto con un gesto eloquente: al congresso non si è nemmeno presentato.

La resa dei conti: 500 iscritti a Roma e la richiesta di dimissioni

Marco Rizzo messo in minoranza da Democrazia Sovrana Popolare per gli apprezzamenti a Roberto Vannacci annuncia un nuovo partito

Lo strappo si è formalizzato domenica scorsa nella Capitale, dove il presidente del partito Francesco Toscano ha riunito circa 500 iscritti. Dall’assemblea è arrivata una linea durissima: Rizzo deve presentare le dimissioni ufficiali da coordinatore. E non è tutto: Toscano ha invitato a farsi da parte anche chiunque, dentro il movimento, stia accarezzando l’idea di seguire l’ex leader nella sua prossima avventura.

C’è chi, maliziosamente, parla di “scissione dell’atomo”, ricordando che alle ultime politiche Democrazia Sovrana Popolare si era fermata all’1,2%. Ma i numeri, in questa storia, contano meno del segnale politico: il fenomeno Vannacci è ormai capace di spaccare qualsiasi cosa tocchi, dal centrodestra tradizionale fino al sovranismo di matrice comunista.

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“L’Italia del domani”: il manifesto su YouTube che annuncia il nuovo partito

Ma chi pensava a un Rizzo in ritirata dovrà ricredersi. L’ex deputato ha già svelato le sue carte pubblicando sul proprio canale YouTube “Il manifesto politico di Marco Rizzo”, un documento che profuma inequivocabilmente di nuovo progetto: “Noi dobbiamo impegnarci per l’Italia del domani. L’Italia del domani è uno slogan che però può anche contenere l’idea di un partito”. Più chiaro di così: la nuova creatura politica è in cantiere, e il nome potrebbe essere già scritto.

Inevitabile la domanda delle domande: la futura formazione di Rizzo potrebbe finire alleata di Vannacci? La risposta dell’interessato è un colpo da maestro dell’ambiguità: “Vedremo”. Nessuna chiusura, nessuna conferma. Ma la porta, evidentemente, resta spalancata.

La sterzata sulla remigrazione: “Chi è favorevole alla migrazione vota Pd”

A rendere ancora più esplicita la traiettoria dell’ex comunista è arrivata la risposta sul tema più divisivo dell’agenda vannacciana, la “remigrazione”: “Se sono d’accordo? Sì e no. Se uno è favorevole alla migrazione vota Pd, io penso che l’Italia sia degli italiani”. Una dichiarazione che segna una distanza ormai siderale dalla sinistra tradizionale e un avvicinamento sempre più netto ai temi identitari del fronte sovranista.

Il mosaico, tessera dopo tessera, si compone: mentre Futuro Nazionale cresce nei sondaggi e preoccupa i partiti di governo, attorno al generale inizia a formarsi una costellazione di potenziali alleati. E la parabola di Marco Rizzo, dal comunismo ortodosso al “vedremo” rivolto a un ex militare, resta l’immagine più potente di una politica italiana in cui gli schemi di ieri non esistono più. La prossima mossa, ora, spetta a lui.

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Maltempo, allerta meteo micidiale: temporali e afa. Le zone più a rischio https://www.business.it/maltempo-allerta-meteo-micidiale-temporali-e-afa-le-zone-piu-a-rischio/ Thu, 30 Jul 2026 16:25:25 +0000 https://www.business.it/?p=157582 L’Italia si appresta a vivere ore estremamente delicate sul fronte meteorologico, stretta nella morsa di una doppia emergenza che oscilla tra il caldo record e il rischio improvviso di eventi estremi. Per la giornata di domani, venerdì 31 luglio, la Protezione civile ha diramato un avviso di allerta meteo gialla per temporali sull’Alto Adige. Non… Read More »Maltempo, allerta meteo micidiale: temporali e afa. Le zone più a rischio

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L’Italia si appresta a vivere ore estremamente delicate sul fronte meteorologico, stretta nella morsa di una doppia emergenza che oscilla tra il caldo record e il rischio improvviso di eventi estremi. Per la giornata di domani, venerdì 31 luglio, la Protezione civile ha diramato un avviso di allerta meteo gialla per temporali sull’Alto Adige. Non è, tuttavia, l’unica allerta per domani: ne è stata dichiarata una per temperature elevate, valida su tutto il territorio del Trentino fino alla mezzanotte. Le previsioni indicano infatti l’afflusso di calde correnti occidentali che determineranno condizioni di forte caldo, con temperature massime localmente superiori ai 35-37 gradi nei fondovalle più bassi e minime in aumento, che tra oggi e sabato potranno rimanere oltre i 20 gradi anche a quote medie, dando luogo alle cosiddette “notti tropicali”. Nel pomeriggio la probabilità di rovesci, anche intensi, è prevista in aumento.

Sul sito della Protezione civile troviamo, come ogni giorno, il bollettino di criticità con le allerte meteo. Per la giornata di venerdì 31 luglio l’allerta meteo gialla per temporali riguarda tutta la Provincia Autonoma di Bolzano. Una situazione di incertezza che impone la massima attenzione anche nelle vallate limitrofe.

L’allarme in Trentino e la mappa delle città a rischio

L’ondata di calore non risparmia i territori vicini, costringendo le autorità locali ad adottare misure preventive per tutelare i cittadini più fragili. La Protezione civile del Trentino ha emesso anche un’allerta ordinaria (gialla) per temperature elevate, valida su tutto il territorio provinciale fino alla mezzanotte di domani. A partire dal primo pomeriggio di oggi, giovedì 30 luglio – precisa la Provincia in una nota – è possibile un aumento delle criticità legate al caldo intenso, in particolare per il rischio di disidratazione e colpo di calore. Nel pomeriggio e in serata di oggi non si esclude lo sviluppo di isolati temporali quasi stazionari, mentre da domani pomeriggio la probabilità di rovesci, anche intensi, è prevista in aumento.

Continua l’ondata di caldo sull’Italia, la quarta di questa estate, complice il ritorno dell’anticiclone africano sul Belpaese che porterà le temperature a toccare quota 40 gradi. Per la giornata di domani, venerdì 31 luglio, 12 città sono da bollino arancione (Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Pescara, Trieste, Venezia e Verona) e altre 11 – e cioè Bolzano, Campobasso, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Latina, Perugia, Rieti, Roma, Torino e Viterbo – saranno da bollino rosso.

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“Mai successo prima”. Sondaggi, i numeri che cambiano tutto: colpo di scena https://www.business.it/mai-successo-prima-sondaggi-i-numeri-che-cambiano-tutto-colpo-di-scena/ Thu, 30 Jul 2026 13:34:31 +0000 https://www.business.it/?p=157566 La partita verso le elezioni politiche del 2027 è già entrata nel vivo, tra riforme elettorali, alleanze da definire e una domanda che attraversa il centrosinistra: chi potrà guidare il campo largo? Un sondaggio di Lab21, diffuso il 23 luglio, indica un vantaggio netto per Giuseppe Conte nella preferenza degli intervistati. Un dato che riporta… Read More »“Mai successo prima”. Sondaggi, i numeri che cambiano tutto: colpo di scena

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La partita verso le elezioni politiche del 2027 è già entrata nel vivo, tra riforme elettorali, alleanze da definire e una domanda che attraversa il centrosinistra: chi potrà guidare il campo largo? Un sondaggio di Lab21, diffuso il 23 luglio, indica un vantaggio netto per Giuseppe Conte nella preferenza degli intervistati. Un dato che riporta al centro il presidente del Movimento 5 Stelle e riapre il confronto sulla leadership progressista.

Camera, via libera alla detenzione domiciliare per i percorsi di recupero

Nel frattempo, l’attività parlamentare ha registrato l’approvazione alla Camera del disegno di legge sulla detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che decidano di intraprendere un programma di recupero. Il testo era già stato approvato dal Senato.

Il provvedimento ha ottenuto 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni. La maggioranza ha sostenuto compatta il testo, mentre diverse forze di opposizione hanno scelto l’astensione: una posizione motivata dalla condivisione dell’impianto generale, pur in presenza di rilievi su alcuni aspetti della norma.

Legge elettorale, il confronto sul cosiddetto Melonellum

Uno dei dossier più rilevanti per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni resta la riforma della legge elettorale, indicata nel dibattito politico come Melonellum o Stabilicum. Dopo il passaggio a Montecitorio, il testo è atteso al Senato.

La discussione sulle regole di voto si intreccia con quella sulle future coalizioni. Le modifiche al sistema elettorale potrebbero infatti incidere in modo significativo sulla composizione delle Camere e, di conseguenza, sulle strategie con cui i partiti guardano alla prossima legislatura.

Centrodestra e il possibile ruolo di Roberto Vannacci

Nel centrodestra l’attenzione è rivolta anche a Roberto Vannacci e all’ipotesi di un ingresso di Futuro Nazionale, il movimento fondato dal generale, nella coalizione. La scelta di includere o meno questa realtà viene considerata uno dei passaggi che potrebbero influire sugli equilibri interni alla maggioranza.

Secondo le simulazioni elettorali richiamate nel dibattito, un centrodestra allargato a Futuro Nazionale, con l’attuale Rosatellum, disporrebbe alla Camera di una maggioranza contenuta. Nello scenario delineato con lo Stabilicum, invece, il margine risulterebbe più ampio. Anche al Senato, le proiezioni indicano una differenza tra un possibile equilibrio incerto e una maggioranza più solida.

Sondaggio Lab21: Giuseppe Conte davanti a Elly Schlein

Sul versante opposto, il principale interrogativo riguarda il nome destinato a rappresentare il centrosinistra. Nel confronto tra Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, e altre possibili figure della coalizione, il sondaggio Lab21 assegna la prima posizione a Giuseppe Conte.

Il presidente del Movimento 5 Stelle raccoglierebbe il 50,2% delle preferenze espresse dagli intervistati. Schlein si attesterebbe al 20,4%, con uno scarto rilevante rispetto all’ex presidente del Consiglio, che ha guidato prima il governo sostenuto da M5S e Lega e poi l’esecutivo formato da M5S e Pd.

Gli altri nomi nella rilevazione sul centrosinistra

La rilevazione segnala anche il risultato di Alessandro Onorato, assessore di Roma Capitale con deleghe ai Grandi Eventi, allo Sport, al Turismo e alla Moda, indicato dall’11,9% degli intervistati. Seguono il leader di Italia Viva Matteo Renzi, al 10,2%, e l’esponente di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni, al 4,2%.

I dati non definiscono una candidatura, ma fotografano le preferenze rilevate in questa fase e mostrano una gerarchia potenzialmente diversa dal peso elettorale delle singole forze politiche. Resta aperto il confronto sia sul candidato alla guida della coalizione sia sul perimetro dell’alleanza.

Campo largo, alleanze e programma verso il 2027

Il progetto del campo largo coinvolge Pd, Movimento 5 Stelle e Avs, mentre restano da chiarire il programma comune e il rapporto con le forze centriste. La leadership costituisce uno dei nodi centrali, insieme alla definizione delle intese nei territori e a livello nazionale.

Da una parte, dunque, il centrodestra è chiamato a consolidare la propria coalizione; dall’altra, il centrosinistra deve sciogliere il tema della guida politica. In attesa dell’evoluzione della riforma elettorale e delle decisioni sulle alleanze, sono questi i due fronti sui quali si concentrerà il confronto in vista del 2027.

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Nvidia valuta una garanzia da 250 miliardi per OpenAI: il gruppo di Jensen Huang è diventato un’infrastruttura globale https://www.business.it/nvidia-valuta-una-garanzia-da-250-miliardi-per-openai-il-gruppo-di-jensen-huang-e-diventato-uninfrastruttura-globale/ Wed, 29 Jul 2026 12:41:38 +0000 https://www.business.it/?p=157511 Non è ancora un accordo concluso, ma la dimensione dell’operazione basta a spiegare perché la notizia abbia attraversato immediatamente i mercati. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Nvidia starebbe discutendo una garanzia finanziaria nell’ordine dei 250 miliardi di dollari a favore di OpenAI, la società che sviluppa ChatGPT. Il sostegno servirebbe a consentire al… Read More »Nvidia valuta una garanzia da 250 miliardi per OpenAI: il gruppo di Jensen Huang è diventato un’infrastruttura globale

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Non è ancora un accordo concluso, ma la dimensione dell’operazione basta a spiegare perché la notizia abbia attraversato immediatamente i mercati. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Nvidia starebbe discutendo una garanzia finanziaria nell’ordine dei 250 miliardi di dollari a favore di OpenAI, la società che sviluppa ChatGPT.

Il sostegno servirebbe a consentire al gruppo guidato da Sam Altman di affittare un grande complesso di data center da 10 gigawatt che SB Energy, controllata energetica del gruppo giapponese SoftBank, sta sviluppando nel sud dell’Ohio.

Il costo complessivo dell’infrastruttura potrebbe superare i 500 miliardi di dollari, includendo i processori necessari a equipaggiarla. La garanzia coprirebbe soprattutto il contratto di locazione e il debito raccolto per costruire il sito, mentre l’acquisto dei chip resterebbe fuori da questo primo perimetro.

Sul tavolo vi sarebbe anche una seconda possibile operazione, fino a 350 miliardi di dollari, destinata proprio al finanziamento dell’hardware Nvidia. La prima fase del progetto, con una capacità di circa 800 megawatt, sarebbe attesa nel 2028. Al momento, tuttavia, non è stato annunciato alcun accordo definitivo.

Una garanzia, non un assegno da 250 miliardi

Il punto centrale è comprendere la natura dell’operazione. Nvidia non verserebbe necessariamente 250 miliardi di dollari nelle casse di OpenAI. Metterebbe invece la propria solidità finanziaria a garanzia degli impegni assunti dal cliente.

Per banche e investitori, la presenza del gruppo di Santa Clara ridurrebbe il rischio dell’operazione e potrebbe consentire ai soggetti coinvolti di raccogliere capitale a condizioni più favorevoli. La garanzia funzionerebbe quindi come una protezione nel caso in cui OpenAI non riuscisse a rispettare gli impegni contrattuali.

Per Nvidia il vantaggio sarebbe altrettanto evidente. Sostenere la realizzazione del data center significherebbe assicurarsi una domanda pluriennale per GPU, sistemi di rete, software e servizi. È il passaggio da semplice fornitore a regista finanziario dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale.

Il produttore dell’infrastruttura tecnologica potrebbe così diventare anche il soggetto che rende economicamente possibile costruirla.

Che cos’è realmente Nvidia

Nata nel 1993 come società specializzata nella grafica per videogiochi, Nvidia ha costruito la propria fortuna sulla GPU, il processore capace di eseguire in parallelo enormi quantità di calcoli.

Questa caratteristica, inizialmente utilizzata per generare immagini tridimensionali sempre più complesse, si è rivelata ideale per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale. Le operazioni necessarie per elaborare miliardi di parametri possono infatti essere distribuite tra migliaia di unità di calcolo, riducendo drasticamente i tempi rispetto ai processori tradizionali.

Oggi, tuttavia, definire Nvidia una semplice azienda di chip è riduttivo. Il gruppo progetta GPU, CPU, processori per la gestione dei dati, sistemi di interconnessione, apparati di rete e interi rack destinati ai data center. A questi prodotti aggiunge software, librerie per gli sviluppatori, strumenti per le imprese, modelli di intelligenza artificiale e servizi cloud.

L’obiettivo è offrire una piattaforma completa nella quale hardware, reti e software siano progettati insieme. Nvidia non vende più soltanto un processore: vende l’architettura sulla quale costruire una moderna infrastruttura di calcolo.

I numeri mostrano la portata della trasformazione. Nell’esercizio fiscale 2026 il gruppo ha registrato ricavi per 215,9 miliardi di dollari. Nel primo trimestre dell’esercizio 2027 il fatturato ha raggiunto 81,6 miliardi, dei quali 75,2 miliardi provenienti dai data center.

Più di nove dollari su dieci arrivano ormai dall’infrastruttura che alimenta l’intelligenza artificiale, il cloud e il calcolo ad alte prestazioni. Alla fine di luglio 2026 la capitalizzazione di Borsa della società rimane nell’ordine dei 4.800 miliardi di dollari.

CUDA, il vantaggio competitivo che non si vede

Il potere commerciale di Nvidia non dipende soltanto dalla velocità dei suoi processori. Il suo principale vantaggio si chiama CUDA, la piattaforma software introdotta nel 2006 per permettere agli sviluppatori di utilizzare le GPU anche per operazioni diverse dalla grafica.

Nel tempo CUDA è diventata uno degli standard operativi dell’intelligenza artificiale moderna. Milioni di programmatori, università, laboratori e imprese hanno costruito applicazioni attorno a questo ambiente.

Cambiare fornitore, di conseguenza, non significa sostituire soltanto un componente. Può richiedere l’adattamento del software, la modifica delle librerie, la revisione dei flussi di lavoro e la rinuncia a strumenti già collaudati.

I concorrenti possono realizzare chip più economici o più efficienti in determinate attività, ma devono confrontarsi con una piattaforma globale utilizzata da oltre 7,5 milioni di sviluppatori. È questo ecosistema a creare costi di sostituzione elevati e a consolidare il vantaggio di Nvidia.

Il gruppo vende, in sostanza, il motore, il sistema operativo e una parte della rete sulla quale viaggia l’intelligenza artificiale.

Jensen Huang, il fondatore ancora al comando

Al centro di questa trasformazione c’è Jensen Huang, cofondatore, presidente e amministratore delegato di Nvidia dalla nascita dell’azienda.

Prima di fondare il gruppo aveva lavorato in LSI Logic e AMD. La sua formazione è quella di un ingegnere elettronico, con una laurea conseguita alla Oregon State University e un master alla Stanford University.

Huang ha accompagnato Nvidia dalla grafica tridimensionale al calcolo accelerato, poi dal gaming ai supercomputer e alle cosiddette “fabbriche dell’intelligenza artificiale”. La sua intuizione strategica è stata considerare il data center, e non più il singolo computer, come la vera unità di calcolo.

Da questa visione deriva la scelta di progettare insieme chip, reti, software e sistemi completi. Una strategia che ha permesso all’azienda di passare dalla vendita di singoli componenti alla gestione di un’intera piattaforma industriale.

Oggi Huang tratta non soltanto con i clienti tecnologici, ma anche con governi, fondi sovrani, operatori energetici e grandi istituzioni finanziarie. La vicenda dell’Ohio mostra quanto il ruolo del CEO si sia spostato dalla tecnologia alla politica industriale globale.

Quando un chip diventa uno strumento geopolitico

I processori più avanzati determinano la capacità di addestrare modelli potenti, sviluppare nuovi farmaci, automatizzare le fabbriche, progettare sistemi militari e gestire infrastrutture critiche. Per questa ragione le GPU di fascia alta sono diventate beni strategici, sottoposti ai controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti.

Il rapporto con la Cina è il caso più evidente. Le restrizioni introdotte da Washington hanno limitato la possibilità di vendere i prodotti più avanzati sul mercato cinese e hanno già provocato costi miliardari per Nvidia.

Nelle previsioni relative al secondo trimestre fiscale 2027, la società non ha incluso alcun ricavo proveniente dal mercato cinese del calcolo per data center. Una decisione politica si traduce così direttamente in fatturato, margini, progettazione dei prodotti e posizione competitiva.

Contemporaneamente, sempre più governi vogliono sviluppare una propria “IA sovrana”, mantenendo sul territorio nazionale dati, modelli e capacità di calcolo. Nvidia diventa quindi fornitore non soltanto delle Big Tech, ma anche degli Stati.

Secondo le ricostruzioni disponibili, nel progetto dell’Ohio si intreccerebbero energia sottoposta al controllo federale, infrastrutture realizzate su terreni pubblici e privati e capitali provenienti dal Giappone. È la dimostrazione che la nuova infrastruttura digitale è ormai una questione di sicurezza economica e nazionale.

Il paradosso della catena produttiva

Nvidia progetta i propri sistemi ma non possiede una rete di grandi fabbriche paragonabile a quella dei produttori integrati. Il suo modello è definito fabless: la società concentra le risorse sulla progettazione e affida la produzione materiale a partner esterni.

I wafer vengono realizzati da aziende come TSMC e Samsung. Le memorie avanzate provengono da SK Hynix, Micron e Samsung, mentre assemblaggio e packaging sono affidati a una catena produttiva concentrata in larga parte in Asia.

Questa struttura permette a Nvidia di investire enormi risorse nella ricerca senza sostenere direttamente tutti i costi degli impianti. Allo stesso tempo crea una dipendenza strategica da Taiwan, Corea del Sud e dalle tecnologie di confezionamento più avanzate.

Nvidia è quindi una delle società più potenti del mondo, ma la sua capacità di consegnare prodotti rimane legata a una filiera internazionale esposta a tensioni geopolitiche, carenze di componenti e colli di bottiglia industriali.

Per Washington, rafforzare la produzione negli Stati Uniti non è soltanto una politica per l’occupazione. È un modo per ridurre la vulnerabilità dell’intera economia digitale.

Il rischio della finanza circolare

La possibile garanzia a OpenAI apre però una questione delicata. Quando un fornitore finanzia o garantisce i clienti che acquistano i suoi prodotti, il confine tra domanda autonoma e domanda sostenuta dallo stesso ecosistema diventa meno netto.

Nvidia ha già investito miliardi in società dell’intelligenza artificiale e fondi infrastrutturali. Ha inoltre partecipato con 30 miliardi di dollari al finanziamento di OpenAI annunciato nel febbraio 2026 e ha dichiarato un’esposizione massima di 3,5 miliardi per garanzie relative a strutture destinate ai propri partner.

Una garanzia da 250 miliardi rappresenterebbe quindi un salto di scala senza precedenti. Potrebbe accelerare la costruzione dell’infrastruttura e consolidare la leadership di Nvidia, ma aumenterebbe anche il legame tra il bilancio del fornitore e la capacità dei clienti di ripagare investimenti giganteschi.

OpenAI continua a crescere, ma rimane una società privata non ancora profittevole e impegnata in programmi di spesa estremamente elevati. Il rischio è che una parte della domanda di chip venga sostenuta finanziariamente proprio dal soggetto che quei chip deve venderli.

Il calo di circa il 5% registrato dal titolo Nvidia dopo la diffusione della notizia non mette necessariamente in dubbio la domanda di capacità di calcolo. Segnala piuttosto il quesito che attraversa Wall Street: fino a quale punto Nvidia deve utilizzare la propria forza finanziaria per sostenere chi acquista i suoi prodotti?

Il tassello fondamentale del nuovo puzzle economico

Nvidia si trova oggi nel punto di incontro tra più industrie. Ogni nuova “fabbrica di intelligenza artificiale” richiede processori, memorie, reti, software, energia, raffreddamento, immobili, credito e autorizzazioni pubbliche.

Il gruppo di Jensen Huang controlla la componente tecnologica più preziosa e, attraverso investimenti, partnership e garanzie, tende sempre più a coordinare anche le altre.

Gli ordini di GPU alimentano investimenti nelle fonderie asiatiche, nella memoria avanzata, nei sistemi elettrici, nella costruzione di data center e nella generazione di energia. Le decisioni di Nvidia influenzano i bilanci delle Big Tech, le strategie industriali dei governi e le aspettative dei mercati finanziari.

La trattativa sull’Ohio, qualora arrivasse a conclusione, segnerebbe un passaggio ulteriore: Nvidia non si limiterebbe a vendere capacità di calcolo, ma contribuirebbe a garantire il capitale necessario per crearne la domanda.

È questa la ragione per cui il gruppo è diventato un tassello fondamentale del puzzle economico globale. Ma la stessa centralità che ne costituisce la forza può trasformarsi in un rischio sistemico: più l’ecosistema dell’intelligenza artificiale dipende da Nvidia, più ogni errore di investimento, blocco produttivo o scontro geopolitico può propagarsi ben oltre il settore dei semiconduttori

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“Lui come nuovo ct”. Italia, clamoroso dopo il caso Pirlo: il nome che spiazza tutti https://www.business.it/8220-lui-come-nuovo-ct-8221-italia-clamoroso-dopo-il-caso-pirlo-il-nome-che-spiazza-tutti/ Mon, 27 Jul 2026 16:06:43 +0000 https://www.business.it/?p=157422 La ricerca del nuovo commissario tecnico della Nazionale entra in una fase decisiva. Dopo la frenata sulla candidatura di Andrea Pirlo, la Federazione cerca un nome in grado di ricomporre le tensioni interne e dare continuità al progetto di rinnovamento immaginato per il futuro del calcio italiano. Sul tavolo della FIGC spunta così una nuova… Read More »“Lui come nuovo ct”. Italia, clamoroso dopo il caso Pirlo: il nome che spiazza tutti

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La ricerca del nuovo commissario tecnico della Nazionale entra in una fase decisiva. Dopo la frenata sulla candidatura di Andrea Pirlo, la Federazione cerca un nome in grado di ricomporre le tensioni interne e dare continuità al progetto di rinnovamento immaginato per il futuro del calcio italiano.

Sul tavolo della FIGC spunta così una nuova ipotesi, con l’obiettivo di evitare una frattura definitiva e scongiurare possibili dimissioni dei dirigenti coinvolti nel progetto. La scelta del prossimo allenatore degli azzurri è diventata infatti un passaggio fondamentale anche per il percorso di riforme sostenuto dal presidente del Coni Giovanni Malagò.

Il profilo individuato sarebbe quello di Thiago Motta, ex allenatore della Juventus, considerato vicino all’identikit tracciato da Paolo Maldini e Leonardo. Un tecnico giovane, moderno e abituato a lavorare con i calciatori emergenti, caratteristiche ritenute centrali per il nuovo corso della Nazionale.

A favore di Motta ci sarebbe anche la conoscenza dell’ambiente di Coverciano e del calcio italiano. Dopo le esperienze in panchina con diversi club di Serie A, l’allenatore potrebbe rappresentare una soluzione capace di unire innovazione e conoscenza del sistema azzurro.

Restano invece fuori dalla corsa i nomi di Antonio Conte e Roberto Mancini, due profili più esperti ma considerati meno in linea con la volontà di puntare su un progetto rivolto ai giovani e alla costruzione di una squadra con prospettiva futura.

La candidatura di Thiago Motta arriva in un momento particolarmente delicato. Maldini e Leonardo avrebbero infatti chiesto chiarimenti a Malagò dopo la rinuncia a Pirlo, valutando anche la possibilità di lasciare i rispettivi incarichi qualora non venisse trovata una soluzione condivisa.

Dopo una giornata di intensi contatti e colloqui telefonici, però, una decisione definitiva non è ancora stata comunicata. La sensazione è che le parti stiano lavorando per trovare un punto d’incontro e ricucire una situazione diventata complessa.

L’obiettivo della Federazione sarebbe quello di evitare una rottura che rischierebbe di indebolire il nuovo progetto tecnico ancora prima della sua partenza. Anche il ministro dello Sport Andrea Abodi aveva definito necessario evitare una situazione negativa per tutto il movimento calcistico italiano.

La scelta del nuovo ct resta quindi al centro delle trattative, con Thiago Motta che emerge come possibile soluzione di compromesso tra esigenze tecniche e politiche. Nelle prossime ore saranno decisivi i confronti tra i vertici federali per capire se il suo nome riuscirà davvero a mettere tutti d’accordo.

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Andy Burnham, dal laboratorio di Manchester a Downing Street: chi è il nuovo primo ministro britannico https://www.business.it/andy-burnham-dal-laboratorio-di-manchester-a-downing-street-chi-e-il-nuovo-primo-ministro-britannico/ Mon, 27 Jul 2026 05:21:16 +0000 https://www.business.it/?p=157389 Andy Burnham è diventato primo ministro del Regno Unito il 20 luglio 2026, prendendo il posto di Keir Starmer senza il passaggio di una nuova elezione generale. Nel sistema parlamentare britannico la procedura è pienamente legittima: chi guida il partito che dispone della maggioranza alla Camera dei Comuni può ricevere dal sovrano l’incarico di formare… Read More »Andy Burnham, dal laboratorio di Manchester a Downing Street: chi è il nuovo primo ministro britannico

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Andy Burnham è diventato primo ministro del Regno Unito il 20 luglio 2026, prendendo il posto di Keir Starmer senza il passaggio di una nuova elezione generale. Nel sistema parlamentare britannico la procedura è pienamente legittima: chi guida il partito che dispone della maggioranza alla Camera dei Comuni può ricevere dal sovrano l’incarico di formare il governo. Politicamente, però, il cambio racconta una crisi molto più profonda. Labour aveva vinto nel 2024 promettendo di restituire stabilità al Paese; appena due anni dopo ha dovuto sostituire il proprio leader, consegnando al Regno Unito il settimo primo ministro nell’arco di un decennio. 

La caduta di Starmer era maturata dopo mesi di difficoltà, inversioni di rotta e risultati elettorali negativi. Le pesanti perdite subite dai laburisti nelle amministrative inglesi e nelle elezioni in Scozia e Galles del maggio 2026 avevano favorito Reform UK e rafforzato il dubbio che Starmer non fosse più in grado di condurre il partito fino al voto previsto nel 2029. Le dimissioni di esponenti di primo piano, tra cui Wes Streeting e John Healey, avevano poi trasformato una crisi di consenso in una vera crisi di comando. 

Perché i laburisti hanno scelto proprio Burnham

Il passaggio decisivo è arrivato a Makerfield, collegio dell’Inghilterra nord-occidentale nel quale Burnham è tornato alla Camera dei Comuni. Alle elezioni suppletive del 18 giugno ha conquistato il 54,8 per cento dei voti, contro il 34,5 per cento del candidato di Reform UK, ottenendo una maggioranza di 9.231 preferenze. Per i deputati laburisti si è trattato di una prova concreta: Burnham appariva in grado di battere il partito di Nigel Farage proprio nelle comunità industriali e post-industriali che da anni si sentono trascurate da Westminster. 

La successiva elezione interna è stata quasi plebiscitaria. Alla chiusura delle nomine parlamentari Burnham aveva raccolto 379 sostegni, mentre Catherine West ne aveva ottenuto uno soltanto. Essendo l’unico candidato a superare la soglia necessaria, è diventato leader laburista senza un voto esteso agli iscritti. Non è stato quindi scelto direttamente dagli elettori britannici per guidare il Paese: è stato indicato dal gruppo parlamentare come la figura ritenuta più capace di conservare la maggioranza, ricostruire l’unità interna e impedire a Reform UK di trasformare la protesta in una credibile alternativa di governo. 

La sua forza deriva anche da un profilo difficilmente riconducibile a una sola corrente. Burnham è un laburista di lungo corso, già ministro della Cultura, della Sanità e segretario capo del Tesoro nei governi precedenti al 2010. Non propone una rottura sul modello della sinistra radicale, ma neppure una semplice prosecuzione del centrismo tecnocratico associato all’esperienza di Starmer. La sua formula può essere definita come un interventismo socialdemocratico e territoriale: servizi pubblici visibili, investimenti nelle comunità, maggiore controllo sulle infrastrutture essenziali e trasferimento di poteri fuori da Londra. 

Manchester come laboratorio politico

Per comprendere il nuovo primo ministro bisogna guardare ai nove anni trascorsi alla guida della Grande Manchester. Eletto sindaco nel 2017 e riconfermato nel 2021 e nel 2024, quando ottenne il 63 per cento dei consensi, Burnham ha guidato un’autorità metropolitana che riunisce dieci amministrazioni locali. Le competenze comprendevano trasporti, pianificazione, rigenerazione urbana, formazione professionale, politiche per il lavoro, polizia e vigili del fuoco, con un bilancio complessivo superiore a 3 miliardi di sterline. 

Il risultato più riconoscibile è la Bee Network. La Grande Manchester è stata la prima area inglese, fuori da Londra, a riportare dopo quasi quarant’anni gli autobus sotto un sistema di controllo pubblico locale. Gli operatori privati continuano a gestire materialmente molte linee, ma percorsi, frequenze, tariffe e standard vengono stabiliti dall’autorità pubblica. Il modello ha permesso di integrare autobus e tram, introdurre tetti tariffari e trasformare il trasporto in uno strumento della politica economica regionale, invece di considerarlo un servizio da affidare interamente alle decisioni del mercato. Nel febbraio 2025 la rete aveva già superato i 100 milioni di viaggi in autobus. 

Un secondo pilastro è stato il contrasto alla grave marginalità. Con i programmi A Bed Every Night e Housing First, Manchester ha cercato di offrire un alloggio e un sostegno personalizzato senza subordinare l’aiuto alla preventiva soluzione di dipendenze, problemi sanitari o disoccupazione. Housing First ha accompagnato centinaia di persone verso sistemazioni stabili. Il bilancio, tuttavia, non è privo di ombre: negli anni successivi le pressioni abitative e il fenomeno del sonno in strada hanno mostrato nuove criticità, confermando che l’innovazione locale non può compensare da sola la scarsità di case sociali, l’aumento degli affitti e le debolezze del welfare nazionale. 

Da questa esperienza nasce No 10 North, la nuova struttura aperta a Heron House, nel centro di Manchester. Burnham prevede di lavorarvi ogni settimana e ha riattivato il Consiglio economico nazionale, coinvolgendo anche i sindaci regionali nella definizione delle politiche per la crescita. Non è soltanto un gesto simbolico: il progetto punta a spostare una parte del potere economico da Westminster ai territori. La vera difficoltà sarà applicare un modello nato in una grande area urbana anche alle città minori, alle zone rurali e alle diverse nazioni che compongono il Regno Unito. 

Il nuovo gabinetto: unità dichiarata, discontinuità reale

La composizione del governo mostra il tentativo di unire esperienza e rottura. John Healey è stato nominato cancelliere dello Scacchiere, affidando il Tesoro a una figura che Burnham considera in grado di conciliare gli investimenti promessi con la necessità di mantenere credibilità sui conti pubblici. Ed Miliband è passato agli Esteri, portando nel nuovo incarico l’esperienza di un ex leader laburista e una marcata attenzione alle questioni climatiche e industriali. Louise Haigh è diventata first secretary of state e ministra del Cabinet Office: un incarico molto vicino, sul piano politico, a quello di vicepremier e centrale per il coordinamento dell’intero esecutivo. 

Yvette Cooper ha ricevuto il ministero della Sanità, mentre Angela Rayner è tornata al governo con la responsabilità della Casa, delle comunità e degli enti locali. Jonathan Reynolds guida il nuovo dipartimento per Imprese, innovazione, scienza e commercio. Wes Streeting, potenziale rivale nella corsa alla leadership e tra i protagonisti della crisi di Starmer, è stato incorporato come ministro della Difesa. Shabana Mahmood è rimasta all’Interno, segnalando continuità nella gestione di sicurezza e immigrazione. Miatta Fahnbulleh, nominata all’Energia e Net Zero, rappresenta invece il tentativo di legare la transizione verde alla riduzione delle bollette e alla rinascita industriale. 

Si tratta di un gabinetto composto da personalità provenienti da sensibilità differenti del Labour, ma non di un semplice governo di riconciliazione. L’uscita di Rachel Reeves, David Lammy, Peter Kyle, Liz Kendall e di altri esponenti vicini a Starmer dimostra che Burnham ha voluto prendere rapidamente il controllo dell’esecutivo. Il nuovo governo è quindi unitario nella propria architettura, ma di rottura nella distribuzione del potere: rivali e correnti differenti sono stati inclusi, purché disposti a riconoscere il nuovo baricentro politico. 

Le prime idee del governo Burnham

Nei primi giorni il nuovo premier ha scelto misure facilmente percepibili dai cittadini. Dal primo ottobre l’Iva sull’elettricità domestica sarà azzerata, con un risparmio stimato di circa 45 sterline annue sulla bolletta-tipo. Per l’esercizio finanziario in corso, l’intervento sarà finanziato cancellando il programma nazionale di identità digitale da 1,8 miliardi di sterline. Da gennaio 2027 entrerà in vigore un tetto di 2 sterline per le corse in autobus in Inghilterra. Dall’aprile successivo pub, circoli sociali e locali di musica dal vivo riceveranno invece un taglio del 20 per cento dell’imposta locale sulle attività commerciali, equivalente a circa 1.100 sterline per un pub medio. 

Il primo grande annuncio da Downing Street è stato inoltre uno stanziamento aggiuntivo di 340 milioni di sterline per contrastare il sonno in strada. La fase iniziale dovrebbe consentire di mettere a disposizione 1.200 abitazioni e un sostegno intensivo per almeno 3.000 persone. È la traduzione nazionale dell’approccio sperimentato a Manchester: prevenire una situazione di grave marginalità anziché pagarne per anni le conseguenze sulla sanità, sulla giustizia e sui servizi sociali. 

La visione economica è però più ampia delle singole misure. Burnham parla di “buona crescita in ogni codice postale”, reindustrializzazione, appalti pubblici orientati verso le imprese britanniche, collaborazione tra aziende e sindacati e intervento più deciso quando i mercati dell’energia, dell’acqua o degli altri servizi essenziali non producono risultati accettabili. Non è, almeno per ora, un programma di nazionalizzazioni generalizzate. È piuttosto il ritorno di uno Stato imprenditore e regolatore, disposto a orientare gli investimenti e a utilizzare la spesa pubblica per creare occupazione, competenze e filiere locali. 

Il problema sarà trovare le risorse. Alla riduzione delle bollette e agli interventi sociali dovranno aggiungersi gli investimenti nella casa, nelle infrastrutture, nella sanità e nella difesa. Il nuovo cancelliere dovrà quindi dimostrare che il cambio di indirizzo non comporterà un deterioramento dei conti pubblici, soprattutto in una fase nella quale Londra ha assunto nuovi e costosi impegni militari con gli alleati della Nato. 

Che cosa pensano gli Stati Uniti

Non esiste ancora una valutazione americana unitaria sul nuovo premier. La posizione pubblica più chiara è quella di Donald Trump, che inizialmente aveva reagito con freddezza. Prima dell’insediamento, il presidente statunitense aveva ammesso di conoscere poco Burnham, definendolo “estremamente liberal” e prevedendo che non avrebbe riaperto il Mare del Nord a nuove trivellazioni petrolifere. Energia e clima restano quindi un possibile punto di frizione, insieme alla guerra con l’Iran, alla regolazione tecnologica e alla preferenza annunciata da Londra per gli acquisti pubblici britannici. 

Il tono è cambiato dopo il primo colloquio telefonico. Trump ha definito il confronto “molto positivo” e ha annunciato un incontro in tempi non lontani. Burnham lo ha invitato a visitare Manchester e ha ribadito l’impegno britannico sulla difesa, sulla sicurezza e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il premier ha inoltre confermato gli impegni con la Nato, compreso l’obiettivo di portare la spesa militare al 3,5 per cento del Pil entro il 2035, e ha garantito la continuità del partenariato Aukus con Stati Uniti e Australia. 

La lettura più plausibile è che l’amministrazione Trump non consideri Burnham un alleato ideologicamente affine, ma un interlocutore pragmatico e pienamente inserito nell’architettura atlantica. Il rapporto potrebbe essere meno deferente di quanto il presidente americano preferirebbe: Burnham ha già dichiarato che contesterà pubblicamente la Casa Bianca quando lo riterrà necessario per difendere l’interesse britannico. Le differenze saranno probabilmente gestibili finché Londra manterrà gli impegni sulla difesa e sulla deterrenza, ma i dossier energetici, l’Iran e la tempistica dell’aumento della spesa militare potranno produrre tensioni concrete. 

La prova decisiva per il nuovo primo ministro

A Manchester Burnham poteva concentrare risorse e responsabilità su un territorio relativamente integrato. Da Downing Street deve invece governare un Paese segnato da profonde differenze economiche, sociali e costituzionali. Dovrà finanziare contemporaneamente politiche sociali, infrastrutture e difesa, senza disporre, almeno per ora, di un mandato elettorale personale. Il premier ha escluso elezioni anticipate prima del 2029, sostenendo di voler attuare il programma con cui Labour ha vinto nel 2024. 

Burnham è stato scelto perché offriva ai laburisti l’uscita più rapida dalla crisi e la migliore difesa disponibile contro Reform UK. La sua popolarità, tuttavia, non sarà sufficiente. Per consolidarsi dovrà dimostrare che il “metodo Manchester” — potere locale, servizi pubblici visibili, intervento economico e linguaggio diretto — può diventare un metodo valido per l’intero Regno Unito. In caso contrario, anche la sua premiership rischierebbe di esser

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Partiti, quanto spendono in affitto: dal più ricco (il PD) al più povero https://www.business.it/partiti-quanto-spendono-in-affitto-dal-piu-ricco-il-pd-al-piu-povero/ Sun, 26 Jul 2026 08:48:29 +0000 https://www.business.it/?p=157351 Le sedi dei partiti restano luoghi centrali per l’organizzazione politica e per la loro riconoscibilità pubblica. Dai bilanci chiusi al 31 dicembre 2025 emerge però un divario rilevante nei costi sostenuti per gli uffici nazionali a Roma: il Partito Democratico risulta la forza che spende di più, mentre il Movimento 5 Stelle registra il canone… Read More »Partiti, quanto spendono in affitto: dal più ricco (il PD) al più povero

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Le sedi dei partiti restano luoghi centrali per l’organizzazione politica e per la loro riconoscibilità pubblica. Dai bilanci chiusi al 31 dicembre 2025 emerge però un divario rilevante nei costi sostenuti per gli uffici nazionali a Roma: il Partito Democratico risulta la forza che spende di più, mentre il Movimento 5 Stelle registra il canone mensile più basso tra i principali partiti esaminati.

Partiti politici italiani, quanto spendono in affitto per le sedi nazionali

Affitti delle sedi dei partiti: il Pd al primo posto

Secondo i dati riportati nelle relazioni finanziarie, il Pd versa per la sede del Nazareno circa 41.600 euro al mese, per una spesa annua prossima ai 500mila euro. La sede si trova nello storico palazzo del Collegio Nazareno, nel rione Trevi della Capitale.

Gli spazi interessati si estendono per circa 3.300 metri quadrati. Nella relazione gestionale sottoscritta dal tesoriere Michele Fina, il costo comprende anche le quote di ammortamento degli interventi effettuati sugli impianti termici ed elettrici degli uffici.

Forza Italia, canone in crescita per la sede di via in Lucina

Al secondo posto si colloca Forza Italia, con una spesa di 192.402 euro all’anno, pari a circa 16mila euro mensili. Il partito occupa circa 300 metri quadrati nella sede di via in Lucina, a breve distanza da Montecitorio.

Il dato risulta in aumento rispetto all’esercizio precedente: nel 2024 il canone mensile indicato era pari a 13.330 euro. La sede romana ha assunto particolare rilievo dopo il superamento della lunga esperienza di palazzo Grazioli, lasciato in via definitiva il 31 dicembre 2020.

Fratelli d’Italia e la sede storica di via della Scrofa

Fratelli d’Italia sostiene un costo annuo di 158.580 euro, corrispondente a circa 13mila euro al mese. Il canone riguarda i 200 metri quadrati della sede nazionale di via della Scrofa e non avrebbe subito variazioni rispetto al precedente bilancio.

I locali sono di proprietà della Fondazione di Alleanza Nazionale. L’edificio conserva una rilevanza storica per la destra italiana: negli anni Settanta, secondo quanto ricostruito, la sede fu vicina a essere acquistata da Giorgio Almirante per il Movimento Sociale Italiano, in una fase segnata da forti tensioni politiche e difficoltà nell’ottenere spazi in affitto.

Movimento 5 Stelle, la spesa più bassa tra i partiti analizzati

Il Movimento 5 Stelle chiude la graduatoria con un costo di 144mila euro all’anno, pari a 12mila euro mensili. La gestione della sede nazionale avviene attraverso un contratto di deposito fiduciario, un escrow agreement operativo dal 2021.

Il confronto mostra differenze considerevoli tra le strutture politiche, riconducibili alle dimensioni degli immobili, alla collocazione nel centro di Roma e alle modalità contrattuali adottate dalle singole organizzazioni.

Le sedi nazionali e il peso sui bilanci dei partiti

Le spese per gli immobili rappresentano una voce significativa nei conti delle principali forze politiche. Il Nazareno del Pd, via in Lucina per Forza Italia, via della Scrofa per Fratelli d’Italia e gli uffici del Movimento 5 Stelle non sono soltanto luoghi operativi, ma punti di riferimento della rispettiva identità politica.

I dati disponibili si riferiscono ai bilanci chiusi al 31 dicembre 2025 e fotografano le condizioni contrattuali indicate nei documenti esaminati. Eventuali modifiche dei canoni potranno essere verificate nei successivi rendiconti finanziari dei partiti.

Fonte: dati dei bilanci dei partiti; elaborazione riportata da Adnkronos.

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Chi è Ridha Rahmouni, l’uomo fermato per l’omicidio di Luca Esposito: era destinatario di un ordine di rimpatrio https://www.business.it/chi-e-ridha-rahmouni-l-8217-uomo-fermato-per-l-omicidio-di-luca-esposito-era-destinatario-di-un-ordine-di-rimpatrio/ Sat, 25 Jul 2026 17:03:43 +0000 https://www.business.it/?p=157322 Il fermo di Ridha Rahmouni, 26enne di nazionalità tunisina, segna una svolta nelle indagini sull’omicidio del giornalista Luigi “Luca” Esposito, ucciso a Eboli. L’uomo, destinatario di un provvedimento di rimpatrio che non era stato eseguito, è accusato di aver assassinato il 53enne. Secondo gli accertamenti degli investigatori, risultava già censito nelle banche dati delle forze… Read More »Chi è Ridha Rahmouni, l’uomo fermato per l’omicidio di Luca Esposito: era destinatario di un ordine di rimpatrio

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Il fermo di Ridha Rahmouni, 26enne di nazionalità tunisina, segna una svolta nelle indagini sull’omicidio del giornalista Luigi “Luca” Esposito, ucciso a Eboli. L’uomo, destinatario di un provvedimento di rimpatrio che non era stato eseguito, è accusato di aver assassinato il 53enne. Secondo gli accertamenti degli investigatori, risultava già censito nelle banche dati delle forze di polizia anche con un’altra identità e, in passato, aveva utilizzato l’alias “Ahmed”. Il caso ha immediatamente acceso anche il dibattito politico, con l’intervento del vicepremier Matteo Salvini, che ha chiesto il trasferimento del sospettato in un carcere tunisino.

Secondo le informazioni emerse, Rahmouni era stato sottoposto ai rilievi fotodattiloscopici il 13 agosto 2023 nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa e successivamente, il 16 ottobre dello stesso anno, dalla Questura di Savona. Il 13 dicembre 2024 la Questura di Salerno gli aveva negato il permesso di soggiorno. Inoltre, sotto un’altra identità, risulta destinatario di una denuncia per occupazione abusiva di un’abitazione ad Altavilla Silentina, nel Salernitano, ed era stato fotosegnalato dai carabinieri di Eboli.

Le tracce che hanno portato al fermo

Il 26enne è stato rintracciato dai carabinieri all’interno di un casolare dove si era nascosto. Al momento del fermo aveva con sé il cellulare e una carta di pagamento appartenenti a Luca Esposito, elementi che hanno contribuito a rafforzare il quadro investigativo. La sua individuazione è stata resa possibile anche grazie a un’impronta digitale trovata sull’auto della vittima e agli accertamenti effettuati sulle celle telefoniche agganciate dai cellulari.

L’inchiesta prosegue per chiarire con precisione la dinamica del delitto, la sua tempistica e soprattutto il movente. Il giovane si trova ora nella casa circondariale di Fuorni. Durante l’interrogatorio condotto dal pubblico ministero Alessandro Di Vico della Procura di Salerno è stato necessario l’intervento di un interprete, poiché il 26enne parla pochissimo italiano. L’udienza di convalida del fermo è prevista per lunedì.

L’intervento di Salvini riaccende il dibattito

Dopo il fermo del presunto responsabile, il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha ringraziato le forze dell’ordine per la rapidità dell’operazione, sostenendo che il 26enne debba scontare un’eventuale pena nel suo Paese d’origine e non in Italia. In un messaggio pubblicato sui social, il leader della Lega ha inoltre rilanciato la proposta di aumentare la presenza dei militari nelle città, affermando che una maggiore presenza delle forze in divisa rappresenterebbe una misura necessaria per rafforzare la sicurezza.

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“Un accordo storico!” Poste Italiane Del Fante annunci l’intesa con i sindacati: “Ridisegniamo la rete.” https://www.business.it/un-accordo-storico-poste-italiane-del-fante-annunci-lintesa-con-i-sindacati-ridisegniamo-la-rete/ Fri, 24 Jul 2026 18:36:02 +0000 https://www.business.it/?p=157275 L’amministratore delegato annuncia la riorganizzazione della rete fisica attraverso un nuovo modello di distribuzione a zone. Centrale il dialogo con le organizzazioni sindacali. «Abbiamo firmato uno storico accordo con i sindacati». Con queste parole l’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha annunciato l’intesa raggiunta sulla riorganizzazione della rete fisica dell’azienda. Intervenendo durante la… Read More »“Un accordo storico!” Poste Italiane Del Fante annunci l’intesa con i sindacati: “Ridisegniamo la rete.”

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Matteo Del Fante, Poste leader di mercato: al servizio del Paese

L’amministratore delegato annuncia la riorganizzazione della rete fisica attraverso un nuovo modello di distribuzione a zone. Centrale il dialogo con le organizzazioni sindacali.

«Abbiamo firmato uno storico accordo con i sindacati». Con queste parole l’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha annunciato l’intesa raggiunta sulla riorganizzazione della rete fisica dell’azienda.

Intervenendo durante la conference call dedicata ai risultati del semestre, Del Fante ha spiegato che Poste sta ridisegnando la propria presenza sul territorio attraverso un modello di distribuzione a zone, pensato per rendere la rete «più flessibile, più efficiente e ancora meglio attrezzata» nel servizio offerto ogni giorno a milioni di clienti.

L’amministratore delegato ha sottolineato soprattutto il valore del percorso negoziale, ricordando che l’intesa è il risultato di anni di pianificazione e di confronto costruttivo con tutte le organizzazioni sindacali. Un passaggio significativo, considerando la portata e la complessità della trasformazione prevista.

Il ruolo della SLP-CISL

Tra le organizzazioni impegnate nella trattativa, un ruolo di primo piano è stato svolto dalla SLP-CISL, il sindacato più rappresentativo all’interno del Gruppo Poste Italiane. La federazione ha seguito il confronto in prima linea, contribuendo alla definizione delle tutele per il personale e alla salvaguardia della presenza degli uffici sul territorio.

Il segretario generale della SLP-CISL, Raffaele Roscigno, ha parlato di una trattativa «serrata e complessa» e ha definito l’intesa una vittoria della responsabilità, del dialogo e della determinazione sindacale. Secondo il sindacato, l’accordo consente di accompagnare la riorganizzazione difendendo il lavoro e il ruolo sociale della rete postale, soprattutto nei territori più fragili.

La firma rappresenta dunque un passaggio importante non soltanto per il futuro organizzativo di Poste Italiane, ma anche per il sistema delle relazioni industriali: il cambiamento della rete sarà affrontato attraverso un percorso condiviso con i rappresentanti dei lavoratori, chiamati ora a vig

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“Chi vince e di quanto”. Sondaggi, il dato è clamoroso: oggi finirebbe così, tutti i numeri https://www.business.it/8220-chi-vince-e-di-quanto-8221-sondaggi-il-dato-e-clamoroso-oggi-finirebbe-cosi-tutti-i-numeri/ Fri, 24 Jul 2026 15:42:31 +0000 https://www.business.it/?p=157270 I più recenti sondaggi politici alimentano il dibattito sugli equilibri tra maggioranza e opposizione, ma gli stessi istituti invitano alla prudenza nell’interpretazione dei dati. La Supermedia pubblicata il 23 luglio attribuisce al cosiddetto campo largo il 44% delle intenzioni di voto, mentre il centrodestra si attesterebbe al 41,8%, uno scarto contenuto che continua a far… Read More »“Chi vince e di quanto”. Sondaggi, il dato è clamoroso: oggi finirebbe così, tutti i numeri

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I più recenti sondaggi politici alimentano il dibattito sugli equilibri tra maggioranza e opposizione, ma gli stessi istituti invitano alla prudenza nell’interpretazione dei dati. La Supermedia pubblicata il 23 luglio attribuisce al cosiddetto campo largo il 44% delle intenzioni di voto, mentre il centrodestra si attesterebbe al 41,8%, uno scarto contenuto che continua a far discutere analisti e osservatori.

Gli stessi curatori della rilevazione sottolineano però che i dati raccolti dopo la metà di luglio sono caratterizzati da una minore solidità statistica, anche a causa del ridotto numero di sondaggi disponibili nel periodo estivo. Un elemento che suggerisce cautela prima di trarre conclusioni definitive sull’andamento del consenso.

Tra i temi al centro del confronto c’è anche la rappresentazione del campo largo, spesso calcolato come somma delle intenzioni di voto di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e altre forze di opposizione. Diversi analisti osservano però che una proiezione aritmetica non coincide necessariamente con una coalizione politica già definita.

Restano infatti aperte numerose questioni legate a una possibile alleanza, a partire dalla leadership, dal programma comune e dalle differenze tra i partiti su temi come politica estera, energia, giustizia, lavoro e grandi infrastrutture. Aspetti che potrebbero incidere sulla concreta possibilità di presentarsi uniti alle elezioni.

Anche il peso delle singole forze può modificare sensibilmente il quadro. Nella simulazione della Supermedia, ad esempio, il contributo di Italia Viva risulta determinante per portare il campo largo al 44%. Senza il partito guidato da Matteo Renzi, il dato complessivo risulterebbe inferiore, modificando il confronto con il centrodestra.

Nel dibattito politico trova spazio anche il possibile ritorno di Alessandro Di Battista, il cui eventuale progetto politico viene indicato da alcuni osservatori come un fattore in grado di incidere soprattutto sull’elettorato del Movimento 5 Stelle e sull’astensione. Al momento, tuttavia, non esistono dati consolidati che consentano di misurarne l’effettivo impatto.

Un altro elemento di discussione riguarda il ruolo di Roberto Vannacci, protagonista negli ultimi mesi di una forte esposizione mediatica. Secondo alcuni commentatori, la visibilità ottenuta potrebbe influenzare la percezione della sua forza politica, anche se resta da verificare quanto questa attenzione si traduca in consenso elettorale effettivo.

Sul fronte del centrodestra, diversi osservatori evidenziano invece la necessità di rafforzare la propria narrazione politica, valorizzando l’azione di governo e i risultati ottenuti negli ultimi anni. Il tema riguarda la capacità di trasformare l’attività dell’esecutivo in un racconto coerente, capace di parlare agli elettori oltre il confronto quotidiano con l’opposizione.

Il dibattito conferma come i sondaggi rappresentino uno strumento utile per fotografare gli orientamenti dell’opinione pubblica, ma non possano essere considerati una previsione certa dell’esito elettorale. La formazione delle coalizioni, le campagne politiche e le scelte degli elettori al momento del voto restano variabili decisive, che rendono ogni rilevazione una fotografia del momento e non il risultato finale delle urne.

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Minori imputabili, il governo cambia le regole: ecco cosa prevede il nuovo disegno di legge https://www.business.it/minori-imputabili-il-governo-cambia-le-regole-ecco-cosa-prevede-il-nuovo-disegno-di-legge/ Thu, 23 Jul 2026 20:10:35 +0000 https://www.business.it/?p=157198 Il governo interviene sulla giustizia minorile con un nuovo disegno di legge destinato a far discutere. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri nell’ambito del più ampio pacchetto sicurezza, non modifica l’età della responsabilità penale, che resta fissata a 14 anni, ma introduce un cambiamento significativo nel modo in cui viene valutata l’imputabilità dei minori… Read More »Minori imputabili, il governo cambia le regole: ecco cosa prevede il nuovo disegno di legge

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Il Consiglio dei Ministri del 27 ottobre chiude la Manovra

Il governo interviene sulla giustizia minorile con un nuovo disegno di legge destinato a far discutere. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri nell’ambito del più ampio pacchetto sicurezza, non modifica l’età della responsabilità penale, che resta fissata a 14 anni, ma introduce un cambiamento significativo nel modo in cui viene valutata l’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni.

La riforma ha immediatamente acceso il confronto politico, dividendo maggioranza e opposizione tra chi la considera uno strumento necessario per contrastare la crescente criminalità giovanile e chi, invece, teme un progressivo irrigidimento del sistema penale nei confronti degli adolescenti. (Corriere Roma)

Cosa cambia con la nuova norma

Il punto centrale della riforma riguarda il principio dell’imputabilità dei minori. Attualmente, quando un ragazzo tra i 14 e i 18 anni commette un reato, il giudice deve verificare caso per caso se fosse realmente capace di intendere e di volere al momento dei fatti.

Con il nuovo disegno di legge, invece, il meccanismo verrebbe ribaltato. Per i giovani appartenenti a quella fascia d’età scatterebbe una presunzione di imputabilità: in altre parole, il minore sarebbe considerato capace di rispondere penalmente delle proprie azioni salvo prova contraria. Non si tratta quindi di un abbassamento dell’età della responsabilità penale né di un aumento automatico delle pene, ma di una modifica del criterio con cui viene accertata la capacità di intendere e di volere. (Corriere Roma)

Nordio: “L’età resta a 14 anni”

A chiarire la portata della riforma è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha respinto le critiche secondo cui il governo avrebbe deciso di rendere imputabili ragazzi sempre più giovani.

Secondo il ministro, “non abbiamo abbassato l’età per la imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene”. Nordio ha spiegato che la vera novità consiste nell’inversione dell’onere della prova: oggi esiste una sorta di presunzione di non imputabilità che impone di dimostrare la capacità di intendere e di volere del minore, mentre con la nuova disciplina sarà necessario dimostrare l’eventuale incapacità. (Corriere Roma)

Le opposizioni attaccano il provvedimento

L’annuncio del disegno di legge ha provocato una dura reazione da parte delle forze di opposizione.

Tra gli interventi più critici c’è quello di Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha accusato l’esecutivo di affrontare il disagio giovanile privilegiando la risposta penale rispetto agli interventi educativi e sociali. Secondo Bonelli, il governo dovrebbe investire maggiormente in scuola, servizi sociali, salute mentale, cultura e sport nelle periferie, invece di puntare su strumenti repressivi. (Corriere Roma)

Un provvedimento inserito nel piano sicurezza

La modifica dell’imputabilità rappresenta soltanto uno dei tasselli del nuovo pacchetto sicurezza varato dall’esecutivo. Il disegno di legge comprende infatti anche misure contro la cosiddetta “malamovida”, il divieto di aggregazione disposto dal questore per soggetti ritenuti pericolosi, nuove norme sui danneggiamenti di gruppo, l’estensione dell’arresto differito in flagranza e ulteriori strumenti destinati a rafforzare l’azione delle forze dell’ordine. (Corriere della Sera)

L’iter parlamentare sarà ora determinante per capire se il testo subirà modifiche oppure verrà approvato nella sua formulazione attuale, in un dibattito che si preannuncia tra i più delicati sul tema della giustizia minorile.

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“Rammollito!” Renzi-Vannacci, la sfida che non ti aspetti https://www.business.it/rammollito-renzi-vannacci-la-sfida-che-non-ti-aspetti/ Thu, 23 Jul 2026 07:44:28 +0000 https://www.business.it/?p=157145 Il confronto nato sui social si trasforma in un duello a distanza. Roberto Vannacci propone nuoto e mezza maratona in Sardegna, mentre Matteo Renzi contesta la data scelta e rilancia chiedendo una gara sui 42 chilometri. Sullo sfondo emergono anche le profonde divergenze politiche tra i due. Il primo ostacolo è la data della sfida… Read More »“Rammollito!” Renzi-Vannacci, la sfida che non ti aspetti

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Il confronto nato sui social si trasforma in un duello a distanza. Roberto Vannacci propone nuoto e mezza maratona in Sardegna, mentre Matteo Renzi contesta la data scelta e rilancia chiedendo una gara sui 42 chilometri. Sullo sfondo emergono anche le profonde divergenze politiche tra i due.

Il primo ostacolo è la data della sfida

Prima ancora del percorso, delle regole e dell’effettiva partecipazione dei protagonisti, la possibile gara tra Matteo Renzi e Roberto Vannacci si è fermata davanti a un problema di calendario.

Vannacci ha indicato il 4 ottobre come giorno dell’appuntamento, proponendo di disputare la prova in Sardegna. Nella stessa data, tuttavia, è prevista la Leopolda, la manifestazione politica legata da anni all’ex presidente del Consiglio e alla sua area politica. Renzi ha interpretato la coincidenza come tutt’altro che casuale e ha risposto con un nuovo video pubblicato sui social.

Il leader di Italia Viva ha inoltre contestato la distanza proposta dal suo avversario:

«Mi proponi la mezza maratona: fai le cose a metà?»

L’ex premier ha quindi confermato la propria disponibilità al confronto, ma ha chiesto di trasformarlo in una maratona completa, lasciando aperta la scelta di una nuova data.

La provocazione partita prima della Partita del Cuore

Il duello sportivo aveva avuto inizio alcuni giorni prima. Il 14 luglio, durante un video registrato prima della Partita del Cuore, Renzi aveva commentato le recenti imprese atletiche di Vannacci e lo aveva invitato a misurarsi con lui sulla distanza più prestigiosa della corsa su strada.

Tra alcuni palleggi con il pallone, l’ex presidente del Consiglio aveva lanciato la provocazione:

«Maratona! Je famo er cucchiaio».

Il riferimento era rivolto alle iniziative sportive con cui Vannacci aveva mostrato sui social la propria preparazione fisica. La sfida, inizialmente presentata con tono scherzoso, è stata immediatamente raccolta dal leader di Futuro Nazionale.

Vannacci rilancia con nuoto e corsa in Sardegna

La risposta del generale è arrivata attraverso un filmato registrato in acqua. Vannacci non si è limitato ad accettare la proposta, ma ha modificato il programma aggiungendo una prova di nuoto prima della corsa.

«Renzi, ti aspetto il 4 ottobre in Sardegna. Due miglia a nuoto più mezza maratona».

La distanza in mare corrisponderebbe a circa 3,7 chilometri, ai quali seguirebbero i 21,097 chilometri della mezza maratona. Vannacci ha anche esteso provocatoriamente l’invito ad altri protagonisti della politica italiana, citando esponenti sia della maggioranza sia dell’opposizione. Tra i nomi evocati figurano Carlo Calenda, Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Stefano Bonaccini.

Il confronto ha assunto così i contorni di una sfida collettiva, almeno sul piano della comunicazione. Al momento, però, non risultano adesioni formali degli altri politici menzionati.

Dalla competizione atletica allo scontro sui valori

La replica di Renzi ha rapidamente spostato il confronto dal terreno sportivo a quello politico. L’ex premier ha escluso la possibilità di invitare Vannacci alla Leopolda, sottolineando la distanza tra le posizioni del generale e i principi che, secondo lui, caratterizzano la manifestazione.

Nel suo intervento, Renzi ha ricordato che:

«alla Leopolda ci vanno le persone che ritengono che la Costituzione sia antifascista».

Il leader di Italia Viva ha poi richiamato la tutela dei diritti civili e la prospettiva di una maggiore integrazione europea, temi sui quali le posizioni dei due politici appaiono profondamente differenti. La sfida sportiva è diventata così un nuovo mezzo attraverso cui rappresentare pubblicamente due identità politiche contrapposte.

Renzi ha inoltre ironizzato sui rapporti politici di Vannacci con Salvini e Tajani, sostenendo che la proposta della mezza maratona rappresenterebbe simbolicamente una scelta fatta soltanto “a metà”. Dietro le battute e le provocazioni personali resta quindi evidente una competizione più ampia, giocata anche sul terreno della leadership e della visibilità social.

Luogo e organizzazione restano ancora da definire

La Sardegna è stata indicata come scenario generale dell’eventuale confronto, ma non è stato ancora comunicato un percorso ufficiale. Tra le ipotesi circolate compare Alghero, dove era prevista una mezza maratona, anche se l’appuntamento sportivo locale potrebbe essere stato rinviato. Mancano inoltre informazioni sulle modalità di partecipazione, sull’organizzazione della prova in mare e sull’eventuale presenza di una struttura sportiva ufficiale.

Per ora, dunque, quella tra Renzi e Vannacci rimane soprattutto una sfida social. Il primo insiste sulla maratona completa, mentre il secondo propone una prova combinata tra nuoto e corsa. Per trasformare il botta e risposta in una competizione reale serviranno una nuova data condivisa, un luogo preciso e regole accettate da entrambi.

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Caro energia, il governo prepara più spesa nel 2027-2028: la flessibilità Ue incontra il debito al 138,9% https://www.business.it/caro-energia-il-governo-prepara-piu-spesa-nel-2027-2028-la-flessibilita-ue-incontra-il-debito-al-1389/ Wed, 22 Jul 2026 12:52:24 +0000 https://www.business.it/?p=157101 Vertice a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi: accordo sull’utilizzo della National Escape Clause per contrastare i costi energetici. Ma il margine europeo non è un finanziamento di Bruxelles e potrà essere destinato soprattutto agli investimenti che riducono la dipendenza dai combustibili fossili. ROMA, 22 luglio 2026 – La… Read More »Caro energia, il governo prepara più spesa nel 2027-2028: la flessibilità Ue incontra il debito al 138,9%

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Vertice a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi: accordo sull’utilizzo della National Escape Clause per contrastare i costi energetici. Ma il margine europeo non è un finanziamento di Bruxelles e potrà essere destinato soprattutto agli investimenti che riducono la dipendenza dai combustibili fossili.

ROMA, 22 luglio 2026 – La decisione politica arriva nel pomeriggio di martedì 21 luglio, al termine di un vertice convocato a Palazzo Chigi per definire le priorità economiche del governo in vista dell’autunno. Attorno al tavolo, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, siedono i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.

Il punto centrale della riunione è l’utilizzo della maggiore flessibilità ottenuta in sede europea per gli investimenti nel settore energetico. La nota diffusa dalla Presidenza del Consiglio parla di una “piena condivisione” tra i leader della maggioranza sull’ipotesi di accedere alla National Escape Clause e di concentrare nel 2027 e nel 2028 la maggiore capacità di spesa contro il caro energia. Qualsiasi decisione definitiva, precisa Palazzo Chigi, dovrà comunque passare dal Parlamento e seguire l’iter previsto dalle regole europee. 

La scelta del governo nelle stesse ore del nuovo dato sul debito

Il vertice si svolge nelle stesse ore in cui Eurostat pubblica un dato che rende ancora più evidente la delicatezza della scelta italiana. Alla fine del primo trimestre del 2026, il debito pubblico dell’Italia ha raggiunto il 138,9% del prodotto interno lordo, con un aumento di 1,8 punti percentuali rispetto alla fine del 2025.

L’Italia presenta così il secondo rapporto debito-Pil più elevato dell’Unione europea, preceduta soltanto dalla Grecia, attestata al 143,5%. Subito dopo vengono Francia, Belgio e Spagna. Il dato italiano assume un rilievo particolare perché mostra come ogni nuova decisione di spesa debba essere valutata non soltanto in base agli effetti immediati su famiglie e imprese, ma anche considerando il costo futuro del debito e degli interessi. 

La fotografia economica del 21 luglio contiene quindi due notizie apparentemente contrapposte. Da una parte, il governo sceglie di preparare una risposta fiscale più ampia contro i costi dell’energia. Dall’altra, le statistiche europee certificano che lo spazio di manovra italiano resta limitato da uno dei debiti pubblici più elevati del continente.

Dalle accise sui carburanti al pressing italiano su Bruxelles

La decisione di Palazzo Chigi è l’ultimo passaggio di una trattativa iniziata durante la primavera, quando il rincaro di petrolio e gas legato al conflitto in Medio Oriente ha spinto il governo a intervenire sui carburanti.

Il 30 aprile il Consiglio dei ministri aveva prorogato per altre tre settimane il taglio delle accise. La riduzione era stata mantenuta a 20 centesimi al litro per il gasolio, mentre per la benzina era stata ridotta a 5 centesimi. Giorgia Meloni aveva spiegato che, rispetto ai livelli precedenti alla crisi, il prezzo della benzina era aumentato del 6% e quello del diesel del 24%.

Fino a quel momento, lo Stato aveva già impiegato circa 700 milioni di euro per finanziare poco più di quaranta giorni di riduzioni fiscali sui carburanti. Il costo complessivo degli interventi avrebbe poi raggiunto circa un miliardo di euro. Le misure, però, avevano una durata limitata e producevano un effetto diretto sul bilancio pubblico senza modificare strutturalmente la dipendenza energetica italiana. 

È in questo contesto che Antonio Tajani aveva chiesto alla Commissione europea di trattare le spese per l’emergenza energetica in modo analogo agli investimenti per la difesa. La proposta iniziale italiana puntava a un margine molto ampio, potenzialmente vicino all’1,5% del Pil e quindi, secondo le stime circolate in aprile, a circa 35 miliardi di euro.

Bruxelles non ha accolto integralmente la richiesta. Dopo settimane di confronto, la Commissione ha però autorizzato gli Stati a utilizzare una parte della flessibilità fiscale originariamente prevista per la difesa anche per investimenti capaci di ridurre la dipendenza da petrolio e gas.

Che cosa consente davvero la National Escape Clause

La National Escape Clause è uno strumento delle regole fiscali europee che permette a uno Stato di discostarsi temporaneamente dal percorso concordato per la crescita della spesa pubblica o dal sentiero correttivo imposto nell’ambito di una procedura per disavanzo eccessivo.

Non si tratta, dunque, di un fondo europeo e nemmeno di un trasferimento di denaro da Bruxelles. La Commissione non consegna nuove risorse all’Italia: autorizza il governo ad aumentare determinate spese o il deficit senza considerare automaticamente quella deviazione come una violazione delle regole del Patto di stabilità.

La differenza è sostanziale. Le risorse dovranno comunque essere reperite attraverso il bilancio nazionale, mediante nuove entrate, riduzioni di altre spese oppure maggiore indebitamento. La clausola attenua il vincolo europeo, ma non cancella il costo economico delle misure e non riduce il debito necessario per finanziarle. 

Per l’energia, la Commissione ha previsto una flessibilità massima pari allo 0,3% del Pil in ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028, con un tetto cumulato dello 0,6% del Pil nell’intero triennio.

La flessibilità potrà essere riconosciuta anche per misure adottate a partire dal febbraio 2026, ma soltanto quando gli interventi contribuiscono alla transizione dai combustibili fossili verso forme di energia più pulite. Tra gli esempi indicati da Bruxelles figurano l’acquisto di veicoli elettrici, l’installazione di pompe di calore, pannelli solari e sistemi di accumulo.

Restano invece esclusi gli interventi destinati semplicemente a ridurre il prezzo dei combustibili fossili. La Commissione ha chiarito che tagli generalizzati alle accise su benzina e gasolio non possono essere finanziati attraverso questa particolare flessibilità. 

Lo spazio teorico vale circa 13,5 miliardi

Per comprendere l’ordine di grandezza della decisione, si può utilizzare come riferimento il Pil nominale italiano del 2025, pari secondo l’Istat a 2.258 miliardi di euro.

Su questa base, lo 0,3% del Pil corrisponde a circa 6,8 miliardi di euro, mentre lo 0,6% equivale a circa 13,5 miliardi. Si tratta di una stima puramente indicativa: il valore effettivo dipenderà dal Pil aggiornato, dalle misure che il governo presenterà, dalla loro ammissibilità e dalla valutazione della Commissione europea.

Il tetto di circa 13,5 miliardi non deve quindi essere interpretato come uno stanziamento già deciso. Rappresenta il limite teorico entro il quale il governo potrebbe costruire un programma di investimenti energetici distribuito tra il 2027 e il 2028. 

È proprio su questo passaggio che si concentrerà il confronto politico dei prossimi mesi. La maggioranza ha indicato la direzione, ma non ha ancora comunicato l’importo che intende utilizzare, la distribuzione delle risorse, i beneficiari e gli strumenti operativi.

Bollette più leggere o investimenti di lungo periodo?

La questione più importante per famiglie e imprese riguarda gli effetti concreti della decisione.

Nel comunicato di Palazzo Chigi si parla di contrasto al caro energia e di sostegno alle famiglie e al sistema produttivo. Le regole indicate dalla Commissione, tuttavia, sembrano orientare la maggior parte delle risorse verso investimenti strutturali, più che verso riduzioni immediate e generalizzate delle bollette.

Un incentivo per sostituire una caldaia a gas con una pompa di calore può ridurre i consumi energetici nel medio periodo, così come un contributo per installare pannelli fotovoltaici e batterie può diminuire il costo dell’elettricità per una famiglia o un’impresa. L’effetto, però, non è necessariamente immediato e richiede un investimento iniziale, procedure amministrative e tempi di realizzazione.

La sfida del governo sarà quindi costruire strumenti capaci di produrre un beneficio economico sufficientemente rapido senza trasformare la flessibilità europea in una nuova stagione di bonus frammentati, difficili da controllare o concentrati sui soggetti con maggiore capacità di anticipare la spesa.

Per le imprese, in particolare, potrebbero essere ipotizzati crediti d’imposta o contributi per l’efficienza energetica, l’autoproduzione, i sistemi di accumulo e l’elettrificazione dei processi industriali. Per le famiglie, il governo potrebbe intervenire sugli edifici, sugli impianti di riscaldamento e sulla mobilità, con una particolare attenzione ai nuclei economicamente più fragili.

Inflazione al 3% e famiglie meno abbienti più esposte

La scelta del governo interviene mentre l’inflazione continua a risentire delle tensioni energetiche. A giugno 2026, secondo l’Istat, l’aumento dei prezzi al consumo si è attestato al 3% su base annua, in rallentamento rispetto al 3,2% di maggio. Il rallentamento generale non ha però eliminato le pressioni provenienti dall’energia, i cui prezzi hanno registrato una moderata accelerazione.

L’impatto non è uniforme. Nel secondo trimestre del 2026, l’inflazione misurata attraverso l’indice armonizzato europeo è stata del 3,7% per le famiglie con livelli di spesa più bassi e del 2,6% per quelle con maggiore capacità di spesa.

La differenza dipende dalla composizione dei consumi: i nuclei con redditi più contenuti destinano una quota più elevata delle proprie risorse ai beni essenziali, all’abitazione, ai trasporti e all’energia. Per questo motivo, un nuovo aumento delle bollette o dei carburanti produce un effetto proporzionalmente maggiore sui bilanci delle famiglie economicamente più deboli. 

L’energia pesa anche sulla crescita italiana

Il problema non riguarda soltanto il potere d’acquisto. Nel Bollettino economico pubblicato a luglio, la Banca d’Italia rileva che le quotazioni delle materie prime energetiche sono tornate a salire e rimangono superiori ai livelli precedenti all’inizio del conflitto.

Per l’Italia, che importa una parte consistente dell’energia consumata, il rincaro comporta un peggioramento del saldo energetico con l’estero. Più denaro viene destinato all’acquisto di petrolio e gas, meno risorse restano disponibili per consumi, investimenti e produzione interna.

La crescita economica rimane debole. Nello scenario di base della Banca d’Italia, il Pil dovrebbe aumentare dello 0,5% nel 2026, dello 0,4% nel 2027 e dello 0,9% nel 2028. Considerando il migliore andamento del primo trimestre e il diverso numero di giornate lavorative, la crescita del 2026 potrebbe raggiungere lo 0,6%.

I consumi delle famiglie avrebbero già rallentato nel secondo trimestre, mentre l’incertezza geopolitica e l’aumento dei costi energetici stanno frenando gli investimenti. La Banca d’Italia prevede inoltre che il disavanzo energetico del Paese si allarghi. 

In questo quadro, investire nella riduzione della dipendenza dai combustibili fossili non rappresenta soltanto una politica ambientale. È anche una scelta industriale e macroeconomica: diminuire il fabbisogno di energia importata significa rendere il sistema produttivo meno vulnerabile agli shock internazionali e ridurre il trasferimento di ricchezza verso i Paesi fornitori.

Il nodo del deficit e della procedura europea

Il ricorso alla flessibilità energetica potrebbe però modificare il percorso dei conti pubblici. L’Italia ha chiuso il 2025 con un deficit pari al 3,1% del Pil. Le stime della Commissione europea indicano per il 2026 e il 2027 un disavanzo al 2,9%, appena sotto il limite europeo del 3%.

Il quadro programmatico governativo presentato in primavera puntava invece a un deficit del 2,9% nel 2026 e del 2,8% nel 2027. La differenza tra gli obiettivi nazionali e le previsioni europee è già molto contenuta: l’utilizzo della clausola potrebbe assorbire una parte rilevante del margine disponibile. 

Il ricorso alla National Escape Clause non significa automaticamente che il deficit supererà il 3%. Molto dipenderà dall’ammontare effettivamente utilizzato e dalla possibilità di finanziare una parte delle misure attraverso risparmi o maggiori entrate.

È però probabile che la decisione renda più complesso il percorso di uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo. La clausola consente una deviazione temporanea e autorizzata, ma il debito continuerà a essere registrato e dovrà essere finanziato sui mercati.

Gli interessi rendono la flessibilità meno gratuita

La Commissione europea stima che la spesa italiana per interessi aumenterà nel 2026 di circa 0,3 punti di Pil, soprattutto a causa dei rendimenti più elevati e dei titoli indicizzati all’inflazione. Bruxelles prevede inoltre che il debito possa raggiungere il 139,2% del Pil entro la fine del 2027. 

Anche la politica monetaria rende il quadro più delicato. A giugno la Banca centrale europea ha aumentato i tassi ufficiali di 25 punti base in risposta alle nuove pressioni inflazionistiche. Tra febbraio e maggio sono saliti, seppure in misura contenuta, sia i costi dei nuovi prestiti alle imprese sia quelli dei nuovi mutui alle famiglie. 

In un Paese con un debito vicino al 140% del Pil, una maggiore spesa pubblica può sostenere l’economia nel breve periodo, ma deve produrre risultati capaci di compensarne il costo. Se le risorse vengono utilizzate per abbassare in modo permanente i consumi energetici, migliorare la produttività e rafforzare le imprese, l’aumento del debito può essere accompagnato da benefici economici duraturi. Se invece viene disperso in misure temporanee o poco selettive, il rischio è lasciare ai bilanci futuri soltanto nuovi interessi da pagare.

Il richiamo del Comitato europeo per le finanze pubbliche

Non tutti, a Bruxelles, hanno accolto favorevolmente l’estensione della flessibilità all’energia. Il Comitato europeo per le finanze pubbliche, organismo indipendente di sorveglianza, ha criticato il rischio che le eccezioni alle regole vengano progressivamente ampliate sotto la pressione dei governi nazionali.

Il Comitato ha riconosciuto la realtà dello shock energetico, ma ha sostenuto che la risposta dovrebbe essere fondata sulla trasformazione del sistema produttivo e non su un generico stimolo alla domanda. Gli eventuali aiuti a famiglie e imprese dovrebbero essere temporanei, selettivi e compensati, evitando di ripetere quanto avvenuto durante la crisi energetica del 2022 e del 2023, quando diversi interventi generalizzati erano rimasti in vigore anche dopo la normalizzazione dei prezzi. 

Questa posizione rafforza la necessità di distinguere tra due tipi di intervento. Il primo riduce temporaneamente il prezzo pagato dagli utenti, trasferendo il costo allo Stato. Il secondo modifica impianti, edifici e processi produttivi, riducendo in maniera permanente la quantità di energia necessaria. Bruxelles vuole che la nuova flessibilità sia concentrata soprattutto sul secondo modello.

Il dossier ETS e la competitività dell’industria

Durante il vertice di Palazzo Chigi è stata esaminata anche la recente proposta della Commissione europea di revisione dell’ETS, il sistema che impone a centrali elettriche e industrie di acquistare quote per le emissioni di anidride carbonica.

Il 17 luglio Bruxelles ha proposto di rallentare la riduzione annuale delle quote disponibili e di prolungare fino al 2038 l’assegnazione gratuita di una parte dei permessi alle industrie più esposte alla concorrenza internazionale. Le agevolazioni sarebbero però legate alla presentazione e all’attuazione di piani di decarbonizzazione. 

Confindustria ha giudicato la proposta insufficiente. Il presidente Emanuele Orsini ha sostenuto che gli interventi avrebbero effetti marginali nel breve periodo e non affronterebbero le criticità strutturali che penalizzano l’industria europea rispetto ai concorrenti internazionali. 

Il tema è direttamente collegato al caro energia. Per molte imprese manifatturiere, il costo finale non dipende soltanto dal prezzo del gas o dell’elettricità, ma anche dagli oneri ambientali, dalla fiscalità, dai costi delle reti e dagli investimenti necessari per adeguare gli impianti. Il pacchetto che il governo preparerà dovrà quindi tenere insieme sostegno immediato, competitività industriale e trasformazione tecnologica.

Le decisioni che ancora mancano

L’accordo raggiunto dalla maggioranza rappresenta una scelta politica, non ancora un provvedimento operativo. Restano da definire l’ammontare della flessibilità che l’Italia intende richiedere, la ripartizione tra il 2027 e il 2028, l’elenco degli investimenti ammissibili e il rapporto tra incentivi destinati alle famiglie e misure rivolte alle imprese.

Dovrà inoltre essere chiarito come il nuovo programma si coordinerà con gli incentivi già esistenti, con le risorse residue del PNRR, con i fondi europei e con la futura legge di bilancio. Sarà decisivo evitare sovrapposizioni, procedure troppo complesse e nuovi crediti d’imposta privi di una copertura finanziaria prevedibile.

Il passaggio parlamentare, espressamente richiamato dalla nota di Palazzo Chigi, sarà anche il momento in cui il governo dovrà indicare l’impatto delle misure sul deficit e sul debito.

La vera sfida sarà la qualità della spesa

Il governo ha scelto di utilizzare una parte della flessibilità europea per rispondere a uno dei principali problemi economici del Paese: l’alto costo dell’energia per famiglie e imprese.

La decisione arriva in una fase caratterizzata da inflazione al 3%, crescita vicina allo zero virgola, costi del credito in aumento e debito pubblico al 138,9% del Pil. In queste condizioni, non sarà sufficiente annunciare nuovi stanziamenti. Sarà necessario dimostrare che ogni euro di maggiore deficit produce una riduzione duratura dei consumi, delle importazioni energetiche e dei costi industriali.

Il vero banco di prova sarà quindi la composizione del pacchetto. Se la flessibilità verrà utilizzata per investimenti mirati, accessibili anche alle famiglie meno abbienti e alle piccole imprese, potrà diventare uno strumento di politica industriale e di sicurezza economica. Se invece si tradurrà in una nuova serie di bonus generalizzati e temporanei, il rischio sarà quello di rinviare il problema, aumentando contemporaneamente il peso del debito

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ZES Nord, scontro su fondi e incentivi: perché il modello del Sud divide Governo, Regioni e imprese https://www.business.it/zes-nord-scontro-su-fondi-e-incentivi-perche-il-modello-del-sud-divide-governo-regioni-e-imprese/ Mon, 20 Jul 2026 18:28:31 +0000 https://www.business.it/?p=157036 Fontana e Lega chiedono crediti d’imposta e risorse per le aree industriali e di confine. Urso apre alle semplificazioni e alle Zone logistiche semplificate, mentre Svimez avverte: estendere integralmente la ZES al Nord potrebbe indebolire il Mezzogiorno. Aggiornato al 20 luglio 2026 La discussione sulla possibile introduzione di una ZES al Nord è diventata uno… Read More »ZES Nord, scontro su fondi e incentivi: perché il modello del Sud divide Governo, Regioni e imprese

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Fontana e Lega chiedono crediti d’imposta e risorse per le aree industriali e di confine. Urso apre alle semplificazioni e alle Zone logistiche semplificate, mentre Svimez avverte: estendere integralmente la ZES al Nord potrebbe indebolire il Mezzogiorno.

Aggiornato al 20 luglio 2026

La discussione sulla possibile introduzione di una ZES al Nord è diventata uno dei principali terreni di confronto della politica economica italiana. Quella che inizialmente sembrava una proposta circoscritta alle aree settentrionali di confine si è trasformata in un dibattito nazionale sul futuro degli incentivi alle imprese, sulla semplificazione amministrativa e sulla distribuzione territoriale delle risorse pubbliche.

Da una parte, la Lega e diversi presidenti delle Regioni settentrionali chiedono di estendere anche al Nord una parte significativa dei vantaggi riconosciuti alle imprese della ZES Unica. Non soltanto procedure più rapide, dunque, ma anche crediti d’imposta, agevolazioni fiscali e fondi capaci di incidere concretamente sul costo degli investimenti.

Dall’altra parte, il Governo appare orientato verso una soluzione più prudente: estendere le semplificazioni e rafforzare le Zone logistiche semplificate, senza replicare automaticamente nelle regioni più sviluppate lo stesso regime fiscale previsto per il Mezzogiorno.

Nel mezzo si collocano le imprese, le associazioni di categoria e il sistema bancario. Confindustria e Intesa Sanpaolo hanno appena presentato il progetto “ZES 2.0”, accompagnato da una disponibilità finanziaria di 60 miliardi di euro. Ma anche questa iniziativa, pur proiettando il modello ZES su scala nazionale, non coincide con una generalizzazione legislativa del credito d’imposta meridionale. 

Che cos’è una Zona economica speciale

Una Zona economica speciale, comunemente indicata con l’acronimo ZES, è un’area territoriale nella quale le imprese già presenti o di nuovo insediamento possono beneficiare di condizioni amministrative ed economiche più favorevoli rispetto al regime ordinario.

Lo strumento è pensato per attrarre investimenti, favorire nuovi insediamenti produttivi, sostenere l’occupazione e rafforzare la competitività di territori caratterizzati da ritardi economici, infrastrutturali o occupazionali.

Le ZES sono quindi politiche territoriali selettive, definite anche place-based: non si limitano a sostenere genericamente il sistema delle imprese, ma cercano di modificare la convenienza localizzativa degli investimenti a favore di determinate aree.

Il sistema può comprendere semplificazioni amministrative, autorizzazioni accelerate, crediti d’imposta, agevolazioni contributive, interventi infrastrutturali, facilitazioni logistiche e, nei casi previsti, strumenti di carattere doganale.

Il successo di una ZES, tuttavia, non dipende soltanto dagli sgravi fiscali. Le evidenze internazionali mostrano che infrastrutture adeguate, collegamenti con porti e aeroporti, disponibilità energetica, ricerca, innovazione, capitale umano e qualità della governance sono condizioni determinanti. Una zona agevolata collocata in un territorio privo di collegamenti e servizi rischia infatti di non produrre gli effetti sperati. 

La ZES Unica italiana: dal 2024 un nuovo modello per il Mezzogiorno

La ZES Unica per il Mezzogiorno è stata istituita il 1° gennaio 2024, sostituendo le precedenti otto ZES regionali e interregionali.

Il perimetro iniziale comprendeva Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Con la legge 18 novembre 2025, n. 171, sono state aggiunte anche Marche e Umbria. Il sistema interessa quindi attualmente dieci regioni, nonostante la denominazione ufficiale continui a richiamare il Mezzogiorno. 

La riforma ha centralizzato la governance e ha esteso il modello amministrativo all’intero territorio delle regioni interessate. Tra gli strumenti principali figurano lo Sportello Unico Digitale S.U.D. ZES e l’autorizzazione unica, che può sostituire una pluralità di permessi e titoli necessari per realizzare, ampliare, trasformare o riattivare un insediamento produttivo.

Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, i tempi medi delle autorizzazioni sono stati portati intorno ai 30 giorni. È probabilmente questo l’aspetto che ha raccolto il consenso più ampio: la possibilità di concentrare in un solo procedimento le decisioni di diverse amministrazioni riduce l’incertezza e rende più prevedibili tempi e costi degli investimenti. 

Accanto alla semplificazione amministrativa opera il credito d’imposta per gli investimenti produttivi. La legge di bilancio per il 2026 ha confermato il finanziamento della misura per gli anni 2026, 2027 e 2028. L’agevolazione riguarda l’acquisto di nuovi macchinari, impianti, attrezzature, terreni e immobili strumentali, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa nazionale e dalla Carta europea degli aiuti a finalità regionale. 

È importante precisare che l’appartenenza di una regione alla ZES non significa automaticamente che ogni impresa e ogni territorio possano ricevere la stessa percentuale di credito d’imposta. Le intensità variano in base alla localizzazione, alla dimensione dell’impresa e all’ammissibilità dell’area secondo le regole europee sugli aiuti regionali.

I risultati della ZES Unica e il problema dei numeri

La crescente attenzione del Nord è legata anche ai risultati attribuiti alla ZES Unica.

Secondo i dati comunicati dal Dipartimento per il Sud nel febbraio 2026, negli ultimi due anni sono state rilasciate oltre mille autorizzazioni, con un aumento superiore al 250 per cento rispetto al precedente assetto. All’Agenzia delle Entrate sarebbero inoltre pervenute più di 17.300 domande, sostenute da uno stanziamento di 6,1 miliardi di euro e collegate a oltre 12,4 miliardi di investimenti. Per il triennio successivo è stato indicato uno stanziamento complessivo di 4 miliardi. 

L’Osservatorio CPI aveva rilevato, per il primo anno della ZES Unica, 413 autorizzazioni rilasciate, 6.885 richieste di credito d’imposta per 2,55 miliardi, circa 7 miliardi di investimenti e più di 7.000 occupati. Una successiva elaborazione di Confindustria, comprendente anche i primi mesi del 2025, indicava circa 700 autorizzazioni, oltre 5 miliardi di crediti d’imposta, 28 miliardi di investimenti generati e più di 35.000 unità occupazionali aggiuntive. 

Confindustria ha più recentemente parlato di un impatto economico complessivo di 59 miliardi di euro e di ricadute occupazionali superiori a 70.000 posti di lavoro. Si tratta però di una stima dell’impatto diretto, indiretto e indotto, non necessariamente della fotografia degli investimenti già integralmente completati e dell’occupazione già stabilmente creata. 

Il confronto tra le cifre richiede quindi prudenza. Domande presentate, crediti richiesti, investimenti autorizzati, investimenti annunciati, investimenti realizzati e impatto economico stimato sono grandezze differenti e non possono essere sommate.

La vera valutazione dovrà misurare l’addizionalità dello strumento: quanti progetti sono nati realmente grazie alla ZES e quanti sarebbero stati realizzati comunque, magari in tempi diversi o in territori differenti.

Perché il Nord chiede una propria ZES

La richiesta settentrionale nasce dalla convinzione che anche all’interno delle regioni economicamente più sviluppate esistano territori caratterizzati da svantaggi specifici.

Le aree maggiormente indicate sono quelle interessate da crisi industriali, costi energetici elevati, trasformazione dell’automotive, concorrenza internazionale, deindustrializzazione e difficoltà occupazionali. Una particolare attenzione è rivolta alle province di confine, dove le imprese italiane devono confrontarsi con sistemi fiscali e salariali più attrattivi.

La proposta sostenuta dalla Lega punta soprattutto sulle aree transfrontaliere, ma prevede la possibilità di includere anche territori non direttamente confinanti, purché caratterizzati da una stabile e dimostrabile continuità funzionale con le zone interessate. Potrebbero quindi rientrare aree collegate dalle stesse filiere produttive, infrastrutture logistiche o dinamiche occupazionali. 

Tra i settori considerati strategici figurano l’aerospazio, l’automotive e le attività maggiormente esposte agli effetti della transizione energetica. Le Regioni chiedono un sistema composto da minore burocrazia, tassazione più favorevole, incentivi e investimenti pubblici e privati. 

La questione, quindi, non viene presentata dai promotori come una semplice rivendicazione delle regioni più ricche. La tesi è che la media economica regionale nasconda situazioni locali molto differenti e che anche il Nord abbia bisogno di strumenti territoriali selettivi per difendere le proprie filiere industriali.

Fontana contro Urso: “Semplificazioni senza fondi non bastano”

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha espresso con particolare durezza la distanza tra le richieste regionali e la proposta governativa.

Fontana contesta l’ipotesi di riconoscere alla Lombardia e ad altre regioni settentrionali una Zona logistica semplificata senza un fondo specifico e senza crediti d’imposta paragonabili a quelli della ZES Unica.

Dal punto di vista del governatore, una misura priva di risorse rappresenterebbe una risposta insufficiente: potrebbe ridurre alcuni passaggi burocratici, ma non cambierebbe in modo significativo la convenienza economica degli investimenti. 

Il ragionamento lombardo si concentra in particolare sulle aree confinanti con la Svizzera. Qui le imprese devono fronteggiare differenze salariali, fiscali e organizzative che rendono più difficile trattenere lavoratori qualificati e attrarre nuovi capitali.

Le province di Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola sono state indicate come territori nei quali valutare misure speciali, eventualmente accompagnate da strumenti capaci di ridurre il divario con le retribuzioni svizzere. 

Il punto politico sollevato da Fontana è chiaro: una procedura più veloce produce certamente un risparmio, ma un credito d’imposta incide direttamente sul costo dell’investimento. Per questo la Lombardia chiede che la futura misura non sia una semplice cornice amministrativa.

La linea di Urso: ZLS e semplificazioni, ma senza copiare il modello meridionale

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non ha escluso interventi specifici per il Centro-Nord. Ha però frenato sull’ipotesi di replicare integralmente la ZES del Mezzogiorno.

La linea del Governo si sviluppa su tre possibili strumenti: rafforzamento delle Zone logistiche semplificate, introduzione di nuove misure di sburocratizzazione e utilizzo delle future aree di accelerazione industriale previste dalla politica europea. 

Urso avrebbe inoltre prospettato l’inserimento di un primo pacchetto di semplificazioni nel decreto Imprese, prima della legge di bilancio. Gli eventuali incentivi economici sarebbero invece selettivi e subordinati alle coperture finanziarie e alla compatibilità con la disciplina europea.

La posizione ministeriale non corrisponde quindi a un rifiuto di qualsiasi intervento per il Nord. Il Governo sembra piuttosto voler evitare che uno strumento nato per ridurre i divari territoriali diventi un incentivo generale applicato indistintamente su tutto il territorio nazionale.

ZES e ZLS non sono la stessa cosa

Una parte della polemica nasce dalla confusione tra Zona economica speciale e Zona logistica semplificata.

La ZES Unica combina semplificazioni amministrative e agevolazioni economiche, tra cui il credito d’imposta per gli investimenti nelle aree ammissibili.

Le ZLS sono invece uno strumento distinto, disciplinato dal regolamento approvato con il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 marzo 2024, n. 40. Il loro obiettivo è creare condizioni amministrative, economiche e organizzative favorevoli allo sviluppo delle imprese e all’insediamento di nuove attività, soprattutto nelle aree collegate ai sistemi portuali e logistici. 

Una ZLS può quindi offrire procedure semplificate e una governance dedicata, ma non comporta automaticamente un credito d’imposta equivalente a quello della ZES meridionale.

È proprio questa differenza a spiegare lo scontro tra Fontana e Urso. Il Governo propone di estendere soprattutto il vantaggio amministrativo; la Lombardia e la Lega chiedono anche un vantaggio fiscale finanziariamente misurabile.

“ZES 2.0”: il piano da 60 miliardi di Intesa Sanpaolo e Confindustria

Il confronto politico si è intrecciato con la presentazione del piano strategico “ZES 2.0”, avvenuta a Bari il 16 luglio 2026.

Intesa Sanpaolo ha annunciato una disponibilità di 60 miliardi di euro destinata, nei prossimi anni, a investimenti produttivi, adeguamenti infrastrutturali ed energetici, internazionalizzazione, crescita dimensionale e attrazione di capitali. L’iniziativa è realizzata con Confindustria e con il Dipartimento per il Sud. 

I 60 miliardi non rappresentano uno stanziamento pubblico né un contributo generalizzato a fondo perduto. Si tratta di risorse bancarie destinate al finanziamento degli investimenti, accompagnate da servizi di consulenza, assistenza sui business plan, operazioni di finanza straordinaria e una linea di credito dedicata alle imprese che investono nella ZES, con un’agevolazione sul tasso d’interesse. 

Il progetto prevede anche un roadshow in Italia e all’estero, iniziative per attrarre investitori internazionali e strumenti per favorire l’insediamento nel Mezzogiorno di imprese settentrionali.

La finalità principale resta infatti quella di consolidare il Sud come piattaforma industriale e logistica nel Mediterraneo, rafforzandone l’integrazione con le filiere produttive del Nord.

Allo stesso tempo, Intesa Sanpaolo intende trasferire alcuni servizi del “modello ZES” anche ad altre aree del Paese e continuare a sostenere le Zone logistiche semplificate settentrionali. 

“ZES 2.0” non deve quindi essere confusa con una legge che estende automaticamente il credito d’imposta della ZES Unica a Lombardia, Veneto o Piemonte. È un’iniziativa finanziaria e industriale che cerca di mettere in relazione credito privato, semplificazione amministrativa e attrazione degli investimenti.

La posizione di Confindustria: semplificazione nazionale, crescita del Sud

La posizione di Confindustria è più articolata rispetto a una semplice adesione alla richiesta leghista.

Il presidente Emanuele Orsini considera la ZES un’esperienza positiva perché riduce burocrazia e incertezza. L’associazione degli industriali sostiene che il metodo amministrativo dovrebbe diventare un riferimento più ampio per il Paese, ma continua contemporaneamente a indicare il Mezzogiorno come area strategica nella quale consolidare investimenti, infrastrutture e vantaggi competitivi.

L’obiettivo dichiarato è trasformare il Sud da territorio da assistere a piattaforma produttiva capace di collegare l’industria italiana alle rotte del Mediterraneo, del Nord Africa e dell’Oriente. 

In questa prospettiva, l’interesse delle imprese settentrionali e quello del Mezzogiorno non sarebbero necessariamente contrapposti. Un’impresa del Nord che apre uno stabilimento nel Sud può rafforzare contemporaneamente fornitori, tecnologie e servizi localizzati in altre regioni.

La vera questione riguarda pertanto il disegno degli incentivi: estendere gli strumenti che migliorano l’efficienza dell’intero sistema oppure distribuire su tutto il territorio le stesse agevolazioni fiscali.

L’allarme di Svimez: il Sud perderebbe il proprio vantaggio

La critica più netta all’estensione integrale della ZES al Nord è arrivata da Luca Bianchi, direttore generale della Svimez.

Secondo Bianchi, portare lo stesso sistema fiscale nelle regioni settentrionali sarebbe un “grave errore strategico”. La ZES è stata concepita per offrire al Mezzogiorno condizioni localizzative più convenienti rispetto al resto del Paese, combinando semplificazioni e incentivi mirati. 

Se il medesimo vantaggio venisse riconosciuto anche al Nord, il differenziale a favore del Sud scomparirebbe. Un investitore potrebbe allora preferire territori più vicini ai principali mercati, dotati di infrastrutture consolidate, filiere più dense e maggiore disponibilità di servizi.

Il rischio non sarebbe soltanto quello di aumentare il costo complessivo degli incentivi. Si potrebbe produrre una vera e propria deviazione degli investimenti verso le aree già più competitive, indebolendo la funzione riequilibratrice della ZES.

Svimez richiama inoltre la necessità di assicurare continuità agli investimenti dopo la conclusione del PNRR. La crescita del Mezzogiorno, secondo questa impostazione, non deve essere considerata irreversibile: senza ulteriori risorse nazionali, innovazione e politiche capaci di trattenere i giovani qualificati, il processo di convergenza potrebbe interrompersi. 

La proposta dell’Osservatorio CPI: separare incentivi e burocrazia

Una possibile mediazione emerge dall’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani.

Secondo l’OCPI, le agevolazioni fiscali e contributive devono rimanere collegate alla natura territoriale della ZES. Il credito d’imposta serve infatti a compensare svantaggi localizzativi e a indirizzare gli investimenti verso aree specifiche.

Diverso è il discorso per la semplificazione amministrativa. Sportello digitale, autorizzazione unica e certezza dei tempi potrebbero essere estesi al resto del Paese senza cancellare il vantaggio fiscale del Mezzogiorno. 

Questa impostazione distingue due problemi spesso sovrapposti nel dibattito politico.

Il primo è l’inefficienza burocratica italiana, che riguarda imprese e investitori da Nord a Sud. Il secondo è il divario territoriale, che richiede invece politiche selettive e risorse concentrate nelle aree più deboli.

Estendere la velocità amministrativa non significa necessariamente estendere ovunque gli stessi sgravi.

I vincoli europei sugli aiuti di Stato

Un’estensione generalizzata della ZES incontrerebbe anche ostacoli di natura europea.

Le regole sugli aiuti a finalità regionale consentono intensità maggiori nei territori caratterizzati da livelli di sviluppo inferiori. Le regioni meridionali possono quindi beneficiare di percentuali di sostegno più elevate rispetto alle aree economicamente più forti del Centro-Nord.

Questo non significa che l’Unione europea vieti qualsiasi aiuto alle imprese settentrionali. Sono possibili misure per specifiche aree di crisi, settori strategici, investimenti innovativi, transizione energetica, ricerca, decarbonizzazione e territori ammessi dalla Carta degli aiuti regionali.

Non sarebbe però automatico né semplice applicare alla generalità delle imprese lombarde, piemontesi o venete lo stesso regime fiscale riconosciuto alle regioni meno sviluppate.

Il Governo guarda anche all’Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione europea il 4 marzo 2026. Il provvedimento punta a sostenere la manifattura europea, semplificare le autorizzazioni e promuovere tecnologie e prodotti a basse emissioni realizzati nell’Unione. Interessa settori come acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie a zero emissioni. 

Al 20 luglio 2026, tuttavia, l’Industrial Accelerator Act è ancora una proposta della Commissione in attesa dell’approvazione definitiva del Parlamento europeo e del Consiglio. Non può quindi essere considerato un regolamento già pienamente operativo né una fonte immediata di crediti d’imposta territoriali. 

Il Nord non è un blocco economico uniforme

Uno dei punti più rilevanti sollevati dalle Regioni è che il Nord non può essere considerato un territorio omogeneo.

Accanto alle aree metropolitane e ai distretti più dinamici esistono zone montane, province di confine, territori colpiti dalla crisi dell’automotive, aree portuali da rilanciare e distretti esposti alla concorrenza internazionale.

Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha richiamato il rischio di un’Italia caratterizzata da velocità economiche sempre più differenti. La sua proposta va oltre la sola ZES Nord e punta a un nuovo programma nazionale di investimenti ispirato alla logica del PNRR, accompagnato da meno tassazione e minore burocrazia. 

Da questa prospettiva, la risposta non dovrebbe consistere nel riconoscere automaticamente gli stessi vantaggi fiscali a tutte le regioni settentrionali. Potrebbe invece essere costruita selezionando territori realmente penalizzati, aree industriali in crisi e zone di frontiera caratterizzate da svantaggi documentabili.

I tre possibili scenari

Dal confronto tra Governo, Regioni, associazioni imprenditoriali e istituti di ricerca emergono tre possibili direzioni.

Estensione integrale della ZES

Il primo scenario consiste nella replica al Nord del modello meridionale, comprendendo semplificazioni, crediti d’imposta e agevolazioni contributive.

È la soluzione più vicina alle richieste avanzate dalla Lega e da Attilio Fontana, ma anche quella più difficile da finanziare e da rendere compatibile con le regole europee. Rischierebbe inoltre di ridurre il vantaggio competitivo del Mezzogiorno.

Incentivi selettivi per aree di crisi e di confine

Il secondo scenario prevede interventi circoscritti per province transfrontaliere, territori colpiti da deindustrializzazione o settori strategici sottoposti a forti trasformazioni.

Questo modello potrebbe essere compatibile con una politica industriale nazionale differenziata, purché i criteri di accesso siano trasparenti e gli svantaggi territoriali effettivamente dimostrati.

Semplificazione nazionale e vantaggio fiscale territoriale

Il terzo scenario, che appare più vicino alla posizione del Governo e dell’Osservatorio CPI, consiste nell’estendere a tutto il Paese il metodo amministrativo della ZES, mantenendo invece crediti d’imposta e agevolazioni più intense nelle aree economicamente svantaggiate.

In questo modo sportelli digitali, autorizzazioni uniche e tempi certi diventerebbero una riforma nazionale della pubblica amministrazione, mentre gli incentivi fiscali continuerebbero a svolgere una funzione di riequilibrio territoriale.

La vera questione non è Nord contro Sud

Il rischio del dibattito è trasformare la ZES in una nuova contrapposizione tra Nord e Mezzogiorno.

Il problema reale è più complesso. L’Italia deve contemporaneamente ridurre i divari territoriali, proteggere le proprie filiere industriali, attrarre capitali esteri, affrontare la transizione energetica e rendere più veloce la pubblica amministrazione.

La ZES Unica ha dimostrato che la riduzione dell’incertezza amministrativa può mobilitare investimenti. Ma il credito d’imposta è finanziato con risorse pubbliche limitate e deve essere valutato in base agli investimenti realmente aggiuntivi che riesce a generare.

Una misura troppo ristretta rischia di non rispondere alle crisi industriali del Centro-Nord. Una misura troppo estesa rischia invece di trasformarsi in un incentivo generalizzato, finanziare progetti che sarebbero stati realizzati comunque e sottrarre efficacia alla politica di convergenza del Mezzogiorno.

Conclusioni: estendere il metodo senza cancellare la specialità

Il compromesso più coerente sembra essere quello di estendere il metodo ZES senza estendere automaticamente a tutto il Paese lo stesso vantaggio fiscale.

Autorizzazioni uniche, sportelli digitali, coordinamento tra amministrazioni e tempi certi dovrebbero diventare standard nazionali. Non vi è una ragione economica per la quale la rapidità della pubblica amministrazione debba restare un’eccezione territoriale.

Crediti d’imposta, sgravi e contributi devono invece continuare a essere modulati in base agli svantaggi reali dei territori, alla disciplina europea e alla capacità di produrre investimenti aggiuntivi.

Per il Nord questo potrebbe significare interventi selettivi nelle aree di confine, nei territori industrialmente fragili e nei settori più esposti alla concorrenza globale. Per il Mezzogiorno significherebbe conservare un differenziale sufficientemente forte da compensare ritardi infrastrutturali, occupazionali e produttivi.

La sfida, dunque, non consiste nel decidere chi debba “avere” la ZES. Consiste nel costruire una politica industriale nazionale capace di integrare due esigenze: rendere l’intero Paese più semplice per chi investe e mantenere un sostegno più intenso dove il mercato, da solo, non riesce ancora a colmare i divari.

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Gli equilibri tra Russia, Ucraina ed Europa oggi: l’economia in bilico https://www.business.it/gli-equilibri-tra-russia-ucraina-ed-europa-oggi-leconomia-in-bilico/ Sat, 18 Jul 2026 18:10:57 +0000 https://www.business.it/?p=157014 Quando si parla della guerra tra Russia e Ucraina, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle operazioni militari, sull’avanzata delle truppe o sui bombardamenti che colpiscono città e infrastrutture. Eppure, da oltre quattro anni, il conflitto si combatte anche su un altro terreno, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello economico. L’energia, il commercio internazionale, le sanzioni… Read More »Gli equilibri tra Russia, Ucraina ed Europa oggi: l’economia in bilico

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Quando si parla della guerra tra Russia e Ucraina, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle operazioni militari, sull’avanzata delle truppe o sui bombardamenti che colpiscono città e infrastrutture. Eppure, da oltre quattro anni, il conflitto si combatte anche su un altro terreno, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello economico.

L’energia, il commercio internazionale, le sanzioni finanziarie, la capacità industriale e persino la disponibilità di carburante sono diventati elementi centrali della strategia di entrambe le parti. La guerra moderna non si limita più al controllo del territorio, ma punta a indebolire la capacità del nemico di sostenere economicamente lo sforzo bellico.

In questo contesto, la Russia si trova ad affrontare una serie di difficoltà che vanno ben oltre il campo di battaglia, mentre l’Ucraina continua a dipendere dagli aiuti occidentali per mantenere in funzione la propria economia. Sullo sfondo, l’Unione europea accelera il processo di emancipazione energetica da Mosca, ridefinendo i propri rapporti strategici con il resto del mondo.

La Russia e il paradosso della superpotenza energetica

Uno degli episodi più significativi degli ultimi mesi riguarda la crisi del carburante che sta interessando diverse regioni della Federazione Russa. Il fenomeno può apparire paradossale: uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio fatica a garantire benzina e gasolio alla propria popolazione.

La spiegazione risiede nella trasformazione della strategia militare ucraina. Negli ultimi mesi Kiev ha intensificato gli attacchi con droni contro raffinerie, depositi e infrastrutture energetiche russe, colpendo non tanto l’estrazione del petrolio quanto la capacità di trasformarlo in carburanti utilizzabili.

Le raffinerie rappresentano infatti uno dei punti più delicati dell’intera filiera energetica. Senza questi impianti, il petrolio greggio non può essere convertito in benzina, diesel o kerosene. I danni subiti da numerose strutture hanno quindi provocato una riduzione della produzione nazionale, costringendo il Cremlino ad adottare misure straordinarie per garantire gli approvvigionamenti interni.

Le immagini delle lunghe code ai distributori e del razionamento del carburante in alcune regioni russe mostrano come il conflitto stia producendo conseguenze sempre più tangibili anche nella vita quotidiana della popolazione.

Un’economia sempre più orientata alla guerra

Le difficoltà del settore energetico si inseriscono in un quadro economico più ampio. Negli ultimi anni la Russia ha progressivamente trasformato il proprio sistema produttivo in una vera e propria economia di guerra.

Una quota crescente della spesa pubblica viene destinata all’industria della difesa, alla produzione di armamenti e al sostegno delle operazioni militari. Questa politica ha consentito di mantenere livelli di crescita economica superiori alle aspettative iniziali, ma si tratta di una crescita fortemente condizionata dagli investimenti statali e dalla produzione militare, più che da un reale rafforzamento dell’economia civile.

Nel breve periodo questo modello ha sostenuto l’occupazione e la domanda interna. Nel medio e lungo periodo, tuttavia, emergono squilibri sempre più evidenti. L’aumento della spesa militare sottrae infatti risorse a sanità, istruzione, innovazione e infrastrutture civili, riducendo la capacità competitiva dell’economia russa.

A ciò si aggiungono un’inflazione persistente, tassi d’interesse elevati e una crescente carenza di manodopera dovuta sia alla mobilitazione militare sia all’emigrazione di numerosi lavoratori qualificati.

Petrolio e gas: le sanzioni stanno cambiando gli equilibri

Il settore energetico continua a rappresentare la principale fonte di entrate per il bilancio federale russo. Tuttavia, il contesto internazionale è profondamente mutato rispetto al periodo precedente all’invasione dell’Ucraina.

Le sanzioni occidentali, il tetto massimo imposto al prezzo del petrolio russo e la progressiva riduzione delle esportazioni verso l’Europa hanno inciso sui ricavi energetici di Mosca. Parallelamente, le restrizioni tecnologiche limitano l’accesso a componenti avanzati e macchinari necessari per sviluppare nuovi giacimenti e mantenere efficienti gli impianti industriali.

Di fronte a queste difficoltà, la Russia ha rafforzato i rapporti commerciali con Cina e India, aumentando le esportazioni di greggio verso i mercati asiatici. Se da un lato questa strategia ha consentito di compensare parzialmente la perdita del mercato europeo, dall’altro ha determinato una crescente dipendenza economica da Pechino, modificando gli equilibri geopolitici dell’intera regione euroasiatica.

L’Europa accelera verso l’indipendenza energetica

La guerra ha avuto un impatto altrettanto profondo sulle politiche energetiche dell’Unione europea.

Per decenni il gas russo ha rappresentato uno dei pilastri della sicurezza energetica europea. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Bruxelles ha definito un percorso volto ad eliminare progressivamente le importazioni di gas russo entro il 2027, diversificando le fonti di approvvigionamento attraverso nuovi accordi con Stati Uniti, Norvegia, Algeria e Qatar e aumentando il ricorso al gas naturale liquefatto.

Anche se in futuro dovessero migliorare i rapporti politici tra Mosca e l’Occidente, un ritorno ai livelli di dipendenza energetica precedenti al 2022 appare sempre meno probabile. Gran parte delle infrastrutture storiche di trasporto del gas è stata infatti dismessa o danneggiata, mentre gli investimenti europei si stanno orientando verso un sistema energetico più diversificato e resiliente.

In questo scenario, l’energia ha definitivamente assunto il ruolo di strumento geopolitico, trasformandosi da semplice bene economico a leva strategica della politica internazionale.

L’altra faccia del conflitto: l’economia ucraina

Se la Russia affronta le conseguenze delle sanzioni e della militarizzazione dell’economia, l’Ucraina continua invece a sostenere il peso della devastazione materiale provocata dalla guerra.

Intere infrastrutture produttive sono state distrutte, milioni di cittadini hanno lasciato il Paese e numerosi investimenti privati sono stati rinviati a causa dell’incertezza del conflitto.

Gli aiuti finanziari provenienti dall’Unione europea e dagli altri partner occidentali hanno consentito di mantenere operativo il bilancio pubblico e di sostenere servizi essenziali, ma non sono sufficienti, da soli, a garantire uno sviluppo economico duraturo.

La competitività dell’economia ucraina continua infatti a essere frenata dalla guerra, dalla necessità di ricostruire infrastrutture strategiche, dalla debolezza di alcune istituzioni e dalle difficoltà nel creare un ambiente favorevole agli investimenti internazionali.

La sfida per Kiev non consiste soltanto nel vincere il conflitto, ma anche nel trasformare gli ingenti finanziamenti ricevuti in un percorso stabile di crescita e modernizzazione.

La resilienza economica come nuova arma geopolitica

L’evoluzione del conflitto dimostra come il concetto stesso di guerra sia profondamente cambiato. Oggi non sono soltanto i carri armati, i missili o le truppe a determinare gli equilibri tra gli Stati, ma anche la capacità di resistere economicamente nel lungo periodo.

Le infrastrutture energetiche sono diventate obiettivi militari strategici, le sanzioni rappresentano strumenti di pressione politica e la produzione industriale assume un valore decisivo tanto quanto la superiorità sul campo di battaglia.

In questo nuovo contesto, la resilienza economica si trasforma in un elemento essenziale della sicurezza nazionale. La capacità di garantire energia, sostenere la produzione, finanziare la spesa pubblica e mantenere il consenso interno rappresenta ormai uno dei principali fattori che determineranno l’evoluzione del conflitto nei prossimi anni.

Conclusioni

La guerra tra Russia e Ucraina non può più essere interpretata esclusivamente come uno scontro militare. Si tratta di una competizione sistemica che coinvolge economia, energia, industria, tecnologia e relazioni internazionali.

La Russia continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento, ma il crescente peso della spesa militare, il calo delle entrate energetiche, le difficoltà del settore della raffinazione e l’isolamento tecnologico stanno mettendo alla prova la sostenibilità del suo modello economico.

Parallelamente, l’Ucraina resta fortemente dipendente dal sostegno occidentale e dovrà affrontare la complessa sfida della ricostruzione e del rilancio della propria competitività.

L’Unione europea, infine, sembra aver tratto una delle lezioni più importanti del conflitto: la sicurezza energetica non rappresenta soltanto una questione economica, ma costituisce ormai uno degli elementi fondamentali della sicurezza geopolitica del continente. In un mondo sempre più caratterizzato dalla competizione tra potenze, la capacità di garantire autonomia energetica, resilienza industriale e stabilità economica sarà probabilmente decisiva quanto la forza militare stessa.

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Il Caso Mario Roggero, che cosa stabilisce davvero il diritto? https://www.business.it/il-caso-mario-roggero-che-cosa-stabilisce-davvero-il-diritto/ Fri, 17 Jul 2026 14:19:54 +0000 https://www.business.it/?p=156977 Il caso di Mario Roggero è tornato al centro del dibattito pubblico dopo che la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione nei confronti del gioielliere di Grinzane Cavour. Il 28 aprile 2021, dopo una violenta rapina nel suo negozio, Roggero inseguì all’esterno i tre autori… Read More »Il Caso Mario Roggero, che cosa stabilisce davvero il diritto?

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Il caso di Mario Roggero è tornato al centro del dibattito pubblico dopo che la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione nei confronti del gioielliere di Grinzane Cavour. Il 28 aprile 2021, dopo una violenta rapina nel suo negozio, Roggero inseguì all’esterno i tre autori dell’assalto e sparò contro di loro. Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito.

La vicenda è stata spesso rappresentata attraverso una domanda apparentemente semplice: una persona rapinata può essere condannata per avere reagito contro i propri aggressori? Dal punto di vista giuridico, tuttavia, la questione è molto più precisa. I giudici non hanno dovuto stabilire se Roggero fosse stato realmente vittima di una rapina, circostanza mai messa in discussione, ma se gli spari esplosi successivamente potessero ancora essere considerati una forma di difesa necessaria.

La risposta fornita nei diversi gradi di giudizio è stata negativa. La Cassazione ha confermato il 15 luglio 2026 la pena determinata dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino, chiudendo definitivamente il procedimento sulla responsabilità penale. Roggero, oggi settantaduenne, si è quindi consegnato in carcere. (ANSA.it)

La possibile concessione della grazia, sostenuta da una parte consistente del centrodestra, ha aperto ora una fase completamente diversa. Non si discute più della colpevolezza, ormai accertata in via definitiva, ma dell’opportunità di eseguire integralmente la pena. Per comprendere questo passaggio è necessario separare con rigore almeno quattro piani: la rapina, la reazione armata, la qualificazione giuridica degli spari e il potere costituzionale di grazia.

La rapina e il momento in cui cambia la natura della condotta

La rapina subita da Roggero e dalla sua famiglia fu reale, violenta e traumatica. I tre uomini entrarono nella gioielleria e minacciarono le persone presenti. Il contesto iniziale, quindi, era certamente quello di un’aggressione ingiusta, capace di generare paura e una reazione emotiva molto intensa.

La ricostruzione processuale ha però distinto ciò che accadde all’interno del negozio da ciò che avvenne subito dopo. Le immagini delle telecamere di sorveglianza, le consulenze balistiche e gli altri accertamenti hanno mostrato che Roggero prese la pistola, uscì dalla gioielleria e sparò mentre i rapinatori cercavano di allontanarsi.

È precisamente in questa sequenza temporale che si trova il nucleo del caso. Nel diritto penale la legittima difesa non dipende soltanto dall’esistenza di un’aggressione precedente. È necessario che, nel momento in cui si reagisce, il pericolo sia ancora attuale. La difesa deve inoltre essere necessaria e proporzionata rispetto alla minaccia che continua a incombere.

Secondo la Corte d’Assise di Asti e, successivamente, secondo la Corte d’Assise d’Appello di Torino, al momento degli spari la fase difensiva era terminata. I rapinatori non stavano più avanzando contro Roggero o contro i suoi familiari, ma si stavano allontanando. L’azione del gioielliere è stata quindi qualificata non come protezione da un pericolo in corso, ma come inseguimento armato successivo alla rapina.

Questa distinzione può apparire formalistica quando viene osservata attraverso il trauma della vittima. In realtà è uno dei pilastri della disciplina giuridica della legittima difesa. Senza il requisito dell’attualità, qualsiasi reazione successiva a un’aggressione potrebbe essere presentata come difensiva anche quando assume una funzione punitiva o vendicativa.

Perché non è stata riconosciuta la legittima difesa

La legittima difesa è una causa di giustificazione. Significa che una condotta che normalmente costituirebbe reato, come ferire o uccidere una persona, diventa lecita perché rappresenta il mezzo necessario per proteggere un diritto da un pericolo ingiusto e attuale.

Gli elementi devono essere valutati con riferimento al momento concreto dell’azione. Non è sufficiente che l’autore della reazione abbia subito poco prima un reato grave. Deve esistere una relazione immediata tra il pericolo e la risposta.

Nel caso Roggero, i giudici hanno ritenuto che questa relazione fosse stata interrotta dalla fuga dei rapinatori. L’imputato non avrebbe sparato per impedire un’aggressione ancora in corso, ma per fermare persone che stavano abbandonando il luogo della rapina. La circostanza che i fuggitivi fossero autori di un grave delitto non conferiva al gioielliere un potere generale di cattura e, soprattutto, non gli consentiva di utilizzare una forza potenzialmente letale al di fuori di una necessità difensiva.

La questione non può quindi essere risolta sostenendo semplicemente che “i rapinatori se la sono cercata” o, sul versante opposto, ignorando completamente ciò che Roggero aveva appena subito. Il diritto deve considerare entrambi gli aspetti, ma deve anche attribuire a ciascuno una funzione diversa.

La rapina giustifica l’intervento delle forze dell’ordine, la responsabilità penale degli aggressori e la tutela della persona offesa. Non rende però automaticamente lecita una successiva azione armata. In uno Stato di diritto, la punizione del colpevole è affidata all’autorità pubblica e non alla vittima del reato.

La differenza tra difesa, eccesso e vendetta

Un altro elemento spesso trascurato riguarda la differenza tra legittima difesa, eccesso nella legittima difesa e azione autonoma successiva all’aggressione.

L’eccesso si verifica quando esiste ancora una situazione difensiva, ma chi reagisce supera per errore i limiti della necessità o della proporzione. Il presupposto rimane comunque la presenza di un pericolo attuale.

Nel caso esaminato, i giudici non hanno ritenuto che Roggero si fosse semplicemente difeso in modo sproporzionato. Hanno affermato, più radicalmente, che nel momento degli spari non esisteva più la situazione necessaria per parlare di difesa. Per questa ragione la condotta è stata qualificata come duplice omicidio volontario e tentato omicidio, e non come eccesso colposo di legittima difesa.

Anche la tesi della legittima difesa putativa non è stata accolta. Questa figura può operare quando una persona, per un errore ragionevole determinato dalle circostanze, ritiene di trovarsi in una situazione di pericolo che in realtà non esiste.

La difesa aveva sostenuto, tra le altre cose, che Roggero potesse temere per la sorte della moglie o credere che la minaccia non fosse ancora terminata. I giudici hanno però escluso che questa convinzione trovasse un riscontro oggettivo sufficiente nelle immagini e nella dinamica dei fatti. La Corte d’Appello ha inoltre confermato che le dichiarazioni, le registrazioni e gli accertamenti tecnici utilizzati nel processo erano stati acquisiti validamente.

Il trauma può eliminare la responsabilità penale?

Uno degli aspetti più delicati riguarda lo stato mentale di una persona che ha appena subito un’aggressione. È intuitivo che una rapina violenta possa generare paura, rabbia, confusione e reazioni difficilmente controllabili. Dal punto di vista medico e psicologico, il trauma può alterare la percezione del rischio e ridurre la capacità di prendere decisioni razionali.

Il diritto penale, però, non identifica automaticamente lo shock con l’incapacità di intendere o di volere. Per incidere sull’imputabilità, il disturbo deve raggiungere un livello tale da escludere o diminuire in modo rilevante la capacità del soggetto di comprendere il significato della propria condotta o di controllare le proprie azioni.

Nel processo a Roggero sono state esaminate anche le conseguenze psicologiche della rapina e di precedenti episodi criminali subiti dal gioielliere. Le valutazioni tecniche non hanno però individuato una compromissione sufficientemente grave da integrare un vizio totale o parziale di mente.

Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, la successione delle azioni mostrava un comportamento orientato verso uno scopo: prendere l’arma, uscire dal negozio, inseguire i rapinatori e sparare. La presenza di una forte emozione non è stata quindi considerata equivalente alla perdita della capacità di autodeterminarsi.

Ciò non significa negare il trauma. Significa, piuttosto, distinguere tra una condizione emotiva comprensibile e una condizione clinico-giuridica capace di eliminare o ridurre l’imputabilità.

Perché la pena è stata ridotta in appello

In primo grado Mario Roggero era stato condannato a 17 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha successivamente ridotto la pena a 14 anni e 9 mesi, senza però modificare il nucleo centrale della responsabilità.

La riduzione non ha trasformato i fatti in legittima difesa e non ha comportato il riconoscimento di un vizio di mente. È intervenuta sulla determinazione complessiva della sanzione, all’interno dei criteri che consentono al giudice di valutare la gravità concreta della condotta, la personalità dell’imputato, le circostanze e il rapporto tra i diversi reati.

La Cassazione, respingendo il ricorso, ha reso definitiva questa valutazione. È importante chiarire che la Corte di Cassazione non ricostruisce normalmente da capo i fatti e non sostituisce una propria lettura delle prove a quella dei giudici di merito. Il suo compito consiste principalmente nel controllare la corretta applicazione della legge e la tenuta logica e giuridica della motivazione.

Con la pronuncia definitiva si chiude quindi la possibilità ordinaria di discutere nuovamente se Roggero fosse colpevole o se ricorresse la legittima difesa. Da questo momento, eventuali interventi sulla pena appartengono ad ambiti diversi, come l’esecuzione penale, le misure alternative previste dalla legge o la grazia presidenziale.

Che cos’è la grazia e che cosa non è

La grazia è un provvedimento individuale di clemenza previsto dall’articolo 87 della Costituzione, che attribuisce al presidente della Repubblica il potere di concederla e di commutare le pene. Non annulla il processo, non cancella la sentenza e non dichiara innocente il condannato. Interviene esclusivamente sulla pena, che può essere condonata in tutto o in parte oppure trasformata.

È quindi giuridicamente inesatto presentare un’eventuale grazia come una correzione della decisione della Cassazione. La responsabilità per il duplice omicidio e per il tentato omicidio resterebbe intatta. Cambierebbe soltanto la concreta esecuzione della sanzione.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 200 del 2006, ha definito la grazia uno strumento con una funzione essenzialmente umanitaria. Il presidente della Repubblica deve valutare autonomamente l’esistenza di ragioni eccezionali che possano giustificare la mitigazione della pena. Il ministro della Giustizia svolge l’istruttoria, raccoglie atti, informazioni e pareri e controfirma il decreto, ma la decisione sostanziale appartiene al capo dello Stato.

Questa architettura serve a sottrarre la grazia all’indirizzo politico immediato. Il presidente della Repubblica non dovrebbe utilizzarla per approvare o disapprovare una sentenza, né per assecondare automaticamente una maggioranza parlamentare. Deve invece operare come organo super partes, valutando le eventuali ragioni umanitarie ed equitative del singolo caso.

Il confronto istituzionale tra Nordio e Mattarella

Dopo la condanna definitiva, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’avvio dell’istruttoria relativa a una possibile grazia. Contemporaneamente, esponenti e gruppi parlamentari del centrodestra hanno promosso iniziative pubbliche a sostegno di Roggero, mentre Matteo Salvini ha definito la sentenza ingiusta.

Il presidente Sergio Mattarella ha quindi ricevuto Nordio al Quirinale, richiamando i limiti delle attribuzioni ministeriali e ribadendo che la concessione della grazia è una facoltà esclusiva del capo dello Stato, secondo la Costituzione e la giurisprudenza costituzionale.

Il passaggio non equivale a una bocciatura della richiesta nel merito. Non risulta che Mattarella abbia già espresso una valutazione favorevole o contraria su Roggero. Il chiarimento riguarda soprattutto il metodo: l’istruttoria può essere avviata dal ministero, ma la decisione non può essere anticipata politicamente come se appartenesse al Governo.

Anche una raccolta di firme parlamentari ha un valore esclusivamente politico. Può segnalare l’esistenza di una forte domanda di clemenza, ma non vincola il presidente della Repubblica.

Quali elementi potrebbero essere valutati dal Quirinale

Nell’esame di una domanda di grazia possono assumere rilievo l’età del condannato, le condizioni di salute, il tempo già trascorso in detenzione, il comportamento successivo al reato, l’eventuale ravvedimento, il percorso rieducativo e le conseguenze concrete dell’esecuzione della pena.

Nel caso Roggero, i sostenitori del provvedimento richiamano soprattutto i 72 anni di età, il fatto che l’intera vicenda sia nata da una rapina violenta, i precedenti episodi criminali subiti, l’assenza di una carriera delinquenziale e la possibilità che quasi quindici anni di carcere coincidano sostanzialmente con il resto della sua vita.

Sul versante opposto, il Quirinale non può ignorare la gravità dei reati accertati: due persone sono state uccise e una terza ferita quando, secondo le sentenze, il pericolo immediato era già cessato. I giudici hanno inoltre escluso sia la legittima difesa sia una compromissione psichica rilevante.

Può avere un peso anche l’atteggiamento del condannato. La grazia non richiede necessariamente una confessione formale o una rinuncia a difendersi, ma la funzione umanitaria e rieducativa del provvedimento rende normalmente significativo il modo in cui la persona si rapporta alla condotta commessa e alla sentenza.

Grazia e Stato di diritto: il vero problema del caso Roggero

Il caso Roggero è difficile proprio perché contiene due verità che non si escludono. La prima è che il gioielliere e la sua famiglia furono vittime di una rapina violenta. La seconda è che, secondo tre gradi di giudizio, la successiva uccisione di due rapinatori in fuga non rappresentò una condotta difensiva lecita.

Il diritto penale non può cancellare la prima verità, ma non può neppure utilizzare la prima per negare la seconda. La funzione delle norme sulla legittima difesa è consentire a una persona di proteggersi quando lo Stato non può intervenire in tempo. Non è invece quella di trasferire alla vittima il potere di punire l’aggressore dopo la cessazione del pericolo.

La grazia si colloca ancora oltre. Non serve a riscrivere i fatti o a dichiarare che Roggero aveva ragione. Può servire, in presenza di circostanze eccezionali, a stabilire che l’esecuzione integrale di una pena legalmente inflitta produrrebbe effetti non più coerenti con esigenze superiori di umanità ed equità.

La decisione finale spetta al presidente della Repubblica e dovrà essere presa lontano sia dalla pressione emotiva generata dalla rapina sia dalla rappresentazione dei rapinatori come persone prive di diritti. L’ordinamento tutela la vittima del reato, ma tutela anche la vita e l’integrità di chi ha commesso un crimine quando non costituisce più un pericolo attuale.

È questo il punto più profondo della vicenda: la legittima difesa stabilisce fino a quando una reazione armata può essere considerata necessaria; la sentenza accerta che cosa è accaduto e attribuisce le responsabilità; la grazia valuta, infine, se esistano ragioni eccezionali per mitigare una pena senza negare la validità della giustizia che l’ha pronunciata.

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Meloni furiosa dopo il blitz dei franchi tiratori: spunta nome pesantissimo. Proprio lei! https://www.business.it/meloni-furiosa-dopo-il-blitz-dei-franchi-tiratori-spunta-nome-pesantissimo-proprio-lei/ Wed, 15 Jul 2026 11:03:29 +0000 https://www.business.it/?p=156937 La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze nella riforma elettorale, avvenuta con voto segreto alla Camera e decisa da un solo voto, apre un nuovo fronte nella maggioranza. A Palazzo Chigi cresce l’irritazione per i consensi mancati e si cerca di capire da quali gruppi siano arrivati i dissensi. Sullo sfondo resta anche lo scenario, per ora… Read More »Meloni furiosa dopo il blitz dei franchi tiratori: spunta nome pesantissimo. Proprio lei!

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Giorgia Meloni durante un intervento pubblico

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze nella riforma elettorale, avvenuta con voto segreto alla Camera e decisa da un solo voto, apre un nuovo fronte nella maggioranza. A Palazzo Chigi cresce l’irritazione per i consensi mancati e si cerca di capire da quali gruppi siano arrivati i dissensi. Sullo sfondo resta anche lo scenario, per ora solo politico, di elezioni anticipate.

Riforma elettorale, il voto segreto divide la maggioranza

Secondo i conteggi della coalizione, nel voto sarebbero mancati 31 voti rispetto alle previsioni. Un dato che ha alimentato i sospetti su un dissenso distribuito fra più componenti della maggioranza e non circoscrivibile a un unico partito.

Le perplessità si sarebbero concentrate in primo luogo su Forza Italia, dove alcune parlamentari avevano espresso riserve sul ritorno delle preferenze, anche in relazione alle tutele della rappresentanza di genere. Nel dibattito interno sono stati citati anche esponenti della Lega e dell’area collegata a Roberto Vannacci, senza che vi siano state ammissioni.

Il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ha escluso defezioni tra i deputati del Carroccio. Dal Partito Democratico, il coordinatore Igor Taruffi ha invece sostenuto che i voti contrari o mancanti possano provenire dalle diverse forze della coalizione.

Il retroscena su Marina Berlusconi e gli azzurri

Tra le ricostruzioni circolate dopo il voto, La Stampa ha riferito di sospetti emersi negli ambienti di Palazzo Chigi su parlamentari considerati vicini a Marina Berlusconi, presidente di Fininvest. Si tratta di un retroscena giornalistico che non risulta confermato dai diretti interessati.

Nello stesso contesto è stato menzionato il nome di Marta Fascina, presente alla votazione e indicata da alcune ricostruzioni come vicina alla presidente di Fininvest. Le indiscrezioni richiamano i timori di una parte di Forza Italia per un ulteriore rafforzamento di Fratelli d’Italia negli equilibri della coalizione, anche guardando alle future scadenze istituzionali.

Meloni e l’ipotesi del voto anticipato

L’esito dell’Aula avrebbe rafforzato nella presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la convinzione che vi sia una resistenza parlamentare alle riforme orientate a garantire maggiore stabilità ai governi. Secondo quanto riportato dai retroscena, la premier avrebbe già prospettato agli alleati la possibilità del ritorno alle urne nel caso di ostacoli al percorso della riforma.

Tra gli scenari evocati vi è un’eventuale consultazione nel giugno 2027, con la possibile necessità di una fase di transizione qualora la legislatura si interrompesse. Al momento non risultano decisioni formali e l’ipotesi resta legata all’evoluzione dei rapporti nella maggioranza e dell’iter parlamentare.

Il passaggio al Senato e il nodo Vannacci

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che a Palazzo Madama il regolamento prevede il voto palese per la riforma elettorale. Una condizione che potrebbe ridurre l’incertezza emersa alla Camera e consentire alla maggioranza di verificare apertamente la tenuta dei propri numeri.

La coalizione valuta inoltre l’andamento dei consensi nei prossimi mesi, con attenzione particolare all’area di Roberto Vannacci. L’evoluzione dei rapporti di forza potrà incidere sul calendario e sulle scelte relative alla riforma, mentre la sconfitta sull’emendamento delle preferenze resta un segnale di tensione politica interno alla maggioranza.

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Legge elettorale, salta tutto: ma chi ha tradito Meloni? Dito puntato proprio lì https://www.business.it/legge-elettorale-salta-tutto-ma-chi-ha-tradito-meloni-dito-puntato-proprio-li/ Wed, 15 Jul 2026 07:26:57 +0000 https://www.business.it/?p=156924 Un solo voto basta a fermare l’emendamento sulla riforma della legge elettorale sostenuto dalla maggioranza. Alla Camera la proposta per reintrodurre le preferenze, accanto al capolista bloccato, è stata respinta con 188 contrari e 187 favorevoli. Lo scrutinio segreto ha aperto un caso politico nel centrodestra: secondo i calcoli della Lega, all’appello sarebbero mancati 31… Read More »Legge elettorale, salta tutto: ma chi ha tradito Meloni? Dito puntato proprio lì

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Un solo voto basta a fermare l’emendamento sulla riforma della legge elettorale sostenuto dalla maggioranza. Alla Camera la proposta per reintrodurre le preferenze, accanto al capolista bloccato, è stata respinta con 188 contrari e 187 favorevoli. Lo scrutinio segreto ha aperto un caso politico nel centrodestra: secondo i calcoli della Lega, all’appello sarebbero mancati 31 voti.

Camera, respinto l’emendamento sulle preferenze

L’emendamento era stato presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc nell’ambito della riforma elettorale. Il testo prevedeva il ritorno delle preferenze dopo oltre trent’anni di liste bloccate, mantenendo tuttavia la figura del capolista bloccato.

Gli elettori avrebbero potuto indicare fino a tre preferenze per candidati appartenenti alla medesima lista. Il voto dell’Aula, svolto a scrutinio segreto, ha però determinato la bocciatura della proposta per un margine minimo.

Il caso dei 31 franchi tiratori nella maggioranza

La segretezza del voto non consente di individuare i singoli deputati che non hanno sostenuto l’emendamento. Dopo l’esito della votazione, tuttavia, il tema dei franchi tiratori è diventato centrale nel dibattito tra le forze di governo.

Il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ha dichiarato che, in base ai conteggi effettuati, sarebbero 31 i voti mancanti rispetto alle attese della maggioranza. Molinari ha precisato di non avere elementi per attribuire tali defezioni a parlamentari leghisti.

Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha lasciato intendere che alcuni deputati della coalizione possano non aver votato il provvedimento. I nomi, tuttavia, restano coperti dallo scrutinio segreto.

Meloni: «Ha vinto di nuovo la palude»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato l’esito del voto attraverso i social. La premier ha scritto: «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude», ribadendo che l’obiettivo della proposta era riportare le preferenze nel sistema elettorale.

Meloni ha inoltre ricordato di aver chiesto che la votazione avvenisse in forma palese, sostenendo che le opposizioni abbiano invece optato per lo scrutinio segreto. Secondo la presidente del Consiglio, le forze di opposizione hanno votato compatte contro l’emendamento, mentre nella maggioranza sono emerse assenze di consenso da approfondire.

Tajani invita a proseguire, opposizioni all’attacco

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito il risultato un «incidente di percorso», sottolineando che non si trattava di un voto di fiducia e invitando la maggioranza a continuare l’attività di governo.

Di segno opposto le reazioni delle opposizioni. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha parlato di un voto contro l’arroganza. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha interpretato la bocciatura come una sfiducia politica della maggioranza nei confronti di Meloni, chiedendone le dimissioni.

Anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno letto il voto come il segnale di una maggioranza non compatta su una misura fortemente sostenuta dalla presidente del Consiglio. La bocciatura dell’emendamento chiude dunque un passaggio parlamentare rilevante e lascia aperta la questione delle divisioni emerse nel voto segreto.

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Maltempo, allerta meteo per domani: temporali forti, rischi enormi https://www.business.it/maltempo-al-nord-allerta-gialla-temporali-forti-mercoledi/ Tue, 14 Jul 2026 17:37:21 +0000 https://www.business.it/?p=156912 Il maltempo torna a interessare il Nord Italia: per mercoledì 15 luglio 2026 la Protezione Civile ha emesso un’avvertenza per condizioni meteorologiche avverse e un’allerta gialla per rischio temporali in Veneto e in ampie aree dell’Emilia-Romagna. Dal primo pomeriggio sono attesi rovesci localmente intensi, raffiche di vento, grandine e frequente attività elettrica. Allerta meteo gialla… Read More »Maltempo, allerta meteo per domani: temporali forti, rischi enormi

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Il maltempo torna a interessare il Nord Italia: per mercoledì 15 luglio 2026 la Protezione Civile ha emesso un’avvertenza per condizioni meteorologiche avverse e un’allerta gialla per rischio temporali in Veneto e in ampie aree dell’Emilia-Romagna. Dal primo pomeriggio sono attesi rovesci localmente intensi, raffiche di vento, grandine e frequente attività elettrica.

Allerta meteo gialla in Veneto ed Emilia-Romagna

L’avviso è stato adottato dal Dipartimento della Protezione Civile in accordo con le Regioni coinvolte. Il peggioramento è legato al temporaneo indebolimento dell’anticiclone africano sul Settentrione e all’ingresso di aria più fresca in quota, condizioni favorevoli alla formazione di temporali anche di forte intensità.

In Emilia-Romagna, la criticità ordinaria riguarda la bassa collina piacentino-parmense, le pianure di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, oltre alla pianura reggiana di Po. Coinvolte anche la collina bolognese, la bassa collina e pianura romagnola, la costa romagnola e la costa ferrarese.

Le zone del Veneto interessate dai temporali

In Veneto l’allerta interessa gran parte del territorio regionale. Sono comprese le Dolomiti occidentali e orientali, Cadore e Comelico, Agordino, Valbelluna e Feltrino, Alpago e Cansiglio, oltre alle Prealpi bellunesi, trevigiane e vicentine.

La criticità per temporali è prevista inoltre sull’Altopiano dei Sette Comuni, nelle aree del Baldo e della Lessinia e sulle pianure del Trevigiano, Padovano, Veneziano e Veronese. Nell’avviso rientrano anche Polesine, costa veneziana e rodigina e Delta del Po.

Previsioni per mercoledì 15 luglio: i fenomeni attesi

Secondo le indicazioni della Protezione Civile, dal primo pomeriggio di mercoledì i fenomeni temporaleschi potranno interessare soprattutto Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I nuclei più organizzati potrebbero essere accompagnati da rovesci intensi, forti raffiche di vento, locali grandinate e attività elettrica frequente.

L’allerta gialla segnala una criticità ordinaria, ma richiede attenzione in particolare nelle zone esposte a temporali improvvisi e intensi. Il quadro meteorologico sarà invece differente nel resto d’Italia, dove l’alta pressione continuerà a garantire condizioni generalmente stabili.

Caldo ancora presente al Centro-Sud

Mentre il Nord farà i conti con il passaggio instabile, al Centro-Sud prevarranno cieli in larga parte sereni e temperature elevate. Il temporaneo cedimento dell’anticiclone al Settentrione non dovrebbe quindi determinare un cambiamento significativo sulle regioni centrali e meridionali, dove il caldo continuerà a farsi sentire.

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Pnrr, il grande esame dell’Italia: che cosa resterà dopo i fondi europei https://www.business.it/pnrr-il-grande-esame-dellitalia-che-cosa-restera-dopo-i-fondi-europei/ Tue, 14 Jul 2026 07:59:06 +0000 https://www.business.it/?p=156880 Il Piano nazionale di ripresa e resilienza era stato presentato come un’occasione irripetibile per modernizzare l’Italia dopo la pandemia. Quasi 200 miliardi di euro per intervenire su infrastrutture, sanità, scuola, digitalizzazione, energia, ricerca e pubblica amministrazione. A cinque anni dall’avvio del programma e dopo la scadenza del 30 giugno 2026, è arrivato il momento di… Read More »Pnrr, il grande esame dell’Italia: che cosa resterà dopo i fondi europei

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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza era stato presentato come un’occasione irripetibile per modernizzare l’Italia dopo la pandemia. Quasi 200 miliardi di euro per intervenire su infrastrutture, sanità, scuola, digitalizzazione, energia, ricerca e pubblica amministrazione. A cinque anni dall’avvio del programma e dopo la scadenza del 30 giugno 2026, è arrivato il momento di tracciare un primo bilancio.

Definire il Pnrr un successo completo sarebbe prematuro. Considerarlo un fallimento significherebbe però ignorare gli investimenti avviati, le riforme approvate e il contributo fornito alla crescita economica. La realtà è più complessa: l’Italia ha ottenuto gran parte delle risorse europee e ha aperto migliaia di cantieri, ma molte delle opere più grandi e costose non sono ancora concluse.

La vera domanda, quindi, non riguarda soltanto quanto denaro sia stato ricevuto o contabilizzato. Bisogna capire che cosa continuerà a funzionare quando terminerà la fase straordinaria: servizi sanitari, asili, ferrovie, laboratori, strutture digitali e competenze amministrative.

Un Piano da 194,4 miliardi di euro

Dopo le diverse revisioni e l’introduzione del capitolo RepowerEu, il Pnrr italiano ha raggiunto un valore complessivo di circa 194,4 miliardi di euro. Di questi, 71,8 miliardi sono sovvenzioni europee, mentre 122,6 miliardi sono prestiti.

È una distinzione fondamentale. Oltre il 63% delle risorse non è costituito da finanziamenti gratuiti, ma da somme che l’Italia dovrà restituire. Il valore economico del Piano dipenderà quindi dalla capacità degli investimenti di aumentare la produttività, migliorare i servizi pubblici e generare crescita sufficiente a compensare il debito contratto.

Il programma comprende 150 investimenti e 66 riforme, organizzati in sette missioni. Tra queste figurano digitalizzazione, transizione ecologica, mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione sociale, sanità e RepowerEu.

Circa il 39% delle risorse è associato agli obiettivi climatici, mentre il 25,6% sostiene la transizione digitale. Entrambe le percentuali superano le soglie minime stabilite dall’Unione europea.

Il Pnrr non è realmente terminato il 30 giugno

La scadenza del 30 giugno 2026 ha indicato la conclusione del periodo previsto per raggiungere i traguardi e gli obiettivi concordati con Bruxelles. Non coincide però con la chiusura materiale di tutti i cantieri.

Le amministrazioni dovranno completare rendicontazioni, verifiche e richieste di pagamento. Numerosi interventi continueranno inoltre oltre il termine formale, soprattutto quando riguardano infrastrutture complesse o opere di grandi dimensioni.

Ad aprile 2026, secondo Openpolis, risultavano completate soltanto 11 delle 159 scadenze europee previste per il primo semestre. La maggior parte delle altre era ancora in corso, anche se molte venivano considerate a rischio basso o medio.

Questo dato non significa automaticamente che l’Italia perderà tutte le risorse collegate agli obiettivi ancora aperti. Mostra però quanto sia difficile sovrapporre la fine amministrativa del Piano alla conclusione effettiva dei progetti.

Nove rate ricevute, ma ricevere non significa spendere

L’Italia ha ottenuto nove delle dieci rate previste, per un valore complessivo vicino a 166 miliardi di euro. Il risultato dimostra che il Paese è riuscito a superare gran parte delle verifiche europee.

La ricezione dei fondi, tuttavia, non equivale alla loro spesa materiale. Nel sistema del Pnrr le rate vengono erogate dopo il raggiungimento di milestone e target. Le milestone possono consistere nell’approvazione di una legge, nella pubblicazione di un bando o nell’avvio di una riforma. I target riguardano invece risultati quantitativi, come strutture costruite, imprese sostenute o cittadini raggiunti da un servizio.

Un pagamento europeo può quindi arrivare anche quando una parte dei cantieri è ancora aperta, purché siano state rispettate le condizioni previste per quella fase.

La distinzione diventa ancora più evidente confrontando i dati sulla spesa. A febbraio 2026 le amministrazioni titolari dichiaravano circa 113,5 miliardi di euro di spesa sostenuta. I pagamenti formalmente registrati dai soggetti attuatori ammontavano invece a circa 60,6 miliardi.

La differenza, superiore a 50 miliardi, può dipendere da anticipazioni, trasferimenti tra enti, rendicontazioni non consolidate e ritardi nell’aggiornamento delle banche dati. Resta comunque un problema di trasparenza: quando si parla di “fondi spesi” è necessario chiarire quale indicatore sia stato utilizzato.

Tante opere concluse, ma soprattutto quelle più piccole

Uno dei dati più significativi riguarda il rapporto tra il numero delle opere completate e il loro valore economico.

Le opere pubbliche concluse rappresentavano il 36,7% del totale. In termini monetari, però, valevano appena il 6,2% dell’importo complessivo. Considerando anche gli interventi in fase di collaudo, la quota saliva al 48,5% delle opere, ma si fermava al 12,4% del loro valore.

Rimanevano in esecuzione interventi per oltre 75 miliardi di euro.

Il contrasto suggerisce che siano state completate più rapidamente soprattutto le opere di dimensioni contenute. Una serie di interventi locali da poche centinaia di migliaia di euro può aumentare molto il numero dei progetti chiusi, ma incide poco sul valore totale rispetto a una grande linea ferroviaria o a un’infrastruttura energetica.

Il Pnrr ha quindi prodotto risultati visibili in numerosi Comuni, attraverso scuole, palestre, mense, interventi urbani e servizi digitali. I progetti più costosi, complessi e potenzialmente trasformativi richiederanno invece più tempo.

L’effetto sull’economia: crescita sostenuta, ma nessuna rivoluzione

Il Piano ha avuto un impatto positivo sulla crescita italiana. Secondo le stime richiamate da Lavoce.info, nel 2026 il Pil sarebbe stato inferiore di circa mezzo punto percentuale senza gli investimenti aggiuntivi finanziati dal Pnrr.

La Commissione europea ha stimato un effetto complessivo sul Pil italiano pari a circa 189,6 miliardi di euro nei dieci anni successivi all’avvio del programma.

Il Pnrr ha dunque sostenuto investimenti e domanda interna in una fase attraversata dalla pandemia, dalla crisi energetica, dall’inflazione e dalle tensioni geopolitiche. Non ha però prodotto, almeno fino a questo momento, la svolta strutturale immaginata inizialmente.

La crescita italiana è rimasta debole. Il Piano ha probabilmente evitato risultati peggiori, ma non ha cancellato i problemi storici legati alla produttività, alla dimensione ridotta delle imprese, alla debolezza industriale e alle differenze territoriali.

Il beneficio più duraturo potrebbe derivare non dalla spesa immediata, ma dalle infrastrutture e dalle riforme. Se ferrovie, reti digitali, giustizia e pubblica amministrazione diventeranno più efficienti, l’effetto economico potrà continuare anche dopo la conclusione dei finanziamenti.

Digitalizzazione: grandi imprese avanti, Pmi ancora in ritardo

La transizione digitale rappresenta una delle componenti principali del Piano. Gli interventi hanno riguardato servizi pubblici online, migrazione al cloud, sicurezza informatica, banche dati, connettività, digitalizzazione della giustizia e innovazione delle imprese.

Il mercato digitale italiano ha mostrato una crescita significativa, sostenuto soprattutto da cloud, servizi informatici, cybersicurezza e intelligenza artificiale. La trasformazione resta però molto disomogenea.

Secondo i dati richiamati dalle fonti analizzate, l’intelligenza artificiale è adottata da circa il 53% delle grandi imprese, ma soltanto dal 16% delle piccole e medie aziende.

Il divario non dipende esclusivamente dalla disponibilità di fondi. Le Pmi spesso non possiedono personale specializzato, dati organizzati, capitale sufficiente e competenze manageriali per integrare le nuove tecnologie nei processi produttivi.

Il Pnrr ha contribuito ad avviare la trasformazione, ma la sua prosecuzione richiederà una politica industriale più ampia. Senza interventi successivi, il rischio è che gli incentivi abbiano accelerato soprattutto le imprese già forti, lasciando indietro quelle più fragili.

Sanità, scuole e servizi: gli edifici non bastano

Nella sanità il Pnrr ha finanziato Case della comunità, Ospedali di comunità, centrali operative territoriali, telemedicina e assistenza domiciliare. L’obiettivo era rafforzare i servizi vicini ai cittadini e ridurre la pressione sugli ospedali.

Il problema principale riguarda il passaggio dalla costruzione delle strutture al loro funzionamento. Un edificio completato non garantisce automaticamente la presenza di medici, infermieri, apparecchiature e risorse per mantenerlo aperto.

Lo stesso vale per asili nido, mense, palestre e laboratori. La costruzione rappresenta soltanto il primo passaggio. Servono educatori, personale, manutenzione e finanziamenti ordinari.

La vera efficacia del Piano dovrà essere misurata attraverso indicatori concreti: pazienti assistiti, riduzione delle liste d’attesa, posti negli asili realmente disponibili, studenti coinvolti e continuità dei servizi.

Avvenire ha evidenziato proprio questa criticità: il Pnrr ha prodotto molti cantieri, ma non sempre è riuscito a trasformarsi in un progetto organico e condiviso, soprattutto nella sanità e nel contrasto alle disuguaglianze.

Il divario tra territori capaci e territori fragili

Il modo in cui i fondi sono stati utilizzati è dipeso fortemente dalla capacità amministrativa degli enti locali.

I Comuni dotati di tecnici, progettisti e uffici strutturati sono riusciti generalmente a partecipare ai bandi, gestire le gare e rendicontare gli interventi. Gli enti più piccoli o con meno personale hanno incontrato maggiori difficoltà.

Si è così creato un paradosso: i territori con più bisogno di investimenti possono essere anche quelli meno attrezzati per utilizzarli. Il rischio è che un Piano nato per ridurre i divari finisca, almeno in alcuni casi, per premiare chi disponeva già di strutture amministrative più solide.

Le differenze rimangono evidenti anche nel mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto il 62,5%, ma nel Mezzogiorno lavora poco più di una giovane donna su quattro. Tra le giovani meridionali con un basso livello di istruzione il tasso di occupazione scende all’8,6%.

Numeri che mostrano come investimenti e riforme non abbiano ancora eliminato le disuguaglianze territoriali, educative e di genere.

Le riforme possono essere l’eredità più importante

Il Pnrr non è stato soltanto un programma di spesa. Il collegamento tra finanziamenti e risultati ha costretto l’Italia ad affrontare riforme rinviate per anni.

Tra gli interventi figurano la giustizia civile e penale, la concorrenza, la pubblica amministrazione e la semplificazione delle procedure. Il Piano ha inoltre introdotto un metodo fondato su obiettivi, tempi e verifiche periodiche.

Questa potrebbe essere una delle eredità più importanti. Per la prima volta, una parte rilevante degli investimenti pubblici è stata vincolata al raggiungimento di risultati controllabili e non soltanto alla disponibilità di stanziamenti.

Resta da capire se il metodo sopravvivrà al Pnrr. Molti uffici sono stati rafforzati attraverso assunzioni temporanee e assistenza tecnica. Senza la stabilizzazione delle competenze costruite, il rischio è che le amministrazioni tornino alle difficoltà precedenti.

Il vero bilancio inizierà dopo il 2026

Il Pnrr non può essere descritto né come un tesoro interamente sprecato né come una trasformazione già compiuta. Ha finanziato opere, sostenuto la crescita, accelerato la digitalizzazione e sbloccato riforme importanti. Allo stesso tempo, ha mostrato limiti nella trasparenza dei dati, nella capacità amministrativa e nella realizzazione delle opere più complesse.

Il giudizio definitivo dipenderà soprattutto da ciò che accadrà dopo la fase straordinaria. Bisognerà verificare se le nuove strutture saranno aperte, se i servizi disporranno di personale, se i grandi cantieri saranno completati e se le amministrazioni conserveranno le competenze acquisite.

La domanda centrale non è quindi soltanto quanti miliardi siano stati spesi entro una determinata data. È capire se quei miliardi abbiano reso l’Italia più produttiva, più digitale, più sostenibile e meno diseguale.

Il 30 giugno ha chiuso il calendario del Pnrr, ma non il suo esame. La prova decisiva comincia ora: trasformare una stagione eccezionale di finanziamenti in un cambiamento capace di durare.

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Milano, omicidio di Gianluca Ibarra Silvera: arrestati altri sei giovani https://www.business.it/milano-omicidio-di-gianluca-ibarra-silvera-arrestati-altri-sei-giovani/ Mon, 13 Jul 2026 14:18:50 +0000 https://www.business.it/?p=156855 Le indagini sull’omicidio avvenuto nei pressi di una stazione ferroviaria milanese compiono un nuovo passo in avanti. Dopo i primi fermi eseguiti nelle settimane successive alla morte della vittima, la Polizia di Stato ha individuato altri giovani che, secondo gli investigatori, avrebbero partecipato all’aggressione coordinata sfociata nell’accoltellamento mortale. L’inchiesta riguarda la morte di Gianluca Ibarra… Read More »Milano, omicidio di Gianluca Ibarra Silvera: arrestati altri sei giovani

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Le indagini sull’omicidio avvenuto nei pressi di una stazione ferroviaria milanese compiono un nuovo passo in avanti. Dopo i primi fermi eseguiti nelle settimane successive alla morte della vittima, la Polizia di Stato ha individuato altri giovani che, secondo gli investigatori, avrebbero partecipato all’aggressione coordinata sfociata nell’accoltellamento mortale.

L’inchiesta riguarda la morte di Gianluca Ibarra Silvera, ucciso lo scorso 26 maggio nelle vicinanze della stazione di Milano Certosa. Su disposizione del giudice sono stati arrestati altri sei giovani stranieri: un dominicano di 19 anni e cinque peruviani, con età comprese tra i 18 e i 22 anni. Sono ritenuti coinvolti, a vario titolo e in concorso tra loro, nell’omicidio. Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Milano e Monza.

L’aggressione lungo i binari

Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile di Milano, il gruppo, ritenuto appartenente alla gang dei Latin King, avrebbe prima accerchiato Gianluca, il fratello e un loro amico. Da quel momento sarebbe iniziata un’aggressione condotta con sassi, bottiglie e coltelli, proseguita poi con un inseguimento lungo i binari ferroviari.

Durante la fuga, la vittima sarebbe caduta a terra e sarebbe stata raggiunta dagli aggressori. A quel punto sarebbe stata colpita più volte con armi da taglio, riportando ferite risultate fatali. La dinamica sarebbe stata ricostruita attraverso l’analisi delle telecamere di videosorveglianza, le testimonianze raccolte e ulteriori accertamenti investigativi.

Le indagini e i primi fermi

Il nuovo provvedimento rappresenta un ulteriore sviluppo dell’attività coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano. Già il 5 e il 9 giugno erano stati sottoposti a fermo due indagati, considerati dagli investigatori i presunti autori materiali dell’accoltellamento.

Con gli ultimi sei arresti, gli inquirenti ritengono di aver ricostruito il ruolo avuto dai diversi partecipanti all’aggressione. Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari e, come previsto dalla legge, la responsabilità degli indagati potrà essere accertata definitivamente soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.

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Scanner cinesi, il giallo dietro lo scontro Trump-Meloni… e Conte segna un punto https://www.business.it/scanner-cinesi-il-giallo-dietro-lo-scontro-trump-meloni-e-conte-segna-un-punto/ Sat, 11 Jul 2026 15:17:14 +0000 https://www.business.it/?p=156801 Sono ormai due i dossier che gettano un’ombra sulla gestione doganale sotto l’esecutivo Meloni. Il primo è quello degli scanner cinesi Nuctech: appalti per l’ammodernamento dei controlli nei porti italiani, finanziati con fondi europei dello Strumento per le attrezzature di controllo doganale, assegnati alla società di Pechino nonostante fosse già inserita nella Entity List statunitense… Read More »Scanner cinesi, il giallo dietro lo scontro Trump-Meloni… e Conte segna un punto

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Sono ormai due i dossier che gettano un’ombra sulla gestione doganale sotto l’esecutivo Meloni. Il primo è quello degli scanner cinesi Nuctech: appalti per l’ammodernamento dei controlli nei porti italiani, finanziati con fondi europei dello Strumento per le attrezzature di controllo doganale, assegnati alla società di Pechino nonostante fosse già inserita nella Entity List statunitense e oggetto di un’indagine antidumping dell’Ue. Il caso è esploso a livello diplomatico quando Washington ha presentato proteste formali per ottenere l’annullamento delle gare, portando il dossier fino all’ufficio della premier; le tensioni tra Trump e Meloni su Sigonella e sul meccanismo Purl per l’Ucraina si sono intrecciate, secondo ricostruzioni giornalistiche, anche con il nodo Nuctech, di cui l’amministrazione Usa contesta l’affidabilità per la sicurezza dei dati nei porti strategici Nato.

Un’origine risalente al 2021, sotto la gestione Minenna, ma proseguita e consolidata durante il governo attuale.
Il secondo dossier riguarda la circolare doganale n. 18/2026 dell’8 luglio, che apre un fronte più sottile ma non meno rilevante: quello del trattamento dei prodotti non conformi in importazione, con una logica che ricalca da vicino — e con imbarazzante precisione — la procedura contestata al governo Conte II sulle mascherine nel 2020.


Con la circolare n. 18/2026 dell’8 luglio, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha messo nero su bianco un principio che, nel 2020, fu al centro di una delle polemiche politiche più aspre della pandemia: si può sdoganare merce priva di marcatura CE regolare, purché non venga immessa sul mercato prima di essere conformata. Il paradosso è che oggi questo principio viene ribadito sotto lo stesso governo che, in commissione, attraverso i propri esponenti, ha più volte sostenuto l’esatto contrario a proposito delle importazioni gestite dall’esecutivo Conte II: che non si potesse importare nulla senza marchio CE certificato.
Non era vero allora. Non lo è adesso.


La circolare 18/2026 chiarisce la distinzione, prevista dal Regolamento (UE) 1020/2019, tra “immissione in libera pratica” — lo sdoganamento — e “immissione sul mercato” — la prima messa a disposizione per distribuzione, consumo o uso. Sono due momenti che possono non coincidere. Un bene può essere sdoganato e restare, per un periodo, fuori dal circuito commerciale: perché destinato alla riesportazione, oppure perché deve ancora essere reso conforme prima di essere effettivamente fornito a un distributore o a un utilizzatore finale. In questi casi, spiega ADM, l’operatore economico produce un’autocertificazione (codice documento 25AO) e l’Ufficio non procede né alla sospensione dello svincolo né all’avvio di procedimenti sanzionatori — salvo poi verificare a posteriori, anche attraverso contratti di vendita, fatture o altra documentazione, se la merce sia stata effettivamente immessa sul mercato senza i requisiti previsti. In tal caso, la sanzione scatta comunque.


È, punto per punto, lo stesso meccanismo adottato nella primavera del 2020 per i dispositivi di protezione individuale e i dispositivi medici privi di marcatura CE valida. Le linee guida dell’Agenzia delle Dogane dell’epoca prevedevano che, in assenza di un marchio CE valido, il prodotto potesse essere “sdoganato condizionatamente”: con obbligo di tracciabilità, impegno scritto a non immetterlo in commercio, e autocertificazione da inviare all’INAIL o all’ISS in attesa della verifica di conformità. Solo dopo l’esito positivo della valutazione tecnica la merce poteva entrare effettivamente sul mercato. In caso contrario, o in caso di dichiarazioni non veritiere, intervenivano i controlli — allora affidati anche ai NAS e alla Guardia di Finanza, esattamente come oggi la circolare 18/2026 prevede la trasmissione di comunicazioni al Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza.


La differenza tra le due epoche non sta dunque nel principio giuridico di fondo — sdoganare non equivale ad autorizzare l’uso commerciale immediato — ma nel contesto: nel 2020 si trattava di una deroga emergenziale legata alla pandemia, disposta dal Commissario straordinario; nel 2026 si tratta di una prassi amministrativa ordinaria, fondata sulla Guida blu della Commissione europea del 2022 e sul Regolamento 1020/2019. Ma la logica operativa — sdoganamento sì, messa in commercio no, fino a verifica — è identica.

Questo rende difficilmente sostenibile, sul piano tecnico, l’argomento usato in commissione da chi oggi siede nella maggioranza per criticare retroattivamente le scelte del governo Conte II sulle mascherine: l’idea che fosse giuridicamente impossibile sdoganare prodotti privi di marchio CE regolare. Non lo era allora, per espressa previsione delle stesse linee guida ADM. E non lo è oggi, come conferma la circolare 18/2026, firmata dal Direttore centrale Claudio Oliviero.


Il punto politico, semmai, dovrebbe spostarsi altrove: non se la procedura fosse legittima — lo era e lo è — ma se, nel 2020, i controlli a posteriori promessi dalla stessa architettura normativa siano stati effettivamente condotti con il rigore necessario, e se le responsabilità di eventuali mascherine “farlocche” finite comunque sul mercato vadano ricercate nella procedura in sé o nella sua applicazione concreta. Confondere i due piani — quello della cornice giuridica e quello dell’effettivo controllo — serve solo a costruire un argomento politico che i fatti, alla prova dei documenti, non sostengono.

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Euro digitale, il Parlamento europeo apre la strada https://www.business.it/euro-digitale-il-parlamento-europeo-apre-la-strada/ Fri, 10 Jul 2026 10:25:34 +0000 https://www.business.it/?p=156708 L’Unione europea compie un passo decisivo verso quella che potrebbe essere una delle più importanti trasformazioni del sistema monetario dalla nascita dell’euro. Il Parlamento europeo ha infatti approvato la propria posizione negoziale sul regolamento che disciplina l’euro digitale, la futura moneta elettronica emessa dalla Banca centrale europea (Bce). Si tratta di un passaggio politico e… Read More »Euro digitale, il Parlamento europeo apre la strada

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L’Unione europea compie un passo decisivo verso quella che potrebbe essere una delle più importanti trasformazioni del sistema monetario dalla nascita dell’euro. Il Parlamento europeo ha infatti approvato la propria posizione negoziale sul regolamento che disciplina l’euro digitale, la futura moneta elettronica emessa dalla Banca centrale europea (Bce). Si tratta di un passaggio politico e legislativo di grande rilievo, destinato ad aprire una nuova fase dei negoziati tra Parlamento, Consiglio dell’Unione europea e Commissione europea.

È bene chiarire subito un aspetto fondamentale: l’euro digitale non è ancora realtà e non entrerà immediatamente nelle tasche dei cittadini europei. Il voto di Strasburgo rappresenta infatti soltanto uno degli ultimi passaggi dell’iter legislativo europeo. Prima dell’eventuale introduzione sarà necessario raggiungere un accordo definitivo tra le istituzioni comunitarie e, successivamente, la Bce dovrà assumere la decisione finale sull’emissione della nuova forma di moneta.

Il tema, tuttavia, va ben oltre la semplice innovazione tecnologica. Dietro l’euro digitale si intrecciano questioni economiche, geopolitiche, giuridiche e perfino strategiche, che riguardano il futuro della sovranità monetaria europea.

Perché nasce l’euro digitale

L’idea di una valuta digitale europea non nasce improvvisamente. Le sue radici affondano in un cambiamento profondo delle abitudini di pagamento dei cittadini.

Negli ultimi quindici anni il denaro contante ha progressivamente perso terreno a favore dei pagamenti elettronici. Carte di credito, bancomat, smartphone e portafogli digitali hanno modificato il modo in cui milioni di persone acquistano beni e servizi. In molti Paesi europei una parte consistente delle transazioni quotidiane avviene ormai senza utilizzare banconote o monete.

Questo fenomeno, accelerato ulteriormente durante la pandemia da Covid-19, ha posto una domanda fondamentale alle banche centrali: come garantire che anche nell’economia digitale continui a esistere una forma di moneta pubblica, sicura e garantita direttamente dallo Stato?

Oggi, infatti, quando un cittadino paga con una carta o con un’applicazione sul telefono utilizza prevalentemente strumenti offerti da operatori privati. L’euro digitale nasce proprio con l’obiettivo di mantenere disponibile una moneta emessa direttamente dalla Bce anche nell’era dei pagamenti digitali.

Non è una criptovaluta

Uno degli equivoci più diffusi riguarda la natura stessa dell’euro digitale.

Contrariamente a quanto spesso si legge sui social network, non si tratta di una criptovaluta e non ha alcun legame con Bitcoin, Ethereum o altri asset digitali decentralizzati.

Le criptovalute funzionano attraverso reti distribuite e non sono controllate da una banca centrale. Il loro valore oscilla in base al mercato e alla domanda degli investitori.

L’euro digitale, invece, rappresenterebbe semplicemente una nuova forma dell’euro già esistente. Ogni euro digitale avrebbe esattamente lo stesso valore di un euro in contanti o depositato su un conto corrente. Sarebbe emesso esclusivamente dalla Banca centrale europea e garantito dall’intero Eurosistema.

In altre parole, cambierebbe il supporto tecnologico, ma non la natura della moneta.

Le origini del progetto

Le prime riflessioni sull’euro digitale iniziano già nella seconda metà degli anni Dieci, quando diverse banche centrali del mondo avviano studi sulle cosiddette Central Bank Digital Currencies (CBDC), cioè le valute digitali emesse dalle banche centrali.

La crescita delle criptovalute, il progetto Libra annunciato da Facebook nel 2019 e il rapido sviluppo dello yuan digitale in Cina accelerano ulteriormente il dibattito europeo.

Nel luglio 2021 la Bce avvia ufficialmente la fase di indagine sul progetto, coinvolgendo banche, operatori finanziari, imprese e associazioni dei consumatori. Nei due anni successivi vengono analizzate le possibili soluzioni tecnologiche, gli aspetti giuridici e le conseguenze economiche.

Nel giugno 2023 la Commissione europea presenta la proposta di regolamento destinata a disciplinare l’introduzione dell’euro digitale. Da quel momento prende avvio il normale procedimento legislativo europeo, culminato oggi con il via libera del Parlamento europeo alla propria posizione negoziale.

Il percorso giuridico: cosa succede adesso

Dal punto di vista istituzionale il voto dell’Eurocamera non conclude il procedimento.

Secondo il diritto dell’Unione europea, Parlamento e Consiglio devono ora trovare un compromesso sul testo definitivo attraverso il cosiddetto Trilogo, al quale partecipa anche la Commissione europea.

Solo una volta raggiunto l’accordo politico e approvato formalmente il regolamento, la Banca centrale europea potrà decidere se procedere effettivamente all’emissione dell’euro digitale.

In altre parole, esiste ancora una distinzione fondamentale tra la creazione del quadro normativo e la decisione operativa della banca centrale.

È quindi probabile che l’introduzione concreta richieda ancora alcuni anni.

Come funzionerà nella vita quotidiana

L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee è quello di offrire uno strumento semplice e accessibile.

I cittadini potranno detenere euro digitali all’interno di un portafoglio elettronico, gestito tramite la propria banca o altri prestatori autorizzati di servizi di pagamento.

Con questo portafoglio sarà possibile effettuare acquisti nei negozi fisici, pagamenti online, trasferimenti di denaro tra privati e, in determinate circostanze, perfino operazioni offline, cioè anche in assenza temporanea di connessione Internet.

L’euro digitale non sostituirà i conti correnti tradizionali né diventerà uno strumento di investimento. Non produrrà interessi e sarà destinato esclusivamente ai pagamenti quotidiani.

Contante ed euro digitale convivranno

Uno dei punti più delicati del dibattito riguarda il futuro del denaro contante.

Le istituzioni europee hanno ribadito più volte che l’introduzione dell’euro digitale non comporterà l’eliminazione delle banconote e delle monete.

Il contante continuerà a essere emesso, rimarrà corso legale e dovrà continuare a essere accettato secondo le regole previste dalla normativa europea.

L’euro digitale rappresenterebbe dunque una possibilità aggiuntiva e non un obbligo per cittadini e imprese.

Privacy e timori dei cittadini

Le questioni legate alla riservatezza rappresentano uno degli aspetti più sensibili dell’intero progetto.

Molti osservatori temono infatti che una valuta digitale possa consentire un controllo eccessivo delle transazioni effettuate dai cittadini.

Per questo motivo la proposta europea introduce specifiche garanzie. Nei pagamenti offline il livello di riservatezza dovrebbe avvicinarsi a quello garantito oggi dal contante. Per i pagamenti online, invece, saranno trattati soltanto i dati strettamente necessari per garantire sicurezza, prevenzione delle frodi e rispetto della normativa antiriciclaggio.

La Bce ha inoltre precisato di non avere interesse commerciale nell’utilizzo dei dati personali degli utenti e che non potrà monitorare le abitudini di spesa dei cittadini per finalità economiche.

La dimensione geopolitica

Dietro il progetto dell’euro digitale esiste anche una chiara motivazione strategica.

Gran parte dei pagamenti elettronici europei passa oggi attraverso circuiti internazionali come Visa e Mastercard oppure attraverso i sistemi sviluppati dai grandi operatori tecnologici statunitensi.

L’Unione europea punta invece a rafforzare la propria autonomia nei sistemi di pagamento, riducendo la dipendenza da infrastrutture esterne e aumentando la resilienza finanziaria del continente.

L’euro digitale si inserisce quindi in una più ampia strategia europea di rafforzamento della sovranità tecnologica e finanziaria.

Quando potrebbe arrivare

Non esiste ancora una data ufficiale.

Se Parlamento e Consiglio raggiungeranno un accordo entro i prossimi mesi, il regolamento potrebbe essere definitivamente approvato tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

Successivamente la Bce dovrà valutare l’effettiva emissione della nuova valuta digitale, predisporre l’infrastruttura tecnica e avviare una fase di implementazione su scala europea.

Secondo le ipotesi più accreditate, i cittadini potrebbero iniziare a utilizzare l’euro digitale soltanto nella seconda parte del decennio.

Una rivoluzione che va oltre la tecnologia

L’euro digitale non rappresenta semplicemente un nuovo metodo di pagamento. È il tentativo dell’Unione europea di adattare il proprio sistema monetario all’evoluzione dell’economia digitale senza rinunciare al ruolo centrale della moneta pubblica.

La sfida sarà trovare un equilibrio tra innovazione, tutela della privacy, stabilità finanziaria e libertà di scelta dei cittadini. Il confronto politico e giuridico che accompagnerà i prossimi mesi sarà determinante proprio perché dovrà definire questo delicato equilibrio.

Per ora il Parlamento europeo ha acceso il semaforo verde su uno dei progetti più ambiziosi della politica monetaria europea degli ultimi decenni. L’ultima parola, però, non è ancora stata scritta.

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Condanna a Irene Pivetti, la decisione della Cassazione spiazza tutti  https://www.business.it/condanna-a-irene-pivetti-la-decisione-della-cassazione-spiazza-tutti/ Fri, 10 Jul 2026 07:34:19 +0000 https://www.business.it/?p=156690 La vicenda giudiziaria che coinvolge Irene Pivetti subisce un’importante svolta con la decisione della Corte di Cassazione che annulla con rinvio la sentenza di condanna a quattro anni di reclusione. Questa decisione riapre il procedimento, rimandando la valutazione a una diversa sezione della Corte d’appello di Milano, e segna un nuovo capitolo in un caso… Read More »Condanna a Irene Pivetti, la decisione della Cassazione spiazza tutti 

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La vicenda giudiziaria che coinvolge Irene Pivetti subisce un’importante svolta con la decisione della Corte di Cassazione che annulla con rinvio la sentenza di condanna a quattro anni di reclusione. Questa decisione riapre il procedimento, rimandando la valutazione a una diversa sezione della Corte d’appello di Milano, e segna un nuovo capitolo in un caso che aveva già attirato ampia attenzione mediatica e giudiziaria.

Accoglimento del ricorso e annullamento con rinvio

La Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dalla difesa di Irene Pivetti, annullando la condanna definitiva per autoriciclaggio ed evasione fiscale. La sentenza di primo grado, emessa nel settembre 2024 dalla Corte d’appello di Milano, era stata confermata nei gradi successivi fino all’intervento della Cassazione. Il procedimento ora torna davanti a un nuovo collegio della Corte d’appello milanese per una rivalutazione secondo le indicazioni fornite dalla Suprema Corte.

Le accuse e le operazioni contestate

Al centro dell’inchiesta vi sono alcune operazioni commerciali, in particolare la compravendita di tre Ferrari Gran Turismo, che secondo l’accusa sarebbero state utilizzate per occultare un’evasione fiscale. Questi elementi rappresentano uno dei punti fondamentali del procedimento, su cui si concentrerà nuovamente l’analisi della Corte d’appello in sede di nuovo giudizio.

Irene Pivetti durante un evento pubblico

Prospettive e prossimi sviluppi

Il legale di Irene Pivetti, Filippo Cocco, ha espresso soddisfazione per l’esito della decisione della Cassazione, sottolineando come il nuovo giudizio rappresenti un passaggio cruciale per l’evoluzione della vicenda. La Procura generale, invece, aveva richiesto la conferma della condanna, ma la decisione finale della Suprema Corte ha imposto una revisione completa della sentenza.

Il caso, che ha avuto grande risonanza per la notorietà della figura politica coinvolta, resta quindi aperto e sarà la Corte d’appello di Milano a pronunciarsi nuovamente, definendo così le sorti giudiziarie di Irene Pivetti.

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Marine Le Pen, la condanna e la corsa all’Eliseo https://www.business.it/marine-le-pen-la-condanna-e-la-corsa-alleliseo/ Thu, 09 Jul 2026 13:46:10 +0000 https://www.business.it/?p=156647 Per capire le ultime vicende giudiziarie e politiche di Marine Le Pen bisogna partire da lontano, molto prima della sentenza che ha riaperto la sua corsa verso l’Eliseo. La sua storia personale e politica è legata in modo indissolubile a quella del padre, Jean-Marie Le Pen, fondatore nel 1972 del Front National, il partito che… Read More »Marine Le Pen, la condanna e la corsa all’Eliseo

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Per capire le ultime vicende giudiziarie e politiche di Marine Le Pen bisogna partire da lontano, molto prima della sentenza che ha riaperto la sua corsa verso l’Eliseo. La sua storia personale e politica è legata in modo indissolubile a quella del padre, Jean-Marie Le Pen, fondatore nel 1972 del Front National, il partito che per decenni ha rappresentato la destra nazionalista francese più dura, anti-immigrazione, identitaria e fortemente euroscettica.

Jean-Marie Le Pen fu una figura divisiva, capace di intercettare paure profonde della società francese ma anche di restare confinato ai margini del sistema politico a causa di posizioni radicali e dichiarazioni controverse. Il suo momento più clamoroso arrivò nel 2002, quando riuscì ad arrivare al ballottaggio delle presidenziali contro Jacques Chirac. Fu uno choc nazionale: la Francia repubblicana reagì compatta e Chirac vinse con percentuali plebiscitarie.

Marine Le Pen eredita quel mondo politico, ma capisce presto che per trasformare il Front National da partito di protesta a forza di governo serve una svolta. La sua strategia viene definita “dédiabolisation”, cioè “de-demonizzazione”: ripulire l’immagine del partito, prendere le distanze dagli eccessi del padre, cambiare linguaggio, allargare il consenso. La rottura definitiva arriva nel 2015, quando Jean-Marie viene espulso dal partito. Da lì Marine prende il controllo pieno della sua creatura politica e, nel tempo, trasforma il Front National nel Rassemblement National.

Il pensiero politico di Marine Le Pen

Il pensiero politico di Marine Le Pen ruota attorno ad alcuni assi fondamentali: sovranità nazionale, controllo dell’immigrazione, sicurezza, protezione economica e difesa dell’identità francese. Rispetto al padre, Marine Le Pen ha attenuato i toni e ha cercato di rendere il partito più istituzionale, ma molte direttrici ideologiche sono rimaste riconoscibili.

Il suo sovranismo nasce dall’idea che la Francia abbia perso troppo potere a favore dell’Unione europea. Le Pen non propone più apertamente l’uscita dall’euro o dalla Ue, come avveniva in passato, ma continua a sostenere un’Europa delle nazioni, con meno potere a Bruxelles e più autonomia agli Stati membri. In questa visione, le politiche migratorie, economiche e sociali dovrebbero tornare principalmente nelle mani dello Stato francese.

Il tema dell’immigrazione resta centrale. Le Pen chiede una forte riduzione degli ingressi, più espulsioni per gli irregolari, maggiori controlli alle frontiere e limitazioni all’accesso di alcuni servizi sociali per gli stranieri. Il concetto chiave è quello della “priorità nazionale”: prima i francesi nell’accesso al lavoro, agli aiuti pubblici e ad alcune prestazioni dello Stato sociale.

Sul piano economico, la leader del Rassemblement National si distingue dalla destra liberale classica. Non propone un arretramento radicale dello Stato, ma una forma di protezionismo sociale: difesa delle pensioni, tutela dei lavoratori francesi, sostegno all’industria nazionale, critica alla globalizzazione e alla concorrenza internazionale percepita come sleale.

È qui che si vede la distanza più netta da Emmanuel Macron. Il presidente francese incarna una linea europeista, liberale, centrista e riformista. Per Macron la Francia deve rafforzarsi dentro l’Europa, attrarre investimenti, modernizzare il mercato del lavoro e restare agganciata alla competizione globale. Per Le Pen, invece, proprio l’apertura economica, l’integrazione europea e l’immigrazione incontrollata sono tra le cause del declino francese.

Il caso degli assistenti parlamentari europei

La vicenda giudiziaria che oggi pesa su Marine Le Pen nasce dal cosiddetto caso degli assistenti parlamentari europei. Secondo l’accusa, tra il 2004 e il 2016 fondi del Parlamento europeo destinati al pagamento di assistenti degli eurodeputati del Front National sarebbero stati usati in modo improprio. In sostanza, persone pagate con denaro europeo avrebbero lavorato non per l’attività parlamentare a Bruxelles o Strasburgo, ma per il partito in Francia.

Il danno contestato si aggira intorno ai 2,8-2,9 milioni di euro. Il processo ha coinvolto Marine Le Pen, altri esponenti del partito, collaboratori ed ex eurodeputati. Per i giudici, non si sarebbe trattato di episodi isolati, ma di un sistema organizzato e durato anni, attraverso il quale risorse pubbliche europee sarebbero state utilizzate per finanziare indirettamente l’attività politica nazionale.

Marine Le Pen ha sempre respinto le accuse, sostenendo che il procedimento abbia avuto anche una forte dimensione politica. La sua difesa ha insistito sul fatto che il lavoro degli assistenti fosse legato all’attività politica degli eurodeputati e non separabile in modo netto dall’attività del partito. I giudici, però, hanno ritenuto provata l’esistenza di un uso irregolare dei fondi.

La prima condanna e il rischio esclusione dal 2027

Il punto più delicato della vicenda non riguarda soltanto la pena detentiva o la multa, ma soprattutto l’ineleggibilità. Nella prima sentenza, pronunciata nel marzo 2025, Marine Le Pen era stata condannata a quattro anni di carcere, di cui due con braccialetto elettronico, a una multa di 100.000 euro e a cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata.

Quella decisione aveva avuto l’effetto di terremoto politico. L’ineleggibilità immediata avrebbe potuto impedirle di partecipare alle presidenziali del 2027, la quarta corsa all’Eliseo della sua carriera. Per il Rassemblement National significava dover immaginare un piano alternativo, probabilmente puntando su Jordan Bardella, giovane presidente del partito e volto emergente della destra francese.

La sentenza aveva quindi aperto una questione enorme: fino a che punto una condanna penale può incidere sulla libertà degli elettori di scegliere il proprio candidato? E, allo stesso tempo, fino a che punto un leader condannato per reati legati all’uso di denaro pubblico può continuare a proporsi come guida dello Stato?

La decisione d’appello e la nuova corsa all’Eliseo

La Corte d’Appello di Parigi ha confermato la responsabilità penale di Marine Le Pen, ma ha ridotto la portata della pena. La condanna è passata a tre anni, di cui due sospesi e uno da scontare con braccialetto elettronico. È stata confermata anche la multa.

La vera svolta, però, riguarda l’ineleggibilità. La riduzione della sanzione accessoria ha eliminato, di fatto, l’ostacolo principale alla candidatura di Marine Le Pen alle presidenziali del 2027. Subito dopo la sentenza, la leader del Rassemblement National ha ribadito la propria volontà di correre per l’Eliseo, annunciando di essere candidata.

Dal punto di vista giudiziario, la vicenda non è conclusa. Le Pen ha annunciato ricorso in Cassazione. Questo significa che la partita legale proseguirà e che la decisione definitiva spetterà ai giudici supremi francesi. Dal punto di vista politico, però, il messaggio è già chiarissimo: Marine Le Pen resta in campo.

Una vittoria politica solo parziale

Per Marine Le Pen la sentenza d’appello è una vittoria solo a metà. Da un lato, resta una condanna penale grave, legata all’uso di fondi pubblici europei. I giudici hanno confermato che il sistema contestato esisteva e che le responsabilità erano rilevanti. Questo offre ai suoi avversari un argomento fortissimo: una candidata alla presidenza della Repubblica condannata per una vicenda di denaro pubblico.

Dall’altro lato, però, Le Pen ottiene il risultato politicamente più importante: può candidarsi. E in una Francia attraversata da fratture sociali, crisi del potere macroniano, paura del declino e sfiducia verso le élite, la sua presenza cambia completamente lo scenario.

Il Rassemblement National non deve più correre ai ripari. Jordan Bardella resta centrale, ma non è costretto a sostituirla. Anzi, il partito può presentarsi con una coppia politica: Le Pen candidata all’Eliseo, Bardella possibile figura di governo in caso di vittoria.

Perché il suo elettorato continua a crescere

Il consenso di Marine Le Pen non nasce solo dall’immigrazione. Il suo elettorato è composto da cittadini che spesso si sentono esclusi dalla globalizzazione, lontani dalle grandi città, diffidenti verso le istituzioni e convinti che la Francia stia perdendo identità, sicurezza e benessere.

Molti elettori del Rassemblement National percepiscono un peggioramento del proprio tenore di vita. Vedono Macron come il presidente delle élite urbane, europeiste, istruite e globalizzate. Le Pen, al contrario, cerca di presentarsi come la voce della Francia periferica, dei lavoratori, dei pensionati, dei piccoli comuni, di chi teme di non riconoscere più il proprio Paese.

Questa è la forza politica della sua proposta: trasformare il disagio sociale in una narrazione nazionale. Non parla solo di tasse o pensioni, ma di appartenenza. Non parla solo di frontiere, ma di identità. Non parla solo di sicurezza, ma di ordine perduto.

Il duello con Macron e il futuro della Francia

La contrapposizione tra Marine Le Pen e Macron è ormai una delle grandi linee di frattura della politica francese. Macron rappresenta l’idea di una Francia moderna, europea, competitiva, aperta e riformista. Le Pen rappresenta una Francia che vuole proteggersi, rallentare la globalizzazione, recuperare sovranità e riaffermare confini politici, culturali ed economici.

Il paradosso è che proprio la lunga stagione macroniana ha contribuito a rafforzare il Rassemblement National. Ogni crisi sociale, dalle proteste dei gilet gialli alle tensioni sulle pensioni, ha alimentato la percezione di una distanza tra potere e popolo. Le Pen ha costruito il suo spazio dentro questa distanza.

La sentenza, dunque, non chiude la sua storia politica. Al contrario, la rilancia dentro una cornice ancora più complessa: una leader condannata, ma ancora eleggibile; un partito normalizzato, ma ancora radicale su molti temi; una Francia che nel 2027 potrebbe trovarsi davanti a una scelta decisiva sul proprio modello politico, sociale ed europeo.

Marine Le Pen resta una figura divisiva. Per i suoi sostenitori è la candidata che può restituire sovranità e protezione alla Francia. Per i suoi avversari è il volto di una destra nazionalista che minaccia i valori repubblicani ed europei. La sua vicenda giudiziaria pesa, ma non basta a cancellarla dalla scena. Anzi, rischia di rafforzare la narrazione che lei stessa porta avanti da anni: quella di una candidata contro il sistema, pronta a trasformare una condanna in un nuovo argomento di battaglia politica.

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Maxi sequestro nel porto: 113 chili di sostanza stupefacente nascosti nel pellet https://www.business.it/maxi-sequestro-nel-porto-113-chili-di-sostanza-stupefacente-nascosti-nel-pellet/ Thu, 09 Jul 2026 12:21:56 +0000 https://www.business.it/?p=156635 Il porto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, torna al centro dell’attività di contrasto ai traffici internazionali di droga. In uno degli scali commerciali più importanti del Mediterraneo, la Guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane e dei monopoli hanno portato a termine un nuovo intervento di controllo sui container in transito, confermando… Read More »Maxi sequestro nel porto: 113 chili di sostanza stupefacente nascosti nel pellet

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Il porto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, torna al centro dell’attività di contrasto ai traffici internazionali di droga. In uno degli scali commerciali più importanti del Mediterraneo, la Guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane e dei monopoli hanno portato a termine un nuovo intervento di controllo sui container in transito, confermando il ruolo strategico dello scalo calabrese nelle verifiche sulle merci provenienti dall’estero.

L’operazione è nata nell’ambito delle ordinarie attività di monitoraggio sulla movimentazione dei container, ma si è sviluppata a partire da specifiche risultanze informative che hanno spinto militari e funzionari doganali ad approfondire la posizione di un carico ritenuto sospetto. L’attenzione degli investigatori si è concentrata su una partita di pellet arrivata dall’America Latina e destinata all’importazione nel territorio italiano.

A quel punto è scattato l’intervento operativo. I militari del gruppo della Guardia di finanza di Gioia Tauro e i funzionari del locale Ufficio doganale hanno selezionato il container e lo hanno sottoposto a un’ispezione mirata. L’attività non si è limitata a un controllo documentale, ma ha previsto l’impiego delle apparecchiature scanner in dotazione all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, strumenti fondamentali per individuare eventuali anomalie all’interno dei carichi senza compromettere la struttura dei colli.

Il controllo è stato poi rafforzato dall’intervento delle unità cinofile della Guardia di finanza, il cui contributo si è rivelato decisivo nella verifica della merce. La combinazione tra analisi informativa, tecnologie scanner e fiuto dei cani antidroga ha permesso agli operatori di restringere il campo e di individuare il punto in cui era stato occultato lo stupefacente. Proprio l’accuratezza dell’intervento effettuato ha consentito di trasformare un sospetto in un sequestro di grande rilievo.

All’interno della partita di pellet, infatti, sono stati trovati oltre 113 chilogrammi di cocaina, considerata dagli investigatori di qualità purissima e proveniente dal Sud America. La droga era stata nascosta nel carico con l’obiettivo di superare i controlli e raggiungere il mercato clandestino italiano, ma l’ispezione condotta nello scalo calabrese ha interrotto la catena del traffico prima che lo stupefacente potesse essere immesso in circolazione.

Il quantitativo sequestrato avrebbe potuto generare profitti enormi per le organizzazioni criminali. Secondo le stime, una volta distribuita sul mercato illegale, la cocaina avrebbe fruttato circa 20 milioni di euro. Il valore economico del carico conferma la dimensione dell’operazione e l’importanza dell’attività svolta nel porto di Gioia Tauro, dove ogni intervento di controllo può impedire l’ingresso nel Paese di partite di droga destinate ad alimentare reti criminali molto estese.

Il sequestro si inserisce in un bilancio già particolarmente significativo. A partire dal 2025, nello scalo di Gioia Tauro, la Guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane e dei monopoli hanno sequestrato oltre 4,5 tonnellate di cocaina. Un dato che racconta non solo la pressione dei traffici internazionali sul porto calabrese, ma anche la continuità dell’azione di contrasto condotta dalle autorità.

La nuova operazione conferma dunque l’efficacia del dispositivo di controllo attivo nello scalo reggino. L’intervento effettuato sulla partita di pellet proveniente dall’America Latina ha evitato che un carico di cocaina dal valore milionario raggiungesse le piazze di spaccio, rafforzando ancora una volta il ruolo di Gioia Tauro come punto nevralgico nella lotta ai traffici di droga nel Mediterraneo.

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Il vertice nato di Ankara: rimanere indietro o cambiare pelle https://www.business.it/il-vertice-nato-di-ankara-rimanere-indietro-o-cambiare-pelle/ Tue, 07 Jul 2026 08:56:20 +0000 https://www.business.it/?p=156456 Per molti osservatori il vertice Nato di Ankara rischia di essere ricordato soltanto come quello destinato a discutere dell’aumento delle spese militari. In realtà, il summit rappresenta molto di più. Sul tavolo non ci sono soltanto percentuali di Pil da destinare alla difesa, ma una ridefinizione degli equilibri strategici dell’Alleanza Atlantica, del rapporto tra Europa… Read More »Il vertice nato di Ankara: rimanere indietro o cambiare pelle

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Per molti osservatori il vertice Nato di Ankara rischia di essere ricordato soltanto come quello destinato a discutere dell’aumento delle spese militari. In realtà, il summit rappresenta molto di più. Sul tavolo non ci sono soltanto percentuali di Pil da destinare alla difesa, ma una ridefinizione degli equilibri strategici dell’Alleanza Atlantica, del rapporto tra Europa e Stati Uniti e del ruolo che i singoli Paesi saranno chiamati a ricoprire nei prossimi anni.

L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato la sicurezza al centro dell’agenda internazionale, ma negli ultimi mesi è emerso un altro elemento destinato a cambiare profondamente la Nato: la richiesta americana di un’Europa più autonoma e maggiormente responsabile della propria difesa. Washington continua a rappresentare il pilastro dell’Alleanza, ma il messaggio è sempre più chiaro. Gli alleati europei dovranno assumersi una quota crescente degli oneri economici, industriali e operativi.

Il vertice di Ankara diventa così il luogo in cui questa trasformazione prende forma, segnando quello che molti analisti definiscono l’inizio di una nuova fase dell’Alleanza.

La Nato cambia pelle: verso una maggiore responsabilità europea

La discussione sulle spese militari è soltanto la parte più visibile di un cambiamento molto più profondo. Negli ultimi anni l’Europa ha iniziato a comprendere come la propria sicurezza non possa dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti. Le crisi internazionali, la guerra in Ucraina, le tensioni nel Medio Oriente e l’instabilità nel Mediterraneo hanno mostrato quanto sia necessario rafforzare le capacità europee.

L’obiettivo non consiste semplicemente nell’acquistare nuovi sistemi d’arma. La sfida riguarda la costruzione di una vera base industriale della difesa, capace di produrre tecnologie avanzate, garantire approvvigionamenti sicuri e sviluppare programmi comuni tra gli alleati.

Questo significa investimenti, pianificazione e una maggiore integrazione tra i Paesi europei. In altre parole, la Nato non sta soltanto chiedendo di spendere di più, ma di spendere meglio e in modo coordinato.

Il ruolo crescente della Turchia

Non è casuale che il summit si svolga ad Ankara. La Turchia è oggi uno degli attori più influenti dell’Alleanza Atlantica. La sua posizione geografica la rende un ponte tra Europa, Medio Oriente, Mar Nero e Caucaso, mentre negli ultimi anni ha rafforzato in maniera significativa la propria industria della difesa, diventando uno dei principali esportatori mondiali di sistemi militari, droni e tecnologie avanzate.

Per il presidente turco, ospitare il vertice rappresenta un’importante occasione diplomatica. Ankara punta a consolidare il proprio ruolo di interlocutore indispensabile sia nei confronti degli Stati Uniti sia degli alleati europei, rafforzando ulteriormente il proprio peso politico all’interno della Nato.

In questo scenario la Turchia non appare più soltanto come un membro dell’Alleanza, ma come uno dei protagonisti della nuova architettura strategica che sta prendendo forma.

L’Italia arriva con una partita tutta sua

Anche l’Italia si presenta al summit con alcuni obiettivi ben definiti. Il governo punta innanzitutto a mantenere alta l’attenzione sul cosiddetto fianco Sud dell’Alleanza, sostenendo che la sicurezza europea non dipenda esclusivamente dalla minaccia russa.

Il Mediterraneo continua infatti a rappresentare un’area attraversata da forti tensioni: instabilità politica, terrorismo, traffici illegali, flussi migratori e competizione tra potenze regionali costituiscono fattori che incidono direttamente sulla sicurezza nazionale italiana.

Roma intende quindi convincere gli alleati che il rafforzamento della Nato debba riguardare anche questa direttrice strategica e non limitarsi al fronte orientale.

Accanto alla dimensione geopolitica esiste poi quella economica e industriale. L’aumento degli investimenti nella difesa apre infatti prospettive importanti per il comparto nazionale, chiamato a partecipare ai grandi programmi europei e atlantici attraverso aziende altamente specializzate nei settori aerospaziale, navale ed elettronico.

Per il governo il vertice rappresenta quindi anche un’opportunità per consolidare il ruolo dell’industria italiana all’interno della nuova strategia di sicurezza occidentale.

Le critiche sul peso dell’Italia nello scenario internazionale

Non tutti gli osservatori, però, condividono questa lettura. Una parte dell’analisi politica ritiene infatti che l’Italia arrivi al vertice con una capacità negoziale inferiore rispetto ad altri grandi partner europei.

Secondo questa interpretazione, i principali equilibri dell’Alleanza continuerebbero a essere determinati soprattutto dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Francia, dal Regno Unito e dalla stessa Turchia, mentre Roma rischierebbe di occupare una posizione più marginale nelle decisioni strategiche.

Si tratta di una valutazione politica che mette in discussione la reale capacità dell’Italia di incidere sulle scelte dell’Alleanza. Una lettura diversa rispetto a quella del governo, che invece sottolinea il ruolo del Paese come ponte naturale tra Europa, Mediterraneo e Nord Africa.

Il vertice di Ankara offrirà dunque anche un banco di prova per verificare quale sarà il peso effettivo dell’Italia nei nuovi equilibri internazionali.

Il caso Trump-Meloni e il clima della vigilia

Ad alimentare ulteriormente l’attenzione mediatica è arrivata anche la polemica nata attorno a un post pubblicato da Donald Trump sui social, nel quale compariva l’espressione “Restraining order needed”, tradotta come “serve un ordine restrittivo”.

Negli Stati Uniti il “restraining order” è un provvedimento giudiziario utilizzato soprattutto nei casi di stalking, molestie o violenza domestica. L’episodio ha immediatamente attirato l’attenzione dei media internazionali, alimentando il dibattito sul rapporto politico e personale tra l’ex presidente americano e Giorgia Meloni proprio alla vigilia del summit.

Pur non incidendo direttamente sui contenuti del vertice, la vicenda contribuisce ad aumentare la pressione diplomatica intorno all’incontro e dimostra come, accanto ai dossier strategici, continuino a pesare anche gli equilibri politici tra i principali leader occidentali.

Un summit destinato a lasciare il segno

Ridurre il vertice di Ankara a una semplice discussione sulle spese militari significherebbe coglierne soltanto una parte. Il summit arriva infatti in una fase in cui l’ordine internazionale sta attraversando una trasformazione profonda.

Gli Stati Uniti chiedono agli alleati europei di assumersi maggiori responsabilità, la Turchia consolida la propria centralità geopolitica, l’Europa è chiamata a rafforzare la propria capacità industriale e militare e l’Italia cerca di ritagliarsi uno spazio facendo leva sul Mediterraneo e sul fianco Sud dell’Alleanza.

Le decisioni che emergeranno da Ankara contribuiranno a definire non soltanto il futuro della Nato, ma anche il modo in cui l’Occidente affronterà le principali sfide di sicurezza dei prossimi anni. Ed è proprio questa prospettiva, più ancora dei numeri sulle spese per la difesa, a rendere il vertice uno degli appuntamenti geopolitici più importanti dell’anno.

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Fentanyl, il business miliardario della droga sintetica che preoccupa anche l’Italia https://www.business.it/fentanyl-il-business-miliardario-della-droga-sintetica-che-preoccupa-anche-litalia/ Mon, 06 Jul 2026 08:21:37 +0000 https://www.business.it/?p=156411 Il furto di 80 fiale di fentanyl dall’ospedale Israelitico di Roma ha immediatamente fatto scattare un vertice a Palazzo Chigi, mobilitando i Nas e accendendo i riflettori su una sostanza che, fino a oggi, sembrava appartenere soprattutto alle cronache degli Stati Uniti. Secondo le prime stime, quel quantitativo potrebbe essere sufficiente per ottenere fino a… Read More »Fentanyl, il business miliardario della droga sintetica che preoccupa anche l’Italia

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Il furto di 80 fiale di fentanyl dall’ospedale Israelitico di Roma ha immediatamente fatto scattare un vertice a Palazzo Chigi, mobilitando i Nas e accendendo i riflettori su una sostanza che, fino a oggi, sembrava appartenere soprattutto alle cronache degli Stati Uniti. Secondo le prime stime, quel quantitativo potrebbe essere sufficiente per ottenere fino a circa 20 mila dosi destinate al mercato illecito. Un dato che spiega perché il caso sia stato considerato fin da subito una questione di sicurezza nazionale.

La vicenda, tuttavia, racconta molto più di un semplice episodio di cronaca. Dietro quelle fiale si nasconde infatti uno dei mercati criminali in più rapida crescita al mondo, capace di modificare gli equilibri del narcotraffico internazionale e di attirare l’interesse delle principali organizzazioni mafiose. Il vero tema, quindi, non è soltanto il furto in sé, ma il valore economico che il fentanyl ha assunto negli ultimi anni.

Perché il fentanyl vale così tanto

Il fentanyl è un oppioide sintetico impiegato negli ospedali per il trattamento del dolore severo e durante gli interventi chirurgici. In medicina rappresenta uno strumento indispensabile, ma fuori dal circuito sanitario diventa una sostanza estremamente pericolosa.

La sua caratteristica principale è la potenza. È decine di volte più potente dell’eroina e della morfina e bastano quantità estremamente ridotte per produrre migliaia di dosi. Proprio questo rapporto tra peso, volume e valore economico lo rende particolarmente interessante per il mercato illegale.

Per la criminalità organizzata il vantaggio è evidente: meno prodotto da trasportare, meno spazio necessario per lo stoccaggio, costi logistici inferiori e profitti potenzialmente molto più elevati rispetto alle droghe tradizionali. In termini economici significa aumentare il margine operativo riducendo contemporaneamente i rischi legati al trasporto e ai sequestri.

Il nuovo modello di business del narcotraffico

Negli ultimi anni il traffico internazionale di stupefacenti ha iniziato a trasformarsi profondamente. Se eroina e cocaina dipendono ancora da vaste coltivazioni agricole e da filiere produttive lunghe e complesse, gli oppioidi sintetici seguono una logica completamente diversa.

Il fentanyl viene prodotto attraverso processi di sintesi chimica, rendendo meno importante il controllo dei territori agricoli e molto più strategico quello dei laboratori clandestini e dei precursori chimici. È un cambiamento che ricorda il passaggio da un’economia agricola a una manifatturiera: produzione più flessibile, maggiore scalabilità e possibilità di incrementare rapidamente l’offerta.

Per le organizzazioni criminali significa poter diversificare il proprio portafoglio di attività, ridurre la dipendenza dalle coltivazioni di papavero da oppio e aumentare la redditività del traffico internazionale.

Dalla Cina al Messico: una filiera criminale globale

La crescita del mercato del fentanyl è il risultato di una filiera internazionale sempre più sofisticata.

Per anni numerosi precursori chimici sono stati esportati dalla Cina, dove vengono prodotti legalmente per l’industria farmaceutica e chimica. Sebbene Pechino abbia introdotto controlli più severi negli ultimi anni, parte del commercio si è spostata verso altri Paesi asiatici o continua attraverso reti commerciali difficili da monitorare.

I cartelli messicani, in particolare quelli di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación, sono oggi considerati tra i principali protagonisti della trasformazione dei precursori chimici in fentanyl destinato soprattutto al mercato nordamericano. La loro forza non consiste soltanto nella produzione, ma nella capacità di integrare ogni fase della filiera: approvvigionamento, lavorazione, distribuzione e riciclaggio dei proventi.

Anche i sistemi di pagamento si sono evoluti. Accanto ai tradizionali canali di riciclaggio trovano sempre più spazio le criptovalute, utilizzate in alcune transazioni internazionali per facilitare i pagamenti tra fornitori, intermediari e reti criminali, rendendo più complesso il lavoro delle autorità investigative.

Un mercato che vale miliardi

La crisi degli oppioidi negli Stati Uniti ha trasformato il fentanyl in uno dei prodotti più redditizi del narcotraffico mondiale.

Dietro l’emergenza sanitaria che ogni anno provoca decine di migliaia di morti si muove un’economia criminale multimiliardaria, alimentata dalla domanda di sostanze sempre più potenti e dalla capacità delle organizzazioni criminali di ridurre i costi di produzione e distribuzione.

Rispetto all’eroina, il fentanyl offre vantaggi economici difficilmente eguagliabili: richiede quantitativi molto inferiori, occupa meno spazio durante il trasporto, permette di ottenere un numero molto più elevato di dosi e può essere miscelato con altre droghe o utilizzato per produrre pillole contraffatte, aumentando ulteriormente i margini di profitto.

Perché le mafie guardano agli oppioidi sintetici

Secondo il procuratore Nicola Gratteri, gli oppioidi sintetici rappresentano una delle nuove frontiere economiche della criminalità organizzata. Roberto Saviano ha evidenziato come il fentanyl stia modificando gli equilibri del narcotraffico globale, spingendo mafie e cartelli verso un modello produttivo più efficiente e remunerativo.

Non si tratta soltanto di introdurre una nuova droga sul mercato, ma di cambiare completamente il modello di business del traffico internazionale di stupefacenti. Le organizzazioni criminali ragionano sempre più come imprese: investono dove il rendimento è maggiore, i costi sono inferiori e il rischio operativo può essere contenuto.

L’Italia è davvero a rischio?

Ad oggi l’Italia non registra una crisi del fentanyl paragonabile a quella statunitense. Il farmaco continua a essere utilizzato prevalentemente in ambito sanitario e il mercato illecito rimane molto limitato rispetto ad altri Paesi.

Tuttavia, il furto avvenuto all’ospedale Israelitico rappresenta un segnale che le autorità non hanno sottovalutato. Le indagini dovranno stabilire se si sia trattato di un episodio isolato o di un’operazione pianificata per alimentare un mercato clandestino. Nel frattempo, il Governo ha rafforzato i controlli lungo l’intera filiera del farmaco e intensificato le verifiche attraverso i Nas.

La vera questione, però, è un’altra. Il fentanyl non rappresenta soltanto una minaccia sanitaria: è soprattutto un business globale che sta ridefinendo le strategie economiche della criminalità organizzata. Se il secolo scorso è stato dominato dai traffici di eroina e cocaina, il prossimo potrebbe essere caratterizzato dagli oppioidi sintetici. E il furto di Roma, più che un fatto isolato, potrebbe essere il primo segnale di un cambiamento destinato ad avere conseguenze ben più ampie del semplice episodio di cronaca.

A mio avviso questa versione è già pronta per la pubblicazione. Per renderla ancora più autorevole in stile Business, aggiungerei anche un breve box finale con dati e numeri sul mercato globale degli oppioidi sintetici (valore stimato, flussi commerciali, peso economico rispetto a cocaina ed eroina e principali rotte internazionali), così da rafforzare ulteriormente l’analisi economica senza appesantire il testo principale.

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L’impero economico di Trump e l’impero statunitense https://www.business.it/limpero-economico-di-trump-e-limpero-statunitense/ Sat, 04 Jul 2026 13:36:50 +0000 https://www.business.it/?p=156351 Per decenni Donald Trump ha incarnato l’immagine del tycoon immobiliare americano. Grattacieli, hotel di lusso, campi da golf e il marchio Trump hanno rappresentato il cuore della sua fortuna economica e della sua immagine pubblica. Oggi, però, il patrimonio della famiglia presidenziale ha cambiato profondamente natura. Il settore immobiliare continua a rappresentare una componente importante… Read More »L’impero economico di Trump e l’impero statunitense

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Per decenni Donald Trump ha incarnato l’immagine del tycoon immobiliare americano. Grattacieli, hotel di lusso, campi da golf e il marchio Trump hanno rappresentato il cuore della sua fortuna economica e della sua immagine pubblica. Oggi, però, il patrimonio della famiglia presidenziale ha cambiato profondamente natura. Il settore immobiliare continua a rappresentare una componente importante della ricchezza del presidente statunitense, ma non è più l’elemento dominante.

Nel giro di pochi anni la famiglia Trump ha costruito un ecosistema finanziario molto più articolato, che comprende criptovalute, società di venture capital, partecipazioni in aziende tecnologiche e investimenti in alcuni dei comparti strategici dell’economia americana. Un’evoluzione che ha attirato l’attenzione di economisti, analisti finanziari e osservatori politici, soprattutto per il possibile intreccio tra gli interessi economici privati della famiglia e le decisioni di politica economica e industriale della nuova amministrazione.

Comprendere questo cambiamento significa osservare come si sia trasformato il patrimonio di Donald Trump e, soprattutto, come la sua famiglia abbia progressivamente costruito una rete di società e fondi d’investimento che oggi occupano una posizione centrale nell’ecosistema tecnologico e finanziario degli Stati Uniti.

Dall’immobiliare alle criptovalute: la nuova ricchezza della famiglia Trump

Il vero salto di qualità economico non è arrivato dagli immobili, ma dal mondo delle criptovalute.

Secondo le più recenti ricostruzioni finanziarie pubblicate dalla stampa economica internazionale, una parte consistente della crescita patrimoniale di Donald Trump deriva dalle attività sviluppate nel settore crypto. Tra memecoin, token digitali, piattaforme finanziarie decentralizzate e stablecoin, il presidente avrebbe beneficiato di un flusso di ricavi che ha modificato profondamente la composizione del suo patrimonio.

Il caso più emblematico è rappresentato dal memecoin TRUMP, la criptovaluta che porta il suo nome e che ha attirato investitori da tutto il mondo. A questa si aggiungono i progetti sviluppati attraverso World Liberty Financial, piattaforma finanziaria legata alla famiglia Trump che opera nell’universo della finanza decentralizzata.

A differenza degli investimenti tradizionali, in questo caso non si tratta semplicemente di acquistare criptovalute già esistenti, ma di partecipare direttamente alla creazione e alla commercializzazione di strumenti finanziari digitali, capaci di generare ricavi attraverso la vendita dei token, le commissioni e la crescita del loro valore di mercato.

Questo rappresenta il cambiamento più significativo rispetto al passato. Se fino a pochi anni fa la fortuna di Trump dipendeva principalmente dal valore degli immobili e dalle attività commerciali, oggi una quota rilevante della sua ricchezza è collegata ad asset digitali, molto più dinamici e fortemente influenzati dalle aspettative degli investitori e dall’evoluzione della regolamentazione.

Un patrimonio che coinvolge tutta la famiglia

La trasformazione non riguarda soltanto Donald Trump.

Negli ultimi anni anche i suoi figli hanno assunto un ruolo sempre più attivo nella gestione delle attività economiche familiari, contribuendo a trasformare quella che era una holding immobiliare in un gruppo con interessi distribuiti in numerosi settori dell’economia.

Donald Trump Jr. rappresenta oggi una delle figure più influenti della nuova strategia finanziaria della famiglia. Accanto alla gestione di parte delle attività della Trump Organization, ricopre infatti un ruolo centrale in 1789 Capital, fondo di venture capital che investe in aziende tecnologiche considerate strategiche per il futuro dell’economia americana.

Eric Trump continua invece a seguire numerose attività storiche della Trump Organization, contribuendo alla gestione del patrimonio immobiliare e delle strutture ricettive che ancora oggi generano importanti flussi di cassa.

Particolarmente interessante è anche la figura di Barron Trump. Pur essendo il più giovane dei figli del presidente, diverse ricostruzioni giornalistiche gli attribuiscono un ruolo nel progetto World Liberty Financial, dove viene indicato come “DeFi visionary”. Alcune stime sul suo patrimonio parlano già di centinaia di milioni di dollari, anche se tali valutazioni dipendono principalmente dal valore delle partecipazioni detenute e dall’andamento del mercato delle criptovalute.

Nel complesso emerge una strategia familiare molto diversa rispetto al passato. La ricchezza non è più concentrata esclusivamente nelle mani del capofamiglia, ma distribuita attraverso una rete di società, partecipazioni e fondi che coinvolgono direttamente diversi membri della famiglia Trump.

Il ruolo di 1789 Capital

Tra gli strumenti che meglio rappresentano questa trasformazione c’è 1789 Capital.

Il nome del fondo non richiama la Rivoluzione francese, ma il 1789 americano, l’anno in cui entrò in vigore la Costituzione degli Stati Uniti. La scelta riflette l’orientamento ideologico del progetto, che si propone di promuovere un modello di “capitalismo patriottico”, sostenendo imprese considerate strategiche per la crescita economica e tecnologica del Paese.

Donald Trump Jr. ricopre un ruolo di primo piano all’interno del fondo, che negli ultimi anni ha attirato investitori di grande rilievo nel panorama del venture capital americano.

Tra i nomi più frequentemente associati a questo ecosistema figurano Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, Palmer Luckey, fondatore di Anduril, e Marc Andreessen, tra i più importanti investitori della Silicon Valley. Personalità diverse tra loro ma accomunate da una forte attenzione verso le tecnologie della difesa, dell’intelligenza artificiale e della sicurezza nazionale.

L’obiettivo dichiarato del fondo consiste nell’individuare e sostenere aziende innovative operanti in comparti ritenuti strategici, offrendo capitale, competenze e relazioni con il mondo degli investimenti.

L’intreccio con le Big Tech e le aziende della difesa

È proprio su questo terreno che il dibattito si fa più delicato.

Tra le aziende che attirano l’interesse dei grandi fondi di venture capital vicini all’universo Trump figurano società come Palantir, Anduril e SpaceX, protagoniste della trasformazione tecnologica della difesa americana.

Si tratta di imprese che operano in ambiti estremamente sensibili: intelligenza artificiale, sistemi di sorveglianza, infrastrutture spaziali, tecnologie militari e sicurezza nazionale. Allo stesso tempo sono tra i principali destinatari di contratti pubblici provenienti dal Dipartimento della Difesa statunitense e da altre agenzie governative.

Secondo alcuni analisti, questo genera un ecosistema in cui capitale privato e investimenti pubblici finiscono per rafforzarsi reciprocamente. I grandi fondi investono nelle aziende considerate più promettenti, mentre queste ultime ottengono importanti commesse governative che ne aumentano il valore economico e l’attrattività per gli investitori.

È proprio questa dinamica ad aver alimentato un intenso dibattito negli Stati Uniti, soprattutto dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il dibattito sui possibili conflitti di interesse

Le critiche mosse da diversi osservatori non riguardano tanto l’esistenza di fondi d’investimento o di società private, quanto il possibile intreccio tra l’attività economica della famiglia presidenziale e le decisioni politiche dell’amministrazione.

La crescita del settore delle criptovalute rappresenta uno degli esempi più evidenti. Trump ha assunto negli ultimi anni una posizione sempre più favorevole allo sviluppo degli asset digitali, promuovendo un approccio regolatorio più aperto rispetto al passato. Parallelamente, la sua famiglia è diventata uno degli attori economicamente più esposti proprio nel mercato delle criptovalute.

Un ragionamento analogo viene proposto anche per il venture capital e per gli investimenti nelle grandi aziende tecnologiche. Se imprese come Palantir, Anduril o SpaceX operano sempre più spesso in collaborazione con il governo federale e, contemporaneamente, attirano capitali provenienti da fondi vicini alla famiglia Trump, il confine tra interesse pubblico e interesse privato diventa inevitabilmente oggetto di discussione.

Va tuttavia sottolineato che, allo stato attuale, il dibattito riguarda soprattutto il piano politico ed etico. La presenza di possibili conflitti di interesse è materia di confronto pubblico e di analisi giornalistica, ma non equivale automaticamente all’accertamento di violazioni di legge.

Il concetto di “tecnovassalli”

In questo contesto alcuni studiosi e commentatori hanno introdotto il termine “tecnovassalli” per descrivere il nuovo rapporto tra politica, finanza e grandi imprese tecnologiche.

L’espressione indica quelle aziende private che, pur mantenendo la propria autonomia imprenditoriale, svolgono funzioni sempre più centrali per lo Stato in ambiti come la difesa, la sicurezza, l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali.

Secondo questa interpretazione, il potere economico non sarebbe più separato da quello politico come in passato, ma tenderebbe a svilupparsi all’interno di un ecosistema nel quale fondi d’investimento, Big Tech e istituzioni pubbliche collaborano e si influenzano reciprocamente.

È una lettura che non rappresenta un fatto accertato, bensì una chiave interpretativa del fenomeno. Tuttavia fotografa efficacemente uno dei principali interrogativi posti dall’evoluzione del capitalismo americano contemporaneo: fino a che punto è possibile distinguere gli interessi dello Stato da quelli dei grandi gruppi privati quando questi ultimi diventano partner indispensabili nei settori strategici?

Un modello destinato a far discutere

L’evoluzione economica della famiglia Trump rappresenta probabilmente uno dei cambiamenti più significativi nella storia recente della politica americana.

Nel giro di pochi anni Donald Trump è passato dall’essere principalmente un imprenditore immobiliare a guidare una rete di interessi che spazia dalle criptovalute al venture capital, fino agli investimenti nelle aziende più avanzate dell’economia tecnologica statunitense.

Questa trasformazione ha certamente contribuito ad accrescere il patrimonio della famiglia, ma ha anche aperto interrogativi destinati a rimanere al centro del dibattito pubblico. Il tema non riguarda soltanto l’entità della ricchezza accumulata, bensì il modo in cui tale ricchezza viene prodotta e il rapporto che può instaurarsi tra interessi economici privati, innovazione tecnologica e potere politico.

Che si interpreti questo modello come un’evoluzione del capitalismo americano o come un potenziale terreno di conflitti di interesse, una cosa appare ormai evidente: la nuova forza economica della famiglia Trump non si fonda più soltanto sul mattone, ma su una rete di strumenti finanziari, fondi d’investimento e tecnologie strategiche che stanno ridisegnando gli equilibri tra finanza, industria e politica negli Stati Uniti.

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Giorgia Meloni al Congresso Uil: “Io l’unica farlo”. Salari e pensioni, schiaffo a Landini https://www.business.it/giorgia-meloni-al-congresso-uil-io-lunica-farlo-salari-e-pensioni-schiaffo-a-landini/ Fri, 03 Jul 2026 11:05:58 +0000 https://www.business.it/?p=156251 Giorgia Meloni ha rilanciato il dialogo con le parti sociali intervenendo al XIX Congresso nazionale della Uil a Padova. La presidente del Consiglio ha annunciato che il governo intende confermare anche nella prossima legge di Bilancio la detassazione dei rinnovi contrattuali, sottolineando l’importanza del confronto con le organizzazioni sindacali e rivendicando i risultati ottenuti su… Read More »Giorgia Meloni al Congresso Uil: “Io l’unica farlo”. Salari e pensioni, schiaffo a Landini

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Giorgia Meloni al Congresso Uil

Giorgia Meloni ha rilanciato il dialogo con le parti sociali intervenendo al XIX Congresso nazionale della Uil a Padova. La presidente del Consiglio ha annunciato che il governo intende confermare anche nella prossima legge di Bilancio la detassazione dei rinnovi contrattuali, sottolineando l’importanza del confronto con le organizzazioni sindacali e rivendicando i risultati ottenuti su occupazione, salari e contrasto al lavoro precario.

Svolta nel dialogo con i sindacati: Meloni e la partecipazione ai congressi

Nel suo intervento, Meloni ha ricordato di aver preso parte ai congressi delle tre principali organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, evidenziando di essere l’unica premier a averlo fatto nel corso del suo mandato.

“Credo di essere l’unico presidente del Consiglio ad avere partecipato nel corso del suo mandato ai congressi di tutte e tre le principali organizzazioni sindacali”, ha dichiarato, rimarcando come il dialogo con le parti sociali sia un elemento distintivo dell’azione del governo. Questo passaggio è stato interpretato come una risposta indiretta alla posizione critica della Cgil guidata da Maurizio Landini.

Detassazione, occupazione e salari: gli impegni della manovra

Meloni ha riferito di aver già discusso con i ministri Marina Calderone e Giancarlo Giorgetti l’intenzione di mantenere la detassazione dei rinnovi contrattuali anche nella prossima manovra economica. Ha inoltre sottolineato i risultati raggiunti sul mercato del lavoro, citando il livello più alto di occupazione mai registrato, il minimo storico della disoccupazione e l’incremento di 1,2 milioni di contratti a tempo indeterminato dall’inizio della legislatura, con una diminuzione delle forme di lavoro precario.

La presidente del Consiglio ha attribuito il miglioramento delle buste paga soprattutto alle fasce di reddito medio-basse al taglio del cuneo fiscale attuato dal governo, che ha aumentato il netto percepito dai lavoratori.

Contrasto allo sfruttamento, sicurezza sul lavoro e riforma pensionistica

Nel suo discorso Meloni ha riaffermato la linea di tolleranza zero nei confronti del caporalato e delle organizzazioni criminali che sfruttano i lavoratori, evidenziando anche la necessità di contrastare i cosiddetti contratti pirata. Ha inoltre ricordato il dramma delle morti sul lavoro, definendole “una sconfitta per tutti” e ha rivolto un pensiero a Emma Marrazzo, madre di Luana D’Orazio, giovane operaia tragicamente scomparsa nel 2021.

Riguardo alle pensioni, Meloni ha ribadito la necessità di intervenire per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale: “Bisogna ripristinare l’equilibrio del sistema pensionistico oppure non avremo più lo Stato sociale”. Ha inoltre aperto a un confronto sulla previdenza complementare.

Occupazione femminile: una priorità per il governo

Nel concludere il suo intervento, la presidente del Consiglio ha evidenziato il ruolo centrale delle donne nel futuro del Paese, sottolineando che il sostegno all’occupazione femminile rimane una priorità. Ha invitato a superare la percezione che famiglia, maternità e lavoro siano realtà incompatibili, affermando che “il futuro dell’Italia dipende dalle donne, in particolare dalle donne lavoratrici”, sollecitando un impegno condiviso tra le parti sociali per favorire la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

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Condannato per reati gravissimi non può essere espulso. La storia che indigna l’Europa https://www.business.it/condannato-per-reati-gravissimi-non-puo-essere-espulso-la-storia-che-indigna-l-europa/ Fri, 03 Jul 2026 10:16:28 +0000 https://www.business.it/?p=156236 Un caso che continua a suscitare forte dibattito nel Regno Unito riguarda un uomo coinvolto nello scandalo delle “grooming gangs”, gruppi criminali responsabili di gravi abusi sessuali su minorenni. Nonostante la condanna a 22 anni, l’uomo è stato rilasciato dopo circa 14 anni di detenzione e non potrà essere espulso dal Paese, una decisione che… Read More »Condannato per reati gravissimi non può essere espulso. La storia che indigna l’Europa

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Un caso che continua a suscitare forte dibattito nel Regno Unito riguarda un uomo coinvolto nello scandalo delle “grooming gangs”, gruppi criminali responsabili di gravi abusi sessuali su minorenni. Nonostante la condanna a 22 anni, l’uomo è stato rilasciato dopo circa 14 anni di detenzione e non potrà essere espulso dal Paese, una decisione che ha acceso le polemiche a livello politico e sociale.

L’individuo in questione era stato condannato per numerosi reati sessuali commessi nell’ambito di una rete criminale che per anni ha abusato di ragazze minorenni. La pena complessiva ammontava a 22 anni di carcere, ma secondo la legislazione britannica ha ottenuto la libertà dopo averne scontati circa 14. La sua scarcerazione ha riacceso il dibattito pubblico, poiché si pensava che al termine della pena sarebbe stato espulso dal Regno Unito, cosa che invece non avverrà.

Secondo quanto riportato dai media britannici, il motivo principale risiede nelle normative sui diritti umani e le procedure di espulsione. Le autorità hanno valutato che il rimpatrio potrebbe esporre l’uomo a rischi tali da impedire un allontanamento forzato dal territorio. Questa valutazione ha generato numerose critiche da parte di esponenti politici, che chiedono una revisione delle regole per impedire che condannati per reati gravi possano rimanere nel Paese dopo aver scontato la pena.

La vicenda rappresenta un tema di forte divisione politica. Da un lato, si sottolinea l’importanza di rispettare le normative internazionali e i diritti fondamentali anche per i condannati; dall’altro, si invoca un cambiamento delle leggi per consentire l’espulsione di cittadini stranieri responsabili di reati particolarmente gravi. Il caso si inserisce nel più ampio contesto di discussioni sull’immigrazione, sulla sicurezza e sull’efficacia delle politiche di espulsione nel Regno Unito, questioni che ormai da tempo sono al centro del dibattito pubblico e politico.

La notizia della scarcerazione ha provocato una vasta ondata di indignazione sui social network, con migliaia di utenti che hanno espresso disappunto per l’impossibilità di procedere con l’espulsione. Molti richiedono un intervento governativo per modificare la normativa, pur riconoscendo la necessità di rispettare gli obblighi del diritto nazionale e internazionale. Il caso continua così a essere motivo di confronto e potrebbe innescare un riesame delle regole che disciplinano la permanenza nel Paese di cittadini stranieri condannati per reati particolarmente gravi.

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La costruzione del nuovo capitalismo italiano https://www.business.it/la-costruzione-del-nuovo-capitalismo-italiano/ Thu, 02 Jul 2026 15:50:21 +0000 https://www.business.it/?p=156027 Per molti osservatori il cosiddetto “risiko bancario” italiano appare come una semplice successione di offerte pubbliche, fusioni e acquisizioni tra grandi istituti di credito. Un susseguirsi di operazioni finanziarie spesso raccontate attraverso l’andamento dei titoli in Borsa o le dichiarazioni degli amministratori delegati. Ma osservando il fenomeno con maggiore attenzione emerge una realtà molto più… Read More »La costruzione del nuovo capitalismo italiano

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Per molti osservatori il cosiddetto “risiko bancario” italiano appare come una semplice successione di offerte pubbliche, fusioni e acquisizioni tra grandi istituti di credito. Un susseguirsi di operazioni finanziarie spesso raccontate attraverso l’andamento dei titoli in Borsa o le dichiarazioni degli amministratori delegati. Ma osservando il fenomeno con maggiore attenzione emerge una realtà molto più complessa.

Quella che si sta giocando oggi non è soltanto una competizione tra banche. È una trasformazione profonda del capitalismo italiano.

Per comprenderne il significato occorre andare oltre la cronaca delle singole operazioni e ricostruire il lungo percorso che ha portato il sistema economico italiano a cambiare i propri centri di potere. Per decenni il cuore della finanza nazionale è stato identificato con quello che veniva definito il “salotto buono”: un intreccio di partecipazioni incrociate, grandi famiglie imprenditoriali, banche d’affari e gruppi assicurativi che, pur mantenendo la concorrenza tra loro, contribuivano a garantire un certo equilibrio dell’intero sistema.

Quel modello, costruito soprattutto attorno alla figura di Enrico Cuccia e al ruolo di Mediobanca, ha rappresentato per oltre quarant’anni uno dei principali strumenti di governo del capitalismo italiano. Le grandi decisioni industriali passavano spesso attraverso un numero limitato di protagonisti, capaci di influenzare il destino delle principali imprese del Paese.

Oggi quello schema non esiste più.

La globalizzazione dei mercati finanziari, la crisi del 2008, la crescente presenza di investitori internazionali e le nuove regole europee hanno modificato profondamente gli equilibri. Al posto del vecchio sistema di relazioni si è affermato un capitalismo più aperto, più competitivo e, per molti aspetti, più contendibile. Ma questo non significa che siano scomparsi i centri di potere. Significa piuttosto che essi si sono spostati.

Ed è proprio questo il vero significato del risiko bancario.

Dalla grande crisi finanziaria al ritorno delle banche

La crisi finanziaria globale del 2008 ha rappresentato uno spartiacque anche per il sistema italiano. Molte banche hanno dovuto affrontare una lunga fase di ristrutturazione, caratterizzata da ricapitalizzazioni, riduzione dei crediti deteriorati e rafforzamento patrimoniale. Per anni la priorità non è stata crescere, ma sopravvivere.

Parallelamente, il sistema produttivo italiano ha attraversato una delle stagioni più difficili della propria storia recente. La contrazione del credito, la crisi dei consumi e il rallentamento degli investimenti hanno modificato il rapporto tra banche e imprese.

Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato nuovamente.

L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea ha restituito redditività al settore bancario. I margini sono tornati a crescere, gli utili hanno raggiunto livelli record e gli istituti italiani hanno rafforzato sensibilmente la propria posizione patrimoniale. Intesa Sanpaolo e UniCredit sono oggi tra i gruppi bancari più solidi del continente, mentre Monte dei Paschi di Siena, dopo il lungo processo di risanamento seguito all’intervento pubblico, è tornata progressivamente a essere un soggetto contendibile sul mercato.

È in questo contesto che nasce il nuovo risiko.

Le operazioni che coinvolgono Intesa Sanpaolo, MPS, Banco BPM, Mediobanca e Generali non sono episodi isolati, ma tasselli di una strategia molto più ampia: ridefinire gli assetti del principale settore finanziario italiano in una fase in cui il consolidamento bancario è diventato una priorità anche a livello europeo.

Perché tutti guardano a Generali

Tra i nomi che ricorrono più frequentemente negli ultimi mesi c’è quello di Assicurazioni Generali. Non è un caso.

Generali non rappresenta soltanto il primo gruppo assicurativo italiano. È uno dei maggiori investitori istituzionali del Paese, gestisce enormi masse di risparmio e partecipa direttamente o indirettamente a numerosi equilibri finanziari nazionali.

Comprendere chi esercita influenza su Generali significa comprendere una parte importante del capitalismo italiano contemporaneo.

Ed è proprio per questo che negli ultimi anni attorno alla compagnia triestina si è sviluppato uno dei confronti più intensi tra grandi azionisti, fondazioni, holding finanziarie e gruppi bancari.

In questa partita assumono un ruolo rilevante anche soggetti come Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e Francesco Gaetano Caltagirone, protagonisti di una strategia che punta a incidere sugli equilibri della finanza italiana ben oltre il semplice investimento azionario.

Nel messaggio successivo proseguirò con la parte dedicata a Intesa, UniCredit, Banco BPM, al ruolo del Governo, del Golden Power, della dimensione europea e concluderò l’articolo con l’analisi sul nuovo centro di gravità del capitalismo italiano.

Intesa, UniCredit e il nuovo equilibrio del credito italiano

Se Generali rappresenta il cuore del risparmio gestito italiano, le grandi banche costituiscono invece il principale strumento attraverso cui si finanziano famiglie, imprese e investimenti. È proprio questo il motivo per cui le operazioni degli ultimi mesi assumono un significato che va ben oltre la semplice crescita dimensionale dei singoli istituti.

Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina, continua a rappresentare il principale gruppo bancario nazionale per dimensioni, redditività e presenza sul territorio. Negli ultimi anni la banca ha perseguito una strategia prudente, puntando sulla crescita organica, sulla solidità patrimoniale e su una forte diversificazione delle attività. Tuttavia, il nuovo scenario competitivo ha imposto anche a Intesa una riflessione sul proprio ruolo nel consolidamento del sistema bancario italiano.

Parallelamente, UniCredit ha cambiato profondamente volto sotto la guida di Andrea Orcel. L’ex banchiere d’affari, arrivato nel 2021, ha avviato una trasformazione radicale dell’istituto, concentrandosi sulla redditività, sulla razionalizzazione dei costi e su una maggiore presenza nei mercati europei. La strategia di Orcel ha riportato UniCredit tra le banche più profittevoli del continente, ma ha anche rafforzato l’idea che il consolidamento bancario non possa più essere letto esclusivamente in chiave nazionale.

Le mosse di UniCredit in Germania, con l’interesse manifestato nei confronti di Commerzbank, dimostrano infatti come il mercato bancario europeo stia entrando in una nuova fase. Per la prima volta dopo molti anni, gli istituti di credito iniziano a guardare oltre i propri confini nazionali, anticipando quello che potrebbe diventare il prossimo passo dell’Unione bancaria europea.

In questo contesto si inseriscono anche Banco BPM e Monte dei Paschi di Siena.

Banco BPM rappresenta oggi uno degli istituti più appetibili del panorama italiano. La sua rete territoriale, la qualità degli attivi e la posizione competitiva lo rendono uno degli obiettivi più osservati dai grandi gruppi bancari.

Monte dei Paschi, invece, costituisce probabilmente il caso più emblematico della trasformazione del sistema bancario italiano. Dopo il salvataggio pubblico e il lungo processo di risanamento, la banca senese è tornata progressivamente a presentare bilanci solidi e una redditività crescente. Questo ha riaperto inevitabilmente il dibattito sul suo futuro industriale e sul possibile ruolo all’interno del consolidamento nazionale.

Il Governo osserva una partita che riguarda l’intero Paese

In questa fase il Governo mantiene formalmente una posizione di neutralità. Le operazioni societarie appartengono al mercato e devono seguire le regole della concorrenza.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che l’esecutivo osservi queste dinamiche con distacco.

Il settore bancario rappresenta infatti un’infrastruttura strategica per qualsiasi economia avanzata. Attraverso il sistema del credito passano gli investimenti delle imprese, il finanziamento delle famiglie, la gestione del debito pubblico e una parte consistente del risparmio privato.

Per questo motivo strumenti come il Golden Power continuano a rappresentare una leva importante qualora fossero coinvolti asset ritenuti strategici per l’interesse nazionale.

La questione assume particolare rilievo anche alla luce della crescente presenza di investitori internazionali nel capitale delle principali società italiane. Il capitalismo nazionale è oggi molto più aperto rispetto al passato, ma proprio questa apertura impone una riflessione sul mantenimento di alcuni equilibri strategici.

Il capitalismo italiano cambia natura

Per comprendere ciò che sta accadendo è utile osservare un cambiamento più profondo.

Per gran parte del Novecento il potere economico italiano era fortemente legato alla grande industria manifatturiera. FIAT, Pirelli, Olivetti, Montedison e i grandi gruppi industriali rappresentavano il centro del sistema economico.

Oggi il baricentro si è progressivamente spostato.

La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane supera i cinquemila miliardi di euro. Una parte significativa di questo patrimonio viene gestita attraverso banche, assicurazioni, fondi comuni e gestori patrimoniali.

Questo significa che il controllo delle grandi istituzioni finanziarie assume un valore completamente diverso rispetto al passato.

Non si tratta soltanto di concedere prestiti o raccogliere depositi.

Si tratta di amministrare una parte rilevante del risparmio nazionale, finanziare imprese, sostenere investimenti infrastrutturali e partecipare direttamente agli equilibri dei principali gruppi industriali italiani.

In altre parole, il potere economico si è progressivamente spostato dalla fabbrica alla finanza.

La dimensione europea del risiko

Limitarsi a osservare le operazioni italiane sarebbe però riduttivo.

L’intero settore bancario europeo sta attraversando una fase di consolidamento.

La Banca Centrale Europea ha più volte sottolineato la necessità di creare gruppi bancari più solidi, efficienti e capaci di competere con i grandi operatori americani e asiatici.

Questo significa che il risiko italiano rappresenta soltanto una parte di un fenomeno molto più ampio.

Le operazioni che coinvolgono Crédit Agricole, Commerzbank, UniCredit, Banco BPM o Intesa Sanpaolo rispondono tutte a una stessa logica: costruire gruppi di dimensioni sufficienti per affrontare un mercato sempre più competitivo, caratterizzato da digitalizzazione, elevati investimenti tecnologici e crescente pressione regolamentare.

La sfida non riguarda soltanto le quote di mercato.

Riguarda la capacità dell’Europa di mantenere un sistema finanziario competitivo rispetto ai grandi colossi internazionali.

Chi controllerà il risparmio controllerà il capitalismo

Alla fine, il vero significato del risiko bancario italiano non risiede nelle singole offerte pubbliche di acquisto o nelle oscillazioni quotidiane dei titoli in Borsa.

La posta in gioco è molto più ampia.

Le banche, insieme alle grandi compagnie assicurative, amministrano oggi una parte decisiva del risparmio privato italiano. Finanziano imprese, sostengono investimenti, acquistano titoli di Stato e contribuiscono direttamente alla stabilità dell’intero sistema economico.

Chi esercita maggiore influenza su queste istituzioni esercita inevitabilmente un’influenza anche sugli equilibri del capitalismo nazionale.

Per questo motivo le operazioni degli ultimi mesi meritano di essere lette non come semplici vicende finanziarie, ma come il segnale di una trasformazione storica.

Il vecchio “salotto buono” costruito attorno a Mediobanca e alle grandi famiglie industriali appartiene ormai al passato.

Al suo posto sta emergendo un capitalismo diverso, più aperto ai mercati internazionali, più competitivo, ma anche più complesso.

È un capitalismo nel quale il potere economico non si misura più soltanto attraverso il controllo delle fabbriche, bensì attraverso la gestione del credito, del risparmio e delle grandi reti finanziarie.

Ed è proprio questa la vera partita che oggi si sta giocando in Italia: una partita silenziosa, lontana dai riflettori della politica quotidiana, ma destinata a influenzare profondamente il futuro dell’economia nazionale.

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“Tonfo senza precedenti”. Sondaggi, un partito crolla e un altro festeggia (di brutto) https://www.business.it/tonfo-senza-precedenti-sondaggi-un-partito-crolla-e-un-altro-festeggia-di-brutto/ Wed, 01 Jul 2026 09:55:45 +0000 https://www.business.it/?p=156117 Le ultime rilevazioni dei sondaggi politici indicano un significativo arretramento per i due principali partiti italiani. Secondo la media elaborata da Termometro Politico, Fratelli d’Italia si attesta al 28%, mentre il Partito Democratico scende al 21,1%, segnando per entrambi i partiti i valori più bassi dall’elezione europea del 2024. Analisi delle rilevazioni demoscopiche L’analisi considera… Read More »“Tonfo senza precedenti”. Sondaggi, un partito crolla e un altro festeggia (di brutto)

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Giorgia Meloni, Elly Schlein e Roberto Vannacci

Le ultime rilevazioni dei sondaggi politici indicano un significativo arretramento per i due principali partiti italiani. Secondo la media elaborata da Termometro Politico, Fratelli d’Italia si attesta al 28%, mentre il Partito Democratico scende al 21,1%, segnando per entrambi i partiti i valori più bassi dall’elezione europea del 2024.

Analisi delle rilevazioni demoscopiche

L’analisi considera i dati raccolti tra il 21 e il 27 giugno da sette istituti: Swg, Emg, Tecnè, Bidimedia, Ipsos, Lab 21 e Termometro Politico. Gli esperti evidenziano come il calo coinvolga i partiti che negli ultimi anni hanno dominato la scena politica, in un contesto di crescente frammentazione del consenso elettorale.

Per Fratelli d’Italia, guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il 28% rappresenta una flessione rispetto al 28,9% ottenuto alle Europee del 2024, pur mantenendo il primato tra le forze politiche italiane.

Situazione del Partito Democratico e altri partiti

Anche il Partito Democratico, sotto la guida di Elly Schlein, registra una fase di difficoltà, fermandosi al 21,1%, in calo rispetto al 24% delle elezioni europee di due anni fa. Si tratta del dato più basso dal post consultazione europea.

In crescita si segnala il Movimento 5 Stelle, che supera il 13% nel 2026, attestandosi al 13,1%. Il partito di Giuseppe Conte guadagna oltre due punti e mezzo rispetto al 10,4% delle Europee del 2024.

Forza Italia mostra una situazione più stabile con il 7,9%, sotto il 9,2% delle Europee, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si attesta al 6,3%, in leggera flessione rispetto al 6,8% precedente.

Declino della Lega e l’ascesa di Futuro Nazionale

La Lega, guidata da Matteo Salvini, continua il suo momento negativo scendendo al 6,2%, il livello più basso dell’ultimo decennio, in calo rispetto all’8,6% delle Europee 2024.

Tra le forze centriste, Azione risale al 3,1%, mentre Italia Viva cresce leggermente al 2,3%. +Europa scende invece all’1,5% rispetto all’1,8% precedente.

La novità più significativa è la crescita di Futuro Nazionale, guidato da Roberto Vannacci, che raggiunge il 5,5%. In appena due mesi il partito è passato dal 3,5% al dato attuale, influenzando gli equilibri all’interno del centrodestra.

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Vadym Ermolaev: semplice esplosione o riflesso del potere economico in guerra. https://www.business.it/vadym-ermolaev-semplice-esplosione-o-riflesso-del-potere-economico-in-guerra/ Wed, 01 Jul 2026 08:14:37 +0000 https://www.business.it/?p=156101 Per molti europei il nome di Vadym Ermolaev era pressoché sconosciuto fino a pochi giorni fa. L’esplosione avvenuta a Monaco di Baviera, che secondo le prime ricostruzioni investigative potrebbe essere stata un attentato, ha però improvvisamente acceso i riflettori sull’imprenditore ucraino, rimasto ferito nell’episodio insieme ad altre persone. Le autorità tedesche stanno ancora lavorando per… Read More »Vadym Ermolaev: semplice esplosione o riflesso del potere economico in guerra.

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Per molti europei il nome di Vadym Ermolaev era pressoché sconosciuto fino a pochi giorni fa. L’esplosione avvenuta a Monaco di Baviera, che secondo le prime ricostruzioni investigative potrebbe essere stata un attentato, ha però improvvisamente acceso i riflettori sull’imprenditore ucraino, rimasto ferito nell’episodio insieme ad altre persone.

Le autorità tedesche stanno ancora lavorando per chiarire la dinamica dell’accaduto e, al momento, non sono state rese note conclusioni definitive sulle responsabilità. Tuttavia, l’episodio ha immediatamente attirato l’attenzione internazionale non soltanto per le modalità dell’esplosione, ma anche per il profilo della vittima.

Ermolaev, infatti, non è un semplice imprenditore. È considerato uno degli uomini d’affari più influenti dell’Ucraina, proprietario di un vasto gruppo attivo nei settori immobiliare, commerciale, industriale e logistico.

Un impero costruito nel cuore dell’economia ucraina

La storia imprenditoriale di Vadym Ermolaev si sviluppa principalmente nella regione di Dnipro, uno dei poli economici più importanti dell’Ucraina.

Negli anni Novanta, durante la difficile transizione dall’economia sovietica a quella di mercato, numerosi imprenditori riuscirono ad acquisire attività industriali, immobili e imprese pubbliche che costituirono la base della futura classe oligarchica ucraina.

Ermolaev appartiene proprio a questa generazione di imprenditori.

Nel corso degli anni ha costruito un gruppo estremamente diversificato, investendo in immobili, centri commerciali, logistica, produzione industriale e sviluppo urbano. Le sue società hanno contribuito in maniera significativa alla trasformazione economica di Dnipro, città che ancora oggi rappresenta uno dei principali centri industriali del Paese.

A differenza di altri oligarchi divenuti noti soprattutto per il controllo dei grandi gruppi energetici o metallurgici, Ermolaev ha sviluppato un modello più orientato all’immobiliare e ai servizi, pur mantenendo una presenza rilevante nell’economia nazionale.

Chi sono davvero gli oligarchi ucraini

Per comprendere il ruolo di Ermolaev è necessario fare un passo indietro.

Quando si parla di oligarchi ucraini ci si riferisce a una ristretta élite di imprenditori che, a partire dagli anni Novanta, ha accumulato enormi patrimoni attraverso il controllo di imprese privatizzate, banche, industrie e mezzi di comunicazione.

Per molti anni queste figure hanno esercitato un’influenza che andava ben oltre il semplice potere economico.

Attraverso televisioni, giornali, finanziamenti ai partiti politici e partecipazioni nei principali settori industriali, gli oligarchi sono diventati uno dei pilastri del sistema politico ucraino.

Nomi come Rinat Akhmetov, Ihor Kolomojskyi, Viktor Pinchuk o Dmytro Firtash hanno rappresentato per oltre vent’anni il volto del grande capitalismo ucraino, influenzando governi, campagne elettorali e strategie economiche.

Ermolaev, pur mantenendo un profilo mediatico più discreto rispetto ad altri, appartiene a questo stesso contesto imprenditoriale.

Il rapporto con il governo ucraino

Negli ultimi anni il ruolo degli oligarchi è profondamente cambiato.

Già prima dell’invasione russa del 2022, il presidente Volodymyr Zelensky aveva promosso una controversa legge nota come “anti-oligarchi”, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’influenza economica e politica dei grandi gruppi privati.

L’iniziativa nasceva dalla convinzione che la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi imprenditori rappresentasse uno dei principali ostacoli allo sviluppo democratico e all’integrazione europea del Paese.

Successivamente, la guerra ha modificato ulteriormente gli equilibri.

Molti grandi gruppi industriali hanno perso impianti situati nelle aree occupate dalla Russia, altri hanno dovuto riconvertire parte della produzione o collaborare direttamente con lo sforzo bellico nazionale.

Questo ha inevitabilmente ridimensionato il peso di alcune grandi fortune economiche, pur senza eliminarne completamente l’influenza.

Guerra e sicurezza: un contesto completamente diverso

L’attentato avvenuto a Monaco, qualora venisse confermata la matrice dolosa, si inserirebbe in un contesto di sicurezza estremamente delicato.

Dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina numerosi imprenditori, ex funzionari pubblici, uomini d’affari e figure considerate sensibili sotto il profilo economico o politico sono stati coinvolti in episodi ancora oggi oggetto di indagine.

Le autorità tedesche, tuttavia, mantengono al momento la massima prudenza.

Non esistono ancora elementi pubblici sufficienti per attribuire responsabilità o individuare eventuali collegamenti con la guerra o con altri contesti criminali.

Per questo motivo gli investigatori stanno lavorando senza escludere alcuna ipotesi.

Un episodio che supera la cronaca

Al di là delle responsabilità che verranno eventualmente accertate, il caso Ermolaev offre uno spunto di riflessione più ampio.

L’Ucraina che emergerà dal conflitto sarà inevitabilmente diversa da quella conosciuta prima del 2022.

La ricostruzione del Paese richiederà enormi investimenti internazionali, nuovi rapporti con l’Unione Europea e profonde riforme economiche.

In questo scenario anche il ruolo degli oligarchi è destinato a cambiare.

Se per oltre trent’anni essi hanno rappresentato uno dei principali centri di potere economico del Paese, oggi il loro futuro dipenderà dalla capacità dell’Ucraina di rafforzare le proprie istituzioni, attrarre capitali esteri e ridurre progressivamente la concentrazione della ricchezza.

L’attentato di Monaco, dunque, non racconta soltanto la vicenda personale di uno degli imprenditori più influenti dell’Ucraina.

Rappresenta anche il riflesso di un Paese ancora attraversato da profondi cambiamenti economici, politici e geopolitici, nei quali il rapporto tra potere economico, sicurezza e ricostruzione continuerà a giocare un ruolo centrale anche negli anni successivi alla guerra.

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“Se non avessi fatto la politica…”. Meloni, ecco cosa sarebbe diventata: assurdo! https://www.business.it/se-non-avessi-fatto-la-politica-meloni-ecco-cosa-sarebbe-diventata-assurdo/ Tue, 30 Jun 2026 12:15:14 +0000 https://www.business.it/?p=156053 Durante un evento organizzato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito dedicato al potenziamento delle competenze linguistiche degli studenti italiani, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha condiviso un aspetto personale legato alle sue aspirazioni giovanili. In un discorso rivolto ai giovani, ha rivelato quale fosse il suo sogno nel cassetto prima di intraprendere la carriera… Read More »“Se non avessi fatto la politica…”. Meloni, ecco cosa sarebbe diventata: assurdo!

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Giorgia Meloni durante una conferenza stampa

Durante un evento organizzato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito dedicato al potenziamento delle competenze linguistiche degli studenti italiani, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha condiviso un aspetto personale legato alle sue aspirazioni giovanili. In un discorso rivolto ai giovani, ha rivelato quale fosse il suo sogno nel cassetto prima di intraprendere la carriera politica, soffermandosi anche sul valore strategico del multilinguismo nella diplomazia internazionale.

Il sogno giovanile di Giorgia Meloni e la passione per le lingue straniere

Meloni ha ammesso che, in passato, il suo obiettivo principale era diventare interprete. Questo interesse ha influenzato il suo impegno nello studio delle lingue straniere, competenza che oggi si rivela fondamentale nel suo ruolo istituzionale. La capacità di mediare tra culture diverse e facilitare il dialogo tra nazioni rappresentava il fulcro delle sue aspirazioni, un percorso che poi si è evoluto verso la leadership politica mantenendo comunque un forte legame con la comunicazione.

Nel suo intervento, la premier ha sottolineato l’importanza del bilinguismo e del multilinguismo per chi ricopre ruoli di responsabilità. Pur riconoscendo il valore dei professionisti della traduzione, ha evidenziato i limiti insiti nell’affidarsi esclusivamente a un intermediario linguistico, che può privare il dialogo di spontaneità ed emotività fondamentali nelle trattative internazionali.

Comunicazione diretta e costruzione dell’empatia tra leader

Il discorso si è concentrato sul valore del trasferimento diretto di identità e pensiero tra interlocutori. Quando i leader politici parlano la stessa lingua senza intermediari, si attiva un canale di comprensione reciproca che supera il significato letterale delle parole. Secondo Meloni, esprimersi direttamente consente di trasmettere sfumature caratteriali, ironia, determinazione e stati d’animo che nessuna traduzione potrà replicare perfettamente. Questo contatto diretto è essenziale per costruire la fiducia necessaria al successo delle delicate trattative diplomatiche.

L’importanza dell’immersione culturale per l’apprendimento linguistico

Rivolgendosi agli studenti interessati all’Europa come opportunità formativa e professionale, Meloni ha consigliato di non limitarsi allo studio teorico ma di vivere direttamente nei paesi in cui si parla la lingua straniera. Solo attraverso l’esperienza sul campo è possibile comprendere appieno modi di dire, consuetudini culturali e il contesto sociale di una comunità, elementi fondamentali per un apprendimento autentico e approfondito.

Una prospettiva strategica per la formazione dei giovani italiani

L’intervento della presidente del Consiglio si inserisce nelle iniziative del Ministero dell’Istruzione e del Merito volte a rendere la scuola italiana più competitiva e aperta all’internazionalizzazione. Condividendo la sua esperienza personale, Meloni ha voluto motivare i giovani a cogliere ogni opportunità di mobilità internazionale. Saper comunicare fluentemente e personalmente nel contesto globale non rappresenta solo un arricchimento culturale e formativo, ma una vera e propria necessità strategica per il futuro del Paese.

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Palmer Luckey: l’immagine della velocità nella costruzione del nuovo stato https://www.business.it/palmer-luckey-limmagine-della-velocita-nella-costruzione-del-nuovo-stato/ Sun, 28 Jun 2026 13:57:56 +0000 https://www.business.it/?p=156016 Per molti anni la Silicon Valley e l’industria della difesa americana hanno rappresentato due mondi profondamente diversi. Da una parte le startup tecnologiche, concentrate sullo sviluppo di software, social network, smartphone e applicazioni digitali. Dall’altra il cosiddetto complesso militare-industriale statunitense, dominato da grandi colossi come Lockheed Martin, Boeing, Raytheon e Northrop Grumman, protagonisti della difesa… Read More »Palmer Luckey: l’immagine della velocità nella costruzione del nuovo stato

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Per molti anni la Silicon Valley e l’industria della difesa americana hanno rappresentato due mondi profondamente diversi. Da una parte le startup tecnologiche, concentrate sullo sviluppo di software, social network, smartphone e applicazioni digitali. Dall’altra il cosiddetto complesso militare-industriale statunitense, dominato da grandi colossi come Lockheed Martin, Boeing, Raytheon e Northrop Grumman, protagonisti della difesa americana sin dalla Guerra Fredda.

Oggi questa distinzione sta rapidamente scomparendo.

Negli ultimi anni è emerso un nuovo modello industriale che unisce innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e produzione militare. Il simbolo di questa trasformazione è Anduril Industries, una società fondata nel 2017 da Palmer Luckey, imprenditore già noto per aver creato Oculus VR, la startup della realtà virtuale successivamente acquisita da Facebook.

La storia di Anduril non racconta soltanto la nascita di una nuova azienda. Racconta un cambiamento molto più profondo: l’ingresso definitivo della Silicon Valley nel settore della difesa e la progressiva trasformazione della guerra in un ecosistema dominato dal software, dai dati e dall’intelligenza artificiale.

Palmer Luckey: dall’intrattenimento digitale alla sicurezza nazionale

La figura di Palmer Luckey rappresenta probabilmente il filo conduttore di questa trasformazione.

Dopo aver rivoluzionato il mercato della realtà virtuale con Oculus, Luckey decide di abbandonare il settore dell’intrattenimento digitale per dedicarsi a un ambito completamente diverso: la difesa.

La scelta appare sorprendente soltanto in apparenza.

Secondo Luckey, infatti, il principale limite dell’industria militare americana non riguarda la mancanza di risorse economiche, bensì la lentezza con cui vengono sviluppate le nuove tecnologie.

Per decenni il Pentagono ha affidato gran parte dei propri programmi ai grandi contractor storici, caratterizzati da tempi di sviluppo lunghi, procedure complesse e costi elevati.

Anduril nasce proprio con l’obiettivo di rompere questo schema.

L’idea non è semplicemente produrre nuove armi, ma applicare all’industria della difesa il metodo tipico delle startup tecnologiche: sviluppo rapido, aggiornamenti continui, software modulare e capacità di adattarsi velocemente all’evoluzione del contesto operativo.

La rivoluzione del software

Uno degli aspetti più innovativi del modello Anduril riguarda il rapporto tra hardware e software.

Per gran parte del Novecento il valore di un sistema militare era rappresentato soprattutto dalla sua componente fisica: carri armati, aerei da combattimento, navi o missili.

Oggi questo paradigma sta cambiando.

Sempre più spesso il vantaggio competitivo non dipende esclusivamente dalla qualità della piattaforma, ma dalla capacità del software di raccogliere, elaborare e interpretare enormi quantità di dati in tempo reale.

È proprio qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

Anduril sviluppa sistemi nei quali sensori, telecamere, radar, droni e piattaforme autonome sono collegati da un’unica architettura software capace di assistere gli operatori nell’identificazione delle minacce e nel coordinamento delle operazioni.

L’elemento centrale non è quindi il singolo drone o il singolo missile, ma la rete digitale che li collega.

È una logica molto diversa rispetto a quella tradizionale e ricorda, per molti aspetti, il funzionamento delle moderne piattaforme tecnologiche sviluppate dalle grandi aziende della Silicon Valley.

Droni autonomi e nuovi sistemi di difesa

Tra i prodotti sviluppati da Anduril figurano droni autonomi, sistemi di sorveglianza, piattaforme di difesa anti-drone e software di comando e controllo.

Negli ultimi anni particolare attenzione hanno ricevuto sistemi come Ghost, Altius, Roadrunner e la piattaforma Lattice.

Quest’ultima rappresenta probabilmente il cuore tecnologico dell’azienda.

Lattice integra informazioni provenienti da numerosi sensori e utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per costruire una rappresentazione in tempo reale del campo operativo, supportando il processo decisionale degli operatori umani.

L’obiettivo dichiarato non è sostituire completamente l’uomo, ma ridurne il carico cognitivo e aumentare la velocità di risposta in scenari caratterizzati da una crescente complessità.

Si tratta di una filosofia che riflette un cambiamento più ampio: la guerra contemporanea è sempre meno basata esclusivamente sulla superiorità del singolo mezzo militare e sempre più sulla capacità di elaborare informazioni in tempi estremamente ridotti.

L’Ucraina come laboratorio tecnologico

La guerra in Ucraina ha accelerato ulteriormente questa trasformazione.

Il conflitto ha mostrato come droni, sistemi autonomi e intelligenza artificiale possano modificare profondamente il modo di condurre le operazioni militari.

Molte delle tecnologie sviluppate da aziende come Anduril sono state osservate con crescente interesse proprio perché il teatro ucraino è diventato un banco di prova senza precedenti per le nuove applicazioni della difesa digitale.

L’innovazione non procede più attraverso programmi decennali, ma attraverso cicli di aggiornamento molto rapidi.

Le esperienze maturate sul campo vengono trasformate in miglioramenti software che possono essere implementati nel giro di settimane o addirittura di giorni.

È un approccio che ricorda molto più quello delle aziende tecnologiche che quello dei tradizionali programmi militari.

Il Pentagono cambia strategia

Anche il Dipartimento della Difesa americano sta modificando il proprio approccio.

Negli ultimi anni Washington ha progressivamente ampliato la collaborazione con startup e imprese tecnologiche, riconoscendo che l’innovazione nel settore digitale procede oggi con una velocità difficilmente replicabile dai modelli industriali tradizionali.

Accanto ai grandi contractor storici stanno così emergendo nuovi protagonisti come Anduril, Palantir, SpaceX e altre aziende specializzate in software, analisi dei dati e sistemi autonomi.

Questa evoluzione riflette una consapevolezza crescente: la competizione strategica con potenze come Cina e Russia non si gioca più soltanto sulla quantità di mezzi militari disponibili, ma sulla capacità di innovare rapidamente.

In questo scenario, la collaborazione tra governo, università, venture capital e startup tecnologiche diventa parte integrante della strategia di sicurezza nazionale.

Le criticità di un modello in rapida crescita

Nonostante la forte espansione, il modello Anduril non è privo di criticità.

Diverse analisi giornalistiche hanno evidenziato come la crescita estremamente rapida dell’azienda abbia comportato anche problemi organizzativi, sfide produttive e difficoltà tipiche delle startup che si trovano improvvisamente a operare su scala molto più ampia.

La necessità di coniugare velocità di sviluppo, affidabilità dei sistemi e rigorosi standard militari rappresenta una delle principali sfide del settore.

Inoltre, l’ingresso delle grandi aziende tecnologiche nella difesa alimenta un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra innovazione, etica e sicurezza.

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito militare apre infatti interrogativi che riguardano la responsabilità delle decisioni automatizzate, il controllo umano e il ruolo delle tecnologie emergenti nei futuri conflitti.

Il nuovo complesso militare-digitale

La storia di Anduril rappresenta molto più della crescita di una singola impresa.

Segna la nascita di quello che molti osservatori iniziano a definire un nuovo complesso militare-digitale.

Se nel Novecento il potere industriale della difesa si concentrava nelle grandi aziende manifatturiere, oggi il baricentro si sta progressivamente spostando verso software, dati, intelligenza artificiale e sistemi autonomi.

La competizione geopolitica del XXI secolo si giocherà sempre meno sulla semplice disponibilità di mezzi militari e sempre più sulla capacità di sviluppare tecnologie avanzate, elaborare informazioni e integrare rapidamente innovazione civile e applicazioni militari.

In questo contesto Anduril non rappresenta soltanto una startup di successo.

Rappresenta il simbolo di un cambiamento destinato a ridefinire il rapporto tra tecnologia, industria e sicurezza internazionale, mostrando come la Silicon Valley sia ormai diventata uno degli attori più influenti anche nel settore della difesa.

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Truffe nel noleggio di auto di lusso, la Polizia smantella un’organizzazione https://www.business.it/truffe-nel-noleggio-di-auto-di-lusso-la-polizia-smantella-unorganizzazione/ Sat, 27 Jun 2026 11:23:02 +0000 https://www.business.it/?p=156010 Un’indagine partita dal furto di un’auto e sviluppatasi nel corso di oltre quattro anni ha portato alla luce un sistema fraudolento che, secondo gli investigatori, operava con modalità altamente organizzate nel settore del noleggio di auto di lusso. Quello che inizialmente sembrava un singolo episodio si sarebbe trasformato, con il passare dei mesi, nella scoperta… Read More »Truffe nel noleggio di auto di lusso, la Polizia smantella un’organizzazione

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Un’indagine partita dal furto di un’auto e sviluppatasi nel corso di oltre quattro anni ha portato alla luce un sistema fraudolento che, secondo gli investigatori, operava con modalità altamente organizzate nel settore del noleggio di auto di lusso. Quello che inizialmente sembrava un singolo episodio si sarebbe trasformato, con il passare dei mesi, nella scoperta di una rete criminale capace di agire su scala nazionale e internazionale, sfruttando documenti falsi, prestanome e società di noleggio per impossessarsi di vetture di altissimo valore.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Bolzano, si è conclusa con la notifica degli avvisi di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 41 persone, tra cui 4 donne e 37 uomini di età compresa tra i 32 e i 73 anni. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere, truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, ricettazione e simulazione di reato. L’operazione è stata condotta dalla Polizia di Stato attraverso il lavoro congiunto della Squadra Mobile di Siena e delle Polizie Stradali di Siena e La Spezia.

Come funzionava il sistema

Le indagini hanno preso il via nel febbraio del 2022 dopo una denuncia per appropriazione indebita presentata da una società di leasing alla Polizia Stradale della Spezia. Gli accertamenti hanno però fatto emergere un meccanismo molto più ampio e strutturato.

Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo riusciva a ottenere autovetture di alta gamma attraverso contratti di noleggio a lungo termine stipulati utilizzando documentazione fiscale, bancaria e reddituale falsa o alterata. Una volta entrati in possesso dei veicoli, gli indagati avrebbero avviato una seconda fase dell’operazione, finalizzata a far sparire completamente le auto dal circuito legale.

Dalle false denunce all’estero

Per ostacolare le ricerche, venivano presentate false denunce di furto oppure di smarrimento delle chiavi. Successivamente le vetture sarebbero state modificate negli elementi identificativi, dotate di targhe straniere e trasferite all’estero, rendendone molto più difficile il rintraccio.

Gli investigatori ritengono che l’organizzazione fosse caratterizzata da una precisa divisione dei compiti. Alcuni componenti si sarebbero occupati del reperimento dei documenti falsi, altri dell’individuazione dei prestanome e altri ancora del trasferimento e dell’occultamento dei veicoli fuori dall’Italia.

Un’organizzazione tra Toscana, Campania e Paesi esteri

Secondo l’ipotesi accusatoria, l’associazione avrebbe operato principalmente tra Campania, Toscana e diversi Paesi esteri, replicando lo stesso schema in numerosi episodi. Proprio la ripetitività delle condotte e l’elevato livello di organizzazione avrebbero consentito al gruppo di agire con rapidità nel settore delle auto di lusso.

Resta fermo il principio della presunzione di innocenza: la responsabilità degli indagati potrà essere accertata soltanto con un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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La fine del modello industriale tedesco che si riversa in tutta Europa https://www.business.it/la-fine-del-modello-industriale-tedesco-che-si-riversa-in-tutta-europa/ Sat, 27 Jun 2026 08:12:50 +0000 https://www.business.it/?p=156004 Per decenni Volkswagen non è stata soltanto una casa automobilistica. È stata il simbolo stesso della forza industriale tedesca. Le sue fabbriche, i suoi marchi e la sua capacità di esportare automobili in tutto il mondo hanno accompagnato la crescita economica della Germania dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, contribuendo a costruire l’immagine di… Read More »La fine del modello industriale tedesco che si riversa in tutta Europa

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Per decenni Volkswagen non è stata soltanto una casa automobilistica. È stata il simbolo stesso della forza industriale tedesca. Le sue fabbriche, i suoi marchi e la sua capacità di esportare automobili in tutto il mondo hanno accompagnato la crescita economica della Germania dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, contribuendo a costruire l’immagine di un Paese capace di coniugare innovazione, qualità e competitività.

Oggi, però, quel modello mostra crepe sempre più evidenti.

Le indiscrezioni che parlano di un piano di ristrutturazione con fino a 100mila posti di lavoro a rischio e la possibile chiusura di quattro stabilimenti rappresentano molto più di una notizia aziendale. Sono il sintomo di una trasformazione profonda che interessa l’intera industria europea e che coinvolge energia, geopolitica, concorrenza cinese, transizione elettrica e nuovi equilibri economici mondiali.

Non è un caso che il dibattito abbia rapidamente superato i confini della Germania. Se Volkswagen rallenta, infatti, non è soltanto il primo costruttore automobilistico europeo a entrare in difficoltà. È un intero modello industriale che viene messo in discussione.

Quando Volkswagen rappresentava il miracolo economico tedesco

Per comprendere la portata della crisi bisogna tornare indietro nel tempo.

Volkswagen nasce nel 1937, ma è soprattutto nel secondo dopoguerra che diventa uno dei simboli della ricostruzione tedesca. Il Maggiolino prima e, successivamente, marchi come Audi, Porsche, Škoda, Seat e lo stesso brand Volkswagen trasformano il gruppo in uno dei maggiori costruttori automobilistici del pianeta.

Per decenni il successo dell’azienda coincide quasi perfettamente con quello dell’economia tedesca.

Il modello era semplice quanto efficace: elevata qualità industriale, forte specializzazione manifatturiera, salari elevati compensati da una produttività altrettanto alta e una straordinaria capacità di esportazione.

L’automobile diventa il cuore dell’industria tedesca.

Attorno ai grandi costruttori si sviluppa una rete di migliaia di imprese della componentistica, della meccanica, della chimica e dell’elettronica che contribuisce a rendere la Germania il principale motore economico europeo.

Per molti anni questo sistema ha funzionato quasi perfettamente.

Oggi, però, le condizioni che lo avevano reso vincente stanno cambiando contemporaneamente.

Il Dieselgate: la prima crepa

La prima grande frattura arriva nel 2015.

Lo scandalo Dieselgate travolge Volkswagen dopo la scoperta dell’utilizzo di software capaci di alterare i risultati dei test sulle emissioni.

Le conseguenze economiche sono enormi.

Il gruppo paga decine di miliardi di euro tra sanzioni, risarcimenti e costi legali, ma soprattutto subisce un danno reputazionale senza precedenti.

Per la prima volta il marchio che rappresentava l’affidabilità dell’ingegneria tedesca viene associato a uno dei più grandi scandali industriali della storia recente.

Da quel momento Volkswagen accelera con decisione sulla mobilità elettrica, investendo decine di miliardi di euro nello sviluppo di nuovi modelli e nella riconversione di numerosi stabilimenti produttivi.

Una scelta quasi obbligata, ma estremamente costosa.

La rivoluzione elettrica e la concorrenza cinese

Per anni la Cina è stata il principale mercato di Volkswagen.

Le vendite nel Paese asiatico hanno rappresentato una parte fondamentale della crescita del gruppo.

Oggi lo scenario è completamente cambiato.

Pechino non è più soltanto un enorme mercato di sbocco. È diventata il principale concorrente dell’industria automobilistica europea.

Marchi come BYD, Geely, SAIC e Nio hanno compiuto un salto tecnologico impressionante, soprattutto nel settore dell’auto elettrica.

Queste aziende possono contare su costi di produzione più bassi, una filiera delle batterie quasi completamente integrata e un forte sostegno industriale interno.

Il risultato è evidente.

Volkswagen continua a investire miliardi nella mobilità elettrica, ma si trova a competere con aziende che producono veicoli spesso meno costosi e sempre più competitivi anche dal punto di vista tecnologico.

Il paradosso è che proprio il mercato cinese, che per anni aveva sostenuto la crescita del gruppo tedesco, oggi rappresenta una delle principali fonti di pressione competitiva.

La crisi energetica cambia tutto

A rendere ancora più complesso il quadro è arrivata la crisi energetica.

Per decenni la Germania ha costruito parte della propria competitività industriale anche grazie alla disponibilità di energia relativamente economica, favorita dall’importazione di gas russo.

La guerra in Ucraina ha modificato radicalmente questo equilibrio.

L’aumento dei costi energetici ha colpito in modo particolare proprio i grandi gruppi manifatturieri, che basano la propria competitività su produzioni ad alta intensità industriale.

Volkswagen si è così trovata a gestire contemporaneamente tre grandi trasformazioni: l’aumento dei costi energetici, la rivoluzione dell’auto elettrica e la crescente pressione della concorrenza cinese.

Tre fattori che, sommati, hanno progressivamente ridotto i margini del gruppo.

Perché oggi si parla di 100mila esuberi

È dentro questo contesto che nascono le indiscrezioni sulle possibili chiusure di stabilimenti e sulla riduzione dell’organico.

Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, il gruppo starebbe valutando un piano di razionalizzazione molto più ampio rispetto a quelli affrontati in passato.

L’obiettivo sarebbe ridurre una capacità produttiva oggi considerata superiore rispetto alla domanda effettiva del mercato.

Il punto più significativo è che tra gli impianti interessati figurerebbero anche stabilimenti recentemente riconvertiti alla produzione di veicoli elettrici.

Questo significa che la crisi non riguarda soltanto il vecchio modello industriale basato sul motore termico.

Coinvolge anche la nuova strategia elettrica del gruppo.

È probabilmente questo l’aspetto che più preoccupa gli analisti.

Una crisi che riguarda tutta l’Europa

Ridurre la vicenda Volkswagen a un problema tedesco sarebbe un errore.

L’intera industria automobilistica europea è costruita attraverso una filiera integrata che coinvolge decine di migliaia di aziende distribuite tra Germania, Italia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria e altri Paesi dell’Unione.

Molte imprese italiane della componentistica lavorano direttamente o indirettamente per il gruppo Volkswagen.

Un rallentamento strutturale della produzione potrebbe quindi avere effetti anche sul sistema manifatturiero italiano.

Il settore automobilistico rappresenta ancora oggi una delle principali filiere industriali europee.

Per questo motivo le difficoltà del gruppo tedesco vengono osservate con estrema attenzione anche dalle istituzioni europee.

Il vero nodo: il modello industriale europeo

La vicenda Volkswagen racconta qualcosa di molto più grande di una semplice ristrutturazione aziendale.

Racconta la trasformazione del modello industriale europeo.

Per oltre trent’anni la competitività della manifattura europea si è basata su alcuni elementi fondamentali: energia relativamente accessibile, forte domanda internazionale, leadership tecnologica nei motori tradizionali e globalizzazione dei mercati.

Oggi tutti questi elementi stanno cambiando contemporaneamente.

La Cina non è più soltanto una piattaforma produttiva, ma una potenza tecnologica.

Gli Stati Uniti stanno attirando investimenti grazie a energia meno costosa e politiche industriali molto aggressive.

L’Europa, invece, si trova a gestire contemporaneamente transizione energetica, nuove regole ambientali e crescente concorrenza internazionale.

Volkswagen rappresenta probabilmente il caso più emblematico di questa trasformazione.

100 mila esuberi, 100 mila passi indietro

Le indiscrezioni sui possibili 100mila esuberi rappresentano certamente una notizia di grande impatto.

Ma fermarsi ai numeri significherebbe perdere il significato più profondo della vicenda.

La crisi Volkswagen racconta infatti la difficoltà dell’industria europea di adattarsi contemporaneamente a una rivoluzione tecnologica, a un nuovo equilibrio geopolitico e a una competizione globale sempre più intensa.

Per molti anni il gruppo tedesco ha incarnato il successo del modello manifatturiero europeo.

Oggi quel modello è chiamato a reinventarsi.

La domanda che resta aperta non riguarda soltanto il futuro di Volkswagen.

Riguarda la capacità dell’intera Europa di continuare a essere una delle grandi potenze industriali del XXI secolo.

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Il Venezuela tra speranza e tragedia: il terremoto arriva mentre il Paese tenta di uscire dalla crisi del debito https://www.business.it/il-venezuela-tra-speranza-e-tragedia-il-terremoto-arriva-mentre-il-paese-tenta-di-uscire-dalla-crisi-del-debito/ Thu, 25 Jun 2026 07:12:36 +0000 https://www.business.it/?p=155950 Per anni il Venezuela è stato il simbolo di una delle crisi economiche più profonde del continente americano. Inflazione fuori controllo, isolamento internazionale, carenza di beni essenziali e un debito accumulato nel corso dei decenni hanno segnato la vita di milioni di cittadini. Proprio mentre il Paese sembrava affacciarsi a una nuova fase, con un… Read More »Il Venezuela tra speranza e tragedia: il terremoto arriva mentre il Paese tenta di uscire dalla crisi del debito

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Per anni il Venezuela è stato il simbolo di una delle crisi economiche più profonde del continente americano. Inflazione fuori controllo, isolamento internazionale, carenza di beni essenziali e un debito accumulato nel corso dei decenni hanno segnato la vita di milioni di cittadini. Proprio mentre il Paese sembrava affacciarsi a una nuova fase, con un ambizioso piano di risanamento finanziario destinato a cambiare il futuro dell’economia nazionale, un violento terremoto ha riportato l’emergenza al centro dell’attenzione.

Le due vicende non sono direttamente collegate tra loro, ma la loro coincidenza temporale racconta meglio di qualsiasi analisi la complessità del momento che il Venezuela sta attraversando. Da una parte la ricerca di una stabilità economica dopo anni di difficoltà, dall’altra una tragedia che impone nuove priorità e richiama l’attenzione sul dramma delle persone colpite.

Il terremoto che ha sconvolto il Paese

La forte scossa di terremoto registrata nelle ultime ore è stata avvertita in diverse aree del Venezuela e anche oltre i confini nazionali. Il sisma ha provocato crolli, danni a edifici e infrastrutture e ha causato vittime e numerosi feriti. Le autorità hanno immediatamente attivato la macchina dei soccorsi, mentre migliaia di cittadini hanno lasciato le proprie abitazioni per il timore di nuove scosse.

Le operazioni di ricerca e assistenza proseguono senza sosta e il bilancio resta provvisorio. In queste situazioni ogni aggiornamento può modificare il quadro complessivo e, per questo motivo, la priorità rimane garantire il supporto alle comunità coinvolte e mettere in sicurezza le aree maggiormente colpite.

Il maxi piano per risanare un debito storico

Fino a poche ore prima del terremoto l’attenzione internazionale era concentrata soprattutto sull’avvio del più importante progetto di ristrutturazione del debito venezuelano degli ultimi anni. Il governo aveva infatti dato il via a un percorso destinato a ridisegnare il rapporto con i creditori internazionali, affrontando un’esposizione che viene stimata intorno ai 240 miliardi di dollari.

L’obiettivo è quello di rendere nuovamente sostenibile il debito pubblico, creare condizioni più favorevoli per il ritorno degli investimenti esteri e permettere all’economia nazionale di recuperare gradualmente credibilità sui mercati internazionali. Si tratta di un passaggio considerato fondamentale per un Paese che ha vissuto una lunga stagione di recessione, inflazione e forti difficoltà finanziarie.

Due emergenze diverse che si incontrano

Il terremoto non modifica automaticamente il piano economico già avviato, ma arriva nel momento meno favorevole possibile. Un governo che stava cercando di concentrare risorse, energie e attenzione sul rilancio finanziario deve ora affrontare una nuova emergenza umanitaria, destinando uomini e fondi ai soccorsi, alla gestione della crisi e, successivamente, alla ricostruzione.

È proprio questo il punto di contatto tra le due notizie. Non esiste un rapporto di causa ed effetto, ma è inevitabile che un evento di tale portata influenzi il contesto nel quale il piano di risanamento dovrà svilupparsi. In un Paese che dispone già di margini economici limitati, ogni calamità naturale rappresenta un ulteriore elemento di pressione sulle finanze pubbliche.

Le incognite sulla ripresa economica

Gli esperti ritengono che sia ancora prematuro stabilire quale sarà il reale impatto del terremoto sul percorso di ristrutturazione del debito. Molto dipenderà dall’entità dei danni, dalle risorse necessarie per la ricostruzione e dalla capacità delle istituzioni di gestire contemporaneamente l’emergenza e il processo di rilancio economico.

La storia dimostra che le calamità naturali possono rallentare programmi di sviluppo già avviati, soprattutto quando colpiscono economie particolarmente fragili. Per questo motivo la comunità internazionale osserva con attenzione sia l’evoluzione della situazione sul territorio sia gli effetti che la crisi potrebbe avere sui delicati equilibri finanziari del Paese.

Un futuro ancora tutto da scrivere

Il Venezuela si trova oggi davanti a una nuova sfida che va oltre i numeri dell’economia. Mentre il governo tenta di costruire le basi per una ripresa finanziaria dopo anni di difficoltà, la priorità assoluta resta il sostegno alle popolazioni colpite dal terremoto e alle famiglie delle vittime.

Il percorso verso una reale stabilità appare ancora lungo e complesso. Le prossime settimane diranno se il piano di risanamento potrà proseguire secondo i programmi oppure se l’emergenza sismica costringerà il Paese a rivedere tempi e priorità. Nel frattempo, il Venezuela continua a confrontarsi con due prove profondamente diverse, ma accomunate dalla stessa necessità: trovare la forza di ricostruire, sul piano umano prima ancora che su quello economico.

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Hormuz, petrolio e geopolitica: perché la tregua tra Stati Uniti e Iran riguarda anche l’Europa https://www.business.it/hormuz-petrolio-e-geopolitica-perche-la-tregua-tra-stati-uniti-e-iran-riguarda-anche-leuropa/ Wed, 24 Jun 2026 18:06:20 +0000 https://www.business.it/?p=155941 Per alcuni giorni il mondo ha avuto l’impressione di trovarsi a un passo da una nuova grande guerra in Medio Oriente. Gli attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani, le minacce di ritorsione da parte di Teheran, il coinvolgimento degli alleati regionali e la mobilitazione delle forze militari hanno riportato al centro dell’attenzione una delle aree più… Read More »Hormuz, petrolio e geopolitica: perché la tregua tra Stati Uniti e Iran riguarda anche l’Europa

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Per alcuni giorni il mondo ha avuto l’impressione di trovarsi a un passo da una nuova grande guerra in Medio Oriente.

Gli attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani, le minacce di ritorsione da parte di Teheran, il coinvolgimento degli alleati regionali e la mobilitazione delle forze militari hanno riportato al centro dell’attenzione una delle aree più instabili del pianeta. Eppure, osservando con attenzione gli sviluppi delle ultime settimane, emerge una realtà diversa da quella raccontata dalla cronaca quotidiana.

Il vero tema non è soltanto lo scontro tra Stati Uniti e Iran.

Il vero tema è l’energia.

Dietro le dichiarazioni dei leader politici, dietro i movimenti militari e persino dietro i negoziati diplomatici si nasconde infatti una questione che riguarda direttamente l’economia mondiale: il controllo dello Stretto di Hormuz e la sicurezza delle rotte energetiche globali.

È questo il motivo per cui una crisi apparentemente regionale è diventata immediatamente una questione che coinvolge Europa, Cina, India, Stati Uniti e gran parte dell’economia mondiale.

Lo Stretto di Hormuz: il collo di bottiglia dell’economia globale

Per comprendere la portata della crisi è necessario partire dalla geografia.

Lo Stretto di Hormuz è una sottile via marittima che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Attraverso questo passaggio transitano ogni giorno milioni di barili di petrolio e una quota significativa del gas naturale liquefatto destinato ai mercati internazionali.

Secondo diverse stime internazionali, circa un quinto del petrolio mondiale passa da questo tratto di mare.

Questo significa che qualsiasi minaccia alla libera navigazione nello stretto ha effetti immediati sui mercati energetici.

Gli investitori lo sanno bene. Ogni volta che le tensioni tra Stati Uniti e Iran aumentano, il primo effetto si registra sul prezzo del petrolio e del gas. Non è soltanto una questione finanziaria: da quei prezzi dipendono l’inflazione, la crescita economica e il costo dell’energia per famiglie e imprese.

In altre parole, Hormuz è diventato uno dei principali punti nevralgici dell’economia globale.

Perché Washington e Teheran hanno scelto la strada del negoziato

Le fonti diplomatiche e le ricostruzioni giornalistiche delle ultime settimane mostrano come, parallelamente alla crisi militare, sia proseguito un intenso lavoro negoziale tra Washington e Teheran.

L’obiettivo era evitare che l’escalation sfuggisse al controllo.

Da qui nasce il memorandum che ha consentito una progressiva riduzione delle tensioni e la riapertura di canali di dialogo.

A prima vista potrebbe sembrare un gesto di distensione politica.

In realtà si tratta soprattutto di una necessità economica.

Gli Stati Uniti non hanno interesse a provocare uno shock energetico globale che rischierebbe di colpire la crescita economica occidentale. L’Iran, dal canto suo, ha bisogno di evitare un ulteriore isolamento economico in un momento già complicato per la propria economia.

Anche l’Europa osservava con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi.

Dopo la guerra in Ucraina e la lunga crisi energetica che ne è seguita, Bruxelles sa bene quanto una nuova impennata dei prezzi possa compromettere la ripresa economica del continente.

Per questo motivo il memorandum tra Stati Uniti e Iran va letto più come una tregua economica che come una vera riconciliazione politica.

Il ruolo dell’Italia nella crisi

La vicenda ha assunto una dimensione particolarmente interessante anche per l’Italia.

Le dichiarazioni del segretario generale della Nato Mark Rutte hanno infatti alimentato una polemica politica riguardante il presunto utilizzo delle basi militari americane presenti sul territorio italiano.

Secondo alcune ricostruzioni, oltre 500 velivoli statunitensi avrebbero utilizzato infrastrutture italiane nell’ambito delle operazioni collegate alla crisi iraniana.

Il governo italiano ha però respinto questa interpretazione.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha precisato che l’Italia ha fornito esclusivamente supporto logistico previsto dagli accordi internazionali e che non vi è stata alcuna partecipazione diretta alle operazioni militari.

Al di là della polemica politica, la vicenda evidenzia una realtà spesso sottovalutata: la posizione geografica dell’Italia la rende inevitabilmente un attore coinvolto nelle grandi crisi del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Le basi presenti sul territorio nazionale rappresentano infatti uno degli elementi chiave dell’architettura strategica della Nato nel Mediterraneo.

Petrolio, inflazione e crescita economica

L’aspetto più interessante della crisi riguarda però le sue conseguenze economiche.

Nelle settimane di maggiore tensione i mercati energetici hanno reagito immediatamente al rischio di una possibile interruzione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.

Il semplice timore di una chiusura del passaggio è stato sufficiente per provocare movimenti significativi nei prezzi del petrolio.

Successivamente, l’avvio dei negoziati e la prospettiva di una de-escalation hanno contribuito a raffreddare le quotazioni.

Questo episodio dimostra ancora una volta quanto il sistema economico globale resti fortemente dipendente dalla stabilità delle rotte energetiche.

La transizione energetica procede, ma il petrolio continua a rappresentare una componente fondamentale dell’economia mondiale.

E proprio per questo le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico continuano ad avere un impatto immediato sulle economie occidentali.

La nuova sicurezza del XXI secolo

La crisi tra Stati Uniti e Iran offre una lezione più ampia.

Per decenni la sicurezza è stata interpretata quasi esclusivamente in termini militari.

Oggi il concetto appare molto più complesso.

La sicurezza energetica è diventata una componente essenziale della sicurezza nazionale ed economica.

Proteggere le rotte commerciali, garantire l’accesso alle materie prime strategiche e mantenere stabili i mercati energetici è diventato importante quanto la difesa tradizionale.

In questo senso, la vicenda di Hormuz rappresenta uno degli esempi più evidenti della trasformazione in corso.

Le grandi crisi contemporanee non si combattono soltanto con missili e portaerei.

Si combattono anche attraverso il controllo delle infrastrutture energetiche, delle rotte commerciali e dei mercati globali.

Conclusione

La tregua tra Stati Uniti e Iran non rappresenta la fine delle tensioni in Medio Oriente. Molti dei nodi che hanno alimentato il confronto restano irrisolti: dal programma nucleare iraniano al ruolo regionale di Teheran, fino alle relazioni con Israele e con gli alleati occidentali.

Tuttavia, gli sviluppi delle ultime settimane mostrano chiaramente come la questione energetica abbia esercitato una forza moderatrice sulle scelte dei principali attori coinvolti.

In un mondo ancora fortemente dipendente dal petrolio, il controllo di uno stretto marittimo può influenzare l’inflazione europea, la crescita americana e la stabilità dei mercati asiatici.

È per questo motivo che la crisi tra Washington e Teheran non riguarda soltanto il Medio Oriente.

Riguarda anche le bollette europee, la competitività delle imprese, la politica monetaria delle banche centrali e, in ultima analisi, la crescita economica globale.

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Caos alla Camera, deputata portata fuori dall’aula: “Violata”. Tensione altissima https://www.business.it/scontro-alla-camera-sul-piano-casa-opposizioni-contro-vannacci-parole-che-richiamano-le-leggi-razziali/ Wed, 24 Jun 2026 06:26:26 +0000 https://www.business.it/?p=155915 Confronto acceso durante il dibattito sul Piano casa Si è registrata una forte tensione alla Camera dei Deputati durante la discussione sugli ordini del giorno collegati al Piano casa. Il confronto si è inasprito tra le opposizioni e i rappresentanti del movimento Futuro Nazionale, guidato da Roberto Vannacci. Il nodo della polemica sono state alcune… Read More »Caos alla Camera, deputata portata fuori dall’aula: “Violata”. Tensione altissima

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Deputata Ouidad Bakkali in Aula alla Camera

Confronto acceso durante il dibattito sul Piano casa

Si è registrata una forte tensione alla Camera dei Deputati durante la discussione sugli ordini del giorno collegati al Piano casa. Il confronto si è inasprito tra le opposizioni e i rappresentanti del movimento Futuro Nazionale, guidato da Roberto Vannacci.

Il nodo della polemica sono state alcune affermazioni pronunciate dal deputato Rossano Sasso nel corso del dibattito sulle case popolari, in cui ha dichiarato: «Nei citofoni delle nostre case popolari non abbiamo più Giuseppe, Maria o Francesco. Abbiamo Omar, Mohamed, Abdul. E questo a noi di Futuro Nazionale non va giù».

Reazioni delle opposizioni

Le parole di Sasso hanno suscitato una pronta reazione da parte delle forze di opposizione. Il deputato del Partito Democratico, Federico Fornaro, ha definito tali affermazioni come il superamento di «un limite», sottolineando che il semplice fatto di avere «un nome straniero» o appartenere a una determinata religione viene trasformato in un marchio. Fornaro ha inoltre collegato queste dichiarazioni al periodo delle leggi razziali del 1938.

Analogamente, Andrea Casu (PD) ha denunciato un clima «di chiara matrice razzista», ricordando che durante gli interventi di Futuro Nazionale la deputata Ouidad Bakkali è stata richiamata all’ordine dalla vicepresidente della Camera Anna Ascani mentre protestava dai banchi dell’opposizione.

Ulteriori critiche e accuse reciproche

Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra ha definito «inaccettabile mettere sotto processo cittadini italiani» e ha invitato a far «remigrare» le parole «razziste, fasciste e naziste». Sulla stessa linea si è espresso Andrea Quartini del Movimento 5 Stelle, che ha definito gli interventi di Futuro Nazionale «impregnati di nazifascismo e odio verso il diverso».

Dall’altra parte, i deputati vicini a Vannacci hanno respinto le accuse. Rossano Sasso ha rivendicato le proprie parole, sostenendo che la richiesta di assegnare «prima le case popolari agli italiani e molto dopo bengalesi, pachistani e marocchini» sia una «opinione politica e non razzismo».

Difesa e proteste in Aula

Sasso ha inoltre accusato il centrosinistra di essere razzista verso gli italiani e di voler impedire agli avversari di esprimere le proprie posizioni. Anche Edoardo Ziello ha difeso il collega, evidenziando che a presiedere la seduta fosse proprio Anna Ascani del PD e che, se avesse ritenuto gli interventi offensivi o contrari al regolamento, avrebbe potuto richiamare formalmente Sasso.

In segno di protesta, la deputata dem Ouidad Bakkali ha abbandonato l’Aula. Successivamente, attraverso i social, ha dichiarato: «È stata violata la dignità del Parlamento italiano, sono stati offesi cittadini e cittadine italiane, le persone di origine immigrata e le persone povere».

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“Fiamme altissime”. Tir prende fuoco in autostrada: è caos in Italia https://www.business.it/fiamme-altissime-tir-prende-fuoco-in-autostrada-e-caos-in-italia/ Mon, 22 Jun 2026 09:08:26 +0000 https://www.business.it/?p=155782 Alle prime ore della notte, sulla autostrada A13 Bologna-Padova, un incendio ha interessato un mezzo pesante al chilometro 23, provocando la chiusura temporanea del tratto compreso tra Altedo e Ferrara Sud in direzione Padova. Le autorità hanno attivato le procedure di emergenza per garantire la sicurezza e il regolare svolgimento delle operazioni di soccorso. Il… Read More »“Fiamme altissime”. Tir prende fuoco in autostrada: è caos in Italia

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Alle prime ore della notte, sulla autostrada A13 Bologna-Padova, un incendio ha interessato un mezzo pesante al chilometro 23, provocando la chiusura temporanea del tratto compreso tra Altedo e Ferrara Sud in direzione Padova. Le autorità hanno attivato le procedure di emergenza per garantire la sicurezza e il regolare svolgimento delle operazioni di soccorso.

Il rogo, sviluppatosi poco prima delle ore 3, ha richiesto l’intervento immediato dei Vigili del Fuoco, delle pattuglie della Polizia Stradale, del personale del 3° Tronco di Bologna di Autostrade per l’Italia e dei mezzi di soccorso meccanico incaricati della gestione dell’emergenza.

Mezzo pesante in fiamme sull'autostrada A13

Le fiamme sono state domate nel corso dell’intervento operativo, che ha incluso la messa in sicurezza dell’area interessata. Successivamente, sono state avviate le attività di rimozione del veicolo danneggiato e di verifica dello stato della pavimentazione e delle infrastrutture stradali, danneggiate dalle alte temperature. Il controllo degli elementi della carreggiata, comprese le barriere di sicurezza, si è rivelato fondamentale per garantire la riapertura in condizioni di piena sicurezza e prevenire ulteriori rischi per la circolazione.

L’incendio ha comportato rallentamenti e disagi alla circolazione, con una coda di circa un chilometro segnalata tra Bologna Interporto e Altedo in direzione Padova. La chiusura del tratto ha imposto l’uscita obbligatoria ad Altedo per gli utenti diretti verso Padova, con conseguente rallentamento legato alla deviazione obbligatoria.

Traffico in autostrada dopo l’intervento dei soccorsi

Le autorità competenti stanno monitorando costantemente la situazione, al fine di limitare i disagi e agevolare il regolare deflusso del traffico lungo l’arteria principale che collega Emilia-Romagna e Veneto. Per consentire il superamento del tratto interessato, è stato predisposto un itinerario alternativo che prevede l’uscita obbligatoria ad Altedo e il proseguimento lungo la SP20 via Chiavicone.

Da lì, gli automobilisti possono seguire le indicazioni per la SS64 Porrettana e rientrare sulla A13 all’altezza di Ferrara Sud, evitando così la zona dell’incendio e delle operazioni di ripristino. Le autorità raccomandano agli utenti di attenersi alla segnaletica temporanea e di seguire gli aggiornamenti ufficiali per garantire la sicurezza durante il transito.

Coda in autostrada per deviazione a causa dell'incendio

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“Si è sfasciato tutto”. Finita malissimo tra la coppia: Canale 5, il successo e l’addio choc https://www.business.it/si-e-sfasciato-tutto-finita-malissimo-tra-la-coppia-canale-5-il-successo-e-l-addio-choc/ Mon, 22 Jun 2026 07:25:25 +0000 https://www.business.it/?p=155769 La relazione tra Marcello Messina e Giada Rizzi, ex protagonisti del programma televisivo Uomini e Donne, si è ufficialmente conclusa. Dopo una prima rottura e un successivo tentativo di riconciliazione, la coppia ha deciso di porre termine al rapporto, interrompendo anche la convivenza. Opinionista Social ha riportato le prime indiscrezioni riguardanti la separazione, indicando che… Read More »“Si è sfasciato tutto”. Finita malissimo tra la coppia: Canale 5, il successo e l’addio choc

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La relazione tra Marcello Messina e Giada Rizzi, ex protagonisti del programma televisivo Uomini e Donne, si è ufficialmente conclusa. Dopo una prima rottura e un successivo tentativo di riconciliazione, la coppia ha deciso di porre termine al rapporto, interrompendo anche la convivenza.

Opinionista Social ha riportato le prime indiscrezioni riguardanti la separazione, indicando che Giada Rizzi non vive più con Marcello Messina da alcune settimane e che la stessa è alla ricerca di una nuova abitazione, mentre lui rimane solo nell’appartamento precedentemente condiviso.

Marcello Messina e Giada Rizzi

Secondo quanto emerso, il rapporto si sarebbe nuovamente interrotto per motivi analoghi a quelli che avevano causato la prima separazione. La rimozione delle foto di coppia dai profili social di Marcello Messina ha rafforzato le voci relative alla fine definitiva della relazione.

Maria De Filippi, conduttrice Uomini e Donne

Intervistato dal portale Isa&Chia, Marcello Messina ha confermato la separazione, sottolineando che la decisione è irrevocabile. La notizia ha suscitato sorpresa tra i sostenitori della coppia, che avevano sperato in un nuovo inizio dopo il riavvicinamento.

La fine della relazione tra Marcello Messina e Giada Rizzi rappresenta un punto di chiusura definitivo per una storia che aveva attirato attenzione e seguito all’interno del panorama televisivo. Nonostante il tentativo di superare le difficoltà, la coppia ha scelto di separarsi definitivamente, ponendo fine anche alla convivenza.

Marcello Messina durante una puntata di Uomini e Donne

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Sorelle scomparse, alla fine il fidanzato crolla: “Ecco dove sono” https://www.business.it/sorelle-scomparse-alla-fine-il-fidanzato-crolla-ecco-dove-sono/ Sun, 21 Jun 2026 10:49:27 +0000 https://www.business.it/?p=155751 Le indagini sulla scomparsa di Sarah e Alisya, rispettivamente di 16 e 12 anni, residenti a Civitella Alfedena, hanno registrato un significativo sviluppo a seguito delle dichiarazioni rese dal fidanzato di Sarah. L’adolescente, già noto alle autorità per essere stato ospite della stessa casa famiglia, ha fornito agli inquirenti dettagli precisi riguardanti un piano di… Read More »Sorelle scomparse, alla fine il fidanzato crolla: “Ecco dove sono”

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Le indagini sulla scomparsa di Sarah e Alisya, rispettivamente di 16 e 12 anni, residenti a Civitella Alfedena, hanno registrato un significativo sviluppo a seguito delle dichiarazioni rese dal fidanzato di Sarah. L’adolescente, già noto alle autorità per essere stato ospite della stessa casa famiglia, ha fornito agli inquirenti dettagli precisi riguardanti un piano di allontanamento volontario delle due minori, smentendo così l’ipotesi del rapimento o di un incidente.

Il giovane, sentito come persona informata sui fatti, ha descritto la dinamica della fuga, avvenuta nella notte tra le 2 e le 5, indicando che le ragazze si sarebbero dirette verso un parente stretto, in una località segreta, per poi allontanarsi definitivamente.

Le dichiarazioni hanno trovato riscontro nei rilievi effettuati dai carabinieri lungo il tragitto indicato. Sono stati repertati alcuni oggetti appartenenti alle ragazze, tra cui un fermaglio, una maglia tecnica e un laccio nero, elementi che confermerebbero il passaggio delle minori lungo il percorso verso il punto d’incontro con il familiare.

Le autorità stanno inoltre esaminando i dati di tre utenze telefoniche intestate a soggetti vicini alle minori. Due di questi dispositivi risultano collegati a persone appartenenti all’entourage familiare e al fidanzato di Alisya. L’inattività prolungata dei telefoni testimonia l’intenzione delle minori di evitare la localizzazione. Nel frattempo, l’associazione Penelope Abruzzo, attivata dalla compagna del padre, continua a monitorare la situazione in attesa di ulteriori sviluppi.

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Stabilità bancaria, PNRR e politica fiscale: l’Italia tra fiducia dei mercati e crescita debole https://www.business.it/stabilita-bancaria-pnrr-e-politica-fiscale-litalia-tra-fiducia-dei-mercati-e-crescita-debole/ Sat, 20 Jun 2026 06:12:47 +0000 https://www.business.it/?p=155729 L’economia italiana si trova oggi in una fase che molti analisti definiscono di “stabilità fragile”. Da un lato, il sistema finanziario appare solido, i mercati mantengono fiducia nel Paese e il quadro politico-economico è relativamente ordinato. Dall’altro, la crescita resta debole e strutturalmente insufficiente a garantire un vero cambio di passo. In questo contesto, tre… Read More »Stabilità bancaria, PNRR e politica fiscale: l’Italia tra fiducia dei mercati e crescita debole

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L’economia italiana si trova oggi in una fase che molti analisti definiscono di “stabilità fragile”. Da un lato, il sistema finanziario appare solido, i mercati mantengono fiducia nel Paese e il quadro politico-economico è relativamente ordinato. Dall’altro, la crescita resta debole e strutturalmente insufficiente a garantire un vero cambio di passo.

In questo contesto, tre elementi stanno assumendo un ruolo centrale: la stabilità del sistema bancario, l’attuazione del PNRR e la politica fiscale. È dall’intreccio di questi fattori che dipende, secondo le principali istituzioni internazionali, la traiettoria dell’Italia nei prossimi anni.

Le ultime previsioni della Commissione europea indicano una crescita attesa intorno allo 0,5% nel 2026, una delle più basse dell’Eurozona, sostenuta quasi esclusivamente dagli investimenti legati al PNRR.

Il PNRR come motore principale della crescita

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza continua a rappresentare il principale strumento di politica economica attiva del Paese. Senza queste risorse europee, l’economia italiana avrebbe oggi una dinamica molto più stagnante.

Gli investimenti stanno sostenendo soprattutto tre aree: infrastrutture, digitalizzazione e ammodernamento del settore pubblico. Tuttavia, il problema principale non riguarda tanto la quantità di risorse disponibili, quanto la loro capacità di tradursi in crescita strutturale.

Sia la Commissione europea sia l’OCSE sottolineano infatti come la produttività italiana resti il vero punto critico del sistema economico. Nonostante l’aumento dell’occupazione e il miglioramento di alcuni indicatori macroeconomici, la capacità del Paese di generare valore aggiunto rimane debole.

In altre parole, il PNRR agisce come stimolo, ma non ha ancora prodotto un cambiamento duraturo del modello economico.

La stabilità del sistema bancario

Un ruolo decisivo nella tenuta dell’economia italiana è svolto dal sistema bancario. Dopo anni complessi segnati dai crediti deteriorati e da una lunga fase di ristrutturazione, le principali banche italiane hanno rafforzato i propri bilanci e migliorato la qualità del credito.

Oggi il settore appare complessivamente stabile e in grado di sostenere l’economia reale attraverso il credito a famiglie e imprese.

Secondo la Banca d’Italia, il sistema bancario è solido ma non immune da rischi, soprattutto legati al contesto internazionale. Le tensioni geopolitiche e le possibili oscillazioni dei mercati energetici restano fattori di vulnerabilità da monitorare con attenzione.

La stabilità bancaria rappresenta anche un elemento chiave per la gestione del debito pubblico, dato che le banche italiane continuano a detenere una quota significativa dei titoli di Stato.

Il nodo del debito pubblico

Il secondo grande pilastro del quadro economico italiano è il debito pubblico. Le stime della Commissione europea indicano un rapporto debito/PIL intorno al 138%, destinato a restare su livelli elevati anche nei prossimi anni.

Non si tratta di una situazione di emergenza immediata, ma di un vincolo strutturale che limita lo spazio di manovra della politica economica.

Secondo le principali istituzioni internazionali, l’Italia si trova in una condizione di equilibrio: il debito è sotto controllo, ma la crescita è troppo debole per ridurlo in modo significativo nel medio periodo.

Questo equilibrio rende il sistema stabile, ma anche poco dinamico.

La credibilità sui mercati e il ruolo delle agenzie di rating

Un elemento importante di questo quadro è rappresentato dal giudizio delle agenzie di rating internazionali. Negli ultimi mesi, Moody’s e S&P hanno confermato o migliorato l’outlook sull’Italia, riconoscendo alcuni progressi sul fronte della disciplina fiscale e della stabilità politica.

Le ragioni principali di questa valutazione positiva sono tre: maggiore stabilità del governo, miglioramento del sistema bancario e gestione più prudente del deficit pubblico.

Questo ha contribuito a mantenere relativamente contenuto lo spread e a rafforzare la percezione di affidabilità dell’Italia sui mercati finanziari internazionali.

Il fattore esterno: geopolitica ed energia

Accanto ai fattori interni, un ruolo sempre più importante è giocato dagli scenari internazionali.

Le tensioni geopolitiche in aree strategiche come il Medio Oriente e lo Stretto di Hormuz possono avere effetti diretti sull’economia europea e italiana, soprattutto attraverso l’andamento dei prezzi energetici.

La Banca d’Italia sottolinea come questi shock esterni rappresentino una delle principali fonti di rischio per la stabilità macroeconomica, con possibili impatti su inflazione, crescita e mercati finanziari.

In questo senso, la vulnerabilità energetica rimane uno dei punti strutturali più rilevanti per l’economia italiana.

Un sistema stabile ma poco dinamico

Il quadro complessivo che emerge è quello di un Paese che ha raggiunto una certa stabilità, ma che continua a faticare sul fronte della crescita.

L’Italia oggi presenta:

  • un sistema bancario solido
  • mercati finanziari relativamente fiduciosi
  • un sostegno decisivo del PNRR
  • un deficit sotto controllo

Ma allo stesso tempo mostra:

  • crescita molto debole
  • produttività stagnante
  • forte dipendenza da fattori esterni
  • difficoltà strutturali nel lungo periodo

Conclusione

L’Italia si trova oggi in una fase di equilibrio complesso. La stabilità finanziaria, sostenuta dal sistema bancario e dal PNRR, ha permesso al Paese di mantenere la fiducia dei mercati e di evitare tensioni sul debito pubblico.

Tuttavia, questa stabilità non si è ancora tradotta in una crescita economica solida e duratura.

Il vero nodo dei prossimi anni sarà proprio questo: trasformare un equilibrio finanziario relativamente stabile in una crescita reale, capace di rafforzare la produttività e ridurre la dipendenza da fattori esterni.

Per ora, l’Italia resta un Paese stabile, ma ancora alla ricerca di una crescita strutturale più forte.

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Futuro Nazionale, l’assemblea di Vannacci finisce in rissa: spintoni e tessere strappate https://www.business.it/futuro-nazionale-lassemblea-di-vannacci-finisce-in-rissa-spintoni-e-tessere-strappate/ Tue, 16 Jun 2026 16:02:20 +0000 https://www.business.it/?p=155508 La due giorni fondativa di Futuro Nazionale, il partito guidato da Roberto Vannacci, si è conclusa a Roma con momenti di forte tensione lontano dai riflettori e dagli slogan del palco. Dietro le quinte, tra urla, spintoni e persino qualche sberla, l’atmosfera era ben diversa dall’immagine di compattezza mostrata in pubblico. A scatenare la protesta… Read More »Futuro Nazionale, l’assemblea di Vannacci finisce in rissa: spintoni e tessere strappate

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La due giorni fondativa di Futuro Nazionale, il partito guidato da Roberto Vannacci, si è conclusa a Roma con momenti di forte tensione lontano dai riflettori e dagli slogan del palco. Dietro le quinte, tra urla, spintoni e persino qualche sberla, l’atmosfera era ben diversa dall’immagine di compattezza mostrata in pubblico.

A scatenare la protesta sarebbe stata una decisione inaspettata: i coordinatori regionali non verranno nominati. La scelta ha sorpreso molti partecipanti, soprattutto chi aveva investito tempo ed energie nel progetto del nuovo movimento sui territori. A complicare ulteriormente le cose, alcuni esponenti esclusi dall’assemblea nazionale hanno reagito platealmente, arrivando persino a strappare la tessera in segno di protesta, mentre un testimone ha ironizzato definendo l’episodio una “sana ordalia”, nello spirito della vecchia dialettica del Msi.

Tra i più irritati, secondo quanto emerso, ci sarebbe stato il consigliere regionale ed ex Lega Stefano Valdegamberi, sostituito da Gianangelo Bof, anch’egli proveniente dal Carroccio. Per cercare di ricucire lo strappo, il coordinatore Massimiliano Simoni ha annunciato un ampliamento dell’assemblea nazionale, che passerà da 100 a 120 membri, così da dare spazio a più aspiranti dirigenti.

Roberto Vannacci, generale in congedo, ha preferito non gestire personalmente le questioni organizzative, concentrandosi invece sull’aspetto politico e mediatico del progetto, delegando le incombenze interne ad altri. Nonostante le tensioni, il partito continua a crescere: molti nuovi iscritti arrivano da altre forze della destra, approfittando anche delle difficoltà della Lega.

L’organizzazione interna resta però un punto critico: oltre 100mila iscritti raccolti in poche settimane, piccoli gruppi territoriali difficili da coordinare e notabili provenienti da altri partiti pronti a conquistare peso interno rendono la struttura ancora in fase di assestamento.

In questo contesto, assume particolare importanza il ruolo che potrebbe giocare Gianni Alemanno. L’ex sindaco di Roma, con la sua lunga esperienza nella destra, potrebbe dare ordine e metodo a un partito ancora in costruzione. Resta però da vedere se Vannacci sarà disposto ad affiancarsi a una figura così autorevole e ingombrante, un nodo che potrebbe influenzare il futuro assetto del movimento.

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Energie rinnovabili, capitali internazionali e geopolitica: perché la presenza delle aziende israeliane nel settore energetico italiano sta facendo discutere https://www.business.it/energie-rinnovabili-capitali-internazionali-e-geopolitica-perche-la-presenza-delle-aziende-israeliane-nel-settore-energetico-italiano-sta-facendo-discutere/ Sun, 14 Jun 2026 20:14:13 +0000 https://www.business.it/?p=155391 Negli ultimi anni la transizione energetica è stata raccontata soprattutto come una sfida ambientale. Pannelli solari, parchi eolici, batterie e reti intelligenti sono diventati simboli di un nuovo modello economico fondato sulla riduzione delle emissioni e sull’abbandono progressivo dei combustibili fossili. Dietro questa trasformazione, però, si muovono interessi industriali, finanziari e geopolitici enormi. Ed è… Read More »Energie rinnovabili, capitali internazionali e geopolitica: perché la presenza delle aziende israeliane nel settore energetico italiano sta facendo discutere

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Negli ultimi anni la transizione energetica è stata raccontata soprattutto come una sfida ambientale. Pannelli solari, parchi eolici, batterie e reti intelligenti sono diventati simboli di un nuovo modello economico fondato sulla riduzione delle emissioni e sull’abbandono progressivo dei combustibili fossili.

Dietro questa trasformazione, però, si muovono interessi industriali, finanziari e geopolitici enormi. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce un dibattito sempre più acceso riguardante la presenza di aziende israeliane nel settore delle energie rinnovabili in Italia e in altri Paesi europei.

Il tema è emerso con forza negli ultimi mesi attraverso una serie di inchieste giornalistiche che hanno analizzato il ruolo crescente di gruppi energetici israeliani nel mercato europeo delle rinnovabili, evidenziando al tempo stesso interrogativi economici, politici ed etici che vanno ben oltre il semplice sviluppo di nuovi impianti energetici.

Il boom delle rinnovabili e l’arrivo dei grandi investitori internazionali

La transizione energetica europea richiede investimenti giganteschi.

Secondo le stime della Commissione Europea, nei prossimi anni saranno necessari centinaia di miliardi di euro per sviluppare nuovi impianti fotovoltaici, eolici, sistemi di accumulo e infrastrutture di rete.

Questo enorme flusso di capitali ha attirato investitori provenienti da tutto il mondo.

Fondi infrastrutturali, società energetiche, gruppi finanziari e grandi operatori internazionali stanno acquisendo terreni, autorizzazioni e progetti energetici in numerosi Paesi europei.

L’Italia rappresenta uno dei mercati più interessanti grazie all’elevata disponibilità di aree idonee per il fotovoltaico e all’obiettivo di incrementare rapidamente la produzione di energia rinnovabile.

È in questo scenario che alcune aziende israeliane hanno progressivamente aumentato la loro presenza nel settore energetico nazionale.

Chi sono gli operatori israeliani presenti nel mercato italiano

Negli ultimi anni diversi gruppi israeliani hanno investito in impianti fotovoltaici, sviluppo di progetti energetici e acquisizione di terreni destinati alla produzione di energia solare.

L’interesse è facilmente comprensibile.

L’Italia offre condizioni climatiche favorevoli, un mercato energetico di grandi dimensioni e obiettivi di decarbonizzazione molto ambiziosi che garantiscono prospettive di crescita per gli investitori.

Secondo le ricostruzioni pubblicate da Internazionale e da altre testate, la presenza di operatori israeliani nel comparto energetico europeo si è rafforzata parallelamente alla crescita globale del settore delle rinnovabili.

Dal punto di vista strettamente economico, si tratta di investimenti perfettamente inseriti nelle dinamiche della globalizzazione dei mercati energetici.

Tuttavia, il dibattito nasce quando questi investimenti vengono collegati a questioni politiche e geopolitiche più ampie.

Le contestazioni e il dibattito pubblico

Le critiche avanzate da alcuni osservatori e associazioni non riguardano tanto la provenienza estera degli investimenti quanto il contesto geopolitico nel quale operano alcune delle aziende coinvolte.

Le inchieste pubblicate da QualEnergia e da altre testate hanno evidenziato come alcune società attive nel settore delle energie rinnovabili siano state oggetto di contestazioni da parte di organizzazioni che monitorano gli sviluppi nei territori palestinesi occupati.

In questo contesto, il dibattito si è progressivamente spostato dal terreno energetico a quello politico.

Da una parte vi sono coloro che sostengono che gli investimenti debbano essere valutati esclusivamente sulla base della loro legittimità giuridica, della sostenibilità ambientale e della capacità di produrre energia pulita.

Dall’altra vi sono coloro che ritengono impossibile separare completamente attività economiche e contesto geopolitico, soprattutto in un periodo segnato da forti tensioni internazionali.

Il problema della dipendenza energetica

Al di là delle polemiche, la questione mette in evidenza un tema più generale che riguarda l’intera Europa.

La transizione energetica sta creando nuove forme di dipendenza strategica.

Per decenni il continente europeo ha fatto affidamento soprattutto sulle importazioni di petrolio e gas.

Oggi, pur riducendo la dipendenza dai combustibili fossili, l’Europa continua a dipendere da capitali, tecnologie, componenti industriali e investimenti provenienti dall’esterno.

Basti pensare al ruolo della Cina nelle filiere dei pannelli solari e delle terre rare, degli Stati Uniti nell’innovazione tecnologica o dei grandi fondi internazionali nella proprietà delle infrastrutture energetiche.

In questo senso, il caso delle aziende israeliane rappresenta soltanto uno degli esempi di una trasformazione molto più ampia.

La nuova geopolitica delle rinnovabili

Per anni le energie rinnovabili sono state presentate come una soluzione principalmente ambientale.

Oggi appare sempre più evidente che si tratta anche di una questione geopolitica.

Chi controlla le tecnologie, le infrastrutture, i sistemi di accumulo e le reti energetiche possiede una leva strategica importante.

La competizione globale per il controllo delle filiere verdi è ormai una realtà.

Stati Uniti, Cina, Unione Europea e numerosi altri attori internazionali stanno investendo enormi risorse per rafforzare la propria posizione in questo nuovo scenario.

Anche gli investimenti delle aziende israeliane devono essere letti dentro questo contesto più ampio, caratterizzato da una crescente interconnessione tra economia, energia e politica internazionale.

La questione italiana

Per l’Italia il tema assume una rilevanza particolare.

Il Paese deve accelerare la produzione di energia rinnovabile per raggiungere gli obiettivi europei e ridurre la dipendenza energetica dall’estero.

Allo stesso tempo deve affrontare questioni complesse legate all’utilizzo del territorio, all’accettazione sociale degli impianti e alla gestione di investimenti provenienti da operatori internazionali.

La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra apertura agli investimenti, tutela degli interessi strategici nazionali e rispetto delle sensibilità politiche e sociali che inevitabilmente accompagnano queste operazioni.

Conclusione

La presenza crescente di aziende israeliane nel settore italiano delle energie rinnovabili rappresenta un fenomeno che va ben oltre il semplice sviluppo di nuovi impianti fotovoltaici.

Racconta infatti come la transizione energetica sia diventata uno dei principali terreni di confronto economico e geopolitico del XXI secolo.

Dietro ogni parco solare, ogni impianto eolico e ogni investimento infrastrutturale si intrecciano interessi industriali, strategie finanziarie e relazioni internazionali.

Ed è proprio per questo che il dibattito sulle rinnovabili non riguarda più soltanto l’ambiente, ma sempre più il rapporto tra energia, sovranità economica e geopolitica globale.

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Infinita tragedia! Hanno trovato i due corpi: sconvolgente https://www.business.it/infinita-tragedia-hanno-trovato-i-due-corpi-sconvolgente/ Fri, 12 Jun 2026 17:08:01 +0000 https://www.business.it/?p=155306 Si è conclusa con il ritrovamento dei corpi dei due giovani dispersi la drammatica vicenda avvenuta a Ventimiglia dal 10 giugno. Il recupero è avvenuto questa mattina nelle acque del porto turistico Marina di Cala del Forte, suscitando profondo cordoglio nelle comunità locali. Le vittime e la dinamica dell’incidente I due amici, Whalid Sobi, 19… Read More »Infinita tragedia! Hanno trovato i due corpi: sconvolgente

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Mare e porto turistico Marina di Cala del Forte a Ventimiglia

Si è conclusa con il ritrovamento dei corpi dei due giovani dispersi la drammatica vicenda avvenuta a Ventimiglia dal 10 giugno. Il recupero è avvenuto questa mattina nelle acque del porto turistico Marina di Cala del Forte, suscitando profondo cordoglio nelle comunità locali.

Le vittime e la dinamica dell’incidente

I due amici, Whalid Sobi, 19 anni, di origini marocchine, ed Ewerton Bernardo Dos Santos, 25 anni, brasiliano, entrambi residenti a Sanremo, risultavano dispersi dopo essersi tuffati nelle acque della zona delle Calandre, lungo il litorale di Ventimiglia.

Secondo le ricostruzioni effettuate, i giovani sarebbero stati travolti dalla forza del mare: alcuni testimoni hanno riferito di averli visti spinti da un’onda contro la falesia, seguiti da una seconda ondata che li ha trascinati al largo, facendoli scomparire alla vista.

Le operazioni di soccorso

Le ricerche sono proseguite incessantemente per giorni, con l’impegno della Guardia Costiera, dei vigili del fuoco, delle forze dell’ordine e di squadre specializzate nel soccorso marittimo. Dopo il ritrovamento del corpo nel porto di Cala del Forte, le autorità hanno concentrato gli sforzi per individuare il secondo disperso che è stato trovato a poca distanza.

Reazioni e prossimi sviluppi

La notizia ha profondamente colpito le comunità di Ventimiglia e Sanremo, dove entrambi i giovani erano conosciuti e vivevano da tempo. Le autorità competenti continuano le indagini e le verifiche per ricostruire con precisione quanto accaduto.

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“Uno di loro al posto di Mattarella!”. Svelati i nomi dei favoriti per il Quirinale https://www.business.it/uno-di-loro-al-posto-di-mattarella-svelati-i-nomi-dei-favoriti-per-il-quirinale/ Fri, 12 Jun 2026 09:07:34 +0000 https://www.business.it/?p=155269 La corsa al Quirinale rappresenta uno snodo cruciale per gli equilibri istituzionali italiani, un tema che resta spesso lontano dal dibattito pubblico ma che condiziona profondamente il futuro politico del Paese. Le tensioni interne agli schieramenti e le strategie di coalizione stanno delineando un quadro complesso e in continua evoluzione in vista della prossima elezione… Read More »“Uno di loro al posto di Mattarella!”. Svelati i nomi dei favoriti per il Quirinale

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La corsa al Quirinale rappresenta uno snodo cruciale per gli equilibri istituzionali italiani, un tema che resta spesso lontano dal dibattito pubblico ma che condiziona profondamente il futuro politico del Paese. Le tensioni interne agli schieramenti e le strategie di coalizione stanno delineando un quadro complesso e in continua evoluzione in vista della prossima elezione del Presidente della Repubblica.

Le divisioni interne e le ambizioni politiche

Il giornalista Nicola Porro ha recentemente evidenziato le tensioni all’interno del centrodestra, sottolineando come queste possano influire sugli equilibri futuri: “Il centrodestra litiga e i bolliti come Prodi, Conte e Monti godono”. Questa affermazione mette in luce un clima di scontro interno che favorirebbe l’emergere di figure politiche ritenute in precedenza marginali.

Porro ha inoltre posto l’accento sull’importanza strategica dell’elezione del Capo dello Stato, definendola il vero punto chiave per le prossime sfide politiche: “Il vero pacchetto vincente delle prossime elezioni politiche è l’elezione del Presidente della Repubblica”. Questa lettura sposta il focus dal tradizionale confronto elettorale verso la partita istituzionale di più ampio respiro.

Le strategie dietro le quinte

Le dinamiche attuali vanno oltre il semplice scontro tra maggioranza e opposizione, configurando una partita parallela fatta di posizionamenti e trattative trasversali. L’obiettivo è prepararsi al momento decisivo con mosse calibrate che possano condizionare sia il governo sia il Quirinale.

In questo contesto, l’intreccio tra la corsa al Quirinale e quella per la guida del governo diventa evidente, con le divisioni interne agli schieramenti che assumono un ruolo determinante per gli equilibri futuri. Ogni singola manovra politica potrebbe avere ripercussioni di lungo termine sul sistema istituzionale.

Il monito di Porro è chiaro: “Mai sottovalutare i bolliti”. Questo avvertimento richiama l’attenzione sulla capacità di alcune figure politiche, considerate fuori dai giochi, di rientrare prepotentemente in campo nei momenti decisivi.

I protagonisti della corsa al Colle

In questo scenario si fanno sempre più insistenti le ipotesi sui possibili candidati alla Presidenza della Repubblica. Tra i nomi che emergono come favoriti secondo analisi e indiscrezioni figurano Romano Prodi e Mario Monti, mentre resta aperta anche la possibilità di un ritorno di Giuseppe Conte negli equilibri di governo e istituzionali.

La partita resta aperta e potrebbe influire profondamente sugli assetti politici italiani nei prossimi anni, determinando la direzione istituzionale e politica del Paese.

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Il risiko bancario italiano: Intesa, MPS e la partita decisiva per il sistema finanziario nazionale https://www.business.it/il-risiko-bancario-italiano-intesa-mps-e-la-partita-decisiva-per-il-sistema-finanziario-nazionale/ Fri, 12 Jun 2026 06:16:55 +0000 https://www.business.it/?p=155232 Il settore bancario italiano si trova oggi al centro di una delle operazioni più delicate e strategiche degli ultimi anni: il tentativo di Intesa Sanpaolo di acquisire Monte dei Paschi di Siena (MPS). Un’operazione che, più di un semplice passaggio societario, rappresenta un vero e proprio “risiko bancario”, con effetti diretti sulle dinamiche del mercato,… Read More »Il risiko bancario italiano: Intesa, MPS e la partita decisiva per il sistema finanziario nazionale

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Il settore bancario italiano si trova oggi al centro di una delle operazioni più delicate e strategiche degli ultimi anni: il tentativo di Intesa Sanpaolo di acquisire Monte dei Paschi di Siena (MPS). Un’operazione che, più di un semplice passaggio societario, rappresenta un vero e proprio “risiko bancario”, con effetti diretti sulle dinamiche del mercato, sulla stabilità del sistema e sulle strategie delle altre principali banche italiane.

L’offerta di Intesa Sanpaolo e i protagonisti

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, Dagospia e Il Post, Intesa Sanpaolo ha avviato un’offerta articolata per il controllo di MPS, supportata da alleati come Unicredit e Generali. L’obiettivo non è solo quello di integrare i portafogli clienti e le reti commerciali, ma anche di creare sinergie operative che possano rafforzare la competitività del gruppo a livello europeo.

Il piano strategico prevede un intervento mirato sulla gestione dei crediti deteriorati, storicamente una delle criticità di MPS, e l’ottimizzazione della struttura patrimoniale per garantire solidità e sostenibilità nel lungo periodo. Teleborsa e Borsa Italiana hanno evidenziato come la notizia abbia già influito sulle quotazioni, generando oscillazioni nei titoli delle banche coinvolte.

Le dinamiche del risiko bancario

Il cosiddetto risiko bancario non riguarda soltanto il movimento di azioni tra banche. Come spiegano Il Manifesto e Fanpage, l’operazione si inserisce in un contesto più ampio in cui le grandi banche italiane competono per rafforzare la propria posizione sul mercato nazionale e internazionale. Le mosse di Intesa, seguite a distanza da Unicredit e BPM, hanno l’obiettivo di consolidare quote di mercato, proteggere la clientela e prevenire possibili destabilizzazioni del settore.

MPS, con una storia centenaria e numerosi insediamenti storici come quello di Siena, ha rappresentato un simbolo del risparmio e del credito locale, ma anche una sfida per gli operatori finanziari. La gestione dei crediti problematici, il rapporto con gli investitori e la governance interna sono stati elementi cruciali nella valutazione dell’offerta.

Il ruolo del governo e le implicazioni pubbliche

L’attenzione del governo italiano è stata immediata. Pagella Politica e Il Sole 24 Ore evidenziano che, pur senza intervento diretto, lo Stato osserva con interesse l’evoluzione dell’operazione, poiché il mantenimento della stabilità del sistema bancario è un obiettivo strategico nazionale.

La partita coinvolge anche la politica economica, con implicazioni sul credito alle imprese, sul sostegno alle filiere industriali e sul ruolo degli investimenti esteri. Ogni ritardo, ogni esitazione, può generare effetti significativi sulla fiducia degli investitori e sulla percezione di solidità del sistema finanziario italiano.

Gli scenari possibili e le reazioni del mercato

Secondo i dati raccolti da Investing.com e Quotidiano.net, il mercato ha già iniziato a valutare le possibili ricadute dell’operazione. Intesa Sanpaolo, qualora completasse l’acquisizione, rafforzerebbe la propria posizione sul territorio nazionale e sul fronte internazionale, potendo competere con le principali banche europee.

D’altra parte, il successo dell’integrazione dipenderà dalla capacità di gestire le complessità operative e patrimoniali di MPS, in particolare il portafoglio di crediti deteriorati. Gli analisti sottolineano che una gestione efficace potrebbe trasformare la banca senese in un asset strategico per il gruppo, mentre ogni errore di valutazione potrebbe compromettere la redditività e la stabilità.

Il quadro europeo e internazionale

L’operazione assume rilevanza anche a livello europeo. L’Unione Europea monitora le dinamiche bancarie italiane, in quanto il consolidamento di istituti di rilevanza sistemica può influire sulle regole di mercato, sulla concorrenza e sugli scenari di cooperazione tra banche europee. Le scelte strategiche di Intesa e degli alleati non si limitano quindi a un contesto domestico, ma si collocano all’interno di un quadro continentale dove le fusioni, le acquisizioni e le partnership sono strumenti chiave per garantire competitività.

Offerte per chiudere il risiko bancario

L’offerta di Intesa Sanpaolo su MPS rappresenta una partita di ampio respiro, in cui confluiscono elementi finanziari, strategici e politici. La gestione dei crediti deteriorati, la governance, la capacità di attrarre investimenti e di integrare le strutture operative saranno fattori determinanti per il successo dell’operazione.

Il rischio e le opportunità sono evidenti: da un lato, la creazione di un polo bancario più forte e competitivo; dall’altro, la possibilità che errori di integrazione o ritardi nelle decisioni possano avere ripercussioni sul mercato e sul tessuto economico nazionale. Il risiko bancario italiano, con tutte le sue implicazioni, è quindi una delle storie più importanti del settore finanziario contemporaneo

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L’Italia controcorrente sul riarmo europeo https://www.business.it/litalia-controcorrente-sul-riarmo-europeo/ Thu, 11 Jun 2026 18:40:27 +0000 https://www.business.it/?p=155225 Mentre gran parte dell’Europa accelera sul rafforzamento della difesa e sull’aumento delle spese militari, l’Italia continua a distinguersi per una posizione molto più prudente. È quanto emerge da una serie di studi e analisi pubblicati nelle ultime settimane che fotografano un Paese profondamente diverso rispetto a molte altre nazioni europee sul tema della sicurezza e… Read More »L’Italia controcorrente sul riarmo europeo

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Mentre gran parte dell’Europa accelera sul rafforzamento della difesa e sull’aumento delle spese militari, l’Italia continua a distinguersi per una posizione molto più prudente. È quanto emerge da una serie di studi e analisi pubblicati nelle ultime settimane che fotografano un Paese profondamente diverso rispetto a molte altre nazioni europee sul tema della sicurezza e degli investimenti militari.

La questione non riguarda soltanto la politica o i rapporti con la Nato. Tocca un tema molto più ampio: il modo in cui gli italiani percepiscono le priorità dello Stato in una fase caratterizzata da crescita economica debole, pressione fiscale elevata, crisi del sistema sanitario e difficoltà strutturali che continuano a limitare la competitività del Paese.

Proprio per questo il dibattito sulle spese militari è diventato uno dei terreni più divisivi della politica italiana ed europea.

L’Italia è un caso unico in Europa

Secondo una recente ricerca dell’European Council on Foreign Relations, l’Italia rappresenta un’eccezione nel panorama continentale. Tra i quindici Paesi europei analizzati, è infatti l’unico nel quale una netta maggioranza dei cittadini si dichiara contraria a un aumento delle spese militari.

Il dato è particolarmente significativo perché arriva in un momento in cui quasi tutti i governi europei stanno incrementando i propri bilanci per la difesa. La guerra in Ucraina, il deterioramento delle relazioni con la Russia, le tensioni nel Medio Oriente e le crescenti incertezze sul ruolo futuro degli Stati Uniti nella sicurezza europea hanno spinto molte capitali ad accelerare i programmi di riarmo.

In Italia, però, il consenso popolare continua a muoversi in direzione opposta.

Una larga parte dell’opinione pubblica ritiene infatti che le risorse pubbliche debbano essere destinate prioritariamente a sanità, pensioni, istruzione, infrastrutture e sostegno alle famiglie piuttosto che all’acquisto di armamenti o all’espansione delle capacità militari.

Quanto spende oggi l’Italia per la difesa

Nel 2024 la spesa militare italiana si è attestata attorno all’1,5% del Prodotto interno lordo, un valore ancora inferiore rispetto al famoso obiettivo del 2% richiesto dalla Nato ai Paesi membri.

Per anni l’Italia è stata considerata uno degli alleati meno propensi ad aumentare gli investimenti nella difesa. Negli ultimi tempi il governo ha avviato un percorso di crescita graduale delle risorse destinate alle forze armate, ma il divario rispetto agli obiettivi fissati dall’Alleanza Atlantica rimane significativo.

Il problema è che il dibattito internazionale si è nel frattempo spostato ancora più avanti.

All’interno della Nato si discute ormai della possibilità di arrivare nei prossimi anni a livelli di spesa superiori al 3% del PIL, soprattutto per i Paesi europei che intendono ridurre la propria dipendenza dalla protezione americana.

Si tratta di una prospettiva che, se applicata all’Italia, comporterebbe investimenti aggiuntivi per decine di miliardi di euro ogni anno.

L’Europa accelera sul riarmo

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha progressivamente modificato il proprio approccio alla difesa.

Per decenni Bruxelles aveva lasciato quasi interamente la questione militare nelle mani dei singoli Stati e della Nato. Oggi, invece, la situazione appare diversa.

Le istituzioni europee stanno promuovendo nuovi programmi di cooperazione industriale, investimenti nella produzione di armamenti, sviluppo tecnologico e rafforzamento delle capacità strategiche comuni.

Il cosiddetto piano di riarmo europeo, spesso indicato con l’espressione “ReArm Europe”, punta a creare una maggiore autonomia strategica del continente e a rafforzare l’industria europea della difesa.

Dietro questa scelta c’è una valutazione molto precisa: l’Europa non può più permettersi di dipendere completamente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza.

Una politica italiana profondamente divisa

Anche i partiti italiani si trovano in una posizione tutt’altro che uniforme.

Fratelli d’Italia e Forza Italia sostengono generalmente la necessità di rafforzare le capacità difensive europee e di rispettare gli impegni assunti nell’ambito della Nato.

Più articolata la posizione della Lega, che negli anni ha alternato sostegno alla difesa nazionale e critiche verso alcune strategie europee.

Sul fronte opposto si collocano il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e altre forze della sinistra radicale, che contestano apertamente l’idea di un aumento generalizzato delle spese militari.

Anche il Partito Democratico presenta sensibilità differenti al proprio interno. Una parte della dirigenza sostiene la necessità di rafforzare la sicurezza europea, mentre altre componenti esprimono maggiore prudenza rispetto ai programmi di riarmo.

Il risultato è un quadro politico estremamente frammentato, nel quale nessuna posizione riesce a imporsi in modo netto.

La questione economica dietro il dibattito

Ridurre il tema delle spese militari a una semplice contrapposizione ideologica sarebbe però un errore.

La questione ha infatti una dimensione economica molto rilevante.

Da un lato, gli investimenti nella difesa possono generare innovazione tecnologica, occupazione qualificata e sviluppo industriale. Settori come aerospazio, elettronica avanzata, cybersicurezza e cantieristica militare rappresentano comparti strategici ad alto valore aggiunto.

Dall’altro lato, ogni euro destinato alla difesa è un euro che non può essere impiegato altrove.

È proprio questo il nodo centrale del dibattito italiano.

In un Paese caratterizzato da una crescita economica modesta, da un debito pubblico superiore ai 3.000 miliardi di euro e da un sistema sanitario che continua a mostrare criticità crescenti, molti cittadini si chiedono se l’aumento della spesa militare rappresenti davvero la priorità più urgente.

Una questione che riguarda il futuro dell’Europa

La discussione sulle spese militari non riguarda soltanto i bilanci pubblici.

Dietro il confronto emerge una domanda molto più ampia: quale ruolo vuole avere l’Europa nel nuovo ordine internazionale?

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto la sicurezza continui a essere una componente fondamentale della politica internazionale. Allo stesso tempo, la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina e le tensioni che attraversano il Medio Oriente stanno spingendo l’Europa a ridefinire la propria posizione strategica.

In questo scenario, il dibattito italiano appare particolarmente interessante perché mette in evidenza una differenza di sensibilità rispetto ad altri Paesi europei.

Mentre molte nazioni considerano il riarmo una necessità quasi inevitabile, gli italiani continuano a interrogarsi soprattutto sui costi economici e sociali di questa scelta.

Un bivio globale

L’Italia si trova oggi davanti a un bivio che riguarda non soltanto la politica della difesa, ma il modello stesso di sviluppo del Paese.

Da una parte vi sono le pressioni internazionali che spingono verso un rafforzamento delle capacità militari europee. Dall’altra vi è un’opinione pubblica che continua a vedere nella sanità, nel welfare, nelle infrastrutture e nella crescita economica le vere priorità nazionali.

La distanza tra queste due visioni rappresenta uno degli elementi più significativi del dibattito politico contemporaneo.

Ed è probabilmente destinata a diventare ancora più evidente nei prossimi anni, quando l’Europa dovrà decidere fino a che punto spingersi sulla strada del riarmo e quanto gli Stati membri saranno disposti a investire per sostenerlo.

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Omicidio Pierina Paganelli, la sentenza è arrivata: colpo di scena clamoroso https://www.business.it/omicidio-pierina-paganelli-la-sentenza-e-arrivata-colpo-di-scena-clamoroso/ Wed, 10 Jun 2026 06:13:59 +0000 https://www.business.it/?p=155137 Louis Dassilva è stato assolto dalla Corte d’Assise di Rimini dall’accusa di omicidio di Pierina Paganelli con la formula “per non aver commesso il fatto”. Per il secondo capo d’imputazione, relativo al porto abusivo di coltello, è stata pronunciata l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Di seguito i dettagli della sentenza e le motivazioni ufficiali.… Read More »Omicidio Pierina Paganelli, la sentenza è arrivata: colpo di scena clamoroso

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Louis Dassilva è stato assolto dalla Corte d’Assise di Rimini dall’accusa di omicidio di Pierina Paganelli con la formula “per non aver commesso il fatto”. Per il secondo capo d’imputazione, relativo al porto abusivo di coltello, è stata pronunciata l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Di seguito i dettagli della sentenza e le motivazioni ufficiali.

  • Capo principale (Omicidio): la Corte ha riconosciuto l’innocenza di Dassilva rispetto all’uccisione della 78enne ex infermiera. La decisione si basa sull’assenza di prove sufficienti a dimostrare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.
  • Capo B (Porto dell’arma): per l’accusa di porto abusivo del coltello utilizzato nel delitto, la formula adottata è stata “perché il fatto non sussiste”, in assenza di elementi probatori che attestino la detenzione dell’arma da parte dell’imputato.

La Procura di Rimini aveva richiesto la pena dell’ergastolo per il 36enne senegalese, ipotizzando aggravanti quali premeditazione, motivi futili e crudeltà. Tuttavia, il quadro indiziario, fondato soprattutto su immagini di videosorveglianza e presunta relazione con la nuora della vittima, non ha superato il vaglio dei giudici e della giuria popolare, che dopo oltre 16 ore di camera di consiglio hanno disposto la scarcerazione immediata di Dassilva. Le motivazioni scritte della sentenza saranno depositate entro i termini di legge, normalmente 90 giorni.

La sentenza ha rappresentato un ribaltamento rispetto alla richiesta della Procura. All’uscita dal carcere, Dassilva ha definito il verdetto una “vittoria della giustizia”, accolto con commozione dalla moglie Valeria Bartolucci. La difesa ha sottolineato la fragilità dell’impianto accusatorio basato esclusivamente su elementi indiziari.

L’accusa sosteneva che Dassilva avesse colpito la vittima con 29 coltellate nel garage del condominio in via del Ciclamino, a Rimini, la sera del 3 ottobre 2023. Tuttavia, nel corso del dibattimento non è stato rinvenuto il DNA dell’imputato sulla scena del crimine, né è stato recuperato l’arma del delitto. Il movente prospettato dalla Procura è stato ritenuto debole dalla difesa.

Gli avvocati hanno messo in discussione l’attendibilità di alcune testimonianze e valorizzato elementi emersi dalle analisi telefoniche e da accertamenti tecnici, ritenuti incompatibili con la ricostruzione accusatoria. Alcuni indizi principali non hanno trovato riscontri oggettivi adeguati secondo la difesa.

L’inchiesta si era concentrata sui rapporti tra i residenti del condominio di via del Ciclamino. Al centro dell’indagine investigativa vi era la relazione extraconiugale tra Dassilva e Manuela Bianchi, nuora della vittima, indicata come possibile movente dagli inquirenti.

Manuela Bianchi rimane indagata per favoreggiamento dopo aver ammesso di aver incontrato Dassilva nel garage la mattina successiva all’omicidio. La difesa ha contestato la sua versione dei fatti, ritenendola contraddittoria e poco affidabile.

Nel corso del processo sono emerse ipotesi investigative alternative. La difesa ha richiamato elementi non approfonditi, tra cui tracce ematiche e testimonianze meritevoli di ulteriori verifiche, sottolineando la necessità di non trascurare piste diverse da quella principale, richiamando il precedente del delitto di Garlasco.

Con l’assoluzione di Louis Dassilva, l’omicidio di Pierina Paganelli rimane privo di un responsabile accertato in sede giudiziaria. Le motivazioni della sentenza saranno cruciali per chiarire le ragioni che hanno portato la Corte a escludere la responsabilità dell’imputato e per delineare le prospettive future dell’indagine. Dopo oltre due anni e mezzo di indagini, udienze e dibattiti mediatici, il caso si chiude al momento con una certezza: le prove raccolte non sono state ritenute sufficienti a superare il principio dell'”oltre ogni ragionevole dubbio”.

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Le sfide per le infrastrutture italiane https://www.business.it/le-sfide-per-le-infrastrutture-italiane/ Mon, 08 Jun 2026 06:04:51 +0000 https://www.business.it/?p=154990 Negli ultimi anni i porti italiani ed europei hanno assunto un ruolo sempre più centrale, non solo come punti di carico e scarico, ma come veri e propri hub strategici in grado di influenzare flussi economici, competitività industriale e sviluppo territoriale. Porti come Trieste, Genova, Gioia Tauro e Venezia non sono più semplici infrastrutture: sono… Read More »Le sfide per le infrastrutture italiane

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Negli ultimi anni i porti italiani ed europei hanno assunto un ruolo sempre più centrale, non solo come punti di carico e scarico, ma come veri e propri hub strategici in grado di influenzare flussi economici, competitività industriale e sviluppo territoriale. Porti come Trieste, Genova, Gioia Tauro e Venezia non sono più semplici infrastrutture: sono nodi fondamentali della catena logistica continentale, in grado di collegare l’Europa al Mediterraneo, all’Asia e ai mercati internazionali.

Il caso italiano è emblematico. Trieste, grazie al regime di porto franco e alla profondità dei fondali, si è progressivamente trasformata in uno snodo chiave per i traffici verso Europa centrale e orientale, integrando trasporti marittimi, ferroviari e terrestri. L’efficienza dei terminal e l’automazione nella gestione dei container hanno aumentato la capacità di movimentazione, riducendo tempi di sosta e costi logistici, con benefici evidenti sia per le imprese italiane sia per quelle dell’Europa centrale.

Trieste, Genova e Gioia Tauro: sfide diverse per porti strategici

Ognuno dei principali porti italiani ha caratteristiche e sfide specifiche.

  • Trieste punta a rafforzare la propria posizione come gateway verso l’Europa centrale, con investimenti in digitalizzazione dei terminal e sistemi di monitoraggio in tempo reale.
  • Genova, con la sua posizione a ponente del Mediterraneo, si concentra su traffico container e grandi navi mercantili, con particolare attenzione all’innovazione dei sistemi di movimentazione e all’intermodalità con la rete ferroviaria nazionale.
  • Gioia Tauro rimane strategico nel Mediterraneo meridionale, ma deve affrontare la concorrenza crescente di altri scali mediterranei, investendo in infrastrutture e ottimizzazione logistica per attrarre nuovi traffici commerciali.

La sfida principale di questi porti non riguarda soltanto la capacità fisica di movimentare merci, ma la loro integrazione nei corridoi europei, la capacità di gestire flussi complessi e l’adattamento ai nuovi scenari geopolitici e tecnologici.

Innovazione e sostenibilità: la nuova frontiera portuale

L’evoluzione dei porti europei passa inevitabilmente attraverso la tecnologia. Sistemi digitali avanzati, automazione dei terminal, monitoraggio ambientale e utilizzo di energie rinnovabili sono oggi strumenti fondamentali per migliorare l’efficienza e ridurre l’impatto ambientale.

In Italia, numerosi porti hanno adottato sistemi di gestione integrata dei flussi e piattaforme digitali che consentono il tracciamento in tempo reale di container e merci. L’Europa spinge inoltre su progetti di intermodalità, collegando scali portuali, reti ferroviarie e logistica terrestre per garantire collegamenti rapidi verso i principali mercati europei e internazionali.

L’obiettivo non è solo aumentare la competitività commerciale, ma anche ridurre l’impatto ambientale della movimentazione portuale, riducendo emissioni di CO₂ e migliorando la qualità dell’aria nelle città portuali.

Impatto economico: dai porti alla crescita industriale

I porti non sono infrastrutture isolate. Il loro funzionamento influenza direttamente il commercio internazionale, i costi logistici delle aziende e la capacità dell’Europa di competere nei mercati globali.

Secondo dati recenti, una gestione più efficiente dei porti può ridurre fino al 15% i costi di trasporto dei container diretti verso l’Europa centrale. Questo significa maggiore competitività per l’export, migliore redditività per le imprese e riduzione dei costi per i consumatori.

In Italia, i porti rappresentano anche un’importante leva occupazionale. La catena logistica collegata agli scali genera decine di migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti, dall’industria cantieristica alla logistica, dai servizi portuali al commercio.

L’Europa guarda ai porti come infrastrutture strategiche

Oggi Bruxelles ha ridefinito il ruolo dei porti europei. Non più solo luoghi di movimentazione di merci, ma strumenti strategici per la sicurezza economica e industriale del continente.

Progetti europei stanno puntando su:

  • interconnessione dei porti mediterranei e del Nord Europa
  • digitalizzazione integrata dei terminal
  • sviluppo di infrastrutture verdi e sostenibili
  • creazione di corridoi ferroviari dedicati all’intermodalità

L’Europa considera questi interventi fondamentali per garantire competitività globale e resilienza economica di fronte a crisi internazionali, dalla pandemia alle tensioni geopolitiche nel Mediterraneo.

Il ruolo dell’Italia nel contesto europeo

L’Italia rimane centrale nel Mediterraneo, non solo geograficamente, ma anche per la qualità dei propri porti e della filiera industriale ad essi collegata.

Trieste, Genova e Gioia Tauro rappresentano hub fondamentali per i traffici verso l’Europa centrale, settentrionale e orientale. Il Paese ha inoltre iniziato a investire in progetti di digitalizzazione dei terminal e in infrastrutture verdi, con l’obiettivo di aumentare l’efficienza, attrarre traffico e consolidare la posizione internazionale degli scali italiani.

Sfide e prospettive future

Il futuro dei porti italiani ed europei passa attraverso alcuni nodi chiave:

  1. Competizione globale: la concorrenza con scali asiatici e africani richiede investimenti tecnologici e gestione ottimizzata dei flussi.
  2. Sostenibilità: l’adozione di energie rinnovabili, sistemi elettrici e terminal automatizzati è fondamentale per ridurre emissioni e costi.
  3. Intermodalità: il collegamento efficiente tra porti, ferrovia e infrastrutture terrestri è determinante per accelerare i tempi di consegna e aumentare la competitività.
  4. Resilienza geopolitica: crisi energetiche, tensioni internazionali e guerre commerciali impongono che i porti diventino anche strumenti strategici per la sicurezza economica europea.

Conclusione

L’Italia e l’Europa stanno vivendo un momento in cui i porti diventano molto più di semplici punti di scambio di merci.

Sono hub strategici, strumenti industriali, leve di politica economica e punti chiave della competitività continentale.

Il successo di queste infrastrutture dipenderà dalla capacità di integrare innovazione tecnologica, sostenibilità, efficienza logistica e visione industriale strategica.

In altre parole, il futuro dell’industria europea e italiana passa anche da come sapremo gestire e valorizzare i nostri porti, trasformandoli da strumenti fisici a hub di crescita e di influenza economica globale.

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“Addio First Lady”. È morta la moglie del presidente: l’annuncio proprio adesso https://www.business.it/8220-addio-first-lady-8221-e-morta-la-moglie-del-presidente-l-8217-annuncio-proprio-adesso/ Sat, 06 Jun 2026 13:52:48 +0000 https://www.business.it/?p=154923 Si è spenta all’età di 93 anni Bernadette Chirac, figura di rilievo della scena politica e sociale francese. Vedova dell’ex presidente Jacques Chirac, la sua scomparsa segna la fine di un’epoca e lascia un vuoto profondo nel panorama istituzionale transalpino. La figura di Bernadette Chirac nella politica francese Bernadette Chirac non è stata solo la… Read More »“Addio First Lady”. È morta la moglie del presidente: l’annuncio proprio adesso

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Si è spenta all’età di 93 anni Bernadette Chirac, figura di rilievo della scena politica e sociale francese. Vedova dell’ex presidente Jacques Chirac, la sua scomparsa segna la fine di un’epoca e lascia un vuoto profondo nel panorama istituzionale transalpino.

La figura di Bernadette Chirac nella politica francese

Bernadette Chirac

Bernadette Chirac non è stata solo la compagna di un leader ma una protagonista autonoma, capace di coniugare il ruolo di First Lady con una solida carriera politica. Dal 1979 al 2015 ha ricoperto la carica di consigliera generale della Corrèze, mantenendo un contatto diretto con le realtà locali e costruendo un consenso duraturo.

La sua attività politica ha rappresentato un’importante eccezione nel panorama francese, dove raramente la moglie del presidente assumeva incarichi elettivi. La sua presenza è stata determinante anche nella vittoria elettorale del marito nel 1995, grazie alla sua conoscenza approfondita della macchina politica e alla capacità di analisi strategica.

Un impegno sociale riconosciuto

Oltre alla politica, Bernadette Chirac si è distinta per il suo impegno nel sociale, in particolare con l’operazione Pièces Jaunes, che ha migliorato le condizioni di vita dei bambini ospedalizzati in Francia. Questa iniziativa ha rafforzato la sua immagine di donna attenta alle fragilità della società, andando oltre il ruolo istituzionale.

La sua figura ha rappresentato un equilibrio tra la tradizione nobiliare delle sue origini e la capacità di adattarsi alle esigenze della società contemporanea, consolidando la sua posizione come una delle donne più rispettate della sua generazione.

Il cordoglio delle istituzioni

Il presidente Emmanuel Macron ha espresso il proprio cordoglio definendo Bernadette Chirac una grande donna di cuore, la cui determinazione e discrezione hanno lasciato un segno indelebile nella storia francese. In segno di lutto, è stato aperto un libro delle condoglianze presso il Palazzo dell’Eliseo, invitando i cittadini a partecipare al ricordo.

La notizia della sua morte, avvenuta nella serata di ieri nel dipartimento degli Hauts-de-Seine, è stata comunicata dalla figlia Claude, che ha sottolineato come gli ultimi momenti siano stati sereni, poco dopo il compleanno della madre, festeggiato lo scorso 18 maggio.

Un’eredità duratura

Bernadette Chirac lascia un’eredità che trascende il semplice ruolo di moglie del presidente, incarnando una figura autonoma e determinata. La sua lunga vita, segnata da oltre sei decenni al fianco di Jacques Chirac, ha attraversato momenti cruciali della storia francese, dalla fondazione del RPR alla guida della Mairie di Parigi.

La sua dedizione al servizio pubblico e il suo impegno sociale continueranno a essere ricordati come un esempio di dedizione e resilienza, in un contesto storico e politico in continua evoluzione.

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Il ritorno dell’atomo: perché l’Italia sta riaprendo il dossier https://www.business.it/il-ritorno-dellatomo-perche-litalia-sta-riaprendo-il-dossier/ Thu, 04 Jun 2026 17:24:31 +0000 https://www.business.it/?p=154764 Per gran parte degli italiani il nucleare appartiene al passato. È un tema che richiama immediatamente gli anni del boom economico, le centrali costruite tra gli anni Sessanta e Settanta, il referendum seguito alla tragedia di Chernobyl e, più recentemente, la consultazione popolare del 2011 che sembrò chiudere definitivamente ogni prospettiva di ritorno all’energia atomica… Read More »Il ritorno dell’atomo: perché l’Italia sta riaprendo il dossier

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Per gran parte degli italiani il nucleare appartiene al passato. È un tema che richiama immediatamente gli anni del boom economico, le centrali costruite tra gli anni Sessanta e Settanta, il referendum seguito alla tragedia di Chernobyl e, più recentemente, la consultazione popolare del 2011 che sembrò chiudere definitivamente ogni prospettiva di ritorno all’energia atomica nel nostro Paese.

Eppure, quasi quarant’anni dopo l’uscita dell’Italia dal nucleare civile, il dibattito è tornato improvvisamente al centro della politica nazionale ed europea.

Nelle ultime settimane la Camera dei Deputati ha discusso il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, mentre il governo ha rilanciato la prospettiva di una nuova strategia energetica che includa le tecnologie atomiche di nuova generazione. Parallelamente, nel resto del mondo, numerosi Paesi stanno rivalutando il ruolo dell’energia nucleare come strumento per garantire sicurezza energetica, ridurre le emissioni e sostenere la crescita industriale.

La domanda che oggi torna ad affacciarsi nel dibattito pubblico è semplice ma decisiva: l’Italia ha sbagliato ad abbandonare il nucleare oppure la scelta compiuta dai cittadini nei referendum resta ancora valida alla luce delle sfide contemporanee?

Quando l’Italia era una potenza nucleare

Pochi ricordano che l’Italia fu uno dei pionieri dell’energia atomica in Europa.

Negli anni Sessanta il Paese possedeva uno dei programmi nucleari più avanzati del continente. Le centrali di Latina, Garigliano, Trino Vercellese e successivamente Caorso collocavano l’Italia tra i principali produttori europei di energia nucleare.

All’epoca il nucleare veniva considerato il simbolo del progresso tecnologico e della modernizzazione industriale. L’obiettivo era garantire indipendenza energetica a un Paese povero di risorse naturali e fortemente dipendente dalle importazioni.

La crisi petrolifera degli anni Settanta rafforzò ulteriormente questa visione. Molti governi occidentali iniziarono infatti a considerare il nucleare come una soluzione strategica per ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale.

Tuttavia, il rapporto tra opinione pubblica e energia atomica iniziò gradualmente a deteriorarsi.

Chernobyl e il referendum del 1987

La vera svolta arrivò il 26 aprile 1986.

L’esplosione del reattore numero 4 della centrale sovietica di Chernobyl cambiò radicalmente la percezione dell’energia nucleare in tutta Europa.

Le immagini della contaminazione radioattiva, le evacuazioni e le conseguenze sanitarie generarono un’ondata emotiva enorme anche in Italia.

L’anno successivo gli italiani furono chiamati alle urne per un referendum che, pur non abolendo formalmente il nucleare, ne determinò di fatto la fine.

Le centrali vennero progressivamente chiuse e il programma atomico nazionale fu smantellato.

Fu una scelta che rifletteva il clima dell’epoca. L’opinione pubblica considerava il rischio nucleare superiore ai benefici energetici e industriali.

Il secondo stop dopo Fukushima

Per molti anni la questione sembrò definitivamente archiviata.

Poi, tra il 2008 e il 2011, il governo Berlusconi tentò di riaprire il dossier, sostenendo che le nuove tecnologie avessero reso le centrali molto più sicure rispetto al passato.

Ma nel marzo del 2011 avvenne un altro evento destinato a segnare profondamente il dibattito mondiale: l’incidente di Fukushima, in Giappone.

Anche in quel caso l’impatto emotivo fu enorme.

Pochi mesi dopo, un nuovo referendum confermò la volontà degli italiani di non tornare all’energia atomica.

Sembrava la parola definitiva.

Il mondo però ha continuato a investire

Mentre l’Italia usciva dal nucleare, molti altri Paesi hanno seguito strade diverse.

La Francia rappresenta il caso più noto. Oggi circa il 70% dell’elettricità francese continua a essere prodotta attraverso centrali nucleari.

Questo ha consentito a Parigi di mantenere una relativa indipendenza energetica e di disporre di energia elettrica a basse emissioni di carbonio.

Anche gli Stati Uniti hanno continuato a investire nel settore, così come il Regno Unito, la Corea del Sud e, soprattutto, la Cina.

Pechino sta costruendo decine di nuovi reattori e considera il nucleare uno dei pilastri della propria strategia energetica.

Persino Paesi che negli anni passati avevano annunciato l’uscita dall’atomo stanno rivalutando le proprie scelte.

La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina ha infatti mostrato quanto la sicurezza degli approvvigionamenti sia diventata una questione strategica.

Perché il nucleare torna oggi nel dibattito

La nuova attenzione verso l’atomo nasce principalmente da tre fattori.

Il primo riguarda la sicurezza energetica.

L’Europa ha scoperto negli ultimi anni quanto possa essere rischioso dipendere da fornitori esterni di gas e petrolio.

Il secondo fattore è la decarbonizzazione.

Le centrali nucleari producono energia elettrica senza emissioni dirette di CO₂ durante il funzionamento. Per molti governi rappresentano quindi uno strumento utile per raggiungere gli obiettivi climatici.

Il terzo elemento riguarda la stabilità della produzione.

A differenza delle fonti rinnovabili, il nucleare non dipende dalle condizioni meteorologiche e garantisce una produzione continua.

Per questo numerosi esperti energetici sostengono che la transizione verde richiederà probabilmente una combinazione tra rinnovabili, accumuli energetici e nucleare.

I mini reattori e il nucleare di nuova generazione

Il dibattito odierno non riguarda più soltanto le grandi centrali del passato.

L’attenzione si concentra soprattutto sui cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), i mini reattori modulari.

Si tratta di impianti molto più piccoli rispetto alle centrali tradizionali, progettati per essere costruiti in serie e installati più rapidamente.

Secondo i sostenitori, queste tecnologie potrebbero ridurre costi, tempi di realizzazione e rischi operativi.

Alcune sperimentazioni stanno già prendendo forma in diversi settori. Una delle più interessanti riguarda l’utilizzo di mini reattori persino sulle navi mercantili, soluzione che potrebbe rivoluzionare il trasporto marittimo internazionale. ([Il Sole 24 Ore])

Naturalmente si tratta ancora di tecnologie in fase di sviluppo e molte incognite restano aperte.

Le critiche al ritorno dell’atomo

Non mancano però le obiezioni.

I critici del nucleare ricordano innanzitutto i costi molto elevati delle centrali, che spesso richiedono investimenti miliardari e tempi di costruzione lunghissimi.

Esiste poi il problema delle scorie radioattive, che rimane irrisolto in gran parte del mondo.

A questo si aggiungono le preoccupazioni legate alla sicurezza, sebbene le tecnologie moderne siano molto diverse da quelle utilizzate nei decenni passati.

Infine, alcuni osservatori sostengono che le risorse destinate al nucleare potrebbero essere investite più efficacemente nello sviluppo di rinnovabili, reti intelligenti e sistemi di accumulo.

L’Italia davanti a una scelta strategica

La questione che si pone oggi non riguarda soltanto la tecnologia.

Riguarda il modello energetico che il Paese intende adottare nei prossimi decenni.

L’Italia continua a importare una parte significativa dell’energia che consuma e rimane particolarmente esposta alle oscillazioni dei mercati internazionali.

In questo contesto il ritorno del dibattito nucleare riflette una domanda più ampia: come garantire sicurezza energetica, competitività industriale e sostenibilità ambientale in un mondo sempre più instabile?

È una domanda che non riguarda soltanto l’Italia.

Riguarda l’intera Europa.

Conclusione

Dopo quasi quarant’anni dall’uscita dal nucleare e quindici anni dal secondo referendum, l’atomo è tornato al centro della discussione pubblica.

La crisi energetica, la competizione industriale globale e gli obiettivi climatici stanno spingendo molti governi a rivalutare una tecnologia che sembrava appartenere al passato.

L’Italia si trova oggi davanti a un bivio.

Da una parte c’è la memoria storica di Chernobyl e Fukushima, che continua a influenzare profondamente l’opinione pubblica. Dall’altra emergono nuove esigenze energetiche e nuove tecnologie che promettono maggiore sicurezza ed efficienza.

La scelta definitiva richiederà anni e probabilmente un confronto politico molto ampio.

Ma una cosa appare ormai evidente: il nucleare, che sembrava definitivamente archiviato, è tornato a essere uno dei grandi temi strategici del XXI secolo.

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“Lui ha provato piacere, mentre lei…”. Bea, la terribile scoperta sulla madre https://www.business.it/lui-ha-provato-piacere-mentre-lei-bea-la-terribile-scoperta-sulla-madre/ Wed, 03 Jun 2026 08:00:48 +0000 https://www.business.it/?p=154699 La complessità della ricostruzione giudiziaria nel caso di Beatrice, bambina morta a soli due anni dopo mesi di violenze, mette in luce la difficoltà di analizzare dinamiche familiari segnate da sopraffazione e manipolazione. Il giudice, attraverso i provvedimenti restrittivi, delinea profili psicologici degli indagati che travalicano la semplice ricostruzione materiale dei fatti, evidenziando motivazioni profonde… Read More »“Lui ha provato piacere, mentre lei…”. Bea, la terribile scoperta sulla madre

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La complessità della ricostruzione giudiziaria nel caso di Beatrice, bambina morta a soli due anni dopo mesi di violenze, mette in luce la difficoltà di analizzare dinamiche familiari segnate da sopraffazione e manipolazione. Il giudice, attraverso i provvedimenti restrittivi, delinea profili psicologici degli indagati che travalicano la semplice ricostruzione materiale dei fatti, evidenziando motivazioni profonde legate a condotte criminali aggravate.

Dalle ordinanze emerge un quadro inquietante all’interno del nucleo familiare coinvolto. L’uomo è descritto con un’indole violenta e crudele, da cui trarrebbe piacere, mentre la donna presenta una tendenza a distorcere la realtà per interesse personale. Nel documento giudiziario si ricostruisce la serata del 17 gennaio 2025 nella casa di Bordighera, durante un compleanno, quando l’indagato ha aggredito fisicamente la bambina e la compagna, prima dell’arrivo dei parenti.

Il giudice riporta che l’uomo colpiva la piccola con schiaffi e la faceva cadere a terra; successivamente, dopo la partenza degli ospiti, avrebbe aggredito la donna stringendole le mani al collo e tirandole i capelli. La madre della vittima, intercettando la suocera, dichiarava di non aver mai voluto il male del compagno, esprimendo un profondo senso di sofferenza per quanto accaduto.

Durante gli interrogatori di garanzia tenuti a Perinaldo e nei comuni limitrofi, la madre della bambina ha fornito una serie di dichiarazioni ritenute mendaci dalla magistratura, con l’intento di sviare le indagini e allontanare i sospetti dall’uomo. La donna è assistita dagli avvocati Bruno Di Giovanni e Laura Corbetta, mentre il compagno, difeso da Maria Gioffré e Cristian Urbini, potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.

Il giudice sottolinea inoltre i segni di violenza fisica sulla piccola, tra cui ematomi evidenziati da immagini presenti agli atti e il tentativo da parte dell’uomo di introdurre in bocca alla bambina una sigaretta di hashish. Le indagini hanno inoltre individuato una rete di reticenze: un amico dell’indagato avrebbe mentito ai carabinieri per coprire le responsabilità dell’uomo, omettendo dettagli cruciali nonostante la gravità della situazione.

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La tempesta perfetta di Pedro Sánchez https://www.business.it/la-tempesta-perfetta-di-pedro-sanchez/ Tue, 02 Jun 2026 07:03:20 +0000 https://www.business.it/?p=154642 Negli ultimi anni Pedro Sánchez è stato spesso descritto come uno dei leader politici più abili d’Europa. Sopravvissuto a sconfitte interne, crisi parlamentari, elezioni anticipate e coalizioni considerate impossibili, il leader socialista era riuscito a consolidare la propria posizione fino a diventare uno dei principali punti di riferimento della sinistra europea. Oggi, però, il quadro… Read More »La tempesta perfetta di Pedro Sánchez

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Negli ultimi anni Pedro Sánchez è stato spesso descritto come uno dei leader politici più abili d’Europa. Sopravvissuto a sconfitte interne, crisi parlamentari, elezioni anticipate e coalizioni considerate impossibili, il leader socialista era riuscito a consolidare la propria posizione fino a diventare uno dei principali punti di riferimento della sinistra europea.

Oggi, però, il quadro appare profondamente diverso.

La Spagna sta attraversando una delle fasi politicamente più delicate dalla nascita dell’attuale governo e, per la prima volta dopo molto tempo, il problema non riguarda soltanto l’opposizione conservatrice guidata dal Partito Popolare o la crescita di Vox. Il problema nasce dentro il sistema di potere che negli ultimi anni ha sostenuto Sánchez.

Inchieste giudiziarie, polemiche sui finanziamenti pubblici, indagini che coinvolgono figure vicine al Partito Socialista e il crescente protagonismo dell’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero stanno creando una miscela politica estremamente pericolosa per il governo di Madrid.

Ed è proprio questo intreccio tra politica, affari e relazioni internazionali che sta alimentando la crisi più seria affrontata finora dal premier socialista.

L’inchiesta che scuote il Partito Socialista

La vicenda che ha riportato la Spagna al centro dell’attenzione europea riguarda una serie di indagini che stanno coinvolgendo ambienti vicini al PSOE, il Partito Socialista Operaio Spagnolo.

Negli ultimi mesi magistratura e Guardia Civil hanno intensificato gli accertamenti su presunti episodi di corruzione, traffico di influenze e utilizzo improprio di risorse pubbliche che coinvolgerebbero esponenti collegati all’universo socialista.

La situazione ha raggiunto un livello particolarmente delicato quando gli investigatori hanno effettuato verifiche e acquisizioni documentali che hanno interessato anche la sede nazionale del partito a Madrid. Un passaggio altamente simbolico che ha immediatamente alimentato la pressione politica sul governo. Secondo quanto riportato dall’ANSA, l’operazione della Guardia Civil ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’intera vicenda.

Ciò che rende il caso particolarmente esplosivo non è tanto l’esistenza di singole accuse, quanto la percezione che si stia progressivamente allargando il raggio delle indagini verso figure sempre più vicine al nucleo politico che ha sostenuto Sánchez negli ultimi anni.

Il ritorno di Zapatero

In questo quadro emerge una figura che molti osservatori consideravano ormai appartenente al passato politico spagnolo: José Luis Rodríguez Zapatero.

L’ex premier socialista, che ha guidato la Spagna tra il 2004 e il 2011, è tornato improvvisamente al centro del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni Zapatero aveva costruito una fitta rete di relazioni internazionali, soprattutto in America Latina, assumendo spesso ruoli informali di mediazione diplomatica. Il suo attivismo politico è cresciuto parallelamente all’ascesa di Sánchez, fino a diventare uno degli interlocutori più influenti all’interno dell’area socialista.

È proprio questa crescente influenza che oggi viene osservata con attenzione dagli investigatori e dagli avversari politici del governo.

Diverse ricostruzioni giornalistiche hanno evidenziato il ruolo di Zapatero in una serie di rapporti economici e diplomatici che coinvolgerebbero Venezuela, America Latina e alcuni ambienti imprenditoriali internazionali. Sebbene non vi siano accuse definitive nei suoi confronti, la sua figura è diventata uno dei punti più controversi dell’attuale crisi politica spagnola.

Il caso Plus Ultra

Una delle vicende più discusse riguarda la compagnia aerea Plus Ultra.

La società aveva ricevuto un importante sostegno finanziario pubblico durante gli anni della pandemia attraverso fondi destinati a sostenere aziende considerate strategiche per l’economia nazionale.

Fin dall’inizio, però, la scelta aveva generato polemiche.

Secondo i critici, Plus Ultra non possedeva le caratteristiche necessarie per ricevere quel livello di sostegno pubblico. Negli anni successivi il caso è tornato ciclicamente al centro dell’attenzione politica, fino a intrecciarsi con le attuali inchieste e con le relazioni che alcuni osservatori attribuiscono all’ambiente vicino a Zapatero.

Il tema è particolarmente sensibile perché tocca uno dei punti più delicati della politica contemporanea: il rapporto tra denaro pubblico, influenza politica e interessi privati.

Sánchez tra Vaticano e crisi interna

La tempistica della crisi rende la situazione ancora più complicata.

Mentre le polemiche si moltiplicano in Spagna, Sánchez continua a svolgere un’intensa attività internazionale. La recente visita in Vaticano e i colloqui con le autorità ecclesiastiche sono stati letti da molti osservatori come il tentativo di mantenere un profilo istituzionale elevato proprio mentre sul piano interno cresce la pressione politica.

Il contrasto è evidente.

Da una parte il premier cerca di presentarsi come uno dei leader europei più influenti sul piano internazionale. Dall’altra deve affrontare una crescente fragilità domestica che rischia di erodere progressivamente la sua credibilità politica.

È una dinamica che la storia europea conosce bene: spesso i leader che mantengono una forte visibilità internazionale diventano vulnerabili quando le crisi interne iniziano a colpire il loro sistema di relazioni.

Il ruolo dell’opposizione

Il Partito Popolare e Vox stanno sfruttando la situazione con estrema aggressività.

Per anni la destra spagnola ha accusato Sánchez di aver costruito il proprio potere attraverso alleanze giudicate opportunistiche con partiti regionalisti e indipendentisti.

Oggi la strategia dell’opposizione è diversa.

L’obiettivo non è più soltanto contestare le scelte politiche del governo, ma mettere in discussione la credibilità dell’intero sistema di relazioni che ha sostenuto il premier socialista.

È una linea politica che punta a trasformare ogni nuova rivelazione giudiziaria in un problema diretto per Sánchez, anche quando il suo coinvolgimento personale non emerge in modo diretto.

La questione europea

La crisi spagnola interessa anche Bruxelles.

Pedro Sánchez è infatti uno dei principali leader socialisti del continente e uno degli interlocutori più importanti dell’attuale equilibrio europeo.

Un suo eventuale indebolimento avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre i confini nazionali.

La Spagna rappresenta oggi una delle maggiori economie dell’Unione Europea e uno dei pilastri politici del fronte progressista europeo. Per questo le vicende che stanno coinvolgendo Madrid vengono osservate con particolare attenzione anche nelle altre capitali europee.

Il vero problema di Sánchez

La difficoltà principale per il premier non è tanto una singola inchiesta o una specifica accusa.

Il problema è la somma di molte vicende che, messe insieme, stanno iniziando a costruire una narrazione politica pericolosa.

Ogni nuovo episodio rafforza l’impressione di un sistema di potere sotto pressione. Ogni nuova polemica rende più difficile per il governo mantenere il controllo dell’agenda politica.

Ed è proprio questo che preoccupa maggiormente il PSOE.

Per anni Sánchez ha dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivenza politica. Ha superato crisi che sembravano definitive ed è riuscito a ribaltare situazioni apparentemente compromesse.

Ma questa volta il terreno appare diverso.

Perché la sfida non arriva soltanto dagli avversari politici. Arriva da una crescente erosione di fiducia attorno a figure che per anni hanno rappresentato una parte importante del suo universo politico.

La politica che a molti sembrava perfetta

La vicenda che oggi scuote la Spagna non riguarda soltanto Pedro Sánchez o José Luis Rodríguez Zapatero.

Riguarda il rapporto tra politica, potere e reti di influenza in una delle principali democrazie europee.

Le indagini in corso non hanno ancora prodotto conclusioni definitive, ma stanno già generando conseguenze politiche molto rilevanti.

Per il premier spagnolo si apre probabilmente la fase più delicata da quando è arrivato alla Moncloa.

E la domanda che oggi molti si pongono a Madrid non è più se Sánchez riuscirà a superare l’ennesima crisi.

La domanda è se questa volta il sistema politico che lo ha sostenuto per anni riuscirà a resistere insieme a lui.

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“C’è un video”. Garlasco, nuovo giallo sulla mattina in cui Chiara Poggi è morta https://www.business.it/c-e-un-video-garlasco-choc-le-immagini-mentre-esce-da-casa-poggi-nel-giorno-del-delitto/ Mon, 01 Jun 2026 07:51:56 +0000 https://www.business.it/?p=154567 L’inchiesta sul delitto di Garlasco registra un importante sviluppo a quasi vent’anni dalla tragica morte di Chiara Poggi. La Procura di Pavia ha depositato nuovi atti che introducono una diversa interpretazione degli ultimi momenti di vita della giovane, modificando alcune delle convinzioni consolidate in precedenza. Un elemento che potrebbe aprire nuovi scenari investigativi. Da oltre… Read More »“C’è un video”. Garlasco, nuovo giallo sulla mattina in cui Chiara Poggi è morta

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L’inchiesta sul delitto di Garlasco registra un importante sviluppo a quasi vent’anni dalla tragica morte di Chiara Poggi. La Procura di Pavia ha depositato nuovi atti che introducono una diversa interpretazione degli ultimi momenti di vita della giovane, modificando alcune delle convinzioni consolidate in precedenza. Un elemento che potrebbe aprire nuovi scenari investigativi.

Da oltre un anno, le indagini coinvolgono Andrea Sempio, accusato dell’omicidio della ragazza. Il fascicolo depositato lo scorso 7 maggio contiene una ricostruzione differente rispetto ai precedenti processi e potrebbe indirettamente influenzare il dibattito sulla revisione della condanna definitiva a carico di Alberto Stasi.

Ritratto di Chiara Poggi

Per anni si è ritenuto che l’ultimo gesto di Chiara Poggi fosse stato disattivare l’allarme della sua abitazione per far entrare l’assassino, tesi confermata nelle sentenze che hanno condannato l’ex fidanzato. Tuttavia, dagli atti emergono elementi che suggeriscono una diversa dinamica: alle 9:12 la giovane avrebbe disinserito il sistema di sicurezza non per accogliere qualcuno, ma per consentire ai propri gatti di uscire e muoversi liberamente durante la colazione.

Procura di Pavia coinvolta nell'indagine su Garlasco

Nel materiale investigativo infatti si legge che dopo aver tolto l’allarme alle 09:12, Chiara si sarebbe recata a fare colazione nel salottino, un dettaglio che contrasta nettamente con le precedenti ricostruzioni giudiziarie.

Secondo la sentenza definitiva, invece, Chiara avrebbe aperto la porta al fidanzato subito dopo aver disattivato l’allarme, evento seguito dall’omicidio e dal ritorno di Stasi a casa per continuare la tesi universitaria. Questa sequenza è stata a lungo oggetto di analisi e discussioni tra accusa, difesa ed esperti.

Le nuove conclusioni della Procura di Pavia mirano a rivalutare vari elementi raccolti nel tempo, non solo riguardanti l’orario dei movimenti della vittima, ma anche altri dettagli che potrebbero ridefinire il contesto del delitto avvenuto il 13 agosto 2007 in via Pascoli.

Ad alimentare ulteriormente il dibattito è intervenuto il giornalista Marco Gregoretti, che in un recente video ha riferito di una fonte interna che avrebbe segnalato l’esistenza di materiale video raccolto in modo controverso e successivamente verificato dagli investigatori. Secondo Gregoretti, queste immagini mostrerebbero una persona uscire da via Pascoli in un orario compatibile con quello del delitto, e sarebbero frutto di investigazioni private note alla Procura.

Il giornalista Marco Gregoretti

Queste affermazioni hanno riacceso il confronto sui social, dove il caso Garlasco continua a dividere l’opinione pubblica tra chi sostiene che la vicenda presenti ancora numerose zone d’ombra e chi invece ritiene definitive le conclusioni giudiziarie già raggiunte.

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l’Europa rischia di perdere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale https://www.business.it/leuropa-rischia-di-perdere-la-rivoluzione-dellintelligenza-artificiale/ Wed, 27 May 2026 17:23:41 +0000 https://www.business.it/?p=154119 Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come una tecnologia futuristica, quasi astratta. Sembrava qualcosa destinato a trasformare lentamente il mondo nel giro di decenni. Oggi invece la situazione è completamente diversa. La rivoluzione dell’AI non è più nel futuro: è già iniziata. E sta avanzando a una velocità impressionante. Le grandi aziende tecnologiche stanno… Read More »l’Europa rischia di perdere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale

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Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come una tecnologia futuristica, quasi astratta. Sembrava qualcosa destinato a trasformare lentamente il mondo nel giro di decenni.

Oggi invece la situazione è completamente diversa.

La rivoluzione dell’AI non è più nel futuro: è già iniziata. E sta avanzando a una velocità impressionante.

Le grandi aziende tecnologiche stanno investendo centinaia di miliardi di dollari, i governi trattano ormai l’intelligenza artificiale come una questione strategica nazionale e la competizione globale si sta trasformando rapidamente in una corsa per il controllo della nuova economia digitale.

In questo scenario, però, l’Europa appare sempre più in ritardo.

Non perché manchino cervelli, università o capacità industriali. Il problema è più profondo e riguarda la struttura stessa del continente europeo: energia costosa, frammentazione politica, lentezza decisionale, assenza di Big Tech comparabili a quelle americane e un approccio che sembra concentrarsi più sulla regolamentazione che sulla costruzione di una vera potenza tecnologica.

Ed è proprio qui che emerge la grande domanda che inizia a preoccupare economisti e analisti: l’Europa rischia davvero di perdere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale?

Stati Uniti e Cina stanno trasformando l’AI in una questione di potenza globale

Negli ultimi anni il confronto tecnologico mondiale si è concentrato sempre di più attorno a due grandi poli: Stati Uniti e Cina.

Gli americani dominano il settore grazie a un ecosistema praticamente unico al mondo. Silicon Valley, venture capital, università, colossi tecnologici e capacità finanziaria lavorano ormai come un unico grande sistema integrato.

OpenAI, Microsoft, Nvidia, Google, Amazon e Meta stanno costruendo l’infrastruttura tecnologica della nuova economia dell’intelligenza artificiale.

Nvidia, da sola, è diventata simbolo di questa trasformazione. I suoi chip alimentano gran parte dei sistemi AI più avanzati del pianeta. E proprio i semiconduttori sono diventati il nuovo petrolio del XXI secolo.

La Cina, però, non è rimasta a guardare.

Pechino considera ormai l’intelligenza artificiale una priorità strategica nazionale. Xi Jinping sa perfettamente che il controllo dell’AI significa controllo industriale, militare, economico e geopolitico.

Per questo la Cina sta investendo enormemente in:

  • semiconduttori
  • supercalcolo
  • automazione industriale
  • AI militare
  • infrastrutture digitali
  • autonomia tecnologica

La competizione tra Washington e Pechino non riguarda più soltanto commercio o dazi. Riguarda il controllo della tecnologia che definirà il prossimo equilibrio globale.

L’Europa sembra muoversi molto più lentamente

Ed è proprio qui che il continente europeo appare in difficoltà.

Bruxelles è stata molto veloce nel costruire regolamentazioni, norme etiche e sistemi di controllo sull’intelligenza artificiale. L’AI Act europeo è stato presentato come uno dei primi grandi tentativi al mondo di regolamentare seriamente il settore.

Ma molti iniziano a chiedersi se questo approccio non stia nascondendo un problema più grande.

Perché mentre Stati Uniti e Cina costruiscono infrastrutture tecnologiche gigantesche, l’Europa rischia di restare soprattutto il luogo che regolamenta innovazioni prodotte altrove.

Ed è una differenza enorme.

Perché controllare la tecnologia e limitarsi a normarla sono due cose completamente diverse.

Il problema dei chip è forse il più grave di tutti

Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio i semiconduttori.

L’intelligenza artificiale moderna richiede una capacità di calcolo gigantesca. Per addestrare modelli avanzati servono processori estremamente sofisticati, consumi energetici enormi e data center sempre più potenti.

Il problema è che l’Europa dipende fortemente dall’estero per quasi tutta questa filiera.

Gran parte dei chip avanzati arriva dagli Stati Uniti o dall’Asia, soprattutto Taiwan e Corea del Sud.

Questo significa che il continente europeo rischia di trovarsi nella posizione di utilizzare la nuova rivoluzione tecnologica senza possederne davvero le infrastrutture strategiche.

È una vulnerabilità enorme, soprattutto in un mondo dove tecnologia e geopolitica stanno diventando sempre più inseparabili.

C’è poi un altro problema enorme: l’energia

Molti parlano dell’AI come di una rivoluzione digitale, ma in realtà l’intelligenza artificiale è anche una gigantesca questione energetica.

I data center che alimentano modelli avanzati consumano quantità impressionanti di elettricità.

Ed è qui che gli Stati Uniti hanno un vantaggio enorme rispetto all’Europa.

Grazie al gas naturale americano e alla rivoluzione del fracking, l’energia negli USA costa molto meno rispetto al continente europeo.

Questo rende molto più conveniente costruire grandi infrastrutture AI negli Stati Uniti piuttosto che in Germania, Francia o Italia.

In pratica, il costo energetico europeo rischia di diventare uno dei principali limiti alla competitività tecnologica del continente.

E il paradosso è evidente: mentre Bruxelles parla di sovranità tecnologica, molte delle infrastrutture necessarie per sostenerla risultano economicamente più convenienti fuori dall’Europa.

Screenshot

Il vero problema europeo è la frammentazione

Ma forse il limite più grande non riguarda neppure energia o semiconduttori.

Riguarda la struttura politica ed economica dell’Europa stessa.

Negli Stati Uniti esiste un ecosistema integrato tra università, capitale finanziario, ricerca, difesa e grandi aziende tecnologiche.

Quando nasce una nuova tecnologia, il sistema americano riesce rapidamente a trasformarla in industria, investimenti e potenza economica.

L’Europa invece continua a muoversi molto più lentamente.

Esistono eccellenze scientifiche straordinarie, ma spesso manca la capacità di trasformarle rapidamente in grandi campioni tecnologici globali.

E mentre il continente discute regole, sostenibilità e governance, Stati Uniti e Cina continuano a correre.

L’intelligenza artificiale sta diventando una questione geopolitica

Ed è proprio questo il punto centrale che spesso sfugge nel dibattito pubblico europeo.

L’AI non è soltanto una nuova tecnologia.

Sta diventando uno strumento di potenza geopolitica.

Chi controllerà l’intelligenza artificiale controllerà:

  • produttività industriale
  • sistemi militari
  • cybersicurezza
  • ricerca scientifica
  • finanza
  • comunicazione
  • infrastrutture digitali

È il motivo per cui Washington e Pechino trattano ormai il tema come una priorità strategica nazionale.

E l’Europa rischia di trovarsi nel mezzo della competizione senza avere davvero una posizione autonoma.

L’Europa può ancora recuperare?

La situazione non è irreversibile.

L’Europa conserva ancora università avanzate, capacità ingegneristiche enormi, una forte base industriale e una grande tradizione scientifica.

Ma il problema è il tempo.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta avanzando a una velocità impressionante e il rischio europeo è perdere proprio la fase decisiva della trasformazione.

Per recuperare servirebbero investimenti molto più aggressivi, energia competitiva, maggiore integrazione tecnologica e una vera politica industriale continentale.

In pratica, l’Europa dovrebbe iniziare a trattare l’AI non soltanto come una questione etica o regolatoria, ma come una questione di sopravvivenza economica e strategica.

Il vero rischio è la dipendenza tecnologica

Alla fine tutto si riduce a una questione molto semplice.

Se il continente non riuscirà a costruire una propria forza nell’intelligenza artificiale, rischierà di diventare dipendente dagli Stati Uniti e dalla Cina proprio nella tecnologia più importante del XXI secolo.

Ed è questo che oggi preoccupa sempre di più governi, analisti e imprese.

Perché chi controllerà l’intelligenza artificiale non controllerà soltanto il mercato tecnologico.

Controllerà una parte decisiva del futuro economico mondiale.

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“Una telefonata dalla polizia, poi…”. Dramma Belen Rodriguez, la scoperta su Stefano De Martino https://www.business.it/una-telefonata-dalla-polizia-poi-lo-choc-dramma-belen-rodriguez-la-scoperta-su-stefano-de-martino/ Wed, 27 May 2026 06:52:52 +0000 https://www.business.it/?p=154324 Momenti di vero dramma lunedì mattina nel cuore di Milano, dove le urla disperate provenienti dall’appartamento di Belén Rodriguez hanno scosso l’intero stabile. Un malore improvviso ha trasformato una giornata ordinaria in un’emergenza che ha richiesto l’intervento congiunto di forze dell’ordine e soccorritori, gettando nel panico familiari e vicini di casa. La situazione è precipitata… Read More »“Una telefonata dalla polizia, poi…”. Dramma Belen Rodriguez, la scoperta su Stefano De Martino

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Momenti di vero dramma lunedì mattina nel cuore di Milano, dove le urla disperate provenienti dall’appartamento di Belén Rodriguez hanno scosso l’intero stabile. Un malore improvviso ha trasformato una giornata ordinaria in un’emergenza che ha richiesto l’intervento congiunto di forze dell’ordine e soccorritori, gettando nel panico familiari e vicini di casa.

La situazione è precipitata fino al punto che la polizia ha dovuto sfondare la porta per accedere all’abitazione, come confermato da fonti ufficiali. È stata proprio questa azione a svelare le condizioni critiche della showgirl, che ha subito richiesto cure immediate.

Belén Rodriguez durante il malore a Milano

Al centro di questa vicenda si è subito mosso anche Stefano De Martino, raggiunto in via prioritaria attraverso una telefonata ufficiale delle autorità. L’ex marito di Belén è stato informato della gravità e della necessità di accertamenti urgenti, soprattutto in relazione al figlio Santiago, che fortunatamente non si trovava in casa al momento dell’accaduto.

Secondo fonti attendibili, De Martino si sarebbe precipitato sul posto, deciso a fornire supporto in un momento di forte tensione. La sua presenza è stata determinante nel convincere la Rodriguez ad accettare il trasporto in codice giallo verso il Policlinico di Milano, dove è stata sottoposta a controlli approfonditi.

Stefano De Martino vicino a Belén Rodriguez

Il sostegno di De Martino non si è fermato alla prima emergenza. Il conduttore ha infatti deciso di rinunciare a importanti impegni professionali, tra cui le registrazioni di Affari Tuoi a Roma, per rimanere accanto a Belén a Milano. Una scelta che dimostra quanto la priorità fosse la salute della showgirl in quei momenti critici.

Questo gesto ha avuto ripercussioni anche sul programma televisivo, con alcune puntate rinviate proprio a causa dell’assenza del conduttore. Un segnale inequivocabile della serietà della situazione e della presenza di un legame ancora forte, oltre la separazione ufficiale.

Ingresso dell'ospedale Policlinico di Milano

Il giorno successivo, la notizia tanto attesa: Belén Rodriguez è stata dimessa dal Policlinico di Milano in buone condizioni. L’ufficio stampa della struttura ha confermato che dopo i necessari controlli la paziente ha lasciato l’ospedale nella tarda mattinata di martedì, rassicurando amici e fan.

È stata sempre Stefano De Martino a prenderla in consegna, accompagnandola a casa e confermando così un legame umano e familiare che va oltre le difficoltà affrontate. Il quadro clinico si è rapidamente stabilizzato dopo un iniziale stato di disorientamento che aveva profondamente allarmato chi conosce la showgirl.

Questa vicenda continua a essere monitorata con attenzione dalle autorità sanitarie e dai media, che attendono ulteriori sviluppi sulle condizioni di Belén Rodriguez, mentre la comunità di Milano resta sconvolta dal terrore vissuto in quelle ore.

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La ricetta europea contro la crisi energetica https://www.business.it/la-ricetta-europea-contro-la-crisi-energetica/ Tue, 26 May 2026 18:31:58 +0000 https://www.business.it/?p=154086 L’Unione Europea prova a rafforzare la propria risposta alla crisi energetica puntando su una combinazione di investimenti pubblici, politiche di coesione e risorse del Pnrr. L’obiettivo di Bruxelles è chiaro: ridurre la dipendenza energetica dall’estero, accelerare la transizione verde e proteggere famiglie e imprese dagli effetti dell’aumento dei costi energetici che negli ultimi anni hanno… Read More »La ricetta europea contro la crisi energetica

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L’Unione Europea prova a rafforzare la propria risposta alla crisi energetica puntando su una combinazione di investimenti pubblici, politiche di coesione e risorse del Pnrr.

L’obiettivo di Bruxelles è chiaro: ridurre la dipendenza energetica dall’estero, accelerare la transizione verde e proteggere famiglie e imprese dagli effetti dell’aumento dei costi energetici che negli ultimi anni hanno colpito duramente l’economia europea.

Per raggiungere questo risultato, la Commissione europea sta spingendo sempre di più verso una strategia integrata che utilizzi contemporaneamente fondi strutturali, risorse del Next Generation EU e programmi di coesione territoriale.

La crisi energetica, infatti, non viene più considerata soltanto un’emergenza temporanea legata alla guerra in Ucraina o all’aumento del prezzo del gas. Bruxelles la interpreta ormai come una questione strutturale che riguarda competitività industriale, sicurezza strategica e autonomia economica del continente.

Il ruolo centrale del Pnrr nella strategia energetica europea

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta oggi uno degli strumenti principali attraverso cui i Paesi membri stanno cercando di modernizzare il sistema energetico europeo.

Gran parte delle risorse del Next Generation EU è stata infatti indirizzata verso:

  • energie rinnovabili
  • efficientamento energetico
  • reti elettriche
  • mobilità sostenibile
  • produzione industriale verde
  • riduzione delle emissioni

L’idea della Commissione è utilizzare il Pnrr non soltanto come strumento anticrisi post-pandemia, ma anche come leva per accelerare la trasformazione energetica del continente.

In pratica, Bruxelles sta cercando di trasformare una fase di emergenza in un’occasione di riconversione industriale e infrastrutturale.

Fondi di coesione e transizione energetica

Accanto al Pnrr, anche i fondi di coesione europei stanno assumendo un ruolo sempre più importante.

Tradizionalmente questi strumenti erano pensati soprattutto per ridurre i divari economici e infrastrutturali tra le diverse regioni europee.

Oggi, però, la politica di coesione viene utilizzata anche per sostenere la transizione energetica, soprattutto nei territori più vulnerabili dal punto di vista industriale ed economico.

Secondo la linea europea, la trasformazione verde non può infatti creare nuove disuguaglianze territoriali.

È per questo che una parte significativa delle risorse viene indirizzata verso:

  • riconversione industriale
  • sostegno alle imprese
  • infrastrutture energetiche locali
  • comunità energetiche
  • riqualificazione urbana ed edilizia

L’obiettivo è evitare che la transizione energetica finisca per penalizzare le aree economicamente più fragili dell’Unione.

La crisi energetica ha cambiato la visione europea

Negli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente modificato il proprio approccio alla questione energetica.

Per molto tempo il tema era stato affrontato soprattutto in termini ambientali e climatici.

La guerra in Ucraina e la crisi del gas hanno però mostrato quanto l’energia sia anche una questione strategica e geopolitica.

L’Europa si è scoperta fortemente dipendente dalle importazioni esterne, soprattutto dal gas russo.

Da qui nasce la nuova strategia europea:

  • diversificazione energetica
  • sviluppo delle rinnovabili
  • maggiore autonomia industriale
  • investimenti infrastrutturali
  • rafforzamento delle reti europee

In pratica, la transizione energetica viene oggi vista non solo come una necessità climatica, ma anche come uno strumento di sicurezza economica e geopolitica.

La sfida più difficile: coniugare sostenibilità e competitività

Uno dei problemi più delicati riguarda il rapporto tra sostenibilità ambientale e competitività industriale.

Molte imprese europee continuano infatti a soffrire costi energetici più elevati rispetto a concorrenti americani o asiatici.

Per questo Bruxelles sta cercando di utilizzare i fondi europei anche per sostenere la competitività produttiva del continente.

La sfida è particolarmente importante per Paesi come Italia e Germania, dove la manifattura industriale rappresenta ancora una componente fondamentale dell’economia.

La Commissione europea punta quindi a costruire un modello in cui transizione ecologica e sviluppo industriale procedano insieme, evitando che il costo dell’energia diventi un fattore di perdita di competitività globale.

L’Italia e il peso delle risorse europee

Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante.

Il Paese è uno dei principali beneficiari sia del Pnrr sia dei fondi di coesione europei.

Una parte importante delle risorse è destinata proprio a:

  • efficientamento energetico
  • reti infrastrutturali
  • sviluppo delle rinnovabili
  • riqualificazione urbana
  • innovazione industriale

L’obiettivo è ridurre la vulnerabilità energetica italiana e accelerare la modernizzazione del sistema produttivo.

Ma il vero nodo resta la capacità di attuazione.

La rapidità nell’utilizzo dei fondi, la semplificazione burocratica e la capacità di trasformare gli investimenti in crescita reale rappresentano oggi una delle principali sfide del Paese.

Una nuova politica industriale europea

La crisi energetica sta contribuendo anche a cambiare profondamente la filosofia economica europea.

Per anni l’Unione aveva puntato soprattutto sul mercato e sulla liberalizzazione.

Oggi Bruxelles sta tornando progressivamente verso una logica molto più vicina alla politica industriale.

Il ricorso massiccio a fondi pubblici, investimenti strategici e programmi di sostegno dimostra infatti che l’Europa considera ormai energia, industria e autonomia tecnologica come elementi centrali della propria sicurezza economica.

È un cambiamento molto importante rispetto al passato.

Conclusione

La strategia europea contro la crisi energetica non si limita più a misure emergenziali o interventi temporanei sui prezzi.

Bruxelles sta cercando di utilizzare fondi di coesione e Pnrr per costruire una trasformazione strutturale dell’economia europea, puntando contemporaneamente su sostenibilità, sicurezza energetica e competitività industriale.

La vera sfida, però, sarà trasformare questa enorme massa di investimenti in crescita reale e autonomia strategica.

Perché la crisi energetica degli ultimi anni ha mostrato una cosa molto chiara: senza energia sicura, accessibile e competitiva, anche la forza economica europea rischia di diventare molto più fragile.

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Medvedev, follia in campo: litiga con la moglie, poi succede di tutto https://www.business.it/roland-garros-medvedev-eliminato-al-debutto-tensione-in-campo-e-battibecco-con-la-moglie/ Tue, 26 May 2026 16:16:59 +0000 https://www.business.it/?p=154278 Shock al Roland Garros 2026 con l’eliminazione al debutto di Daniil Medvedev. Il tennista russo è stato battuto in cinque set dall’australiano Adam Walton, confermando così la sua difficoltà storica nel torneo parigino, dove ha già collezionato sette uscite premature in dieci partecipazioni. Le condizioni climatiche, con temperature superiori ai 30 gradi, hanno aggravato la… Read More »Medvedev, follia in campo: litiga con la moglie, poi succede di tutto

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Daniil Medvedev durante il match al Roland Garros 2026

Shock al Roland Garros 2026 con l’eliminazione al debutto di Daniil Medvedev. Il tennista russo è stato battuto in cinque set dall’australiano Adam Walton, confermando così la sua difficoltà storica nel torneo parigino, dove ha già collezionato sette uscite premature in dieci partecipazioni.

Le condizioni climatiche, con temperature superiori ai 30 gradi, hanno aggravato la situazione per Medvedev sul campo di Parigi. Nel corso del primo set, perso 6-2, il giocatore ha manifestato un evidente stato di nervosismo che lo ha portato a discutere animatamente con la moglie, Daria Medvedeva, presente nel suo box.

La donna ha rimproverato il marito con fermezza:

“Fa caldo per tutti. Tutti stanno soffrendo. Comportati come si deve”.

Medvedev ha risposto con altrettanta frustrazione:

“Quando inizierò a trovare il campo inizierò a comportarmi come si deve”.

Questo scambio ha rappresentato un momento chiave, mettendo in luce il disagio del russo, autore di numerosi errori durante il match.

Questa sconfitta sottolinea il rapporto difficile tra Medvedev e il torneo francese, dove non è mai riuscito a replicare la continuità mostrata in altri eventi del circuito. Arrivava a Parigi dopo una semifinale agli Internazionali d’Italia, persa contro Jannik Sinner, e ancora una volta è uscito subito, come già nel 2025.

Le dichiarazioni di Medvedev dopo la partita

In conferenza stampa, il russo ha escluso che il caldo sia stato determinante nel risultato:

“Non ho giocato bene, non è stato per niente il mio miglior match. Se il caldo è stato un fattore? No, non penso. È una cosa che vale per tutti i tennisti in campo”.

Ha inoltre evitato scuse:

“Non voglio trovare scuse. Non ho dato il meglio di me. Ogni torneo ha le sue specificità, i suoi campi e le sue palline. Io posso essere diverso ogni giorno”.

Infine, una battuta sul suo carattere:

“Per esempio, non amo svegliarmi presto la mattina e posso non performare al meglio. Mi piace dormire…”.

Così si chiude prematuramente un altro Roland Garros difficile per Medvedev, mentre Walton coglie una delle vittorie più importanti della sua carriera, accedendo al secondo turno del torneo parigino.

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Affluenza elezioni in Italia: il dato è appena arrivato. Che colpo! https://www.business.it/affluenza-elezioni-amministrative-in-italia-il-dato-e-appena-arrivato-che-colpo/ Sun, 24 May 2026 10:47:49 +0000 https://www.business.it/?p=154109 La rilevazione dell’affluenza alle elezioni amministrative 2026 costituisce un indicatore chiave per valutare il rapporto tra gli elettori e le istituzioni locali. Nelle prime ore di apertura dei seggi, la partecipazione registrata offre un primo quadro sulle dinamiche di mobilitazione e sull’interesse verso la gestione amministrativa nei diversi territori italiani. Dati preliminari sull’affluenza e gestione… Read More »Affluenza elezioni in Italia: il dato è appena arrivato. Che colpo!

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Partecipazione elettorale alle elezioni amministrative 2026

La rilevazione dell’affluenza alle elezioni amministrative 2026 costituisce un indicatore chiave per valutare il rapporto tra gli elettori e le istituzioni locali. Nelle prime ore di apertura dei seggi, la partecipazione registrata offre un primo quadro sulle dinamiche di mobilitazione e sull’interesse verso la gestione amministrativa nei diversi territori italiani.

Dati preliminari sull’affluenza e gestione delle operazioni di voto

Le operazioni di voto, garantite dalla macchina organizzativa del Ministero dell’Interno, si sono svolte domenica 24 maggio dalle ore 7:00 alle 23:00. Il monitoraggio in tempo reale della partecipazione è affidato alle prefetture e ai sistemi informatici centrali, che raccolgono progressivamente i verbali delle sezioni elettorali sul territorio nazionale.

Alle ore 12:00 è stato comunicato un dato parziale di affluenza pari al 16,08%, secondo quanto riportato dalla piattaforma ufficiale Eligendo. Tale percentuale evidenzia una partecipazione iniziale moderata, senza segnali di drastico calo, ma comunque inferiore alle attese per questa fase della giornata elettorale.

Comuni coinvolti e prospettive per il secondo turno

La tornata elettorale interessa complessivamente 743 comuni italiani, comprendendo realtà di varia dimensione demografica. La competizione appare particolarmente frammentata, soprattutto nei capoluoghi, dove la presenza di numerosi candidati rende incerta l’elezione al primo turno.

Nei comuni dove nessuna lista o coalizione otterrà la maggioranza assoluta, si prevede l’organizzazione di un ballottaggio previsto per il 7 e 8 giugno. Questo secondo turno consentirà alle forze politiche di rivedere alleanze e strategie per ottenere la maggioranza e definire le amministrazioni locali per i prossimi cinque anni.

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“Vattela a prendere nel…”. Garlasco, furia mai vista tra Bruzzone e Lovati: microfoni chiusi e caos https://www.business.it/vattela-a-prendere-nel-garlasco-furia-mai-vista-tra-bruzzone-e-lovati-microfoni-chiusi-e-caos/ Sat, 23 May 2026 12:12:06 +0000 https://www.business.it/?p=154044 Il dibattito televisivo sul caso di Delitto di Garlasco si è acceso nuovamente durante l’ultima puntata di Quarto Grado, condotto da Gianluigi Nuzzi su Rete Quattro. Il confronto tra gli ospiti, in particolare tra l’avvocato Massimo Lovati e la criminologa Roberta Bruzzone, è rapidamente degenerato, attirando l’attenzione mediatica e social. Al centro della discussione sono… Read More »“Vattela a prendere nel…”. Garlasco, furia mai vista tra Bruzzone e Lovati: microfoni chiusi e caos

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Il dibattito televisivo sul caso di Delitto di Garlasco si è acceso nuovamente durante l’ultima puntata di Quarto Grado, condotto da Gianluigi Nuzzi su Rete Quattro. Il confronto tra gli ospiti, in particolare tra l’avvocato Massimo Lovati e la criminologa Roberta Bruzzone, è rapidamente degenerato, attirando l’attenzione mediatica e social.

Al centro della discussione sono tornate le nuove ipotesi investigative riguardanti Andrea Sempio, ma il vero fulcro è stato lo scontro diretto tra i due esperti, che ha superato i limiti del confronto civile.

Andrea Sempio bigliettino

Garlasco, scontro acceso tra Bruzzone e Lovati

La tensione è aumentata quando Roberta Bruzzone ha criticato apertamente la gestione legale di Lovati nelle prime fasi dell’indagine, definendo alcuni comportamenti «lontani dall’etica professionale» e accusando di poca trasparenza nei confronti della famiglia Sempio. La criminologa ha inoltre invitato il legale a chiarire la propria posizione e a «pagare le tasse» con maggiore trasparenza.

La replica di Lovati non si è fatta attendere: l’avvocato ha rivendicato il diritto alla riservatezza sul proprio operato, ma la discussione è degenerata nel momento in cui Lovati ha usato un’espressione volgare nei confronti di Bruzzone, pronunciando la frase “Vattela a prendere nel…”, che ha immediatamente interrotto il confronto.

Avvocato Massimo Lovati

L’intervento del conduttore Gianluigi Nuzzi è stato necessario per calmare gli animi e riportare ordine in studio. L’episodio ha rapidamente avuto risonanza sui social network, dividendo l’opinione pubblica tra chi ha condannato il comportamento di Lovati e chi ha criticato l’atteggiamento di Bruzzone.

Criminologa Roberta Bruzzone

Dopo la pausa pubblicitaria, Lovati è tornato in studio chiedendo scusa per il gesto, attribuendo la sua reazione alla tensione. Ha inoltre sottolineato come, nonostante lo scontro televisivo, il rapporto con Bruzzone sia sempre stato corretto e rispettoso. Il legale ha definito se stesso “il vero imputato della serata”, esprimendo disagio per essere finito al centro della polemica.

Questioni ancora aperte nel caso Garlasco

Nonostante le scuse, la discussione ha evidenziato alcune questioni irrisolte. Lovati si è descritto come un “avvocato sui generis”, più propenso all’improvvisazione in aula che alla documentazione dettagliata, una posizione che ha suscitato ulteriori dubbi tra gli ospiti.

Rimangono senza risposta anche questioni cruciali come i 56mila euro in contanti versati dalla famiglia Sempio ai propri legali e le telefonate che coinvolgerebbero Andrea Sempio, un altro avvocato e l’ex carabiniere Silvio Sapone, elementi che continuano a sollevare sospetti. Il procedimento giudiziario prosegue, ma il dibattito mediatico si sviluppa ormai su un piano parallelo, fatto di scontri televisivi e opinioni contrastanti senza ancora una verità definitiva.

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Fracking, la tecnologia che ha cambiato gli equilibri energetici mondiali e reso gli Stati Uniti una superpotenza del gas https://www.business.it/fracking-la-tecnologia-che-ha-cambiato-gli-equilibri-energetici-mondiali-e-reso-gli-stati-uniti-una-superpotenza-del-gas/ Sat, 23 May 2026 06:27:48 +0000 https://www.business.it/?p=154012 Per molti anni gli Stati Uniti hanno vissuto una contraddizione apparentemente irrisolvibile. Pur essendo la più grande potenza economica e militare del pianeta, restavano fortemente dipendenti dall’energia estera, soprattutto dal petrolio proveniente dal Medio Oriente. Poi, nel giro di poco più di un decennio, qualcosa è cambiato radicalmente. Gli Stati Uniti sono diventati uno dei… Read More »Fracking, la tecnologia che ha cambiato gli equilibri energetici mondiali e reso gli Stati Uniti una superpotenza del gas

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Per molti anni gli Stati Uniti hanno vissuto una contraddizione apparentemente irrisolvibile. Pur essendo la più grande potenza economica e militare del pianeta, restavano fortemente dipendenti dall’energia estera, soprattutto dal petrolio proveniente dal Medio Oriente.

Poi, nel giro di poco più di un decennio, qualcosa è cambiato radicalmente. Gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali produttori mondiali di petrolio e il primo esportatore globale di gas naturale liquefatto.

Dietro questa trasformazione c’è una tecnologia tanto rivoluzionaria quanto controversa: il fracking.

Oggi il termine viene spesso citato nei dibattiti energetici e geopolitici, ma raramente viene spiegato davvero. Eppure il fracking non ha soltanto modificato il mercato dell’energia. Ha cambiato gli equilibri economici mondiali, il rapporto tra Europa e Stati Uniti, il peso della Russia nel mercato del gas e perfino la competitività industriale occidentale.

Che cos’è davvero il fracking

Il nome corretto è hydraulic fracturing, cioè fratturazione idraulica.

La logica alla base della tecnica è relativamente semplice, almeno nella teoria. Esistono enormi quantità di gas naturale e petrolio intrappolate all’interno di rocce molto compatte, soprattutto gli scisti argillosi. Il problema è che questi idrocarburi non riescono a fluire naturalmente verso i pozzi tradizionali.

È qui che interviene il fracking.

Le aziende perforano il terreno in profondità e poi deviano il pozzo in orizzontale per centinaia o perfino migliaia di metri. Successivamente vengono iniettati nel sottosuolo enormi quantità di acqua, sabbia e additivi chimici ad altissima pressione.

La pressione provoca microfratture nella roccia e permette così al gas o al petrolio di fuoriuscire.

Dal punto di vista tecnico è una procedura molto sofisticata, resa possibile soprattutto dai progressi della perforazione orizzontale e delle tecnologie estrattive sviluppate negli ultimi vent’anni.

La rivoluzione energetica americana

Per capire l’importanza del fracking bisogna guardare a ciò che è accaduto negli Stati Uniti dopo la cosiddetta “shale revolution”.

All’inizio degli anni Duemila Washington sembrava destinata a rimanere fortemente dipendente dalle importazioni energetiche. Poi l’esplosione dell’estrazione da shale gas e shale oil ha completamente ribaltato il quadro.

Nel giro di pochi anni gli Stati Uniti hanno aumentato enormemente la propria produzione interna, soprattutto in Stati come Texas, North Dakota e Pennsylvania.

Il risultato è stato impressionante.

L’America è diventata:

  • uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio
  • il primo produttore globale di gas naturale
  • uno dei principali esportatori di GNL verso Europa e Asia

Questa trasformazione non ha avuto solo effetti economici. Ha avuto effetti geopolitici enormi.

Perché il fracking ha cambiato anche la politica internazionale

Per decenni il petrolio mediorientale aveva rappresentato una delle principali questioni strategiche americane.

Con la crescita del fracking, però, Washington ha acquisito una maggiore autonomia energetica. Questo ha cambiato il rapporto degli Stati Uniti con il Medio Oriente, ma soprattutto ha rafforzato enormemente il peso americano nel mercato globale del gas.

La guerra in Ucraina ha reso tutto ancora più evidente.

Quando l’Europa ha iniziato a ridurre drasticamente le importazioni di gas russo, gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali fornitori alternativi attraverso il gas naturale liquefatto prodotto proprio grazie al fracking.

In pratica, una tecnologia estrattiva americana è diventata uno dei pilastri energetici dell’Europa post-russa.

Il grande vantaggio industriale americano

C’è poi un altro aspetto molto importante, spesso sottovalutato in Europa.

Il fracking ha abbassato enormemente il costo dell’energia negli Stati Uniti.

Questo significa che molte industrie americane hanno potuto produrre con costi energetici molto inferiori rispetto alle aziende europee.

Per settori ad alta intensità energetica – chimica, metallurgia, manifattura avanzata – la differenza è stata enorme.

Ed è uno dei motivi per cui oggi molte imprese europee guardano agli Stati Uniti come mercato sempre più competitivo dal punto di vista industriale.

Perché il fracking è così contestato

Nonostante il successo economico, il fracking resta una delle tecnologie energetiche più controverse degli ultimi anni.

Le critiche ambientali sono molto forti e riguardano soprattutto l’impatto della tecnica sul territorio.

Le operazioni richiedono enormi quantità di acqua e l’utilizzo di additivi chimici che, secondo alcuni studi e movimenti ambientalisti, potrebbero contaminare le falde acquifere.

Esiste poi il tema delle emissioni di metano, un gas serra molto potente.

In alcune aree degli Stati Uniti il fracking è stato inoltre collegato a fenomeni di microsismicità, cioè piccoli terremoti legati all’iniezione di fluidi nel sottosuolo.

Per questo molti ambientalisti considerano il fracking incompatibile con una reale transizione ecologica.

L’Europa e il rifiuto del fracking

In Europa la tecnica non si è sviluppata come negli Stati Uniti.

Le ragioni sono diverse.

Innanzitutto il continente europeo ha una densità abitativa molto più alta e una sensibilità ambientale generalmente maggiore. A questo si aggiungono regolamentazioni più severe e una forte opposizione politica e sociale in molti Paesi.

Francia e Germania, ad esempio, hanno limitato o bloccato il fracking per motivi ambientali.

Questo ha contribuito ad aumentare la dipendenza energetica europea dall’estero, soprattutto dal gas russo prima della guerra in Ucraina.

Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni europee: l’Europa vuole accelerare la transizione verde, ma allo stesso tempo continua ad avere costi energetici molto più alti rispetto agli Stati Uniti.

Il paradosso della transizione energetica

Uno degli aspetti più interessanti è che il fracking continua a crescere proprio mentre il mondo parla sempre più di decarbonizzazione.

Questo accade perché la realtà energetica globale è molto più complessa di quanto spesso venga raccontato nel dibattito pubblico.

Le energie rinnovabili stanno aumentando, ma l’economia mondiale continua ancora a dipendere enormemente da petrolio e gas.

E il gas naturale, in particolare, viene considerato da molti governi come una sorta di combustibile “ponte”, utile per accompagnare la transizione energetica nei prossimi decenni.

Il vero tema: energia, potenza e sicurezza

Alla fine, il fracking racconta una verità molto più ampia.

Nel mondo contemporaneo l’energia non è soltanto una questione economica o ambientale. È una questione di potenza geopolitica.

Chi controlla energia e materie prime strategiche controlla anche una parte importante degli equilibri globali.

Ed è proprio per questo che il fracking ha avuto un impatto così enorme sugli Stati Uniti: non ha soltanto aumentato la produzione energetica americana, ma ha rafforzato la posizione geopolitica di Washington in un momento di crescente competizione globale.

Conclusione

Il fracking è probabilmente una delle tecnologie che più hanno trasformato il mondo energetico contemporaneo.

Ha reso gli Stati Uniti una superpotenza del gas, modificato i mercati globali dell’energia e ridisegnato parte degli equilibri geopolitici internazionali.

Allo stesso tempo resta una tecnica profondamente controversa, simbolo delle tensioni tra crescita economica, sicurezza energetica e sostenibilità ambientale.

Ed è proprio questa contraddizione a renderlo così centrale nel dibattito del XXI secolo.

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“Se ne va un eroe della nostra infanzia”. Tv in lutto, l’addio dopo una lunga carriera https://www.business.it/se-ne-va-un-eroe-della-nostra-infanzia-tv-in-lutto-l-addio-dopo-una-lunga-carriera/ Fri, 22 May 2026 12:14:22 +0000 https://www.business.it/?p=153966 Il mondo della televisione britannica piange la scomparsa di Michael Keating, attore di 79 anni noto per i suoi ruoli iconici in serie televisive di grande successo. La sua carriera, durata oltre cinque decenni, ha lasciato un segno indelebile nel panorama televisivo, conquistando il pubblico con una versatilità rara e una presenza costante. Keating è… Read More »“Se ne va un eroe della nostra infanzia”. Tv in lutto, l’addio dopo una lunga carriera

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Il mondo della televisione britannica piange la scomparsa di Michael Keating, attore di 79 anni noto per i suoi ruoli iconici in serie televisive di grande successo. La sua carriera, durata oltre cinque decenni, ha lasciato un segno indelebile nel panorama televisivo, conquistando il pubblico con una versatilità rara e una presenza costante.

Keating è stato un volto familiare per diverse generazioni, grazie a interpretazioni che hanno spaziato dal drama alla fantascienza, dal medical ai crime drama. La sua morte rappresenta la fine di un’epoca per molti appassionati e addetti ai lavori.

Michael Keating durante una scena televisiva

Carriera televisiva e ruolo in EastEnders

Michael Keating è conosciuto soprattutto per il ruolo del reverendo Stevens nella soap opera EastEnders, dove ha recitato dal 2005 al 2017. Questa figura è stata centrale nelle trame della serie, celebrando cerimonie significative come battesimi, matrimoni e funerali, e diventando un punto di riferimento sia per i personaggi che per il pubblico.

Uno dei momenti più ricordati è la sua partecipazione al funerale del personaggio Ronnie Mitchell nel 2017, durante il quale ha guidato le preghiere davanti a volti storici della serie come Jack e Max Branning.

Protagonista di Blake’s 7 e altre apparizioni

Keating ha inoltre interpretato Vila Restal nella serie di fantascienza Blake’s 7, diventando l’unico attore presente in tutti i 52 episodi. Questo ruolo ha consolidato la sua popolarità e il suo legame con il pubblico di appassionati del genere.

La sua filmografia comprende anche apparizioni in altre serie di rilievo come Doctor Who (episodio “The Sun Makers”), Yes Minister, The Bill, Casualty e London’s Burning. L’ultimo ruolo televisivo è stato in Midsomer Murders, nell’episodio intitolato “The Dogleg Murders”.

Michael Keating nel ruolo di Vila Restal in Blake's 7

Biografia e tributi dai fan

Nato nel 1947 nel nord di Londra, Michael Keating ha iniziato la sua carriera nel 1966, costruendo un percorso professionale ricco e variegato, che lo ha visto adattarsi con successo a diversi generi televisivi mantenendo sempre alto il livello di professionalità.

Michael Keating in una foto di scena

La notizia della sua morte ha suscitato numerose reazioni sui social network, con messaggi di cordoglio e ricordi affettuosi. Un utente ha scritto: “Sono molto triste di apprendere della scomparsa di Michael Keating. Un uomo davvero adorabile, ed è stato assolutamente brillante in ogni singolo episodio di Blake’s 7. Riposa in pace.”

Un altro ha commentato: “Notizia tristissima. Michael Keating è morto all’età di 79 anni. Lo adoravo nei panni di Vila in Blake’s 7 e in tanti altri ruoli, da EastEnders a Yes Minister.”

Michael Keating ritratto in primo piano

Tra i tanti tributi, spicca quello di un fan che lo ha ricordato così: “Michael Keating, il miglior ladro della galassia. Un altro eroe dell’infanzia se n’è andato. E Vila era un eroe! RIP”. Frasi che sintetizzano il valore e l’impatto della sua carriera per gli spettatori di più generazioni.

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Terre rare, miniere e nuova corsa industriale: l’Europa dov’è? https://www.business.it/terre-rare-miniere-e-nuova-corsa-industriale-leuropa-dove/ Thu, 21 May 2026 17:42:55 +0000 https://www.business.it/?p=153780 Per anni il dibattito economico occidentale si è concentrato soprattutto su petrolio, gas e semiconduttori. Oggi però sta emergendo un altro tema destinato a diventare centrale nei prossimi decenni: il controllo delle materie prime critiche e delle terre rare. È un argomento apparentemente tecnico, ma in realtà profondamente geopolitico. Perché dietro litio, cobalto, nichel, rame… Read More »Terre rare, miniere e nuova corsa industriale: l’Europa dov’è?

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Per anni il dibattito economico occidentale si è concentrato soprattutto su petrolio, gas e semiconduttori.

Oggi però sta emergendo un altro tema destinato a diventare centrale nei prossimi decenni: il controllo delle materie prime critiche e delle terre rare.

È un argomento apparentemente tecnico, ma in realtà profondamente geopolitico. Perché dietro litio, cobalto, nichel, rame e terre rare si gioca una parte decisiva della competizione globale tra Stati Uniti, Cina ed Europa.

Auto elettriche, batterie, intelligenza artificiale, infrastrutture energetiche, industria militare, microchip e transizione green dipendono sempre di più da materiali che l’Occidente produce poco e importa quasi totalmente dall’estero.

Ed è proprio questa dipendenza che oggi sta spingendo l’Europa a cambiare radicalmente strategia industriale.

La Cina domina il mercato globale delle terre rare

Il punto centrale è molto semplice: la Cina controlla gran parte della filiera globale delle terre rare e delle materie prime strategiche.

Pechino non domina soltanto l’estrazione, ma soprattutto la raffinazione e la lavorazione industriale di questi materiali.

Questo significa che anche quando minerali critici vengono estratti altrove – Africa, Australia o Sud America – spesso finiscono comunque per passare attraverso la filiera industriale cinese.

Negli ultimi anni la leadership cinese ha trasformato questo vantaggio economico in uno strumento geopolitico sempre più importante.

La competizione con Stati Uniti ed Europa ha reso evidente un problema enorme per l’Occidente: la transizione energetica e tecnologica dipende in larga parte da una potenza rivale.

L’Europa si è scoperta vulnerabile

Per molto tempo Bruxelles ha affrontato il tema soprattutto in termini ambientali e commerciali.

Oggi la questione viene percepita in modo completamente diverso.

La pandemia, la guerra in Ucraina e il deterioramento dei rapporti con la Cina hanno mostrato quanto sia rischioso dipendere da filiere esterne per materiali strategici.

È per questo che l’Unione Europea ha iniziato a costruire una nuova politica industriale sulle materie prime critiche.

Il Critical Raw Materials Act rappresenta il tentativo europeo di ridurre la dipendenza esterna attraverso:

  • nuove miniere europee
  • investimenti nella raffinazione
  • accordi strategici con Paesi partner
  • riciclo dei materiali critici
  • accelerazione delle autorizzazioni industriali
Screenshot

Il ritorno delle miniere in Europa

Uno degli aspetti più sorprendenti di questa trasformazione riguarda il ritorno del tema minerario nel continente europeo.

Per decenni l’Europa aveva progressivamente abbandonato l’estrazione interna, considerandola troppo costosa, poco sostenibile o economicamente inefficiente rispetto alle importazioni globali.

Ora il quadro sta cambiando rapidamente.

Paesi come Svezia, Finlandia e Portogallo stanno investendo nella ricerca e nello sfruttamento di giacimenti strategici.

Anche l’Italia ha riaperto il dossier minerario, soprattutto in Sardegna e in alcune aree legate alla possibile presenza di litio e altri materiali strategici.

È un cambiamento storico.

L’Europa, che per anni aveva delocalizzato gran parte delle attività estrattive, sta tornando a considerare le miniere come un elemento di sicurezza economica.

La grande contraddizione europea

Esiste però una tensione molto forte dentro questa strategia.

L’Europa vuole accelerare sulla transizione ecologica, sull’elettrificazione e sulle energie rinnovabili. Ma tutto questo richiede enormi quantità di materiali critici.

Il problema è che estrarre miniere in Europa significa scontrarsi con:

  • norme ambientali severe
  • opposizione territoriale
  • tempi autorizzativi lunghissimi
  • costi elevati

Ed è proprio qui che nasce uno dei dibattiti più delicati degli ultimi mesi: il permitting europeo.

Secondo Wired, Bruxelles sta cercando di semplificare autorizzazioni e procedure per velocizzare progetti industriali e strategici, ma il rischio è entrare in conflitto con la sostenibilità ambientale e con le resistenze locali.

In pratica, l’Europa si trova davanti a una domanda scomoda: quanto è disposta a sacrificare in termini ambientali per ottenere maggiore autonomia industriale?

La nuova geopolitica delle materie prime

Il controllo delle terre rare sta diventando uno dei principali strumenti di potenza globale.

Gli Stati Uniti stanno cercando di costruire filiere alternative insieme ad Australia, Canada e altri partner occidentali.

La Cina, invece, continua a utilizzare il proprio vantaggio industriale come leva strategica.

Secondo diverse analisi pubblicate negli ultimi mesi, Pechino considera ormai le materie prime critiche una componente essenziale della propria competizione geopolitica con l’Occidente.

Ed è proprio questo che rende il tema così importante: non si tratta soltanto di economia o industria, ma di equilibri strategici globali.

L’Italia e il rischio di restare indietro

Per l’Italia la questione è particolarmente delicata.

Il Paese possiede ancora una forte base manifatturiera, soprattutto nei settori industriali avanzati e nella meccanica.

Ma senza accesso stabile a materiali critici rischia di perdere competitività proprio nei comparti legati alla transizione tecnologica ed energetica.

Per questo Roma sta iniziando a guardare con maggiore attenzione sia alla filiera europea sia alla possibilità di riaprire alcuni progetti estrattivi nazionali.

La Sardegna, in particolare, viene considerata una delle aree potenzialmente più rilevanti nel quadro europeo delle nuove strategie minerarie.

La fine dell’illusione globalista

Per molti anni l’Occidente ha considerato normale dipendere da altri Paesi per produzione industriale e materie prime.

Oggi questa visione sta cambiando rapidamente.

La guerra economica tra grandi potenze ha riportato al centro concetti che sembravano superati:

  • autonomia strategica
  • sicurezza industriale
  • sovranità tecnologica

Le terre rare rappresentano forse il simbolo più evidente di questo cambiamento.

Perché mostrano una verità molto semplice: nel XXI secolo il controllo dei materiali strategici conta quasi quanto il controllo dell’energia nel Novecento.

Conclusione

La corsa globale alle terre rare racconta molto più di una semplice questione industriale.

Racconta il ritorno della geopolitica dentro l’economia globale.

Europa, Stati Uniti e Cina stanno entrando in una nuova fase di competizione in cui tecnologia, energia e materie prime diventano strumenti di potenza strategica.

L’Europa prova ora a recuperare terreno dopo anni di forte dipendenza dall’estero. Ma il percorso sarà complesso, costoso e politicamente delicato.

Perché ottenere autonomia industriale significa riaprire miniere, accelerare investimenti e accettare compromessi che per decenni il continente aveva cercato di evitare.

Ed è proprio qui che si giocherà una parte importante del futuro economico europeo.

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Piantedosi rilancia sulla sicurezza: “Più poteri alla polizia locale e tolleranza zero sull’immigrazione illegale” https://www.business.it/piantedosi-rilancia-sulla-sicurezza-piu-poteri-alla-polizia-locale-e-tolleranza-zero-sullimmigrazione-illegale/ Thu, 21 May 2026 17:24:59 +0000 https://www.business.it/?p=153953 Sicurezza, immigrazione, controllo del territorio e rafforzamento della presenza dello Stato. Sono questi i temi al centro della lunga lettera inviata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al direttore de Il Tempo, in cui il titolare del Viminale rivendica i risultati ottenuti dal governo e rilancia sulla riforma della polizia locale. Il tono è netto fin… Read More »Piantedosi rilancia sulla sicurezza: “Più poteri alla polizia locale e tolleranza zero sull’immigrazione illegale”

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Sicurezza, immigrazione, controllo del territorio e rafforzamento della presenza dello Stato. Sono questi i temi al centro della lunga lettera inviata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al direttore de Il Tempo, in cui il titolare del Viminale rivendica i risultati ottenuti dal governo e rilancia sulla riforma della polizia locale.

Il tono è netto fin dalle prime righe. Piantedosi parla della sicurezza come del «fondamento stesso della libertà dei cittadini», criticando quella che definisce la tendenza, negli anni passati, a considerare il tema quasi come una limitazione delle libertà individuali anziché una necessità concreta.

“Meno sbarchi e più rimpatri”

Nella lettera, il ministro difende l’azione del governo sull’immigrazione illegale, sostenendo che gli ingressi irregolari siano diminuiti sensibilmente e che i rimpatri stiano aumentando, compresi quelli volontari e assistiti realizzati con l’Organizzazione mondiale per le migrazioni.

Piantedosi attacca anche chi critica queste politiche, accusando una parte dell’opposizione di voler mantenere «un’apertura indiscriminata dei confini» che favorirebbe trafficanti e reti illegali. Secondo il ministro, gli interventi approvati finora non sarebbero misure isolate, ma tasselli di una strategia precisa per rafforzare la presenza dello Stato e riportare legalità soprattutto nelle periferie e nei quartieri più difficili.

Più agenti e più tecnologia

Tra i punti rivendicati dal Viminale ci sono anche le assunzioni nelle forze di polizia, che secondo Piantedosi non si vedevano da decenni. L’obiettivo dichiarato è arrivare a fine legislatura con un numero di agenti superiore rispetto all’inizio del mandato, nonostante l’elevato numero di pensionamenti.

Il ministro sottolinea poi gli investimenti in tecnologie e sicurezza urbana, parlando di interventi coordinati da prefetture e forze dell’ordine per recuperare immobili occupati illegalmente e contrastare quello che definisce un «welfare criminale».

La svolta sulla polizia locale

La parte centrale della lettera riguarda però la riforma della polizia locale, definita da Piantedosi un passaggio decisivo. Il ministro parla di oltre 60mila operatori che spesso lavorano in contesti complessi senza strumenti adeguati e annuncia la volontà di integrarli maggiormente nel sistema della sicurezza nazionale.

Il progetto prevede accesso diretto alle banche dati, maggiore coordinamento con prefetture e forze di polizia, nuove dotazioni tecnologiche, più tutele per gli agenti e pene più severe per chi li aggredisce.

Il disegno di legge è già passato alla Camera e ora prosegue il suo iter parlamentare. Piantedosi assicura che il governo intende portare avanti la riforma fino in fondo, definendola «uno dei risultati importanti» di questa esperienza di governo.

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M5S, tensioni interne e due clamorosi addii: il futuro di Giuseppe Conte a rischio https://www.business.it/m5s-due-clamorosi-addii-chi-scarica-giuseppe-conte/ Wed, 20 May 2026 14:39:58 +0000 https://www.business.it/?p=153832 Le dinamiche interne al Movimento 5 Stelle tornano a mostrare segnali di tensione. Al centro del confronto c’è la leadership di Giuseppe Conte, messa sotto pressione da malumori, prese di distanza e nuove aree politiche che si muovono ai margini della linea ufficiale del partito. Le tensioni nel Movimento 5 Stelle Tra i nomi più… Read More »M5S, tensioni interne e due clamorosi addii: il futuro di Giuseppe Conte a rischio

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Ritratto di Giuseppe Conte con sfondo politico

Le dinamiche interne al Movimento 5 Stelle tornano a mostrare segnali di tensione. Al centro del confronto c’è la leadership di Giuseppe Conte, messa sotto pressione da malumori, prese di distanza e nuove aree politiche che si muovono ai margini della linea ufficiale del partito.

Le tensioni nel Movimento 5 Stelle

Tra i nomi più citati in questa fase c’è Alessandro Di Battista, impegnato nel progetto politico Schierarsi. Attorno a questa area guardano con attenzione anche figure legate alla storia recente del Movimento, mentre l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi resta critica verso alcune scelte della segreteria Conte, in particolare sul terreno delle alleanze.

Le indiscrezioni su possibili cambi di schieramento, che hanno coinvolto anche Chiara Appendino, sono state smentite dall’entourage dell’ex premier. Le fibrillazioni, però, restano. Nel cosiddetto Movimento romano emergono contestazioni sulla gestione della partita capitolina e sul rapporto con il centrosinistra.

Raggi e Appendino contro le alleanze

Virginia Raggi continua a rivendicare uno spazio politico autonomo, sostenuta da ex collaboratori come Enrico Stefano e Alessandra Agnello. La sua posizione resta distante dalla linea di Conte, soprattutto dove il Movimento si avvicina al Partito Democratico e a Italia Viva.

Anche Chiara Appendino ha espresso più volte contrarietà rispetto a un’alleanza con Matteo Renzi. Nel dibattito interno pesano i temi economici, dalla redistribuzione fiscale alle proposte sulla cosiddetta Milionaire tax, diventate uno dei punti di frizione tra le diverse sensibilità del Movimento.

Il quadro politico e le prossime mosse

Intanto il centrodestra osserva e si prepara alle prossime scadenze elettorali. Nel dibattito è entrato anche il passaggio di Laura Ravetto a Forza Italia, letto da alcuni esponenti come un segnale delle manovre in corso in vista del voto.

Per Conte la sfida resta quella di tenere insieme le diverse anime del Movimento 5 Stelle, evitando che le tensioni interne si trasformino in nuove rotture politiche.

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Inps, nuovo errore nelle Certificazioni Uniche: caos tra i pensionati https://www.business.it/inps-enorme-errore-sulle-pensioni-e-caos-cosa-fare/ Wed, 20 May 2026 13:16:29 +0000 https://www.business.it/?p=153817 Il sistema amministrativo dell’Inps torna al centro dell’attenzione con un nuovo errore che coinvolge circa 270 mila pensionati. Un malfunzionamento informatico ha lasciato vuota la casella dell’addizionale comunale nelle Certificazioni Uniche (Cu), un’imposta trattenuta mensilmente sull’assegno pensionistico e fondamentale per la dichiarazione dei redditi. Il problema, che ha generato confusione e preoccupazione tra i contribuenti,… Read More »Inps, nuovo errore nelle Certificazioni Uniche: caos tra i pensionati

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Certificazioni Uniche Inps e pensionati

Il sistema amministrativo dell’Inps torna al centro dell’attenzione con un nuovo errore che coinvolge circa 270 mila pensionati. Un malfunzionamento informatico ha lasciato vuota la casella dell’addizionale comunale nelle Certificazioni Uniche (Cu), un’imposta trattenuta mensilmente sull’assegno pensionistico e fondamentale per la dichiarazione dei redditi. Il problema, che ha generato confusione e preoccupazione tra i contribuenti, richiede ora un intervento urgente da parte delle autorità competenti.

Errore informatico sulle Certificazioni Uniche e impatto fiscale

L’Inps ha confermato che l’errore riguarda esclusivamente la mancata indicazione dell’addizionale comunale in alcune Cu, con conseguenze soprattutto per chi deve utilizzare tali documenti per la compilazione della dichiarazione precompilata. Secondo quanto comunicato dall’Istituto, solo una parte delle certificazioni con l’errore è già stata consultata dai contribuenti, mentre la maggioranza non ha ancora scaricato il documento e potrà quindi trovare la versione corretta una volta aggiornata.

La maggior parte degli importi mancanti è di entità limitata, inferiore a 12 euro, soglia sotto la quale non scattano richieste di recupero fiscale da parte del Fisco. Tuttavia, una complicazione ulteriore riguarda i pensionati deceduti: l’errore può infatti ricadere su vedove, vedovi o eredi chiamati a presentare la dichiarazione dei redditi, aumentando le difficoltà di gestione fiscale.

In una nota ufficiale, l’Inps ha dichiarato: «L’Istituto ha provveduto all’aggiornamento delle Certificazioni uniche trasmesse all’Agenzia delle Entrate». Ora sarà compito dell’Agenzia adeguare le dichiarazioni precompilate e rendere disponibili i documenti corretti ai contribuenti interessati.

Precedenti recenti e problematiche collegate

Non è il primo disguido rilevante sulle Certificazioni Uniche in questo periodo. Un episodio precedente ha riguardato la casella 718, cruciale per l’assegnazione di un nuovo beneficio fiscale che ha sostituito il taglio del cuneo contributivo. Un codice errato aveva rischiato di escludere dal bonus numerosi percettori, problema poi corretto dall’Inps dopo la segnalazione della Cgil e con i dati aggiornati confluiti nella dichiarazione precompilata.

In aggiunta, a fine marzo l’Inps ha dovuto ritirare somme erogate in eccesso a oltre 20 mila pensionati. Alcuni cedolini di marzo riportavano assegni gonfiati fino a mille euro a causa dell’applicazione indebita di una detrazione fiscale prevista dalla legge di Bilancio. Il recupero di tali somme è stato avviato con modalità differenziate in base all’importo, creando un ulteriore nodo amministrativo e finanziario per l’Istituto e per i pensionati coinvolti.

Questi episodi delineano un quadro di disallineamenti tecnici e amministrativi che mettono in crisi la precisione e l’affidabilità delle piattaforme digitali pubbliche, con riflessi diretti sulla serenità economica dei cittadini e sulle procedure fiscali annuali.

Indicazioni per i contribuenti e prossimi sviluppi

L’Inps raccomanda ai pensionati di fare riferimento esclusivamente all’ultima versione della Certificazione Unica disponibile e di controllare attentamente i documenti scaricati o già utilizzati per la dichiarazione. L’Agenzia delle Entrate completerà entro pochi giorni gli aggiornamenti necessari per garantire l’allineamento delle dichiarazioni precompilate.

Le autorità competenti monitorano la situazione per evitare ulteriori disagi e assicurare la corretta applicazione delle normative fiscali, nel rispetto delle procedure e delle garanzie previste dalla legge.

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America 2028: il dopo Trump è già iniziato. https://www.business.it/america-2028-il-dopo-trump-e-gia-iniziato/ Sat, 16 May 2026 20:31:57 +0000 https://www.business.it/?p=153622 A Washington quasi nessuno parla ancora ufficialmente delle presidenziali del 2028. Eppure, dietro la politica americana, la corsa è già iniziata. Perché il vero tema non riguarda soltanto chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Riguarda qualcosa di molto più profondo: cosa diventerà l’America dopo l’era Trump. Negli ultimi dieci anni Donald Trump non… Read More »America 2028: il dopo Trump è già iniziato.

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A Washington quasi nessuno parla ancora ufficialmente delle presidenziali del 2028. Eppure, dietro la politica americana, la corsa è già iniziata.

Perché il vero tema non riguarda soltanto chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Riguarda qualcosa di molto più profondo: cosa diventerà l’America dopo l’era Trump.

Negli ultimi dieci anni Donald Trump non ha semplicemente vinto elezioni o cambiato un partito. Ha trasformato completamente la struttura politica americana, modificando linguaggio, comunicazione, rapporto con i media, identità della destra e perfino il modo in cui gli americani percepiscono il potere.

Ed è proprio questo il punto centrale del 2028: anche senza Trump candidato, gli Stati Uniti continueranno a vivere dentro il sistema politico che Trump ha creato.

Il trumpismo non finirà con Trump

Molti osservatori europei continuano a leggere Trump come una parentesi eccezionale della politica americana. Negli Stati Uniti, però, questa interpretazione convince sempre meno.

Il trumpismo non è più soltanto una figura personale. È diventato un ecosistema politico, culturale e mediatico.

Nazionalismo economico, critica alla globalizzazione, guerra culturale, sfiducia verso establishment e istituzioni federali, utilizzo diretto dei media digitali: tutto questo ormai definisce una parte strutturale del Partito Repubblicano.

Il problema del 2028, per i repubblicani, non sarà quindi capire se continuare o meno con il trumpismo. Il vero problema sarà stabilire chi riuscirà a ereditarlo senza esserne schiacciato.

JD Vance: il candidato più naturale del post-Trump

Tra tutte le figure oggi in campo, JD Vance appare probabilmente il candidato più forte per raccogliere l’eredità trumpiana.

Vicepresidente e ormai figura centrale dell’universo conservatore americano, Vance ha costruito un profilo molto particolare: populista sul piano culturale, ma allo stesso tempo più strutturato e disciplinato rispetto a Trump.

È questo che lo rende così interessante per una parte dell’elettorato repubblicano.

Vance riesce a parlare contemporaneamente:

  • alla working class bianca
  • ai conservatori religiosi
  • alla nuova destra anti-establishment
  • ai settori tecnologici conservatori vicini alla Silicon Valley trumpiana

In pratica, rappresenta il tentativo di trasformare il trumpismo da fenomeno personale a sistema politico duraturo.

Rubio e la destra “istituzionale”

Ma dentro il Partito Repubblicano esiste anche un’altra corrente.

Marco Rubio rappresenta la parte più tradizionale e strategica del conservatorismo americano.

A differenza di Vance, Rubio mantiene un profilo molto più vicino all’establishment repubblicano classico: politica estera aggressiva, centralità americana nel mondo, attenzione alla Cina e maggiore continuità con il vecchio Partito Repubblicano pre-Trump.

Il problema per Rubio è che oggi il centro emotivo della destra americana non si trova più lì.

Il Partito Repubblicano è cambiato radicalmente e gran parte della sua base elettorale chiede figure più radicali, mediatiche e identitarie.

DeSantis e il rischio del candidato “troppo costruito”

Screenshot

Ron DeSantis resta teoricamente una figura importante, soprattutto tra i governatori repubblicani.

Ma il governatore della Florida sembra aver perso parte dell’energia politica che lo aveva reso, qualche anno fa, il possibile successore naturale di Trump.

Il problema di DeSantis è che ha cercato di apparire trumpiano senza possedere il carisma istintivo di Trump.

E nella politica americana contemporanea questo conta enormemente.

Vivek Ramaswamy e la nuova destra digitale

Screenshot

Una delle figure più interessanti resta Vivek Ramaswamy.

Imprenditore, comunicatore estremamente efficace e perfettamente integrato nella nuova cultura politica digitale americana, Ramaswamy rappresenta una destra molto diversa da quella repubblicana tradizionale.

Più aggressiva sui temi culturali, molto presente online, ostile alle élite mediatiche e universitarie, ma allo stesso tempo profondamente legata al mondo tecnologico e finanziario.

È una destra che parla ai podcast, ai social, agli influencer politici e a un elettorato giovane sempre più distante dai media tradizionali.

I Democratici: il vero problema è trovare una nuova identità

Se il Partito Repubblicano deve scegliere l’erede di Trump, i Democratici affrontano una crisi forse ancora più profonda: capire cosa siano diventati dopo Biden.

Negli ultimi anni il partito ha dato l’impressione di vivere soprattutto in funzione anti-Trump.

Ma una volta conclusa definitivamente l’era trumpiana diretta, questa strategia rischia di non bastare più.

Il problema democratico è molto chiaro:

  • progressisti troppo radicali per parte dell’America moderata
  • moderati percepiti come troppo legati all’establishment
  • difficoltà a parlare alla working class

È qui che si giocherà davvero il 2028.

Kamala Harris resta centrale, ma non dominante

Kamala Harris continua a essere una figura inevitabile nel campo democratico.

Ha notorietà nazionale, struttura politica e riconoscibilità internazionale.

Ma il problema resta quello emerso già negli ultimi anni: Harris fatica a generare entusiasmo trasversale fuori dalla base democratica tradizionale.

Ed è proprio questo il nodo che preoccupa molti strateghi democratici.

Gavin Newsom e la California come modello politico

Tra i democratici, Gavin Newsom appare probabilmente la figura più strutturata per una candidatura nazionale.

Governatore della California, comunicatore efficace e volto molto riconoscibile del liberalismo progressista americano, Newsom rappresenta un modello politico completamente diverso da quello trumpiano.

Ma anche qui emerge una difficoltà: la California progressista entusiasma una parte dell’America e ne spaventa profondamente un’altra.

Il rischio è che il Partito Democratico continui a rafforzarsi nelle grandi aree urbane senza riuscire a recuperare gli Stati centrali e industriali decisivi nelle elezioni presidenziali.

Alexandria Ocasio-Cortez e il futuro progressista

AOC resta la figura simbolicamente più potente della nuova sinistra americana.

Alexandria Ocasio-Cortez ha costruito una presenza mediatica e digitale enorme, soprattutto tra giovani, progressisti e minoranze urbane.

Ma la sua figura continua a dividere profondamente il Paese.

Per alcuni rappresenta il futuro del Partito Democratico. Per altri incarna invece il rischio di un partito troppo radicale per vincere a livello nazionale.

Ed è proprio questa tensione interna a definire il problema democratico del prossimo decennio.

La politica americana sta diventando spettacolo permanente

Uno degli aspetti più interessanti del 2028 riguarda la trasformazione stessa della politica americana.

Sempre più figure politiche emergono non dai partiti tradizionali, ma dal mondo mediatico:

  • podcast
  • social media
  • televisioni ideologiche
  • influencer politici

Personaggi come Tucker Carlson, Steve Bannon o perfino imprenditori e conduttori televisivi mostrano quanto la politica americana stia diventando sempre più personalistica e spettacolare.

Trump ha accelerato enormemente questo processo.

E il 2028 potrebbe essere la prima elezione completamente costruita dentro questa nuova logica.

Il vero tema del 2028: chi interpreterà meglio la crisi americana

Dietro tutti i nomi esiste però una questione più profonda.

Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di forte polarizzazione sociale, economica e culturale.

La competizione con la Cina, la crisi della middle class, il costo della vita, l’immigrazione e il conflitto culturale interno stanno trasformando la politica americana in uno scontro identitario permanente.

Per questo il 2028 non sarà soltanto una scelta tra candidati.

Sarà una scelta su quale America emergerà definitivamente dopo Trump.

Conclusione

Le elezioni presidenziali del 2028 saranno probabilmente le più importanti dell’America post-trumpiana.

Non perché Trump sarà ancora il protagonista diretto, ma perché tutti i candidati dovranno muoversi dentro il sistema politico che lui ha contribuito a creare.

La nuova destra americana cerca un erede capace di mantenere l’energia populista senza il caos permanente di Trump. I Democratici cercano invece una nuova identità in un Paese che appare sempre più polarizzato e difficile da ricomporre.

Ed è proprio questa la sensazione che oggi domina Washington: il trumpismo potrebbe anche cambiare volto, ma difficilmente scomparirà davvero.

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Fincantieri, ordini record e consegne fino al 2039: l’esempio dell’equilibrio industriale https://www.business.it/fincantieri-ordini-record-e-consegne-fino-al-2039-lesempio-dellequilibrio-industriale/ Wed, 13 May 2026 05:52:10 +0000 https://www.business.it/?p=153544 Negli ultimi anni il racconto dell’industria italiana si è spesso concentrato sulle difficoltà: il ridimensionamento dell’automotive, la crisi della siderurgia, la perdita di competitività energetica e il lento arretramento di alcuni storici poli produttivi. Per questo i risultati presentati da Fincantieri assumono un significato che va oltre il semplice dato societario. Il gruppo cantieristico italiano… Read More »Fincantieri, ordini record e consegne fino al 2039: l’esempio dell’equilibrio industriale

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Negli ultimi anni il racconto dell’industria italiana si è spesso concentrato sulle difficoltà: il ridimensionamento dell’automotive, la crisi della siderurgia, la perdita di competitività energetica e il lento arretramento di alcuni storici poli produttivi.

Per questo i risultati presentati da Fincantieri assumono un significato che va oltre il semplice dato societario.

Il gruppo cantieristico italiano ha infatti aperto il 2026 con un portafoglio ordini record, una revisione al rialzo delle stime economiche e una capacità produttiva già coperta fino al 2039. Numeri che, letti nel contesto economico e geopolitico attuale, raccontano qualcosa di molto più ampio: il ritorno della centralità strategica del mare, della navalmeccanica e delle infrastrutture legate alla sicurezza globale.

Secondo i dati comunicati dall’azienda, il carico di lavoro complessivo ha raggiunto quota 74,2 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato nella storia del gruppo.

È un risultato che arriva in una fase storica molto particolare.

Un gruppo industriale che opera dentro le grandi trasformazioni globali

Fincantieri non è più soltanto un grande costruttore navale. Oggi il gruppo si trova al centro di alcune delle principali trasformazioni economiche e strategiche internazionali.

Il primo elemento riguarda la sicurezza marittima. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Rosso, il confronto crescente tra Stati Uniti e Cina e il ritorno della competizione geopolitica hanno riportato il controllo delle rotte navali e delle infrastrutture marittime al centro delle priorità delle grandi potenze.

Il secondo elemento riguarda la difesa. L’aumento della spesa militare occidentale, soprattutto in Europa, ha rafforzato la domanda di fregate, pattugliatori, sistemi navali avanzati e piattaforme ad alta tecnologia.

Il terzo elemento riguarda la logistica globale. Dopo anni in cui il mare era percepito quasi esclusivamente come spazio commerciale, oggi torna a essere anche uno spazio strategico, energetico e militare.

Fincantieri si trova esattamente dentro questo nuovo equilibrio.

Ordini fino al 2039: il significato economico di un dato eccezionale

Il dato più impressionante resta probabilmente quello relativo alla copertura produttiva del gruppo.

Con 94 navi in portafoglio e consegne già pianificate fino al 2039, Fincantieri dispone oggi di una visibilità industriale rarissima nel panorama europeo.

In termini economici, significa stabilità produttiva, continuità occupazionale e capacità di pianificare investimenti di lungo periodo.

In un momento in cui gran parte dell’industria europea si confronta con incertezza energetica, rallentamento della domanda e volatilità geopolitica, avere oltre un decennio di produzione già sostanzialmente assicurata rappresenta un vantaggio industriale enorme.

Il peso crescente della difesa

Una parte importante della crescita del gruppo è legata proprio al settore militare.

Negli ultimi anni Fincantieri ha rafforzato la propria presenza nella cantieristica per la difesa, diventando uno dei principali operatori occidentali nel comparto navale ad alta tecnologia.

Il contesto internazionale ha accelerato questa dinamica.

L’Europa sta aumentando la spesa militare, gli Stati Uniti stanno rafforzando la presenza navale nei principali quadranti strategici e molti Paesi stanno investendo nel rinnovamento delle proprie flotte.

Reuters ha sottolineato proprio questo aspetto, evidenziando come il gruppo stia beneficiando dell’aumento delle tensioni geopolitiche e della crescita degli ordini ad alta marginalità nel comparto difesa. (reuters.com)

In questo scenario, Fincantieri non compete soltanto sul piano industriale, ma anche su quello strategico.

La crocieristica resta centrale

Accanto alla difesa, il gruppo continua a mantenere una posizione dominante anche nella cantieristica civile e soprattutto nelle navi da crociera.

Nonostante le difficoltà attraversate dal settore durante la pandemia, il mercato crocieristico globale ha mostrato una forte ripresa, sostenendo la domanda di nuove unità sempre più grandi, tecnologicamente avanzate ed efficienti sul piano energetico.

Questo consente a Fincantieri di mantenere una diversificazione molto importante: il gruppo non dipende da un singolo comparto, ma opera contemporaneamente in diversi segmenti strategici del mercato navale mondiale.

Ed è proprio questa capacità di equilibrio tra civile, militare e infrastrutture marittime a rendere il gruppo particolarmente solido.

Migliorano i conti, cala il debito

Anche sul piano finanziario il quadro appare in miglioramento.

I risultati del primo trimestre 2026 mostrano una crescita dell’EBITDA e un miglioramento della marginalità operativa, nonostante un leggero calo dei ricavi rispetto all’anno precedente, influenzato da grandi commesse straordinarie registrate nel 2025.

Particolarmente rilevante è il miglioramento della posizione finanziaria netta adjusted, favorita anche dall’aumento di capitale completato a febbraio 2026.

In altre parole, il gruppo sta rafforzando contemporaneamente:

  • capacità produttiva
  • stabilità finanziaria
  • presenza strategica internazionale

Il caso Fincantieri dentro la crisi industriale europea

Il successo del gruppo assume ancora più rilievo se osservato nel contesto europeo.

Molti comparti industriali continentali stanno vivendo una fase di forte pressione: costi energetici elevati, competizione asiatica, rallentamento della domanda e transizione tecnologica stanno ridisegnando profondamente il panorama produttivo.

In questo quadro, Fincantieri rappresenta quasi un’eccezione.

Non perché sia immune dai problemi globali, ma perché opera in un settore che sta tornando centrale proprio a causa delle tensioni geopolitiche e della riorganizzazione degli equilibri mondiali.

È un punto importante anche per l’Italia.

Per anni il Paese ha dato l’impressione di perdere progressivamente peso industriale nei grandi settori strategici. La crescita di Fincantieri dimostra invece che esistono ancora comparti in cui l’industria italiana riesce a competere ai massimi livelli mondiali, soprattutto quando si concentra su produzioni ad alta complessità tecnologica.

Il Mediterraneo e il ritorno della dimensione marittima

Esiste poi un altro elemento che spiega la crescita del gruppo: il ritorno della centralità del Mediterraneo.

Energia, rotte commerciali, sicurezza navale, collegamenti strategici e controllo delle infrastrutture marittime stanno riportando il mare al centro delle relazioni internazionali.

Per un Paese come l’Italia, storicamente proiettato sul Mediterraneo, questo rappresenta un vantaggio geopolitico naturale.

Fincantieri si trova quindi in una posizione particolarmente favorevole: opera in uno dei settori che stanno beneficiando maggiormente della nuova centralità strategica del mare.

Conclusione

I risultati di Fincantieri raccontano molto più della crescita di una singola azienda.

Raccontano la trasformazione del contesto globale, il ritorno della centralità navale e la capacità di alcuni segmenti industriali italiani di inserirsi nei nuovi equilibri economici e geopolitici.

In un’Italia che spesso discute soprattutto delle proprie fragilità industriali, il gruppo cantieristico mostra che esistono ancora settori capaci di combinare tecnologia, produzione, export e rilevanza strategica internazionale.

Ed è probabilmente proprio questo il dato più importante: mentre una parte dell’industria europea fatica a trovare una nuova collocazione, Fincantieri sembra aver già capito quale sarà il proprio ruolo nel mondo dei prossimi decenni.

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